AFRICA/R.D.CONGO - Dimissioni del Vescovo di Boma e nomina

Fides IT - www.fides.org - sab, 20/03/2021 - 21:29
Città del Vaticano - Il Santo Padre Francesco il 19 marzo 2021 ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Boma presentata da S.E. Mons. Cyprien Mbuka, C.I.C.M.. Il Santo Padre ha nominato Vescovo della medesima Diocesi il Rev. José-Claude Mbimbi Mbamba, finora Rettore del Grand Séminaire de Philosophie Abbé Ngidi e Vicario Episcopale per i Laici.
Il nuovo Vescovo è nato il 30 luglio 1962 a Kinshasa ed è stato ordinato sacerdote il 28 agosto 1988 per la Diocesi di Boma. Ha svolto i seguenti studi: diploma al GSCOM in Ruanda ; ciclo di Filosofia presso il Grand Séminaire de Philosophie Abbé Ngidi di Boma ; ciclo di Teologia presso il Grand Séminaire Saint Robert Bellarmin de Mayidi, , completato con il Baccalaureato in Teologia presso l’Université Catholique du Congo a Kinshasa e da un Diploma in Filosofia e Religioni Africane presso la medesima Università , dove ha anche ottenuto la Licenza in Filosofia ; corso di italiano a Roma ; corso di tedesco in Germania ; Dottorato in Filosofia presso l’Università di Tubinga .
Inoltre ha ricoperto i seguenti incarichi: seminarista inviato in missione presso la Parrocchia St.Pierre, Diocesi di Pointe-Noire, Congo Brazzaville ; Professore al Petit Séminaire Saint François Xavier de Mbata Kiela di Boma ; Vicario Parrocchiale della Mama ya Luzingu e Bibliotecario presso il Grand Séminaire de Philosophie Abbé Ngidi ; Rettore del foyer universitario St. Augustin di Kinshasa ; Professore e Vice-Rettore presso il Grand Séminaire de Philosophie Abbé Ngidi ; Segretario particolare del Vescovo Ausiliare di Boma ; incaricato della formazione iniziale dei futuri preti ; Segretario e Cancelliere Diocesano ; in Germania, collaboratore pastorale presso la Diocesi di Rottenburg-Stuttgart come Vicario di Herrenberg ed Assistente della locale comunità italiana . Dal 2012 finora è stato Professore e dal 2014 Rettore del Grand Séminaire de Philosophie Abbé Ngidi; dal 2014 è stato anche Vicario Episcopale per i Laici.
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ASIA/VIETNAM - Dimissioni del Vescovo di Hà Tinh

Fides IT - www.fides.org - sab, 20/03/2021 - 21:27
Città del Vaticano - Il Santo Padre Francesco il 19 marzo 2021 ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Hà Tinh presentata da S.E. Mons. Paul Nguyên Thái Hop, O.P..
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AFRICA/CAMERUN - Dimissioni del Vescovo di Bafoussam

Fides IT - www.fides.org - sab, 20/03/2021 - 21:26
Città del Vaticano - Il Santo Padre Francesco il 19 marzo 2021 ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Bafoussam presentata da S.E. Mons. Dieudonné Watio.
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AMERICA/PERU' - Morto per Covid Mons. Bambarén, il "Vescovo de los Pueblos Jovenes"

Fides IT - www.fides.org - sab, 20/03/2021 - 21:17
Lima – Con Mons. Bambarén scompare un'icona della Chiesa peruviana al servizio dei poveri e degli umili. Il “Vescovo delle periferie” , come è stato affettuosamente chiamato dai suoi fedeli, era stato ricoverato questa settimana in una clinica di Lima, colpito dal coronavirus, ed è morto ieri, 19 marzo.
Monsignor Luis Armando Bambarén Gastelumendi, SJ, Vescovo emerito di Chimbote ed ex Presidente della Conferenza Episcopale peruviana , era nato il 14 gennaio 1928 a Yungay. Era stato ordinato sacerdote nella città di Madrid il 15 luglio 1958.
Il 1° gennaio 1968 aveva ricevuto la consacrazione episcopale come Vescovo ausiliare di Lima e Vescovo titolare di Sertei, dalle mani del Cardinale Juan Landázuri Ricketts nella parrocchia di San Martín de Porres. Da allora Mons. Bambarén si dedicò instancabilmente alla difesa delle persone con poche risorse economiche, e chiamò la zona in cui vivevano “Pueblo Joven”.
Venne quindi chiamato il "Vescovo de los Pueblos Jovenes" per le sue continue lotte in difesa della popolazione emarginata. Papa Paolo VI lo nominò Vescovo di Chimbote l'8 giugno 1978, si insediò il 25 luglio dello stesso anno.
Tra il 1996 e il 1997 è stato Segretario della Conferenza Episcopale Peruviana e anche Presidente della Commissione per le Comunicazioni Sociali dell'Episcopato . Nel febbraio 1998 venne eletto Presidente della CEP e venne rieletto nel 2000.
La presenza di Mons. Bambarén nella vita socio-politica del Perù è stata un elemento fondamentale riguardo al dialogo tra la Chiesa e il governo in numerose circostanze, a volte molto complesse da gestire. Ha sollecitato la necessità del dialogo dinanzi ad un conflitto sociale nel settore dell'attività mineraria , si è adoperato per fermare la violenza dei gruppi di minatori scontratisi con le forze dell'ordine, con morti e feriti , ha annunciato al Perù la beatificazione dei 3 missionari uccisi nel 1991 dai terroristi di Sendero Luminoso e ha rappresentato trentamila persone povere espulse dalle terre occupate, nel dialogo con le autorità .

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AMERICA/BRASILE - Denunciata la violenza della polizia contro i migranti venezuelani e gli operatori umanitari

Fides IT - www.fides.org - sab, 20/03/2021 - 12:35
Pacaraima – Il 17 marzo agenti della Polizia federale e della Polizia civile dello Stato di Roraima, agendo in modo sproporzionato, hanno condotto un’operazione a Pacaraima, città di confine tra Brasile e Venezuela, entrando nelle case senza mandato e sfrattando più di 70 persone, tra cui 21 donne, comprese quelle incinte, e 40 bambini immigrati, che alloggiavano nella Casa San José, una casa di accoglienza gestita dalle Suore di San Giuseppe e dalla Pastorale del Migrante della Diocesi di Roraima, nonché dalla Chiesa dell'Assemblea di Dio di Aguas Vivas. Anche i responsabili e gli operatori sono stati portati alla stazione di polizia e gli sono stati sequestrati i telefoni.
In seguito a questo grave fatto, 121 organizzazioni sociali ed ecclesiali hanno pubblicato una nota in cui reclamano “giustizia e dignità, e di porre fine alla violenza”, chiedendo alle autorità competenti di intervenire “per evitare che tali atti si ripetano o si verifichino successive e gravissime violazioni dei diritti dei migranti e degli operatori umanitari".
La nota denuncia che quanto viene fatto dagli operatori umanitari e dai centri di accoglienza non è un crimine ma un atto di umanità, “per aiutare esseri umani in situazione di alta vulnerabilità ed evidente necessità di un riparo. Accogliere e aiutare quanti subiscono fame, miseria e gravi violazione dei diritti è un atto di umanità”. Richiamando il potere pubblico alle sue responsabilità in questo settore, i firmatari sottolineano che operazioni del genere provocano "grande paura nella popolazione dei migranti e dei rifugiati, che, terrorizzata, finisce per non rivolgersi ai servizi essenziali".
Le organizzazioni sociali ed ecclesiali denunciano "con indignazione i ripetuti attacchi ai diritti della popolazione immigrata", perseguitata dagli organismi di sicurezza di Roraima, Stato al confine con il Venezuela, ricordando "che l'atto migratorio non può mai essere definito illegale, ma un diritto umano universale". Allo stesso tempo, affermano che "anche l'assistenza sociale e umanitaria fornita agli immigrati irregolari dalle organizzazioni della società civile non è illegale", il che dovrebbe portare al rispetto delle attività delle organizzazioni della società civile e degli operatori umanitari.
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AFRICA/NIGERIA - Verso la Giornata dei Missionari Martiri: il seminarista Michael Nnadi, ucciso perché invitava i suoi rapitori a convertirsi

Fides IT - www.fides.org - sab, 20/03/2021 - 11:46
Sokoto – Il 1° febbraio 2020 Sua Ecc. Mons. Matthew Hassan Kukah, Vescovo di Sokoto, in Nigeria, ha annunciato il ritrovamento del corpo di Michael Nnadi, il più giovane dei quattro seminaristi che nella notte dell'8 gennaio erano stati rapiti da uomini armati dal Seminario maggiore del Buon Pastore di Kaduna, nel nord-ovest della Nigeria. Gli altri 3 seminaristi erano stati rilasciati. L’assassino, Mustapha Mohammed, arrestato dalla polizia, ha confessato l’omicidio in quanto il giovane seminarista “continuava a predicare il Vangelo di Gesù Cristo" ai suoi rapitori . Proponiamo la sua testimonianza in vista della 29.ma “Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei Missionari Martiri” del 24 marzo .
Il Vescovo di Sokoto, e Vescovo del seminarista, Mons. Matthew Hassan Kukah, ricorda all’Agenzia Fides gli avvenimenti relativi alla cattura dei criminali. “Il 25 aprile 2020 ricevetti una telefonata da p. Francis Agba, uno dei formatori del Seminario Maggiore del Buon Pastore a Kaduna, che mi informava che un distaccamento di una Squadra speciale delle forze di Polizia nigeriane del quartier generale della polizia di Abuja, era appena arrivato lì per annunciare la cattura dei criminali. Trattenni il respiro, scioccato. La polizia, disse, era arrivata con uno dei rapitori, Mustapha Mohammed, un uomo di 26 anni, membro della banda di 45 rapitori e banditi che hanno impunemente derubato, rapito, torturato e ucciso molte persone lungo la strada tra Kaduna e Abuja, la capitale della Nigeria, negli ultimi quattro anni. Secondo Muhammad, avevano ucciso Michael perché continuava a chiedere loro di pentirsi e di cambiare la loro vita, lasciando i loro modi malvagi. Disse che ciò che più li infastidiva era che, sebbene Michael sapesse che fossero musulmani, continuava ad insistere sul fatto che si pentissero e abbandonassero il loro modo di vivere. Il coraggio del giovane Michael rappresenta una pagina del libro dei martiri dell'antichità. Venne assassinata con Michael, dagli stessi criminali, anche la signora Bolanle Ataga, che era stata rapita insieme alle sue due figlie. Secondo Muhammad, la signora Bolanle venne uccisa dal capo della loro banda perché si rifiutava di essere violentata da lui”.
Il Vescovo spiega che la tragica storia di Michael e Bolanle è come una metafora per comprendere le profonde cicatrici che sono state lasciate dal colonialismo britannico e dagli eventi che si sono verificati nel corso della storia, “cicatrici che hanno sfigurato il volto della religione in Nigeria e continuano ad acuire le tensioni tra cristiani e musulmani”. Ispirati dalla loro fede, Michael e Bolanle furono martiri coraggiosi, non ebbero paura, sottolinea il Vescovo. Per i cristiani che piangono la loro scomparsa, la loro morte non è una perdita. Dopo che il sangue di Gesù venne versato a terra furono seminati i semi della nostra redenzione.
“Oggi la tomba di Michael è guardia e testimone all'ingresso del suo seminario, dove era studente – prosegue Mons. Hassan Kukah -. I suoi colleghi possono varcare i cancelli sapendo di avere un angelo custode. Sia lui che Bolanle, così come Leah Sharibu, che ha rifiutato di rinunciare alla sua fede cristiana e rimane in prigionia, sono metafore per la Chiesa sofferente in Africa. La loro testimonianza rappresenta l'ossigeno spirituale di cui i nostri polmoni hanno così tanto bisogno oggi. Insieme ai martiri ugandesi, santa Bakhita, il beato Isidoro Bakanja e molti altri segnati dalle cicatrici della tortura per la loro fede, sono portatori di promessa e speranza per la Chiesa nel nostro continente. Il loro esempio dovrebbe servire da punto di riferimento per i nostri giovani uomini e donne in Africa”.
Secondo le informazioni inviate all’Agenzia Fides da P. Chris Omotosho, Direttore delle Comunicazioni sociali della diocesi di Sokoto, Michael Ikechukwu Nnadi e Raphael, suo fratello gemello, sono nati il 16 febbraio 2001 a Sokoto, dopo altri tre fratelli. Sono stati battezzati il 26 maggio 2001 nella Cattedrale della Sacra Famiglia di Sokoto. Hanno perso il padre e la madre rispettivamente nel 2003 e nel 2014. Da allora sono stati sotto la cura della loro nonna materna. Dopo l’istruzione primaria, Michael si è recato al Seminario minore St. Joseph, Zaria, Stato di Kaduna per la sua istruzione secondaria, al termine della quale manifestò il desiderio di entrare al Seminario maggiore. Dopo un anno di formazione spirituale, nell'ottobre del 2019, Michael è stato ammesso al Seminario Maggiore del Buon Pastore, Kaduna, per gli studi filosofici.
“Michael ha vissuto una vita umile, era conosciuto così fin dall'infanzia – ricorda il suo fratello gemello Raphael in una testimonianza a Fides -. Era un tipo socievole, sempre il più ordinato a scuola, amava leggere, ascoltare musica e ricordarmi di pregare sempre. Era una persona devota e questo ha accresciuto il suo desiderio del sacerdozio. Abbiamo condiviso molto, entrambi amavamo viaggiare, intraprendere avventure, stavamo sempre insieme come se fosse la mia anima gemella. Michael ci mancherà sicuramente per il suo modo di vivere, era umile, ospitale, ha sempre messo gli altri prima di se stesso e ha mostrato il vero amore. Ho sempre desiderato che diventasse veramente il prete che voleva essere, non solo un prete ma un buon prete, un prete con la gente e per la gente, per dare il buon esempio agli altri”.
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AFRICA/NIGERIA - Rapito un sacerdote nello Stato di Delta nel sud della Nigeria

Fides IT - www.fides.org - sab, 20/03/2021 - 10:38

Abuja – Un altro sacerdote rapito in Nigeria. Si tratta di don Harrison Egwuenu, preside del St. George’s college a Obinomba, è stato rapito intorno alle 8 di sera del 15 marzo in un Abraka, nell’area locale dell’Ethiope East, nello Stato di Delta, nel sud della Nigeria
Secondo fonti locali, i rapitori hanno sparato in aria per spaventare i passanti, e hanno prelevato il sacerdote dalla sua automobile, abbandonandola sulla strada. Un testimone afferma di aver raccolto sulla scena del rapimento una quindicina di bossoli di Kalashnikov.
Don Benedict Okutegbe, Amministratore della cattedrale del Sacro Cuore della diocesi di Warri, nel confermare il rapimento di don Egwuenu ha chiesto preghiere per rapida liberazione del sacerdote, descritto come un è un "prete operoso e dedito alla missione”.
I rapimenti a scopo di estorsione, spesso lungo gli assi di comunicazione stradale, sono sempre più frequenti in Nigeria, così come i rapimenti di massa di studenti in alcune aree della Federazione. Tra le vittime vi sono pure diversi sacerdoti, religiosi e religiose, nonostante la disposizione emanata da diversi anni dalla Conferenza Episcopale nigeriana di evitare di pagare i riscatti.
L’insicurezza provocata da bande criminali, dalle razzie dei pastori Fulani e dai terroristi dei Boko Haram rischia di provocare l’esplosione della Federazione nigeriana, hanno avvertito i Vescovi . Di fronte alle gravi mancanze delle istituzioni statali, in primo luogo l’incapacità di garantire a tutti la sicurezza, “la Nigeria rischia di cadere a pezzi” affermano i Vescovi nigeriani che precisano di aver lanciato “questo allarme per un profondo amore patriottico per la nostra nazione, non per interessi settoriali, siano essi politici, etnici o anche religiosi”.
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VATICANO - Sono venerabili altre tre suore delle Poverelle, missionarie in Congo, morte di ebola

Fides IT - www.fides.org - sex, 19/03/2021 - 11:30
Città del Vaticano - Papa Francesco il 17 marzo ha ricevuto in udienza il Cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, e ha autorizzato la Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti alcuni nuovi venerabili, per i quali sono state riconosciute le virtù eroiche. Tra questi ci sono tre religiose italiane della Congregazione delle “Suore delle Poverelle”, Istituto Palazzolo, morte nella Repubblica Democratica del Congo nel 1995, in seguito all’epidemia del virus Ebola. Si uniscono così alle altre tre loro consorelle, anch’esse morte di Ebola nello stesso luogo e nello stesso periodo, delle quali erano state riconosciute le virtù eroiche con decreto del 20 febbraio: suor Floralba Rondi, suor Clarangela Ghilardi e suor Dinarosa Belleri .
Le nuove venerabili sono: suor Annelvira Ossoli, nata il 26 agosto 1936 a Orzivecchi, provincia di Brescia, e morta il 23 maggio 1995 a Kikwit, nella Repubblica Democratica del Congo, dove operava dal 1961 come ostetrica e infermiera. Era Superiora provinciale dell’Africa quando scoppiò l’epidemia di Ebola e non esitò a raggiungere Kikwit da Kinshasa, per aiutare le consorelle che si erano ammalate e morirono una dopo l’altra, finché anche lei non rimase contagiata. Suor Annelvira, come le consorelle che erano morte prima di lei, chiese di riservare il plasma per le trasfusioni ai bambini che ne avevano più bisogno.
Suor Vitarosa Zorza, nata il 9 ottobre 1943 a Palosco, provincia di Bergamo, e morta a Kikwit, nella Repubblica Democratica del Congo il 28 maggio 1995. Era partita per l’Africa nel 1981, dove si era dedicata senza risparmiarsi ai bambini denutriti, agli anziani, ai malati di mente e ai carcerati. Saputa la tragica situazione dell’ospedale di Kikwit, anche lei chiese di andare ad aiutare le consorelle e la Superiora provinciale, suor Annelvira, ma rimase contagiata e morì pochi giorni dopo suor Annelvira.
Suor Danielangela Sorti, nata il 15 giugno 1947 a Bergamo e morta a Kikwit, nella Repubblica Democratica del Congo, l’11 maggio 1995. Era infermiera professionale, in Congo dal 1978, dove si dedicò al Centro ospedaliero di Mosango, quindi all’assistenza nel quartiere povero di Kikimi, alla periferia di Kinshasa, infine alla missione di Tumikia. Rimase contagiata quando si offrì di assistere suor Floralba, già malata, per alleviare le sue consorelle ormai stanche.
Per tutte e sei le Suore delle Poverelle, la Causa di beatificazione era stata aperta nella Cattedrale di Kikwit il 28 aprile 2013. L’8 giugno 2013 sono seguite le rispettive Inchieste nella Diocesi di Bergamo, dove le suore avevano vissuto parte della loro vita, che si conclusero il 25 gennaio 2014. La chiusura della fase diocesana avvenne a Kikwit il 23 febbraio 2014. Le loro spoglie mortali, per richiesta del Vescovo di Kikwit, riposano davanti alla Cattedrale.
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AMERICA/PARAGUAY - Appello del Papa e della Chiesa locale, continuano le proteste per la cattiva gestione della pandemia e dell’economia

Fides IT - www.fides.org - qui, 18/03/2021 - 21:44
Asuncion – "Durante questa settimana sono stato preoccupato per le notizie che arrivano dal Paraguay. Per l'intercessione di Nostra Signora dei Miracoli di Caacupé, chiedo al Signore Gesù, Principe della Pace, che si trovi una via di dialogo sincero per trovare soluzioni adeguate alle difficoltà attuali, e costruire così insieme la pace tanto attesa. Ricordo che la violenza è sempre autodistruttiva. Con essa non si guadagna nulla, ma si perde molto": con queste parole, il Santo Padre Francesco all'udienza di ieri, mercoledì 17 marzo, ha lanciato un appello per il Paraguay.
Infatti migliaia di paraguaiani protestano per le strade da giorni, ci sono stati violenti scontri con la polizia per chiedere le dimissioni del presidente, Mario Abdo Benítez, accusato di una cattiva gestione del governo per quanto riguarda la salute e la crisi economica derivata dalla pandemia di coronavirus. Le proteste sono iniziate venerdì 5 marzo e continuano ancora oggi.
"La Chiesa non può prendere posizione a favore o contro l'accusa di impeachment del Presidente della Repubblica. La posizione della Chiesa è quella di invocare costantemente la pace" ha dichiarato Monsignor Amancio Benítez, Vescovo della diocesi di Benjamín Aceval e Segretario Generale della Conferenza Episcopale del Paraguay .
Due giorni fa il Presidente della Conferenza episcopale del Paraguay , Monsignor Adalberto Martínez Flores, Vescovo di Villarrica, ha sottolineato l'appello contenuto in un messaggio diffuso sabato 13 marzo. "La prima buona opera è seguire le indicazioni sanitarie", si legge nel messaggio, in secondo luogo “nell’attuale emergenza è chiaro che dobbiamo essere tutti solidali per fare il bene, evitando il peggio”.
Il messaggio giunge al termine di una settimana molto difficile: da un lato ci sono i crescenti contagi di coronavirus : il bilancio totale è di oltre 180mila contagiati e più di 3.700 vittime. Dall’altro lato le fortissime proteste iniziate il 5 marzo in tutto il Paese, durante le quali la gente scesa in piazza ha contestato le politiche del Governo per fronteggiare la pandemia e la crescente corruzione, chiedendo le dimissioni del presidente Mario Abdo. Forti sono anche le contestazioni per la campagna vaccinale, che vede il Paraguay come fanalino di coda nel continente. Il Presidente, nel confermare di voler proseguire nel suo mandato, ha proceduto a un ampio rimpasto di Governo, inoltre secondo le ultime notizie diffuse dai media, il Presidente attribuisce all’OMS la colpa di non ricevere ancora il lotto di vaccini per il suo paese.

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ASIA/MYANMAR - I monaci buddisti si schierano con i manifestanti

Fides IT - www.fides.org - qui, 18/03/2021 - 11:58
Yangon - "Siamo confortati e vediamo un barlume di speranza: in questo momento terribile, infatti, mentre la giunta taglia la connessione Internet perchè i soldati possano far violenza e uccidere i cittadini senza che possano esservi testimonianze e notizie, si registra una importante presa di posizione dei monaci buddisti. Sembra che vogliano unirsi al movimento di disobbedienza civile. Il loro sostegno può essere un contributo prezioso e determinante per tutta la popolazione che soffre e spera", racconta una fonte di Fides a Yangon, mentre infuria la violenza.
In Myanmar, infatti, nel pieno della crisi sociale e politica si è registrato, come comunicato a Fides, un evento importante: la riunione dei 47 membri dello "State Saṅgha Maha Nayaka", o "Ma Ha Na", consiglio di alto rango di monaci buddisti in Myanmar, ha affermato che sospenderà tutte le attività durante l'escalation della repressione contro i manifestanti che protestano pacificamente. Il Consiglio ha rilasciato una dichiarazione pubblica chiedendo la fine delle violenze, auspicando di ripristinare la pace sociale in Myanmar e restituire al popolo del Myanmar "piena libertà di movimento e commercio". SI tratta di una dichiarazione di peso, che fa ricordare alla popolazione la cosiddetta "rivoluzione zafferano del 2007" che vide in prima linea i monaci sfilare e manifestare contro la dittatura militare.
La dichiarazione segue quella dei monaci di Mandalay: in questa città il monastero buddista di di Manihyadanarama Myattaung , uno dei famosi monasteri che hanno prodotto molti martiri religiosi sin dall'era dei re nella storia birmana, ha deplorato il fatto che il 14 marzo scorso i militari hanno fatto irruzione nel monastero con le armi, senza alcuna ragione, e hanno maltrattato e intimidito i monaci . Condannando "con veemenza l'incursione di forze armate nei monasteri buddisti, nei complessi religiosi e nelle pagode", i monaci si dicono pronti a " guidare manifestazioni dei monaci a livello nazionale contro la giunta militare in vigore".
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AFRICA/ETIOPIA - La “guerra dimenticata” del Tigrai: la testimonianza dei salesiani del dramma umanitario

Fides IT - www.fides.org - qui, 18/03/2021 - 11:52

Addis Abeba – Filtrano con il contagocce le informazioni alla provincia etiopica del Tigrai, da novembre sconvolta dalla guerra tra le forze armate etiopiche e le milizie del Fronte di liberazione popolare del Tigrai .
I salesiani presenti sono riusciti a comunicare alcune notizie drammatiche sulla situazione umanitarie. “Da quando è scoppiata la guerra, il 4 novembre 2020, fino ad oggi, molte persone hanno perso la vita o le loro proprietà, molti sono senza casa e migliaia di persone fuggono e scappano dai bombardamenti e dalle sparatorie e diventano rifugiati o sfollati all’interno del loro paese. Ricchi e poveri sono alla nostra porta ogni giorno, supplicando un po’ di cibo per sopravvivere”. Secondo quanto riportato all’agenzia informativa dei salesiani, “la sera del 20 novembre 2020 molti corpi esanimi giacevano per le strade e molti feriti cercavano di fuggire dalla guerra. Questi mesi sono stati bui, perché per più di due mesi la gente non ha avuto elettricità, acqua, reti, cibo ecc.... Ringraziamo Dio che abbiamo un pozzo nel nostro complesso che grazie al generatore è in grado di beneficiare migliaia di persone che vengono a prendere l’acqua ogni giorno, fin dal primo mattino”.
Le organizzazioni missionarie fanno tutto il possibile per assistere gli sfollati interni che “sono fuggiti ad Adua da luoghi lontani chiamati Setit Humera, Kafta Humera, Mereb, Segede”. In particolare le Missionarie della Carità e le Figlie di Maria Ausiliatrice operano in almeno 5 centri che ospitano gli sfollati. Le suore MC, FMA e i salesiani lavorano insieme e preparano il pane per provvedere agli sfollati, con circa 2.200-2.600 panini ogni giorno. I salesiani sono anche impegnati a donare cibo ai bisognosi, e fornriscono al centro per gli sfollati diversi generi, alimentari e non.
La guerra ha provocato un’immane crisi umanitaria che coinvolge almeno 4 milioni e mezzo di persone. Oltre a decine di migliaia di vittime, si contano oltre 2 milioni di sfollati interni e decine di migliaia di rifugiati nel vicino Sudan. Il conflitto rischia di coinvolgere pure altre regioni dell’Etiopia e gli Stati confinanti di Eritrea e Sudan, provocando una crisi umanitaria di proporzioni ancora più drammatiche.
Médecins Sans Frontières ha denunciato la distruzione e il saccheggio deliberati dei centri sanitari nel Tigrai; in un comunicato giunto all’Agenzia Fides si afferma che “su 106 strutture sanitarie visitate dalle équipe di MSF tra la metà di dicembre e l'inizio di marzo, quasi il 70% era stato saccheggiato e più del 30% danneggiato; solo il 13% funzionava normalmente”.
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AFRICA/EGITTO - 70 espositori alla fiera delle piccole imprese giovanili promossa dalla Chiesa copta

Fides IT - www.fides.org - qui, 18/03/2021 - 11:21
Alessandria d’Egitto – Si svolge oggi, giovedì 18 marzo a Alessandria d’Egitto la quinta fiera delle piccole imprese giovanili promossa dalla locale Chiesa copta ortodossa. L’iniziativa annuale lanciata cinque anni fa come occasione di sostegno all’imprenditorialità giovanile, vede quest’anno la partecipazione di settanta espositori, giovani donne e uomini cristiani e musulmani, che presentano oggetti prodotti dalla loro creatività – in gran maggioranza manufatti artigianali relativi ai settori abbigliamento, dell’arredamento e degli utensili di uso quotidiano – a grossisti e produttori su larga scala, potenzialmente interessati all’acquisto dei brevetti. In occasione della fiera, sponsorizzata anche da Caritas Egitto e ospitata in una sala per incontri nel sobborgo alessandrino di el Ibrahimiya, si svolge anche una speciale vendita a metà prezzo di prodotti alimentari e di altro genere donati da fornitori in vista della festa della mamma, che in Egitto si celebra il 21 marzo. Parte dei proventi ottenuta con la vendita al dettaglio dei prodotti esposti in fiera è destinata all’aiuto di famiglie in difficoltà economica.
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ASIA/THAILANDIA - Camilliani e Fidei donum insieme per la missione agli ammalati

Fides IT - www.fides.org - qui, 18/03/2021 - 11:13
Prachinburi – “Mi trovo a Prachinburi, nella Camillian Home, centro per anziani che fino a 17 anni fa era una Casa di accoglienza per i malati di lebbra. Ad occuparsi della Casa sono i Ministri degli Infermi, Camilliani” racconta all’Agenzia Fides don Ferdinando Pistore, missionario Fidei donum a Chiang Mai.
Nel corso della sua visita, don Ferdinando ha incontrato padre Renato Attrezzi e fratel Eligio, rispettivamente MI impegnati alla Camillian Home, con i quali ha potuto incontrare gli ospiti. Fratel Eligio è nella casa da oltre 50 anni e dopo aver curato i malati di lebbra continua ad assistere quotidianamente gli anziani presenti, compresi gli ex malati. I lebbrosi si ricordano di quando i religiosi li andavano a medicare tutti i giorni, "La lebbra è passata ma sono rimasti i segni nel corpo e fratel Eligio continua ad occuparsene. Fanno servizio qui anche tre novizi provenienti dal Vietnam – continua il Fidei donum. Tutti i presenti, attualmente 84, sono ospitati gratuitamente, la Casa si mantiene grazie alla Provvidenza e ai benefattori. E’ tutta gente molto povera che non potrebbe permettersi assistenza, alcuni sono completamente soli, non hanno familiari. Nella Camillian Home ci sono anche casette per gli anziani autosufficienti dove possono vivere una vita in qualche maniera normale, in autonomia. I missionari Camilliani, inoltre, collaborano con noi fidei donum a Lampun, Papae e negli altri villaggi più dispersi e, grazie a loro, riusciamo a curare gli ammalati e tutti quelli che hanno bisogno di assistenza medica.”
Don Pistore racconta inoltre che i Ministri degli Infermi gestiscono il Camillian Hospital a Bangkok, un vero e proprio punto di riferimento per tutti, anche per gli italiani che arrivano lì. “Proprio in questi giorni, esattamente il 16 marzo, – conclude don Ferdinando - padre Renato Attrezzi è stato convocato presso l’ambasciata italiana per ricevere l’onorificenza di cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia, onorificenza che ritiene il tipo di servizio offerto dai religiosi come servizio offerto al nostro Stato per quanto riguarda gli italiani all’estero.”
La Camillian Home per gli Anziani di Prachinburi è stata fondata nel 1965 e si concentrava sul trattamento delle persone affette da lebbra. Successivamente, quando la malattia si è trasformata, l’obiettivo dei Camilliani si è spostato per fornire assistenza ai poveri e agli anziani abbandonati. Il centro si prende cura dei suoi ospiti fisicamente, psicologicamente, socialmente e spiritualmente, fornisce ricovero e cure mediche. Il programma comunitario si rivolge anche alle persone anziane che necessitano di diversi tipi di assistenza nelle loro case e nei loro villaggi.
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AMERICA/EL SALVADOR - Verso la Giornata dei Missionari Martiri: 40 anni fa uccise tre religiose e una missionaria laica nordamericane

Fides IT - www.fides.org - qui, 18/03/2021 - 10:49
San Salvador - Suor Ita Ford e suor Maura Clarke, delle Domenicane di Maryknoll, suor Dorothy Kazel, Orsolina, e la volontaria laica Jean Donovan erano quattro missionarie statunitensi che vennero uccise il 2 dicembre 1980 in El Salvador in piena guerra civile, nel clima di violenza che aveva preso come obiettivo la Chiesa e i suoi rappresentanti. Pochi mesi prima, il 24 marzo 1980, era stato ucciso Mons. Oscar Romero, Arcivescovo di San Salvador, che aveva voluto le due suore di Maryknoll per lavorare nella sua diocesi. Ne facciamo memoria in vista della 29.ma “Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei Missionari Martiri” del 24 marzo .
Nel 40° anniversario della morte delle quattro missionarie, Papa Francesco le ha ricordate con queste parole: “furono rapite, violentate e assassinate da un gruppo di paramilitari. Prestavano il loro servizio a El Salvador nel contesto della guerra civile. Con impegno evangelico e correndo grandi rischi portavano cibo e medicinali agli sfollati e aiutavano le famiglie più povere. Queste donne vissero la loro fede con grande generosità. Sono un esempio per tutti a diventare fedeli discepoli missionari” .
Suor Ita Ford era nata a Brooklyn, New York, il 23 aprile 1940. La sua vita missionaria, prima di rispondere all’invito di Mons. Romero di andare a San Salvador, si era svolta in Cile, dove assisteva i bisognosi costretti a vivere tra grandi difficoltà, privazioni e persecuzioni a causa del regime. Suor Maura Clarke era nata il 13 gennaio 1931 nel Queens, New York. Prima di arrivare in El Salvador trascorse buona parte della sua vita missionaria in Nicaragua, sempre a fianco degli ultimi. Le due missionarie di Maryknoll, giunte in El Salvador a pochi mesi di distanza l’una dall’altra, lavorarono sempre fianco a fianco, fino alla morte.
Suor Dorothy Kazel delle Orsoline, era invece nata a Cleveland, Ohio, il 30 giugno 1939. Dopo aver insegnato alcuni anni a Cleveland, svolse il lavoro missionario in Arizona. Nel 1974, completati gli studi, decise di unirsi al gruppo missionario della diocesi che lavorava in El Salvador. Qui si dedicò alla formazione dei catechisti, ai programmi di preparazione ai sacramenti e anche alla distribuzione di viveri e ad assistere le vittime della guerra civile, procurando loro cibo e medicine.
Jean Donovan, missionaria laica della famiglia di Maryknoll, la più giovane delle quattro, era nata il 10 aprile 1953 a Westport, nel Connecticut, e dopo il tempo di formazione, giunse in El Salvador nel luglio 1979, in un periodo in cui la tensione era molto forte. Divenne coordinatrice della Caritas diocesana e lavorò a fianco di suor Dorothy nella distribuzione di viveri agli sfollati e ai poveri, oltre che nei programmi di educazione familiare e di assistenza. Ogni domenica partecipava in cattedrale alla Messa celebrata da Mons. Romero, per cui nutrica una grande stima.
Il racconto del loro assassinio è stato fatto da un missionario canadese, Gregory Chisholm, che per una circostanza casuale si trovava sul posto. Il 27 novembre 1980, a distanza di otto mesi dal martirio dell’Arcivescovo Romero, vennero infatti sequestrati e uccisi in El Salvador cinque alti dirigenti del Fronte democratico rivoluzionario. Una delegazione della Chiesa ecumenica, composta da canadesi e statunitensi, si recò in El Salvador per partecipare ai funerali. Tra questi vi era padre Chisholm, che giunse nel pomeriggio del 2 dicembre all’aeroporto della capitale. Lì incontrò suor Dorothy e Jean, che attendevano il ritorno da Managua di suor Ita e suor Maura. Nel tratto di strada che portava dall’aeroporto alla città, il pulmino della delegazione ecumenica venne fermato dalle forze di sicurezza nazionale. Poco dopo, nello stesso luogo, le forze di sicurezza fermarono anche il veicolo con a bordo le quattro missionarie, che furono picchiate, violentate e uccise. I loro corpi vennero scoperti poi con un proiettile in testa, interrati in una fossa. Qualche anno dopo, quattro ex-membri della guardia nazionale furono condannati per l’assassinio, uno di loro chiese perdono.
Il Presidente del Consiglio Episcopale Latinoamericano , l’Arcivescovo di Trujillo, Mons. Miguel Cabrejos Vidarte, nel 40° anniversario del loro martirio, in un messaggio indirizzato a tutte le Conferenze episcopali di America Latina e Caraibi, ha scritto: “Vogliamo unirci al popolo salvadoregno mettendo in risalto il rilevante servizio che le suore missionarie martiri hanno svolto per le persone più povere, emarginate e vulnerabili, con una dedizione totale e disinteressata a difesa della vita delle vittime del conflitto armato, che procurò tante sofferenze e gettò nel lutto famiglie intere dell’amato paese di San Arnulfo Romero, specialmente rifugiati e sfollati... vogliamo ricordare la grande eredità di un ardente impegno cristiano che lasciano queste missionarie, specialmente alle giovani generazioni, offrendo la loro vita”.
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AFRICA/COSTA D’AVORIO - Il Presidente della Conferenza episcopale denuncia la mancanza di rigore delle autorità nella crisi sanitaria

Fides IT - www.fides.org - qui, 18/03/2021 - 09:04
Abidjan - “La gestione basata sui principi è buona nella misura in cui lo Stato stabilisce principi chiari. Ma a livello pratico, di attuazione di questi principi, questi non vengono rispettati” così Sua Ecc. Mons. Ignace Dogbo Bessi, Arcivescovo metropolita di Korhogo e Presidente della Conferenza Episcopale della Costa d'Avorio, deplora la mancanza di rigore nell'applicazione delle misure adottate per bloccare la propagazione del Covid-19.
Mons. Ignace ha rimarcato: “diciamo che dobbiamo stare a un metro di distanza, lavarci le mani regolarmente e indossare le mascherine, poi però vediamo le autorità che dovrebbero applicare queste indicazioni non rispettarle, le persone che vedono questo si lasciano andare all'indisciplina e la malattia può diffondersi ampiamente”.
Sottolineando il fatto che all’interno della Chiesa si rispettano le misure anti Covid, Mons. Ignace stimola lo Stato a sensibilizzare meglio la popolazione e a far rispettare le varie misure restrittive per spezzare la catena del virus.
Sulla questione della vaccinazione, l'Arcivescovo di Korhogo afferma che "la Chiesa non ha mai chiesto a nessuno di essere vaccinato o no. Partiamo dal presupposto che di fronte a una malattia, un'epidemia o una pandemia, chi vuole proteggersi debba farlo. La Chiesa è nella società, se lo Stato chiede di vaccinarsi, la Chiesa non si opporrà”.
La Costa d'Avorio ha registrato al 16 marzo, 212 nuovi casi di Covid-19 su 2.209 campioni prelevati, ovvero il 9,6% dei casi positivi, 495 guariti e un decesso. Il Paese registra un totale di 38.120 casi confermati di cui 35.111 persone guarite, 214 morti e 2.795 casi attivi. Dall'apertura della campagna di vaccinazione contro il Covid-19, al 16 marzo sono state vaccinate 17.448 persone.
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AFRICA/COSTA D’AVORIO - Il Presidente della Conferenza episcopale denuncia la mancanza di rigore da parte delle autorità nella gestione della crisi sanitaria

Fides IT - www.fides.org - qui, 18/03/2021 - 09:04
Abidjan - “La gestione basata sui principi è buona nella misura in cui lo Stato stabilisce principi chiari. Ma a livello pratico, di attuazione di questi principi, non vengono rispettati” così Sua Ecc. Mons. Ignace Dogbo Bessi, Arcivescovo metropolita di Korhogo e Presidente della Conferenza Episcopale della Costa d'Avorio, deplora la mancanza di rigore nell'applicazione delle misure adottate per bloccare la propagazione del Covid-19.
Mons. Ignace ha rimarcato che “diciamo che dobbiamo stare a un metro di distanza, lavarci le mani regolarmente e indossare le mascherine poi però vediamo le autorità che dovrebbero applicare queste indicazioni non rispettarle, le persone che vedono questo si lasciano andare all'indisciplina e la malattia può diffondersi ampiamente”.
Sottolineando il fatto che all’interno della Chiesa si rispettano le misure anti Covid, Mons. Ignace sfida lo Stato a sensibilizzare meglio la popolazione e a far rispettare le varie misure restrittive per spezzare la catena del virus.
Sulla questione della vaccinazione l'Arcivescovo di Korhogo afferma "la Chiesa non ha mai chiesto a nessuno essere vaccinato o no. Partiamo dal presupposto che di fronte a una malattia, un'epidemia o una pandemia, chi vuole proteggersi debba farlo. La Chiesa è nella società, se lo Stato chiede di vaccinarsi, la Chiesa non si opporrà”.
La Costa d'Avorio ha registrato al 16 marzo, 212 nuovi casi di Covid-19 su 2.209 campioni prelevati, ovvero il 9,6% dei casi positivi, 495 guariti e un decesso.
Il Paese registra un totale di 38.120 casi confermati di cui 35.111 persone guarite, 214 morti e 2.795 casi attivi. E dall'apertura della campagna di vaccinazione contro il Covid-19, al 16 marzo sono state vaccinate 17.448 persone.
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AMERICA/PERU' - I Vescovi in vista delle elezioni: “da questa crisi multidimensionale o usciamo tutti insieme o non si esce proprio"

Fides IT - www.fides.org - qua, 17/03/2021 - 22:24
Lima – In un documento intitolato "La politica di cui abbiamo bisogno", i Vescovi del Perù si sono espressi sulle prossime elezioni che si terranno nell'aprile di quest'anno. Nel messaggio, firmato il 15 marzo, i Presuli sottolineano che i peruviani si stanno avvicinando alle elezioni del Bicentenario nel mezzo di una delle peggiori crisi della vita repubblicana. "Forse è la peggiore perché è una crisi multidimensionale: sanitaria, economica, morale, educativa e politica, che colpisce seriamente il nostro presente e può influenzare ancora di più il nostro futuro come nazione" affermano.
Per questo evidenziano che chi si presenta come candidato ha una responsabilità maggiore, perché deve guidare le sorti del Paese, oltre che cooperare al rilancio della politica e al rafforzamento della società. Ma chiariscono che l'entità della crisi politica è così forte che nessun candidato o partito sarà in grado di tirarne fuori il paese da solo. "È necessario il lavoro e lo sforzo congiunti di tutti i peruviani, perché da questa crisi multidimensionale o usciamo tutti insieme o non si esce proprio" ribadiscono.
Nel documento i Vescovi parlano anche del profilo ideale dei buoni politici, sottolineando che i candidati devono essere persone oneste e responsabili, con spirito di servizio, capaci di dialogo e di costruire ponti a favore del bene comune, “che è il bene di ognuno di noi che facciamo parte del Perù”.
Infine invitano la popolazione a partecipare alla vita politica con responsabilità, in quanto votare è un dovere che spetta a tutti. "Siamo convinti che sia possibile nel nostro Paese che la politica diventi la più alta forma della carità" concludono.

Nel novembre scorso, i vescovi avevo dichiarato: “Urge proseguire e promuovere la lotta contro tutti i volti della corruzione che ha rivelato un cancro sociale che deve essere definitivamente curato; quindi, non dobbiamo fermarci. L'impegno e la responsabilità delle autorità devono riaffermare questa lotta per ottenere un Perù più trasparente e giusto” , con queste parole la Conferenza Episcopale Peruviana ha fatto appello alla popolazione e alle autorità peruviane a proseguire il programma politico e a seguire il calendario delle prossime elezioni presidenziali per il 2021, dopo che il Congresso peruviano ha destituito il Presidente Martín Vizcarra . La tensione politica continua forte nel Paese, dove in meno di quattro anni sono ormai passati 3 Presidenti, e la pandemia ha registrato 925 mila casi con più di 35 mila vittime.

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EUROPA/ALBANIA - Giornata dei Missionari Martiri: Padre Ettore Cunial, una vita donata per amore

Fides IT - www.fides.org - qua, 17/03/2021 - 22:10
Roma – In vista della 29.ma “Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei Missionari Martiri” del 24 marzo , l’Agenzia Fides propone alcune testimonianze di missionari uccisi a causa del Vangelo nei diversi continenti, in tempi e contesti differenti. Per alcuni di loro è stata avviata la causa di beatificazione, come padre Ettore Cunial, dei Giuseppini del Murialdo , ucciso a Durazzo nell’ottobre 2001. Era nato a Possagno , il 13 agosto 1933 ed era sacerdote dal 1962. Insegnante, direttore di comunità parroco, superiore sono stati i suoi diversi incarichi fin quando, a 67 anni, viene inviato missionario in Albania. In pochi mesi era comunque riuscito a intrecciare la sua vita con quella della popolazione locale, come racconta a Fides il postulatore, padre Giuseppe Rainone.
“L’8 ottobre 2020, con una semplice e solenne concelebrazione nella Cattedrale di Tirana, l’Arcivescovo Mons. George Frendo, in accordo con la congregazione dei Giuseppini del Murialdo, ha aperto in modo ufficiale il processo di beatificazione di p. Ettore Cunial. sacerdote giuseppino e missionario. Sono passati 19 anni dalla sua tragica morte, avvenuta a Durazzo nella “Casa Nazareth”, la sera dell’8 ottobre 2001.
P. Ettore era arrivato nella comunità di Fier il 19 novembre 2000 e dal 21 marzo 2001 abitava sulla collina di Durazzo. L’ultima obbedienza che ricevette, fu il mandato per la missione in Albania. Ricordiamo la sua determinazione di mettersi all’opera, di studiare la lingua albanese, alla ricerca di un luogo dove avviare una nuova presenza giuseppina per l’animazione giovanile-vocazionale. Lo immaginiamo a Casa Nazareth, sulla collina di Mosè a Durazzo, immerso nella cura della casa, nella solitudine della preghiera, sempre accogliente verso chi lo va a cercare, in casa o al telefono, vicini e lontani. Da lì si spostava per la città a piedi, a servizio della parrocchia e delle comunità religiose, dei giovani e delle famiglie. Mite e sorridente, forte e infaticabile, portava pace ovunque e creava comunione con tutti.
In quei pochi mesi la gente rimase colpita dalla sua vicinanza a tutte le persone, dalla sua azione pastorale fatta di carità e di compassione, di attenzione alle sofferenze spirituali e morali. Soprattutto i sacerdoti, i religiosi e le religiose, avvertirono in lui la stoffa del buon padre spirituale, del religioso innamorato di Dio e del prossimo; molti ne approfittarono per la direzione spirituale, per la predicazione di ritiri, per il sacramento della riconciliazione.
La sera dell’8 ottobre un giovane di 17 anni lo aspettava per ucciderlo, con 17 colpi di coltello, istigato e strumentalizzato da un adulto vicino di casa. Il processo che ne seguì mise in risalto la figura morale e spirituale del sacerdote giuseppino, che in così poco tempo era entrato nel cuore di tanta gente.
P. Cesare Cotemme, un giuseppino che lo aveva conosciuto da vicino per diversi anni, così commentò: “Il dono di p. Ettore non è soltanto quello dell’ultima ora tragica, ma dell’intera sua vita. È un’espressione mirabile e preziosa del mistero della vita, di una vita ricevuta da Dio, e spesa tutta per amarlo e servirlo: senza mai resistere al suo volere, senza mai allontanare o escludere nessuno di coloro che in lui vedevano il riflesso della presenza autentica del Signore, e nei quali indistintamente, sotto qualsiasi apparenza di bene o di male, con la forza della sua fede, p. Ettore sapeva scorgere il volto di Dio”.
Mons. Paolo Mietto, suo compagno di studio e di sacerdozio, allora Vescovo del Vicariato Apostolico di Napo, saputo della morte di p. Ettore disse: “Quando ho avuto la notizia dell'uccisione, mi è venuto spontaneo pensare che se nelle divine previsioni c'era quella di un primo martire giuseppino, questo non poteva essere che d. Ettore a ‘meritarlo’."
Mons. Frendo, Arcivescovo di Tirana, in un una intervista sull’inizio del suo processo di beatificazione ha dichiarato: “Se dovessi definire in sole due parole Padre Ettore come l’ho conosciuto, potrei dire che era un ‘missionario vero’… Abbiamo preso l’iniziativa di avviare il processo per la beatificazione perché siamo convinti della sua santità: la sua umiltà, senza la quale non si può diventare santi; la sua vita di preghiera, che si rifletteva anche sul suo viso; il suo zelo apostolico, che non aveva limiti”.
Altre testimonianze in occasione della sua morte sono state espresse da coloro che lo avevano conosciuto non solo in Albania, ma anche a Roma, a San Giuseppe Vesuviano , ad Acquedolci e a Cefalù . Si tratta di persone che ringraziano il Signore per averlo incontrato, di avere beneficiato della sua opera pastorale; testimonianze piene di ammirazione e di continua invocazione allo stesso padre Ettore.
Siamo consapevoli che a volte non brilliamo di “attenzione” ai cammini dei santi e forse li consideriamo più un peso che un dono. Tuttavia non può mancare in noi il pensiero che questo confratello non appartiene solo alla nostra congregazione; esso appartiene alla Chiesa e per tutta la Chiesa può essere proposto come esempio che un cammino di santità è possibile per tutti. Come ci ricorda Papa Francesco: “Non avere paura della santità… Non avere paura di puntare più in alto, di lasciarti amare e liberare da Dio. Non avere paura di lasciarti guidare dallo Spirito Santo. La santità non ti rende meno umano, perché è l’incontro della tua debolezza con la forza della grazia .”
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ASIA/MYANMAR - Nuovo appello del Papa, suor Ann Nu Twang: "E' vicino al nostro popolo che soffre"

Fides IT - www.fides.org - qua, 17/03/2021 - 12:43
Yangon - "Le parole di Papa Francesco ci confortano in questi moment in cui vediamo il nostro cuore infranto da tanta violenza e da tanta sofferenza di innocenti. Ci sentiamo perfino impotenti e indifesi di fronte al male che continua; la nostra speranza è riposta in Dio e chiediamo l'aiuto della comunità internazionale": lo dice all'Agenzia Fides un sacerdote cattolico della diocesi di Yangon, preferendo l'anonimato per motivi di sicurezza, dopo il nuovo appello di Papa Francesco che , nelle parole al termine dell'Udienza generale di oggi, 17 marzo, ha citato il Myanmar: “Ancora una volta, e con tanta tristezza - ha detto il Pontefice - sento l’urgenza di evocare la drammatica situazione in Myanmar, dove tante persone, soprattutto giovani, stanno perdendo la vita per offrire speranza al loro Paese”. E ha proseguito, riferendosi idealmente al gesto di suor Suor Ann Nu Tawng, religiosa cattolica della città di Myitkyina, le cui foto sono state pubblicate sui mass-media di tutto il mondo: “Anche io mi inginocchio sulle strade del Myanmar e dico: cessi la violenza! Anche io stendo le mie braccia e dico: prevalga il dialogo! Il sangue non risolve niente. Prevalga il dialogo”.
L'Agenza Fides ha raggiunto Suor Ann Nu Tawng, della congregazione di san Francesco Saverio, divenuta un’icona della presenza dei fedeli cattolici in Myanmar. La suora dichiara a Fides: "Siamo profondamente grati al Papa perchè si ricorda di noi. Conosce il Myanmar, è stato tra noi nel 2017 . Siamo confortati e incoraggiati dal fatto che il Papa sostiene con noi la fine di ogni violenza e l'avvio del dialogo. Sono sorpresa dal fatto che, come mi dicono, le sue parole possano essere state ispirate dal mio gesto di inginocchiarmi e stendere le mani al cielo. L'ho fatto con il cuore. Sono i gesti di ogni cristiano che ha a cuore l'umanità".
Prosegue suor Ann: "Noi soffriamo accanto al nostro popolo. La violenza non si ferma e i feriti aumentano di giorno in giorno. Le cliniche private qui nello stato Kachin sono chiuse per paura dei militari. La nostra piccola clinica è tra le poche strutture aperte, riusciamo a curare i feriti meno gravi, per il resto siamo in seria difficoltà. Alcuni non ce la fanno. Eppure, in questa tribolazione, abbiamo avuto oggi un grande segno di speranza, accanto alle parole del Papa: due donne incinte, ferite leggermente, ricoverate nella nostra clinica, hanno oggi dato alla luce i loro piccoli, una maschietto e una femminuccia. Ogni vita è preziosa. La vita continua a nascere per grazia di Dio. Alcuni ci dicono che la nostra vita è in pericolo, potremmo essere colpite, ma non chiuderemo, non abbandoniamo la nostra missione di curare i feriti, consolare gli afflitti, difendere ogni vita umana. Il Papa e accanto a noi, è vicino al nostro popolo che soffre".


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ASIA/COREA DEL SUD - Solidarietà e sostegno del Cardinale Yeom e dell'Arcidiocesi di Seoul verso il popolo del Myanmar

Fides IT - www.fides.org - qua, 17/03/2021 - 11:29
Seoul - Profonda preoccupazione per la spietata repressione da parte dei militari del Myanmar e pieno sostegno e collaborazione con il popolo del Myanmar: è quanto esprime il Cardinale Andrew Yeom Soo-jung, Arcivescovo di Seoul, in una lettera inviata al Cardinale Charles Maung Bo, Arcivescovo di Yangon e Presidente della Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche . Nella sua lettera, inviata all'Agenzia Fides, il Cardinale Yeom critica la brutale risposta della giunta militare birmana contro proteste pacifiche, affermando che “non è mai accettabile per i militari usare violenza”, ed esprime “forte sostegno ai birmani e alla loro aspirazione alla democrazia”. "Tutto il clero, i religiosi ei fedeli dell'Arcidiocesi di Seoul stanno pregando intensamente per il ripristino della vera democrazia nel paese. Preghiamo tramite l'intercessione della Beata Vergine Maria per tutto il popolo del Myanmar", si legge nella lettera. Il Cardinale ha donato 50.000 dollari in aiuti d'urgenza che saranno consegnati al Cardinale Bo tramite Mons. Paul Tschang In-Nam, Delegato apostolico per il Myanmar.
I due Cardinali, Yeom e Bo, hanno un forte legame: nel 2018 al "Korean Peninsula Peace Forum" tenutosi presso il Seminario Teologico dell'Università Cattolica della Corea, il Cardinale Bo fu invitato per raccontare l'esperienza del Myanmar, come auspicio e testimonianza di un cammino di pace per la penisola coreana. Al Forum il Cardinale Bo ha sottolineato che “la pace nasce dal concetto di dignità umana. La pace non può
esserci se la dignità umana non è rispettata ".
Il Cardinale Yeom ha poi visitato il Myanmar nel novembre 2018, constatando la difficile situazione del Myanmar e ha invitando altri cattolici coreani all'aiuto pastorale sociale. “La Chiesa cattolica coreana ha sperimentato persecuzione e guerra, quindi è naturale per noi mostrare solidarietà ai cristiani sofferenti ", ha detto il Cardinale Yeom.
L'Arcidiocesi di Seoul ogni anno sostiene una raccolta fondi per i soccorsi di emergenza in Myanmar e nel 2020 ha inviato aiuti emergenza alla Chiesa cattolica del Myanmar per la pandemia di di Covid-19
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