AFRICA/EGITTO - Il Ministro (musulmano) delle dotazioni religiose: proteggere insieme da ogni attacco chiese e moschee

Fides IT - www.fides.org - qua, 11/11/2020 - 11:22
Il Cairo – Non c’è nessuna differenza tra chi muore per proteggere dagli attacchi una chiesa e chi condivide la stessa sorte per proteggere una moschea. Lo ha ripetuto con tono determinato il dottor Mohammed Mukhtar Juma, Ministro egiziano delle dotazioni religiose, durante il forum di iniziativa per la convivenza e il rispetto reciproco promossa al Cairo dalla Fondazione culturale Dar al Hilal. La tavola rotonda ha visto la partecipazione di membri del governo, del governo, intellettuali e rappresentanti di comunità ecclesiali e religiose. Durante il suo intervento, il Ministro Mukhtar Juma ha esposto argomenti volti ad attestare che l’Egitto, sotto la presidenza di Abdel Fattah al Sisi, sta diventando “un modello di coesistenza religiosa” in grado di cancellare progressivamente ogni discriminazione di matrice settaria e affermare la piena uguaglianza tra i cittadini appartenenti a diversa comunità di fede. Il Ministro ha anche ribadito che le diverse tradizioni religiose rappresentano in se stesse un fattore di liberazione e di guarigione da ogni fanatismo, mentre ogni forma di violenza e intolleranza esercitata chiamando in causa parole e contenuti religiosi rappresenta in realtà una mistificazione e un rinnegamneto delle identità e degli accenti spirituali di misericordia custoditi e spesso condivisi dalle diverse tradizioni religiose. “Abbiamo il dovere di proteggere insieme le nostre moschee e le nostre chiese” ha aggiunto il ministro “perché in questo modo proteggiamo la nostra Patria”.
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VATICANO - Famiglia: Chiesa domestica, Chiesa missionaria

Fides IT - www.fides.org - qua, 11/11/2020 - 10:53
Città del Vaticano – E’ dedicato alla famiglia cristiana oggi nel mondo l’ultimo numero del Bollettino della Pontificia Opera della Santa Infanzia appena pubblicato. Citando vari documenti del magistero della Chiesa al riguardo, Suor Roberta Tremarelli, Segretaria Generale della POSI, rileva nell’editoriale: ”Anche oggi molte famiglie vivono nell’amore, nella fede e realizzano la propria vocazione di chiesa domestica, di chiesa missionaria, e di questo ringraziamo il Signore e lo Spirito Santo che continuamente aiuta e sostiene le famiglie nel ‘trovare nuove risorse e inventare nuovi metodi’.”
P. Dieu Béni Nicaise Yassigao, di Bangui propone una riflessione su Gesù ragazzo e la sua esperienza nella famiglia umana: “Gesù bambino, il Figlio di Dio incarnato, ha avuto bisogno di un ambiente favorevole per sviluppare pienamente la sua missione sulla terra. Come ogni altro bambino la cui crescita richiede un ambiente familiare , Egli aveva trovato nella casa di Nazareth un focolare favorevole per il suo pieno sviluppo”.
L’articolo centrale, dedicato alla “Formazione della fede dei bambini nelle famiglie cattoliche”, è di P. Linson K. Aradan, della diocesi indiana di Quilon. “In Asia, la famiglia occupa un posto centrale nella rete di relazioni e i bambini nella loro prima infanzia imparano il valore della famiglia e delle strutture familiari. Le esigenze dei bambini sono soddisfatte nella famiglia che fornisce loro sicurezza e senso di appartenenza. Imparano nella famiglia i valori dell'unità, della fratellanza, della cooperazione, della collaborazione e della simpatia.1 In famiglia, anche se i membri sono strettamente legati l'uno all'altro dal rapporto di sangue, lo sono ancor più profondamente per l'amore e la preoccupazione l'uno per l'altro”.
Anche questo numero del Bollettino riserva ampio spazio alle esperienze di impegno missionario dei ragazzi che non si arresta, ma assume forme e modalità diverse, durante la pandemia di Covid-19. Dalle Direzioni nazionali di Filippine, Libano, Messico, Kenya, Colombia, Malawi, Zambia, Angola vengono quindi le notizie su come i piccoli missionari mettano a frutto anche il tempo del confinamento continuando ad essere attivi e solidali. Viene quindi descritta la diffusione dell’Infanzia Missionaria nella parrocchia di sant’Ildefonso, diocesi di Lwena, in Angola, e altre notizie dalla diocesi di Pangkalpinang, in Indonesia, e delle attività in Benin e in Burkina Faso.
Dopo aver ripercorso la storia delle Pontificie Opere Missionarie in Guatemala, dalla fondazione nel 1973 fino ai giorni nostri, il Bollettino presenta alcuni progetti sostenuti dalla POSI: l’aiuto ai bambini con disabilità a Shimoga, in India; il sostegno ai bambini e alle loro famiglie nella diocesi di Paramaribo, in Suriname; l’organizzazione della pastorale dei bambini e dei giovani nella diocesi di Tshumbe, nella RDC Congo; la scuola materna per bambini diversamente abili nel nord-est del Kenya. Infine all’attenzione dei lettori viene proposta una pubblicazione realizzata dalle POM dell’Argentina che riunisce testi, racconti, riflessioni, giochi… sul tema della santità, con le testimonianze di bambini e adolescenti americani Santi ufficialmente riconosciuti dalla Chiesa.

Link correlati :Il Bollettino si può scaricare dal sito delle POM
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AFRICA/CONGO RD - I Vescovi: “Il bene della popolazione deve essere al centro di ogni azione politica”

Fides IT - www.fides.org - qua, 11/11/2020 - 10:38


Kinshasa – “Il benessere della popolazione deve prevalere su ogni altra considerazione politica. Nessuno compromesso politico può essere al di sopra dell’esigenza, per il potere politico, di fare di tutto per assicurare il bene della popolazione”. È il cuore del messaggio che i Vescovi membri della Conferenza episcopale nazionale del Congo hanno consegnato al Presidente Félix Tshisekedi nel loro incontro con il Capo dello Stato il 9 novembre 2020, in occasione delle consultazioni con esponenti politici, sociali e religiosi al fine di trovare una soluzione alla crisi politica e istituzionale del Paese.
La coalizione governativa al potere dal gennaio 2019 comprendente esponenti legati al precedente Capo dello Stato, Joseph Kabila, è bloccata da spinte contrapposte dei suoi membri e sta frenando le ambizioni dichiarate di Tshisekedi di riformare un Paese segnato dalla corruzione e dalle violazioni dei diritti umani.
Per superare la crisi il Presidente Tshisekedi il 23 ottobre ha promesso di avviare consultazioni con i leader politici e sociali per la creazione di un'unione sacra della nazione. “Considerando che la salvezza del popolo è la legge suprema, ho deciso di avviare dalla prossima settimana una serie di contatti volti a consultare i leader politici e sociali più rappresentativi al fine di raccogliere le loro opinioni in merito creare un'unione sacra della Nazione attorno agli obiettivi suddetti”, aveva annunciato Tshisekedi in un messaggio al popolo congolese.
Nel loro messaggio i Vescovi suggeriscono di affrontare la questione dal lato politico e da quello elettorale. Nel primo caso suggeriscono un chiarimento tra le componenti della coalizione governativa. “Una cosa ci appare certa” affermano. “La dinamica attuale della coalizione non permette la ricostruzione del Paese. Occorre una soluzione politica che rispetti il popolo congolese”.
Per quanto riguarda il percorso elettorale, la CENCO propone una riforma dell'apparato elettorale, insistendo soprattutto sulla "depoliticizzazione e rafforzamento dell'indipendenza dei membri della carica della Commissione Elettorale Indipendente " e raccomanda "realistiche riforme consensuali della legge elettorale”.
La CENCO conclude riaffermando la sua disponibilità ad apportare il suo contributo ad ogni iniziativa che il Presidente prenderà per il bene della nazione.
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ASIA/COREA DEL SUD - La fede nella pandemia: confessionali anti-Covid nella Cattedrale cattolica di Seoul

Fides IT - www.fides.org - qua, 11/11/2020 - 09:15
Seoul - Il Covid-19 non deve avere l'effetto di privare i fedeli dell'accesso ai Sacramenti: come appreso dall'Agenzia Fides, con questa convinzione la Cattedrale cattolica di Seoul ha attrezzato dei confessionali appositamente adattati per permettere di celebrare il Sacramento della Riconciliazione in massima sicurezza, nel rispetto delle misure anti-Covid, sia per il sacerdote che per il penitente.
Nel complesso della Cattedrale di Myeongdong, nel cuore di Seul, i confessionali erano stati chiusi a febbraio del 2020, a causa della pandemia poiché il virus si diffonde facilmente via aerosol in spazi chiusi. Come riferisce una nota inviata a Fides dall'Ufficio Comunicazioni dell' Arcidiocesi, la Chiesa di Seoul ha riorganizzato le procedure operative e le strutture relative alle confessioni, aderendo alle linee guida di sanità pubblica emanate per la prevenzione della diffusione del coronavirus, rispettando i protocolli igienico-sanitari.
Nel nuovo assetto, lo spazio per il sacerdote e quello per il penitente nel confessionale sono ora completamente separati, mentre un apposito sistema di ventilazione è stato installato per impedire la trasmissione del virus tramite vie aeree. Inoltre, in ogni cabina è stata installata una protezione in plexiglas come barriera fisica tra il sacerdote e il penitente, per evitare l'esposizione alle goccioline respiratorie. Infine, dopo la celebrazione del Sacramento, l'intera cabina viene sanificata prima che il penitente successivo proceda alla confessione.
P. Matthias Young-yup Hur, portavoce dell'Arcidiocesi di Seoul e vicepresidente della Commissione diocesana per le Comunicazioni, commenta nella nota inviata a Fides: “La nostra comunità di fede ha dovuto affrontare tempi molto difficili, dato il prolungarsi della crisi pandemica. La riapertura dei confessionali completamente attrezzati è parte dei nostri sforzi per fornire assistenza pastorale ai fedeli. Per trasformare la crisi in un'opportunità, speriamo vi saranno altre iniziative efficaci nel campo del ministero pastorale anche nell'era post-Covid". Secondo la Chiesa locale, afferma il sacerdote, la riapertura dei confessionali rappresenta un deciso segno di speranza che permette di guardare oltre la crisi, offrendo ai battezzati un messaggio essenziale: curare la vita spirituale, coltivare il contatto diretto con Dio, alimentare la fede attraverso i Sacramenti, sono la via maestra per superare, con la grazia di Dio, le difficoltà e le prove dell'esistenza.
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ASIA - Il tortuoso cammino della democrazia “a trazione anteriore” in Asia centrale

Fides IT - www.fides.org - ter, 10/11/2020 - 19:11
Almaty - Esiste una componente culturale, sociale e politica economica, che rappresenta un tratto comune nelle nazioni dell’Asia centrale: Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan e Tagikistan, i cinque “stan”, come vengono definiti tali paesi dell’ex Unione Sovietica sono repubbliche ancora troppo giovani e con tracce di democrazia poco definite nel proprio codice genetico. Lo spiega all’Agenzia Fides don Edoardo Canetta, per vent'anni missionario in Kazakistan, cinque dei quali vissuti da Vicario Generale dell’Asia centrale, e oggi docente all'Accademia Ambrosiana a Milano: “In ognuno di quei cinque paesi è molto difficile trovare una grande tradizione politica o partitica: questo è inevitabile dopo 70 anni di regime comunista. In quell’area del mondo, inoltre, il potere è legato a dinamiche localistiche: vi sono ancora divisioni etniche e di clan non sempre dichiarate, ma molto pesanti, che gravano sulle scelte politiche. Per questo, non è detto che ogni manifestazione di piazza sia una dimostrazione di democrazia”, ha spiegato, riferendosi in particolare alla crisi kirghisa delle scorse settimane. “Viaggiando in queste nazioni come Vicario Generale, ho potuto osservare che, nonostante i tentativi di avvicinarsi ai parametri occidentali, la realtà politica di questi paesi è ancora intrisa di dinamiche proprie della loro eredità nomade. In passato, se non c’era un leader da seguire il popolo non si muoveva, però se questo leader non aveva il consenso del popolo non andava da nessuna parte. E’ quella che ho definito spesso ‘democrazia a trazione anteriore’, caratterizzata cioè da leader politici piuttosto autoritari; ma i leader, senza l’appoggio popolare, non hanno futuro”, spiega don Canetta.
Nell’autunno 2020, gli elettori di Kirghizistan e Tagikistan sono stati chiamati alle urne - nel primo caso si trattava di un voto parlamentare, nel secondo di quello presidenziale - dando vita a due scenari all’apparenza diametralmente opposti. Da una parte, il popolo kirghiso, di fronte ad evidenze di brogli, nelle ore successive al voto è sceso in piazza a Bishkek, capitale del paese centroasiatico, per chiedere l’annullamento delle elezioni da cui risultava vincitore il filorusso Sooronbay Jeenbekov. La crisi, ribattezzata “terza rivoluzione kirghisa”, si è risolta solo due settimane dopo con la salita al potere di Sadyr Japarov, personaggio controverso, legato a clan criminali, che ha di fatto accentrato tutti i suoi poteri, tradendo in qualche modo i propositi democratici della rivoluzione. Dall’altra parte, Emomali Rahmon è stato eletto per la sesta volta presidente del Tagikistan, con più del 90% dei consensi: ciò significa che il potere nel paese dell’Asia centrale è detenuto dalle stesse mani da 28 anni e che, se Rahmon dovesse portare a termine il mandato, il periodo si allungherebbe a 35 anni. In questo caso, l’esito elettorale non ha portato ad alcuna protesta vagamente paragonabile, se non a quelle del popolo bielorusso contro Aljaksandr Lukašėnka, almeno a quelle dei vicini di casa kirghisi. Se, come spiega all’Agenzia Fides il ricercatore Davide Cancarini, il Kirghizistan ha almeno una parvenza di democrazia, in cui la popolazione tende a ribellarsi alle decisioni che ritiene ingiuste, in Tajikistan questo non avviene: insieme al Turkmenistan, il paese guidato da Rahmon, è il più autoritario dell’Asia centrale e, secondo gli osservatori, uno tra i più autoritari a livello mondiale.
Divenuti indipendenti dall’Unione Sovietica solo nel 1991, le cinque nazioni, dunque, hanno davanti a sé un cammino verso il raggiungimento della democrazia ancora piuttosto incerto e che spesso, come spiega a Fides lo studioso e ricercatore Davide Cancarini, ha una connotazione più economica che politica: “Si sta affermando un modello basato su ‘aperture autoritarie’ che richiama vagamente - anche se il paragone può sembrare azzardato - l’esempio cinese”. In particolare, afferma il ricercatore, l’Uzbekistan sembra essere precursore in tal senso: “Dopo la morte dell’autoritario presidente Islom Karimov, il suo successore Shavkat Mirzayev sembra ascoltare maggiormente i bisogni dei cittadini, ma non si può dire che abbia aperto da un punto di vista democratico. Quello che sta cercando di fare Mirzayev è aprire il paese a livello economico per favorire l’afflusso di investimenti esteri e la nascita di un tessuto imprenditoriale locale. Lo sta facendo anche perché è consapevole che in Uzbekistan, un paese di 32 milioni di abitanti tra cui moltissimi giovani, la disoccupazione può diventare un problema sociale pronto ad esplodere”.
Un passo verso la democrazia sembrava essere stato compiuto dal Kazakistan lo scorso anno, con le dimissioni di Nursultan Nazarbayev, alla guida del paese dal 1990. Ma, secondo Davide Cancarini, la realtà si è dimostrata ben diversa: “Il modello di Nazarbayev non è un esempio virtuoso: ha fatto un passo indietro favorendo la salita al potere di Tokayev, un suo uomo e non ha cambiato di molto la situazione. In Kazakistan, proprio per questo, si sono sollevate proteste dovute al fatto che molti cittadini kazaki che non vedevano l’ora che Nazarbaev si facesse da parte, si sono attivati per sfruttare il momento. Le aperture democratiche sperate non ci sono state. Tokayev sta procedendo nel solco di Nazarbayev che, secondo alcuni, è ancora il presidente-ombra”.

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ASIA/MYANMAR - Nomina del Vescovo Ausiliare di Yangon

Fides IT - www.fides.org - ter, 10/11/2020 - 12:09
Città del Vaticano - Il Santo Padre Francesco ha nominato Vescovo Ausiliare dell’Arcidiocesi di Yangon il Rev. Noel Saw Naw Aye, del clero di Yangon, finora Procuratore dell’Arcidiocesi di Yangon e docente di Sacra Scrittura nel Seminario Maggiore, assegnandogli la Sede titolare di Malamocco.
S.E. Mons. Noel Saw Naw Aye è nato il 14 febbraio 1969 a Saukwaigyi Village, nell’Arcidiocesi di Yangon. Ha compiuto gli studi di Filosofia presso l’Istituto di Filosofia del Seminario Maggiore St. Joseph di Pyin Oo Lwin , e quelli di Teologia nel Saint Joseph Theological Institute del medesimo Seminario Maggiore a Yangon . Allo stesso tempo, con la didattica a distanza, ha seguito un corso di Psicologia nell’Università di Yangon, ottenendo il baccalaureato. Dal 2000 al 2002 ha studiato e ha ottenuto un Master’s degree in Sacra Scrittura al St. Joseph’s Seminary & College di New York, Stati Uniti. È stato ordinato sacerdote il 18 marzo 1995 per l’Arcidiocesi di Yangon.
Dopo l’ordinazione sacerdotale ha ricoperto i seguenti incarichi: Assistente nelle Parrocchie di St. John a Pabedan e St. John a Cantonment, Yangon ; Incaricato della pastorale presso la Parrocchia St. Gabriel a North Okkalapa ; Assistente nella Parrocchia St. Augustine a Kamayut, Yangon ; Missionario fidei donum nella Diocesi di Kengtung ; Missionario fidei donum nella Diocesi di Mawlamyine ; Segretario dell’Arcivescovo di Yangon ; Coordinatore dei progetti pastorali per l’Arcidiocesi di Yangon ; Parroco all’Infant Jesus of Prague di Hlaingthayar, Yangon ; Coordinatore per l’educazione, nel Centro di educazione per la gioventù Giovanni Paolo II, Yangon . Dal 2013 è stato Coordinatore della Commissione Episcopale per l’educazione della Conferenza Episcopale del Myanmar e dal 2015 Procuratore dell’Arcidiocesi di Yangon e docente di Sacra Scrittura nel Seminario Maggiore di Yangon.
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EUROPA/AZERBAIGIAN - Tregua in Nagorno Karabakh imposta dalla Russia. L’Arcivescovo Marayati:”Per tanti armeni si tratta di una resa”

Fides IT - www.fides.org - ter, 10/11/2020 - 11:41
Stepanakert – “Quando le armi tacciono c’è sempre da sperare. Ma per tanti armeni, l’accordo sul cessate il fuoco rappresenta solo una resa. Evidentemente, per il governo dell’Armenia non c’era al momento altra soluzione praticabile”. Così Boutros Marayati, Arcivescovo armeno cattolico di Aleppo, commenta a caldo con l’Agenzia Fides la notizia della tregua in Nagorno Karabakh sottoscritta nella tarda serata di lunedì 9 novembre dai leader politici di Armenia e Azerbaigian, con la determinante mediazione del Presidente russo Vladimir Putin. “Al momento” aggiunge l’Arcivescovo Marayati “non si conoscono ancora bene tutti i dettagli dell’accordo, e al riguardo si possono fare solo valutazioni generali. Rimane il dolore per i tanti giovani morti durante le ultime settimane, e la speranza che il Nagorno Karabakh rimanga comunque una terra in cui gli armeni possono continuare a frequentare le loro chiese e andare avanti nel solco delle loro tradizioni”.
Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan è stato il primo a annunciare via Facebook la firma di un accordo – da lui stesso definito “doloroso” - con i Presidenti di Azerbaigian e Russia per porre fine alla guerra in Nagorno Karabakh.La sua dichiarazione è arrivata poche ore dopo la conferma che la città chiave di Shushi era stata presa dall’esercito azero, mentre le forze militari di Baku si apprestavano a puntare su Stepanakert, capoluogo della regione contesa.
L’accordo pone fine a sei settimane di feroci combattimenti che hanno provocato la morte di
centinaia di persone. Il leader armeno Pashinyan, nel suo messaggio, ha spiegato di l'accordo rappresentava "la migliore soluzione possibile alla situazione attuale".
Dal canto suo, il Presidente azero Ilham Aliyev, in un discorso televisivo, ha descritto l’accordo come una "capitolazione" da parte dell'Armenia. "L'abbiamo costretto a firmare questo documento", ha detto Aliyev riferendosi al primo ministro armeno Nikol Pashinyan, e aggiungendo che "Questa è sostanzialmente una capitolazione". Il Presidente azero ha aggiunto che l’accordo prevede la dislocazione di truppe russe in Nagorno Karabakh per i prossimi 5 anni. “La dichiarazione odierna” ha aggiunto Putin “indica che Russia e Turchia hanno una missione congiunta di mantenimento della pace. Stiamo creando un formato completamente nuovo per i rapporti nella regione".
Anche il Presidente russo Vladimir Putin, in una dichiarazione trasmessa dalla tv Rossiya 24, ha dato notizia dell’accordo sul cessate il fuoco in Nagorno Karabakh, aggiungendo che al momento l'Azerbaigian e l'Armenia manterranno le posizioni sotto il loro controllo, e attendendo il dispiegamento di peacekeeper russi lungo la linea del fronte e a presidio del corridoio che collega il Karabakh con l'Armenia. Le persone sfollate e i rifugiati interni faranno ritorno alle proprie zone di provenienza, sotto il controllo dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati".
In Armenia, la notizia dell’accordo sul cessate il fuoco è stata seguita da manifestazioni di protesta. I manifestanti hanno anche assediato il Parlamento e avuto scontri con gli agenti di scorta di Ararat Mirzoyan, Presidente dell’Assemblea parlamentare, il quale ha definito i contestatori come militanti manovrati “dai criminali dell’ex governo”, agenti dei gruppi di potere che in passato “hanno derubato il popolo, l’esercito e i nostri figli”. Iveta Tonoyan, leader del Partito di opposizione "Prospera Armenia", ha espresso appoggio alle proteste di piazza, e ha invitato il Primo Ministro Pashenyan a dimettersi, definendo la firma dell’accordo come "la pagina più imbarazzante della nostra storia". Secondo quanto disposto dall’accordo entro i primi di dicembre truppe armene dovranno ritirarsi dai territori occupati al momento del cessate il fuoco.
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AMERICA/MESSICO - Una spirale di disumanizzazione e di crudeltà nella società: perché la vita umana ha cessato di avere valore?

Fides IT - www.fides.org - ter, 10/11/2020 - 11:09
Città del Messico – “Nelle ultime settimane sono venuti alla luce fatti preoccupanti: il ritrovamento dei corpi di due bambini smembrati nel centro storico di Città del Messico; lo scherzo sproporzionato verso un povero giovane, fatto dai suoi compagni di scuola superiore; il disprezzo di molte persone per le misure di prevenzione sanitaria. Tutti riflettono, a diversi livelli, una spirale di disumanizzazione e crudeltà nella nostra società". Con queste parole preoccupate inizia l'editoriale del settimanale dell'arcidiocesi di Mexico "Desde la Fe", con il titolo “Allerta”: di fronte alla disumanizzazione, riflettiamo, perché la vita umana ha cessato di avere valore?
La riflessione parte dalla terribile notizia del ritrovamento, la scorsa settimana, dei resti di due giovani di 12 e 14 anni, dell'etnia Mazahua, contenuti nei sacchi della spazzatura mentre una persona li trasportava su una carriola nel centro della capitale.
“Questi sfortunati eventi hanno cause molteplici e molto complesse, ma senza dubbio, al centro, ciò che è decisivo è l'amore. Dove c'è violenza, ci sono cuori feriti che non si sono sentiti abbastanza amati, o non si sono lasciati amare, o hanno distorto la loro esperienza d'amore. La violenza sociale di solito inizia all'interno delle famiglie e delle famiglie, ed è una conseguenza della mancanza di profondità nei legami, dell'abbandono in cui vivono tanti bambini, adolescenti e giovani. Di fronte a questa crescente disumanizzazione, invece di lamentarci di ciò che non possiamo cambiare, dobbiamo scommettere su azioni che sono alla nostra portata, nella realtà e nelle circostanze in cui ciascuno di noi vive".
Una riflessione che si può senza problemi "allargare" fino a comprendere diversi "luoghi di periferia", come il problema dei migranti, il problema dei bambini centroamericani espulsi dagli Usa verso il Messico, il razzismo verso le popolazioni indigene dello stesso Messico.
Riguardo a questo orrendo fatto di cronaca, sebbene il governo di Città del Messico abbia negato per molti anni la presenza di cartelli della droga nel suo territorio, nell'ultimo anno è stata evidente la presenza di gruppi come il cartello Jalisco Nueva Generación e di spacciatori che si contendono il controllo del centro storico. Un fenomeno nuovo che fa paura è quello denominato dei "Narcomenudistas", vale a dire di gruppi di bambini che spacciano droga e usano la violenza, anche criminale, per difendere il loro territorio.
L'editoriale viene pubblicato in un contesto in cui, da gennaio a settembre di quest'anno, almeno 1.777 ragazze, ragazzi e adolescenti sono stati vittime di omicidio, ovvero sette di loro muoiono o scompaiono ogni giorno, secondo la Rete per i diritti dell’Infanzia in Messico . Il Messico ha battuto il suo record storico con oltre 35.600 omicidi nel 2019, mentre per il 2020 si stima un nuovo record con oltre 40.000 crimini, secondo il governo.

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AFRICA/ETIOPIA - Conflitto nel Tigrai; i primi rifugiati etiopici in arrivo nel Sudan

Fides IT - www.fides.org - ter, 10/11/2020 - 11:08

Addis Abeba - Profughi etiopi e soldati hanno attraversato il confine sudanese ieri, 9 novembre, in fuga dai combattimenti nella regione del Tigrai.
Secondo testimonianze raccolte dalla stampa sudanese gli etiopi in fuga hanno attraversato il confine nella località di Fashaqa, a nord-est dello Stato di Gadaref. Tra queste vi sono quattro famiglie insieme a 30 membri dell'esercito federale etiope delle tribù Amhara con le loro armi.
I combattimenti nel Tigrai hanno visto una parte dei militari di stanza nella regione passare sotto il controllo delle autorità regionali del Tigrai che si oppongono al governo federale di Addis Abeba.
Centinaia di persone sono state uccise nel conflitto armato scoppiato il 4 novembre nella zona settentrionale dell'Etiopia, vicino al confine sudanese ed eritreo. Il Sudan e l'Eritrea hanno schierato truppe nella zona di confine per prevenire l'estensione delle ostilità nei loro Paesi.
Mentre i combattimenti continuano – le forze di Addis Abeba affermano di aver conquistato la base aerea di Humera al confine con Eritrea e Sudan - si susseguono gli appelli alla pace. Dopo quelli di Papa Francesco , e del Segretario Generale dell’ONU António Guterres, anche il governo del Sudan e l’IGAD , hanno lanciato appelli alla fine dei combattimenti e al negoziato.
I Vescovi cattolici dell’Etiopia da parte loro hanno pubblicato una dichiarazione nella quale avvertono “se i fratelli si uccidono, l'Etiopia non guadagnerà nulla. Invece ciò porterà il Paese al fallimento e non gioverà a nessuno” e invitano “gli etiopi a non prendere alla leggera il conflitto", aggiungendo che "tutti dovrebbero prenderlo sul serio e contribuire alla causa della riconciliazione, rafforzare l'unità nazionale e garantire pace e sicurezza”.
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AMERICA/URUGUAY - Tempo di speranza, tempo di preoccupazione, ma “è sempre tempo di Dio”

Fides IT - www.fides.org - ter, 10/11/2020 - 10:47
Florida – I Vescovi della Conferenza episcopale dell'Uruguay si sono incontrati dal 3 al 7 novembre a Florida. Nel comunicato pubblicato al termine dei lavori, pervenuto a Fides, informano che hanno iniziato con una giornata di ritiro e di riflessione, quindi hanno condiviso la realtà pastorale di ciascuna diocesi, in questo momento speciale. I Vescovi hanno quindi incontrato il Nunzio Apostolico, Mons. Martin Krebs; l'Equipe incaricata di preparare il corso su "Tutela dei minori e prevenzione degli abusi sessuali", che sarà rivolto a tutti coloro che nelle parrocchie, istituzioni o attività della Chiesa lavorano con minori o persone vulnerabili; la nuova équipe di Radio Maria. Il Segretario esecutivo della Cáritas e il Segretario del Dipartimento di Pastorale Sociale della CEU hanno informato delle iniziative per rafforzare il coordinamento e la collaborazione con la Pastorale Sociale delle Diocesi. I Vescovi hanno poi deciso di rinviare il V Congresso Eucaristico Nazionale, visto il prolungarsi dell'attuale situazione pandemica.
Infine hanno preparato il messaggio "Guardare con Dio questo momento", in cui offrono il loro sguardo di Pastori sulla realtà generata dalla pandemia. Il messaggio è stato diffuso domenica 8 novembre, Solennità della Vergine dei Trentatré, Patrona del Paese, quando riuniti nel suo Santuario, in comunione con tutte le comunità ecclesiali della nazione, i Vescovi hanno rivolto la Supplica alla Madre celeste per la fine della pandemia .
Il messaggio diffuso dal Santuario mariano, è articolato in tre punti: “E’ tempo di speranza”, “E’ tempo di preoccupazione”, “E’, sempre, tempo di Dio”. “In questo tempo di pandemia – iniziano i Vescovi -, che ha lasciato senza effetto o in sospeso tanti progetti personali e collettivi, le cui conseguenze finali ancora non possiamo prevedere, rendiamo innanzitutto grazie a Dio per tutto il bene che ha fatto nascere nel cuore degli uomini e delle donne. della nostra terra. In tutto questo troviamo motivi di speranza”. Citano quindi le diverse attività di solidarietà e di aiuto che sono nate, l’attenzione agli anziani, le nuove forme di telelavoro, l’impegno delle parrocchie a mantenere i contatti con i fedeli attraverso le reti sociali, lo sforzo dei centri di educazione cattolica per non lasciare gli alunni senza istruzione, i servizi della Chiesa e dello stato per i senzatetto e i migranti…
Tra i motivi che destano timore, i Vescovi sottolineano che “la salute continua a essere una grande preoccupazione” non solo per quanto riguarda il Covid-19 ma anche per chi ha bisogno di assistenza ordinaria e in particolare per le persone sole. Quindi “le prospettive incerte dell’economia e dei relativi posti di lavoro”, come la situazione dei lavoratori informali, disoccupati e senza assicurazione sanitaria. Preoccupa anche la mancanza di contatti con i familiari e gli amici, le tensioni che sono cresciute all’interno delle famiglie costrette all’isolamento. “Al di là degli encomiabili sforzi per mantenere l'insegnamento attraverso le piattaforme digitali e lo sforzo per recuperare il tempo dalle lezioni in presenza – proseguono -, molti genitori e persino gli stessi studenti si chiedono cosa significherà questo anno scolastico nella loro vita”.
L’ultima parte del messaggio evidenzia che “è sempre tempo di Dio”. Se questi sono i tempi che ci è dato vivere, è tempo di considerare cosa dà senso alla nostra vita, di cercare le risposte alle domande più profonde, “questa risposta i cristiani la trovano in Gesù Cristo risorto”. Infatti, scrivono i Vescovi, “C'è ‘un tempo per tutto’, ma è sempre il tempo di Dio; un momento in cui ci manifesta il suo amore e la sua presenza in modi diversi. È sempre il momento in cui è possibile amare. C'è sempre un gesto, un servizio, un atto d'amore che possiamo fare per gli altri”.
Infine, facendosi interpreti dei dubbi e delle ansie di molti, esortano: “La pandemia continua a sollevare interrogativi sull'amore provvidente di Dio che permette a queste dolorose realtà di colpire il mondo. Cosa vuole dirci Dio in questa situazione? In cerca di risposte, in tutta la Parola di Dio e nella storia della Chiesa vediamo che queste calamità sono sempre state ricevute come una chiamata alla conversione, a mettere da parte il peccato e a rivolgersi a Dio. Anche oggi i Vescovi dell'Uruguay vogliono rinnovare la loro fiducia in Gesù Cristo, Signore della storia, Salvatore del mondo”.
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EUROPA/ITALIA - Missione è essere testimoni e non fare proselitismo. Shalom, fratellanza, perdono: padre Gigi Maccalli incontra Papa Francesco

Fides IT - www.fides.org - ter, 10/11/2020 - 10:17
Roma – “E’ stato un momento di grandi emozioni. Non avrei mai pensato di trovarmi un giorno a tu per tu con la sua persona, di potergli stringere la mano” ha detto padre Gigi Maccalli all’Agenzia Fides subito dopo aver incontrato Papa Francesco nel Palazzo Apostolico. Il sacerdote della Società per le Missioni Africane, liberato dopo due anni di prigionia tra le mani degli jiadisti in Niger e Mali , ha raccontato con profonda commozione questo incontro speciale con il Papa. “Mi ha messo subito molto a mio agio, io pensavo di ascoltare la sua parola e invece è stato molto attento e partecipe nell’ascoltare quanto gli raccontavo di questa vicenda che mi ha sorpreso e che mi ha portato in questo lungo viaggio di due anni. Gli ho espresso le difficoltà che ho incontrato e soprattutto lo stato d’animo nel pensare a quanti avevo lasciato, la famiglia, la comunità dalla quale sono stato strappato bruscamente e gli ho chiesto di portarli in preghiera, in modo particolare la comunità di Bomoanga e tutta la Chiesa del Niger che anche dopo il mio rapimento ha avuto momenti difficili, altri attacchi che hanno causato morti.” “Il Papa - ha sottolineato p. Maccalli - mi ha ascoltato attentamente come un vero Padre che ascolta un figlio che viene da tanto lontano. La sua parola è stata di incoraggiamento. Lui stesso ha sottolineato come il periodo che stiamo vivendo, particolarmente per l’Africa, sia un dilagare dell’odio e della violenza e di quanto sia importante oggi testimoniare la fraternità. Al riguardo io stesso gli ho raccontato che pur in questa situazione non porto rancore, sono sereno. Dei ragazzi giovani che mi custodivano e sorvegliavano, pur maneggiando un kalashnikov, dicevo: sono solo ragazzi che non sanno quello che fanno.
Sono convinto che la nostra missione di missionari in Africa e nelle periferie del mondo è quella di testimoniare lo shalom, la fratellanza e il perdono e questo ho iniziato ad offrirlo alla gente che mi custodiva con forza e dicevo tra me: la via della non violenza deve saperci portare altrove perché non è la violenza che fa questo mondo nuovo.”
Papa Francesco ha ricordato il Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune siglato in occasione del Viaggio Apostolico negli Emirati Arabi a febbraio del 2019, “come impegno tra islam e religione cattolica, per cercare cammini alternativi a questa violenza che purtroppo sembra fare la voce più grossa.”
“P. Antonio Porcellato , che mi ha accompagnato dal Papa, lo ha voluto ringraziare anche per lettera enciclica Fratelli tutti, perché come missionari ci sentiamo molto sostenuti dalle sue affermazioni e impegnati a concretizzare proprio nel quotidiano. Io ho aggiunto che è questo dialogo al quotidiano che potrà fare di noi dei fratelli, lasciando perdere l’ideologia, che tante volte stravolge, e andare più al concreto, vivere questo rapporto al quotidiano attenti ai bisogni delle persone e delle comunità. Lì possiamo trovare un terreno di intesa e di crescita.”
“Lo stesso Niger, dal quale io provengo, ha sempre avuto buoni rapporti con queste realtà, che sono maggioranza. L’Islam in Niger infatti supera il 98%, questa ventata di islamismo, come pure il termine fanatico, porta a male interpretare e mal vivere una realtà con la quale siamo chiamati a convivere, a camminare insieme. Si è sempre fatto in alcuni paesi, lo stesso Papa ha sottolineato che in certe comunità si vive questo e ci ha fatto l’esempio di come durante l’Anno del Giubileo della misericordia, dalla Porta Santa che era stata aperta in una chiesa c’erano dei cristiani che andavano a confessarsi e altri che andavano direttamente alla statua della Madonna, la mamma di Gesù, e a chi chiedeva ma voi siete mussulmani rispondevano ‘il giubileo è anche per noi, Maria è la mamma di Gesù, noi veniamo e sosteniamo’. Questi rapporti – si chiede padre Gigi – possono essere l’eccezione? Non lo so, possono essere la norma, lo speriamo ma se noi seminiamo pace, solidarietà, dialogo potranno crescere. Nel mio piccolo, il giorno della mia liberazione dissi al mio mediatore: che Dio ci dia un giorno l’occasione di farci capire che siamo tutti fratelli e lui mi rispose ‘no, no fratello per me è chi è musulmano’. Sappiamo che bisogna seminare con larghezza e il seme forse crescerà in un modo che non è dato a noi di capire e di comprendere. Seminare fratellanza, perdono pace, penso che questa sia la nostra missione. Il Papa ci ha incoraggiati in questo, ricordando che la missione è essere testimoni e non fare proselitismo, parola che forse suona male, che forse ha fatto un tempo, abbiamo anche noi da chiedere perdono. Oggi la missione va su altre sponde e lui ci ha incoraggiato a testimoniare la nostra Fede così.”
A conclusione di questa sa testimonianza p. Maccalli ha detto: “La preghiera corale, comunità della chiesa tutta, mi ha sostenuto e, in tutta risposta, il Papa mi ha detto ‘anche tu hai sostenuto la chiesa’. E' la Croce che spezza le catene dell’odio e della violenza. Come Gesù ha fatto, ha accolto questo annientamento, questa sconfitta umana. Noi sappiamo che questo è il cuore della nostra Fede, che solo attraverso la Croce nasce questo mondo nuovo. A me è stato dato di sperimentarlo con questo sequestro, ho avuto il privilegio di soffrire con Gesù in croce e di offrire questa sofferenza per questo mondo nuovo”.
“Per me è stato un tornare a casa - conclude il missionario - per altri ostaggi non ancora. Ho invitato anche il Papa a pregare gli loro. Quando si è vissuto dall’interno la stessa esperienza si capisce quanto sia doloroso e sofferto il vedere giorno dopo giorno, attendere un’alba nuova. Io mi dicevo speriamo sia domani e questo domani per me è arrivato. Spero che arrivi per questi altri che sono in cattività.”
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ASIA / PAKISTAN - I cristiani in Pakistan: le caricature del Profeta Maometto e le offese alle religioni seminano odio nel mondo

Fides IT - www.fides.org - ter, 10/11/2020 - 09:18
Karachi - “Diffondere caricature del Profeta Maometto, il Profeta dell'Islam, crea disarmonia tra nazioni, paesi e religioni nel mondo e influisce negativamente sulla pace mondiale”: è quanto rileva il Cardinale Joseph Coutts, Arcivescovo di Karachi, in un messaggio inviato all'Agenzia Fides, riferendosi alla crisi internazionale generata dalla ripubblicazione delle vignette sul Profeta Maometto sulla rivista "Charlie Hebdo" in Francia. Il Cardinale Coutts, il cui motto episcopale è "Armonia" inoltre afferma: "Deploriamo e ci rattristiamo per le caricature diffuse da una rivista con sede a Parigi. Questi atti offensivi sono contrari la libertà di espressione in quanto non solo feriscono i sentimenti dei musulmani ma anche delle persone di altre religioni". I cristiani in Pakistan rileva il Cardinale, vogliono esprimere unità con i musulmani del Pakistan e del mondo, come segno di solidarietà, invocando il rispetto di ogni religione e dei suoi personaggi e simboli e d'atra parte condannano fortemente ogni atto terroristico condotto in nome della religione.
P. Saleh Diego, Vicario generale dell'Arcidiocesi di Karachi e direttore della Commissione episcopale per la Giustizia e la pace, concorda, chiedendo alle autorità francesi "di intervenire per evitare tali azioni che stanno rovinando l'unità e la pace tra persone di varie religioni" .
Alche l'Arcivescovo Francis Shaw, alla guida della comunità cattolica di Lahore, ha dichiarato: “È triste per noi, siamo uniti ai nostri fratelli musulmani e siamo solidali con le vittime del terrorismo in Europa. Ci appelliamo all'Unione Europea, alle Nazioni Unite affinché elaborino le leggi secondo cui a nessun Paese dovrebbe essere permesso di disonorare il Profeta o il Libro Sacro di nessuna religione: questo semina odio tra l'umanità e colpisce l'amore, la fraternità e l'unità tra persone di religioni diverse, alimentando fanatismo e terrorismo, che è sempre ingiustificato”.
Il frate cappuccino p. Abid Habib OFM Cap, che vive a Lahore, parlando a Fides ha spiegato: “Deploriamo l'atto del presidente francese Emmanuel Macron per aver dato il permesso che la vignetta offensiva del Profeta Muhammad venisse ripubblicata. Suggeriamo ai fratelli e sorelle musulmani in Europa di non reagire con la violenza ma fare solo quanto è vantaggioso per tutti. E' importante dialogare e cercare di rimuovere l'islamofobia attraverso la comprensione reciproca ”.
I cristiani in Pakistan in tutto il Pakistan, conclude, condannando ogni atto blasfemo e sacrilego verso le religioni, che rovina la pace del mondo e lo spirito di fraternità tra i popoli, soffiando sul fuoco della violenza terrorista.

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ASIA/MYANMAR - Voto senza tensioni: verso un consolidamento della Lega nazionale per la democrazia

Fides IT - www.fides.org - seg, 09/11/2020 - 12:17
Yangon - I risultati delle elezioni birmane che si sono tenute domenica 8 novembre nel Paese asiatico, nella prima tornata elettorale svoltasi sotto l’egida di un governo civile, stanno riconfermando il consolidamento politico che la Lega nazionale per la democrazia della leader Aung San Suu Kyi ebbe nel primo voto democratico del 2015. La Nobel per la pace è stata rieletta alla Camera bassa nel seggio della township di Kawhmu, a Yangon, l’ex capitale dove sono andate a votare oltre 5 milioni di persone. L’affluenza, come nella passata tornata, è stata molto alta anche se ancora non vi sono dati ufficiali: lunghe code si sono registrate davanti ai seggi che, aperti sin dalle prime ore del mattino, hanno chiuso alle 4 pomeridiane. Molte delle dichiarazioni raccolte dalla stampa locale e diversi sondaggi indicano una netta preferenza dei cittadini per la Lega.
Le elezioni si sono svolte in un clima pacifico e la Commissione elettorale ha espresso il suo compiacimento per l’andamento della giornata elettorale nonostante le restrizioni dettate dal coronavirus. Non di meno, circa un milione di persone non hanno potuto votare nelle zone dove è in corso il conflitto armato tra l’esercito birmano, e l’Arakan Army, un gruppo armato locale autonomista: è avvenuto nel Rakhine, lo Stato nordoccidentale dove la Commissione elettorale ha deciso di chiudere 9 delle 17 circoscrizioni elettorali per motivi di sicurezza. I partiti arakanesi si sono sentiti deprivati di rappresentanza, stessa lamentela per almeno un milione di Rohingya, la vasta minoranza musulmana del Rakhine, che vive ora all’estero dove è fuggita soprattutto dopo i massacri anti musulmani del 2012 e soprattutto del 2017, quando oltre 700mila cercarono rifugio in Bangladesh. Nemmeno costoro hanno potuto votare, anche se va ricordato che nemmeno quando vivevano in Myanmar era loro consentito recarsi alle urne.
Una nuova vittoria della Lega garantirebbe un rafforzamento del processo democratico, pur con le molte ombre che lo sovrastano, e la ripresa di un percorso assai complessa per garantirlo: già nei primi mesi di quest’anno la Lega aveva tentato di cambiare la Costituzione che, proprio in materia elettorale, resta estremamente favorevole al potere militare. La Carta, infatti, garantisce n quarto dei seggi parlamentari a militari scelti dal Comandante in Capo dei Servizi di Difesa: nella Pyithu Hluttaw – la Camera bassa – su 440 seggi solo 330 vengono infatti eletti col voto popolare dell’8 novembre mentre i restanti 110 saranno nominati dall’esercito. Cosi come la Amyotha Hluttaw avrà 224 seggi eletti e 56 di nomina militare. Inoltre, la Costituzione, voluta dai militari e approvata nel 2008 con un referendum, consegna ai rappresentanti dell’esercito i tre dicasteri di Interno, Difesa e Frontiere.
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ASIA/GIORDANIA - Elezioni politiche: il Vicario patriarcale Shomali invita a non disertare le urne, nonostante la pandemia

Fides IT - www.fides.org - seg, 09/11/2020 - 12:01
Amman – Le elezioni politiche nel Regno Hascemita di Giordania, in programma martedì 10 novembre, si svolgono in un contesto segnato dall’impennarsi dei contagi da Covid-19 e dall’aggravarsi della crisi economica, mentre il Paese continua a ospitare non meno di 650mila rifugiati siriani. Le circostanze potrebbero spingere molti a disertare le urne. Invece proprio tale contesto rende ancor più urgente farsi carico delle proprie responsabilità di cittadini nei confronti del bene comune. E’ questo il pensiero del Vescovo William Shomali, Vicario patriarcale per la Giordania del Patriarcato latino di Gerusalemme, che in vista delle elezioni ha diffuso un messaggio per invitare tutti a partecipare alla tornata elettorale, osservando ovviamente tutte le precazioni volte a impedire che l’appuntamento elettorale diventi occasione di una ulteriore diffusione dei contagi.
“Abbiamo un’occasione preziosa” si legge nell’appello del Vescovo Shomali, “per scegliere i nostri rappresentanti” e “realizzare le riforme necessarie alla promozione del Paese”, a partire dalla lotta alla corruzione. Rivolgendosi in particolare ai cattolici, il Vicario patriarcale per la Giordania cita il Catechismo della Chiesa cattolica, ricordando che “la sottomissione all`autorità e la corresponsabilità nel bene comune comportano l`esigenza morale del versamento delle imposte, dell`esercizio del diritto di voto, della difesa del Paese”. Il messaggio del Vescovo Shomali si conclude invocando Dio affinché “benedica la famiglia hashemita, guidata da Sua Maestà il Re Abdullah II bin Al Hussein, e protegga il governo giordano e i servizi di sicurezza che vigilano sulla nostra tranquilla convivenza”.
I 4,6 milioni di giordani con diritto di voto sono chiamati a eleggere 130 parlamentari. Il sistema elettorale probabilmente garantirà il controllo della maggioranza dei seggi ai candidati e alle forze legate ai clan tribali che tradizionalmente appoggiano il governo espresso dalla Monarchia. I candidati in lizza sono 1717, e tra essi figurano 368 donne. 9 seggi sono riservati a candidati cristiani, 3 seggi sono riservati alla minoranza etnica e altri tre a quella dei ceceni. Il Fronte di Azione Islamica , Partito islamista giordano legato alla Fratellanza Musulmana, rappresenta la principale formazione d’opposizione antigovernativa, e nella precedente assemblea parlamentare occupava 16 seggi.
Le elezioni – concordano gli analisti – si svolgono in un clima di generale apatia, e alcuni gruppi hanno invitato a disertare le urne, criticando la decisione di confermare l’appuntamento elettorale nonostante la crescita dei contagi da Covid-19 registrata nel Paese. L’affluenza ai seggi potrebbe non superare la soglia del 30 per cento degli aventi diritto al voto.
Subito dopo la tornata elettorale scatterà un lockdown di 4 giorni, con l'obiettivo di provare a frenare i contagi che dall’inizio della pandemia, secondo dati forniti dal ministero della sanità, hanno proprio negli ultimi giorni superato abbondantemente la soglia dei 100mila contagiati, con più di 1250 decessi.
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AFRICA/ETIOPIA - Si aggrava il conflitto nel Tigrai. Papa Francesco invita “al rispetto fraterno, al dialogo e alla ricomposizione pacifica delle discordie”

Fides IT - www.fides.org - seg, 09/11/2020 - 11:53

Addis Abeba – Si aggrava il conflitto nelle nella regione settentrionale etiopica del Tigrai dove secondo l'organizzazione umanitaria Medici Senza Frontiere, i combattimenti hanno provocato sei morti e almeno 60 feriti, mentre un medico locale sotto condizioni di anonimato ha affermato che quasi 100 soldati governativi sono stati trattati per ferite da arma da fuoco in un ospedale nella regione dell'Amhara settentrionale.
Il primo ministro etiope e vincitore del premio Nobel per la pace dello scorso anno, Abiy Ahmed, ha inviato truppe federali e aerei nel Tigrai ufficialmente per rispondere all’assalto ad una base dell’esercito nella regione. Fonti locali affermano che l’aviazione di Addis Abeba ha lanciato 10 attacchi aerei nei giorni scorsi.
I combattimenti hanno portato la seconda nazione più popolosa dell'Africa sull'orlo di quella che, secondo gli analisti, potrebbe essere una lunga e sanguinosa guerra civile, che potrebbe estendersi ad altri Stati del Corno d’Africa.
Dopo l’Angelus di ieri domenica 8 novembre, Papa Francesco ha rivolto un appello a fermare i combattimenti e a perseguire la strada della pace. “Seguo con preoccupazione le notizie che giungono dall’Etiopia” ha detto il Pontefice. “Mentre esorto a respingere la tentazione dello scontro armato, invito tutti alla preghiera e al rispetto fraterno, al dialogo e alla ricomposizione pacifica delle discordie”
La crisi sta avendo conseguenze pure sul governo centrale. L’8 novembre il Premier Ahmed ha annunciato importanti cambiamenti al suo governo, sostituendo il capo dell'esercito, il direttore dell'intelligence, il commissario federale di polizia e il ministro degli esteri.

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ASIA/PAKISTAN - L'Alta Corte del Sindh: quello della cattolica Arzoo è "matrimonio precoce"

Fides IT - www.fides.org - seg, 09/11/2020 - 11:23
Karachi - “Secondo il rapporto della Commissione medica costituita il 5 novembre, la ragazza cattolica Arzoo Raja è di età compresa tra i 14 ei 15 anni; i giudici hanno verificato i suoi dati sul suo certificato di nascita, rilasciato da National Database and Registration Autorità del Pakistan e dal certificato scolastico, confermando la ragazza come minorenne. L'Alta Corte del Sindh ha ordinato che ragazza debba soggiornale in una Casa di accoglienza del governo per altre due settimane, fino alla prossima udienza di lunedì 23 novembre”: lo dichiara all'Agenzia Fides l'avvocato Muhammad Jibran Nasir, l'avvocato dei genitori di Arzoo Raja, dopo l'udienza tenutasi oggi, 9 novembre a Karachi, sul caso della ragazza cattolica rapita, convertita e sposata a forza con un uomo musulmano . In un passo favorevole alla famiglia della ragazza, la Corte ha dunque riconosciuto ufficialmente che si tratta di un caso di "matrimonio precoce", vietato dalla legge.
L'avvocato Muhammad Jibran Nasir ha inoltre affermato: “In questa fase è stata affrontata la questione del matrimonio infantile. Il Sindh Marriage Act 2013 proibisce il matrimonio di bambini di età inferiore ai 18 anni e prevede una punizione per le persone coinvolte in un matrimonio infantile, inclusa la persona che organizza il matrimonio e il tutore del bambino ”. L'avvocato Nasir aggiunge: “I giudici hanno anche ordinato alle forze di polizia investigativa di aggiungere all'inchiesta le persone coinvolte in questo matrimonio precoce, in particolare quanti hanno prodotto documenti falsi per dichiarare come 18 enne una ragazza minorenne e quanti hanno organizzato ed eseguito concretamente il matrimonio”.
L'avvocato informa: “La Corte lo ha definito un matrimonio precoce, confermando che la ragazza dovrà restare in una casa di accoglienza in quanto, per ora, la ragazza si è rifiutata di andare con i suoi genitori e ha chiesto di andare con il suo presunto marito Ali Azhar, il suo rapitore". Secondo il legale, "la ragazza è ancora traumatizzata, il modo in cui è stata rapita, costretta a sposarsi e abusata dice che Arzoo ha subito violenti traumi fisici e psicologici e ha bisogno di tempo per riprendersi”.
Ghazala Shafiq, attivista cristiana per i diritti umani parlando a Fides ha dichiarato: “A nome della Chiesa, della società civile e della comunità cristiana siamo grati al Governo del Sindh e alla Corte per aver avviato questo caso e aver ascoltato il grido di dolore genitori della minorenne cattolica rapita. L'ordine di prendere in custodia la ragazza rapita entro tre giorni, e l'ordine di costituire rapidamente una commissione medica e di condurre i test necessari per definire l'età corretta testimoniano il sostegno del Governo e della Corte”.
Intanto gruppi e movimenti cristiani e della società civile continuano a tenere manifestazioni pacifiche e proteste per rendere giustizia ad Arzoo e a tutte le ragazze appartengono alle minoranze religiose rapite e costrette alla conversione e al matrimonio con i loro rapitori. Il fenomeno, secondo i dati delle Ong, coinvolge almeno mille ragazze cristiane e indù ogni anno.
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AFRICA/BURKINA FASO - I Vescovi: “Lavoriamo per fare veramente del Burkina Faso il Paese degli uomini integri e una Nazione unita”

Fides IT - www.fides.org - seg, 09/11/2020 - 11:10
Ouagadougou – “Lavoriamo per fare veramente del Burkina Faso il Paese degli uomini integri e una Nazione unita: la storia del nostro Paese è quella di un popolo che ha sempre saputo fare delle differenze culturali, etniche o religiose che caratterizzano i suoi cittadini, fonte di ricchezza e esempio di coesione agli occhi del mondo”. È l’esortazione dei Vescovi del Burkina Faso nel loro messaggio in vista delle elezioni presidenziali e legislative del 22 novembre.
“Le differenze di opinione politica devono anche essere ricchezza e non fonte di divisione, mezzo per manipolare l'opinione o mezzo di sovversione. Invece che vedere nei momenti difficili che stiamo attraversando, delle opportunità per trarre il massimo beneficio per sé o per il proprio partito, ogni cittadino deve investire e mettere il proprio orgoglio nel lavorare per il bene di tutti, per l’onore della patria” afferma il messaggio giunto all’Agenzia Fides.
Il Burkina Faso sta attraversando un momento difficile tra la pandemia da Covid-19 e l’instabilità provocata da gruppi armati jihadisti in diverse aree. Una situazione denunciata dai Vescovi che scrivono: “Circondati da ogni parte dall'idra del terrorismo, continuiamo a contare i nostri morti e a vedere centinaia e migliaia di nostri compatrioti arrivare, in particolare dal Sahel, dal nord, dal centro-nord, Est, Centro-Est, Boucle du Mouhoun e Cascades, cacciati, perseguitati, espropriati delle loro proprietà e costretti a rifugiarsi nella loro patria”.
“È in questo contesto di insicurezza, aggravato dalla pandemia Covid-19 che ha mobilitato e tuttora mobilita il personale sanitario al quale rendiamo omaggio per coraggio, patriottismo e umanesimo, che la voce dei Vescovi del Burkina Faso vuole essere uno di fiducia e di speranza alla vigilia delle elezioni” prosegue il messaggio.
I Vescovi concludono chiedendo “a tutti i credenti delle diverse confessioni religiose, una preghiera incessante affinché Dio accompagni queste elezioni".
Sono 13 i candidati alla Presidenza della Repubblica mentre sono 10.652 quelli per il Parlamento. Il Presidente uscente Roch Marc Christian Kaboré, al potere dal 2015 è in lizza per un secondo mandato.


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AMERICA/PARAGUAY - Messaggio dei Vescovi: “Fratelli tutti, uniti nella speranza e nell'impegno per il bene comune”

Fides IT - www.fides.org - seg, 09/11/2020 - 11:00
Asunciòn – “Noi Vescovi del Paraguay, riuniti nella 227a Assemblea Plenaria Ordinaria in un contesto insolito per la vita della Chiesa e del Paese per la situazione sanitaria, in un clima di preghiera e di affetto fraterno, vogliamo camminare insieme al nostro popolo per condividere la fede, la speranza e la carità secondo la nostra missione evangelizzatrice. Con rinnovata insistenza e urgenza, vogliamo ricordare che siamo fratelli e che tutti abbiamo bisogno l'uno dell'altro”. Inizia con queste parole il messaggio della Conferenza Episcopale del Paraguay pubblicato al termine della Assemblea ordinaria, tenutasi dal 2 al 6 novembre, in collegamento virtuale.
I Vescovi ricordano che “la pandemia di Covid-19 ha cambiato i nostri piani e progetti, influenzando molti aspetti della nostra vita”, “è un momento difficile, di grande incertezza, segnato dalla sofferenza, dal dolore e dal lutto di molte famiglie”, “molti connazionali sono in difficoltà finanziarie e hanno perso lavoro, opportunità di studio, investimenti e mezzi di sussistenza”.
Per quanto riguarda la vita della Chiesa, da diversi mesi non è possibile celebrare i sacramenti con la presenza dei fedeli, ancora oggi si celebra con un numero limitato di persone, molti per l’età o le condizioni di salute, non possono ancora accedere alla grazia dell’eucaristia. “La necessità ci ha resi creativi per essere vicini al nostro popolo e accompagnarlo nei suoi bisogni spirituali e materiali – proseguono -. Tutta questa drammatica situazione mette in luce le nostre vulnerabilità come individui e come società. Molte certezze su cui basiamo la nostra vita quotidiana si sono indebolite; un fatto che ci porta a porre domande centrali sulla felicità e su ciò che è veramente più importante nella vita”.
Quindi ricordano: “Con un senso di fede cristiana, scopriamo che Dio ci chiama in tutto ciò che stiamo attraversando, a sentire e vivere ciò che Papa Francesco ha saputo dirci con la sua ultima enciclica: Siamo fratelli, gli uni gli altri, e dobbiamo amarci come ci ha amati Gesù”.
I Vescovi rilevano che le difficoltà hanno motivato gesti di solidarietà e carità da parte di persone, istituzioni e aziende, quindi rendono grazie a Dio “per l'eroico impegno” del personale medico e sanitario, per i vigili del fuoco volontari, i militari, gli ufficiali di polizia, “e per tutte quelle persone che offrono ed espongono la loro salute e la loro vita per gli altri”. Un ringraziamento speciale va poi ai sacerdoti, alle persone consacrate, agli operatori pastorali e ai volontari delle parrocchie e delle comunità ecclesiali, “che non hanno risparmiato sforzi e sacrifici per servire gli altri nei loro bisogni spirituali e fondamentali”.
Nella comunità paraguayana ci sono molte cose positive e molte da migliorare e da cambiare per la crescita della società. In particolare i Vescovi citano cinque aspetti: la corruzione pubblica e privata, la fragilità e l’inefficacia di molte istituzioni, la povertà, la situazione dei popoli indigeni, la criticità del sistema educativo.
Nella parte conclusiva il messaggio esorta: “Dobbiamo rafforzare la riconciliazione tra tutti i compatrioti e ripristinare la sicurezza nella vita di tutti. La via della violenza non è quella che dobbiamo percorrere, per ottenere la giustizia sociale che vogliamo. Dobbiamo promuovere un patto sociale, fondato su una giustizia trasparente, obiettiva ed efficiente, e su un impegno comune a cercare soluzioni globali e inclusive”.
Quindi richiamano tutti i paraguaiani, ma principalmente le autorità, a sentirsi responsabili della costruzione “di una società più giusta, più fraterna ed equa, insieme agli sviluppi sociali ed economici di cui il nostro paese ha bisogno”, e quindi invitano “le autorità pubbliche, i leader politici, sociali ed economici a non risparmiare sforzi per promuovere un dialogo sociale aperto, partecipativo e trasparente che porti a definire e attuare le politiche e le azioni appropriate in questo momento”.
L’esortazione conclusiva del messaggio sottolinea che “il bene più grande di cui tutti dobbiamo prenderci cura è nostro fratello, il nostro prossimo” perciò “camminiamo insieme, contribuendo dalla nostra missione evangelizzatrice, con l'aiuto delle nostre strutture pastorali e con la dedizione al servizio della vita, il dono più prezioso di Dio. Ci affidiamo alla protezione della nostra Beata Madre, la Vergine di Caacupé”.
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OCEANIA/AUSTRALIA - Le POM per l'Etiopia: sostegno all'istruzione per aiutare a spezzare il circolo vizioso della povertà

Fides IT - www.fides.org - seg, 09/11/2020 - 09:46
Sydney - Sostenere e promuovere il percorso di istruzione dei bambini provenienti da contesti svantaggiati in Etiopia, paese africano dove le tensioni interetniche minacciano una nuova guerra civile: è l'iniziativa di "Catholic Mission", la direzione nazionale delle Pontificie Opere Missionarie in Australia ha lanciato un'iniziativa di supporto alla Chiesa cattolica in Etiopia. In collaborazione con la "Lideta Catholic Cathedral School", scuola cattolica nella capitale del paese, Addis Abeba, è stato creato un programma di borse di studio per garantire che i bambini orfani o di famiglie povere per far sì che possano accedere a un'istruzione di qualità.
"Per gli studenti, questa è un'opportunità d'oro per accedere a una borsa di studio in una delle migliori scuole del paese", afferma nella nota pervenuta all'Agenzia Fides suor Carmen Sammut SJA, che gestisce il programma di borse di studio presso la "Lideta Catholic Cathedral School". "La formazione etica della scuola ha un impatto positivo sugli studenti e li aiuta a diventare buoni cittadini, persone istruiti e pronte restituire alla comunità quanto ricevuto in termini di valori e impegno per il bene comune".
Padre Tekle Mekonnen, preside della Lideta Catholic Cathedral School, impegnato nel sostegno ai bambini bisognosi ad Addis Abeba, rileva: "Ci impegniamo per una promozione umana integrale e allo stesso tempo miriamo all'eccellenza educativa. Vogliamo essere una scuola con un'istruzione di qualità e, allo stesso tempo, integrare valori e principi cristiani. Questo è il nostro obiettivo principale".
Molte famiglie stanno lottando contro la povertà in precarie situazioni economiche e sociali nella capitale dell'Etiopia, a causa dell'alto costo della vita e delle limitate opportunità di lavoro. Molti genitori non sono in grado di coprire i costi di base come le tasse scolastiche per i loro figli.
L'appello di "Catholic Mission", che guarda già e intende sensibilizzare i donatori in vista del prossimo Natale, aiuterà i bambini svantaggiati ad accedere all'istruzione nel prossimo anno scolastico. "Sostenendo l'appello, possiamo raggiungere quelle famiglie bisognose e fornire ai bambini borse di studio, in modo che non perdano il percorso di istruzione, che è vitale", afferma padre Brian Lucas, Direttore Nazionale di "Catholic Mission" Australia. "L'istruzione è fondamentale per i bambini provenienti da ambienti svantaggiati per aiutarli a creare un futuro luminoso e rompere il ciclo della povertà", osserva a Fides p. Brian. "Tanti bambini della Lideta Catholic Cathedral School potranno accedere all'istruzione grazie al sostegno del programma di borse di studio delle scuole. Il dono dell'educazione è un dono per la vita", conclude p. Lucas.
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AMERICA/GUATEMALA - Appello alla solidarietà per le conseguenze dell’uragano Eta in America centrale

Fides IT - www.fides.org - seg, 09/11/2020 - 09:13
Città del Guatemala - "Noi Vescovi della Conferenza Episcopale del Guatemala, ispirati dall'immagine evangelica del Buon Samaritano, vogliamo trasmettere questo messaggio di solidarietà e vicinanza alle regioni del Paese che hanno subito il passaggio della tempesta tropicale Eta, che come un uragano ha colpito anche le nazioni sorelle del Nicaragua e dell'Honduras": con queste parole i Vescovi del Guatemala hanno lanciato un appello alla solidarietà, invitando le autorità e la comunità nazionale a mobilitare ogni aiuto per coloro che hanno perso tutto.
Senza avere ancora un bilancio totale delle vittime, l'uragano Eta comunque ha già lasciato più di 200 morti nel Centro America. A quanto riferiscono gli organi di informazione locali, il Guatemala è il paese più colpito: 150 dispersi, il villaggio indigeno di Quejáj completamente portato via dal fango, diverse valanghe causate dalla furia dell'uragano, i soccorritori che cercano i corpi delle persone sotto il fango e le pietre.
In Honduras, secondo un rapporto delle autorità aggiornato a sabato sera, 7 novembre, si contava 23 morti solo nel nord del paese. In questo paese i danni materiali hanno coinvolto più di un milione e mezzo di persone. I fiumi sono esondati più di quanto avvenne al tempo dell'uragano Mitch, nel 1998, provocando danni per tutto il loro percorso.
Non c'è paese del Centroamerica che non sia stato colpito dalla forza distruttiva dell'uragano: Nicaragua, Belize, parte del Messico e perfino Cuba. Ieri, tragedia nella tragedia, un piccolo aereo, partito dalla capitale del Guatemala, che portava aiuti alimentari alla zona nord del paese, Alta Verapaz, è caduto quasi subito dopo il suo decollo. Il pilota è morto e i resti del piccolo aereo sono caduti dentro il perimetro della Nunziatura apostolica di Città del Guatemala e sulla strada a fianco.
Anche Papa Francesco, dopo la preghiera dell'Angelus recitata ieri con i fedeli riuniti in piazza San Pietro, ha chiesto di pregare per le vittime dell'uragano: “Vedo lì una bandiera, che mi fa pensare alle popolazioni dell’America Centrale, colpite nei giorni scorsi da un violento uragano, che ha causato molte vittime e ingenti danni, aggravati anche dalla situazione già difficile per la pandemia. Il Signore accolga i defunti, conforti i loro familiari e sostenga quanti sono più provati, come pure tutti coloro che si stanno prodigando per aiutarli”.

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