OCEANIA/PAPUA NUOVA GUINEA - Attacco alla casa dei sacerdoti diocesani: urge il dialogo per riportare la pace e l’ordine, dice il Vescovo di Alotau

Fides IT - www.fides.org - sex, 26/03/2021 - 10:58
Alotau - “Erano le 2 del mattino e, dopo una breve rissa tra una cinquantina di delinquenti e 5 poliziotti locali, oltre una decina di persone armate si sono introdotte nella casa dei sacerdoti diocesani dove alloggiano 11 dei nostri sacerdoti e 1 diacono”. Scrive così all’Agenzia Fides Mons. Rolando C. Santos, CM, Vescovo della diocesi di Alotau-Sideia, facendo riferimento ad un episodio di violenza verificatosi lo scorso 19 marzo presso la John Sinou House.
“Dopo aver rotto la porta laterale della casa hanno aggredito 7 dei nostri sacerdoti - racconta il Vescovo -, sono entrati nelle loro stanze e li hanno derubati dei loro laptop, telefoni cellulari, denaro contante e altri oggetti di valore. Hanno portato via un nuovo motore fuoribordo, pannelli solari, proiettore e TV. In seguito ai continui colpi alla testa che gli sono stati inferti, un missionario filippino ha perso molto sangue. Portato in ospedale adesso è in condizioni stabili. Un altro giovane prete locale è stato accoltellato, un altro ancora è stato ripetutamente preso a pugni. Gli altri hanno riportato ferite lievi. Sono tutti traumatizzati dall'attacco.”
L’episodio rientra in una serie di violenze che si stanno verificando nella zona ad opera di bande criminali contro la polizia e i vigili del fuoco. Adesso nello sgomento più totale, sacerdoti e diaconi si sentono responsabili verso la comunità nell’adempimento dei loro doveri pastorali in prossimità della Settimana Santa e devono rientrare nelle parrocchie.
Mons. Santos ha riferito che la popolazione locale è molto scossa per quanto accaduto ai sacerdoti. “La gente non si sente al sicuro e vive nella paura. Ad Alotau e nel resto della provincia continua a crescere la violenza e si vede sgretolare il processo di pace. La polizia è impotente perché è in inferiorità numerica rispetto ai criminali che sono molto meglio armati.”
“C'è bisogno di un dialogo tra il governo, il gruppo criminale che imperversa nella zona seminando violenza e distruzione, le chiese e la gente in generale su come riportare la pace e l’ordine ad Alotau”, insiste Mons. Santos. “Le differenze dovrebbero essere risolte in modo pacifico – conclude - e dovrebbero essere stabiliti il rispetto dei diritti e della dignità di ogni persona. Soprattutto abbiamo bisogno di pregare e implorare l'aiuto e il perdono di Dio. C'è speranza per un domani migliore se agiamo tutti insieme”.
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AMERICA/PARAGUAY - Sempre più grave la situazione sanitaria, economica e sociale; i Vescovi propongono al Presidente “un tavolo di dialogo”

Fides IT - www.fides.org - sex, 26/03/2021 - 10:57
Asuncion – Il Paraguay aveva sostenuto in maniera esemplare la prima ondata della pandemia di Covid-19, ed è stato perfino un modello di gestione civile, per altri paesi sudamericani, di questa crisi sanitaria, tuttavia dopo un anno la situazione si è capovolta. Il governo del Paraguay ha annunciato il 24 marzo misure con le quali cerca di dare respiro al sistema sanitario, che è crollato a causa della saturazione dei malati di Covid-19. Secondo il nuovo decreto presidenziale, a partire da sabato 27 marzo, saranno consentiti solo "spostamenti minimi e indispensabili" dei cittadini per il trasferimento di malati o per l'acquisto di viveri.
La situazione è molto critica: non ci sono più posti nei reparti di terapia intensiva per malati Covid, sia nel settore pubblico che nel privato. Pablo Lemir, principale medico forense del Ministero Pubblico della Sanità, ha detto alla stampa che il Paraguay forse dovrà usare i cosìddetti "cimiteri umanitari", che non sono altro che le fosse comuni, dinanzi alla enorme quantità di morti per Covid negli ultimi giorni. A questa grave situazione di crisi si è aggiunta la notizia che i vaccini destinati al Paraguay ancora non arrivano. La paura più grande è per il settore economico, che è riuscito a reggere la pandemia nel 2020, ma queste ultime misure porteranno gravi conseguenze anche nel settore economico e del lavoro.
Per questa grave situazione parte della popolazione si era riversata sulle strade delle città per manifestare contro il governo . Una settimana dopo, soltanto la Chiesa locale è riuscita a fare una proposta seria e percorribile per risolvere parte della crisi: “Un tavolo di dialogo per reindirizzare la guida del nostro Paese”. È questa la proposta che i Vescovi del Paraguay, guidati dal Presidente, Mons. Adalberto Martínez Flores, Vescovo di Villarrica, hanno presentato al Presidente della Repubblica, Mario Abdo Benítez, nel corso del colloquio che si è svolto il 24 marzo nella sede della Conferenza episcopale paraguaiana , ad Asunción.
Lo ha riferito, in una nota pervenuta a Fides, il Segretario generale e portavoce della Cep, Mons. Amancio Francisco Benítez Candia, Vescovo di Benjamín Aceval, specificando che il colloquio è stato chiesto dal Presidente della Repubblica e che i Vescovi non hanno in alcun modo dato appoggio ad Abdo Benítez. L’opposizione aveva infatti chiesto la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica, ma la richiesta è stata respinta dal Parlamento.
I Vescovi hanno ribadito l'invito al Presidente ad essere in costante ascolto della gente e hanno specificato che non sarà la Conferenza Episcopale a guidare l’eventuale tavolo, “perché noi non siamo giudici, ma potremmo essere presenti, accompagnando tutti, il Governo, il popolo, tutta la cittadinanza”, ha concluso il Segretario della CEP.
Ad oggi il Paraguay conta più di 203.000 casi e circa 4 mila morti per Covid 19.

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ASIA/VIETNAM - La fede in Cristo durante il servizio militare, con l’ausilio delle nuove tecnologie

Fides IT - www.fides.org - sex, 26/03/2021 - 10:25
Hanoi - La tecnologia a supporto della fede, non solo per rispondere all’emergenza pandemica: è l’esperienza di molti giovani cattolici del Vietnam che, chiamati ad assolvere all’obbligo militare, si trovano per 18 mesi nell’impossibilità di vivere un percorso spirituale regolare. Secondo quanto raccontato all'Agenzia Fides da fonti locali, grazie alla sempre maggiore diffusione di Internet e di dispositivi tecnologici, i cattolici riescono a seguire la messa in streaming o ad accedere alle letture della Bibbia. E’ un sostegno che aiuta a mantenere viva la fede anche in un contesto molto lontano dalla Chiesa, come quello militare.
In Vietnam, il servizio di leva è ancora obbligatorio e coinvolge ogni anno migliaia di giovani tra i 18 e i 25 anni: l’arruolamento è generalmente preceduto da un rituale celebrato agli inizi di marzo. Il periodo di servizio nell’esercito è un momento molto temuto dalle famiglie cattoliche: nell’anno e mezzo in divisa, i ragazzi vivono in caserme distanti dai centri abitati e dalle chiese, hanno scarse possibilità di pregare e ricevere i sacramenti e sperimentano, così, un lungo allontanamento dalla fede. A ciò si aggiunge che molti soldati cattolici, mossi dal desiderio di trovare un’occupazione futura nell’esercito anche dopo il periodo di leva, si dichiarano non religiosi per paura di essere esclusi dal partito comunista. La percentuale di soldati cattolici che restano saldi nella fede in queste difficili circostanze è quindi molto bassa. In questo contesto, gli smartphone e Internet rappresentano un valido conforto spirituale e un mezzo di vicinanza alla comunità dei fedeli.
Sebbene la vita spirituale degli arruolati rivesta ancora una bassa priorità nel mondo militare vietnamita, di recente il governo ha mostrato una maggiore apertura, riconoscendo di aver guadagnato molte reclute proprio grazie ad una rinnovata collaborazione con i membri di varie organizzazioni religiose. Tra questi, molti giovani cattolici, che si sentono chiamati ad unirsi agli sforzi della nazione per costruire un contesto di unità, sviluppo e pace.

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ASIA/GIAPPONE - Dalla "Chiesa sorella" in Giappone, solidarietà e preghiera per il Myanmar

Fides IT - www.fides.org - sex, 26/03/2021 - 10:03
Tokyo - "Avendo sviluppato una speciale condizione di "Chiesa sorella" con la Chiesa del Myanmar, siamo molto preoccupati per la situazione attuale e per l'impatto che sta avendo sulla gente": lo afferma una lettera dell'Arcidiocesi di Tokyo che esprime profonda solidarietà e preghiera verso il popolo del Myanmar, nel bel mezzo della crisi politica che agita il paese. La missiva pervenuta all'Agenzia Fides, firmata dall'Arcivescovo Isao Kikuchi Svd, e indirizzata ai Vescovi del Myanmar, nota: "Durante la stagione della Quaresima, mentre ci sforziamo di rinnovare la nostra dedizione e sacrificio a Cristo e favorire una nuova vita all'interno delle nostre comunità, noi a Tokyo preghiamo perché il sacrificio e le preghiere del popolo del Myanmar portino pace e rinnovamento al paese".
Prosegue l'Arcivescovo: "Voglio assicurare solidarietà densa di preghiera con la Chiesa del Myanmar e con il suo ruolo di servire i deboli e quanti cercano la pace. Con il Santo Padre preghiamo perché quanti hanno l'autorità lavorino 'con sincera volontà di servire il bene comune e i fondamentali diritti umani e civili, di promuovere la giustizia e la stabilità nazionale per una coesistenza armoniosa, democratica e pacifica", si legge nel testo che cita un intervento dell'Arcivescovo Ivan Jurkovic, Osservatore Permanente della Santa Sede alla sede Onu di Ginevra, il 21 febbraio 2021
L'Arcivescovo Kikuchi ricorda la sua visita in Myanmar, a febbraio 2020, quando ha avuto modo di incontrare comunità piene di fede, di vitalità, che vivono "con gioia le loro sfide, la loro lotta e la loro resilienza", e auspica che "le loro speranze e aspirazioni non siano distrutte".
La lettera dell'Arcivescovo si conclude condividendo l'appello del Cardinale Charles Maung Bo, Arcivescovo di Yangon: "La pace è possibile, la pace è l'unica strada", e assicura la preghiera delle comunità cattoliche dell'arcidiocesi di Tokyo per la Chiesa in Myanmar e per la pace nella travagliata nazione.
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EUROPA/SPAGNA - Gratitudine del Presidente delle POM alla Chiesa spagnola per il sostegno alle missioni nonostante la pandemia

Fides IT - www.fides.org - sex, 26/03/2021 - 09:14
Madrid - L'Arcivescovo Giovanni Pietro Dal Toso, Presidente delle Pontificie Opere Missionarie , ha ringraziato il Cardinale Juan José Omella, Arcivescovo di Barcellona e Presidente della Conferenza Episcopale Spagnola, per la generosità della Chiesa di Spagna che, nonostante la pandemia, ha mantenuto il suo impegno e sostegno all'attività missionaria della Chiesa.
Secondo la lettera, diffusa dalla Direzione nazionale delle POM della Spagna, l’Arcivescovo osserva con soddisfazione che il contributo che la Chiesa spagnola offrirà quest'anno al Fondo di solidarietà universale, “non differisce molto dagli importi offerti negli anni precedenti nonostante le circostanze sfavorevoli dovute alla pandemia. Inoltre, questo contributo si aggiunge ai 452.140,10 euro che la Direzione nazionale spagnola ha messo a disposizione lo scorso anno al fondo creato per sostenere le circoscrizioni ecclesiastiche dei territori di missione durante il periodo più acuto della stessa pandemia”.
L’Arcivescovo Dal Toso esprime quindi “sincera gratitudine, a nome di tutta la famiglia delle Pontificie Opere Missionarie, ai Vescovi di Spagna e a tutte le comunità cristiane di questo Paese, per il loro continuo ed esemplare sostegno all'attività missionaria della Chiesa anche in mezzo alle difficoltà. Questo sostegno non è solo economico, ma è compreso in un'attenzione pastorale al tema missionario che ha una tradizione secolare in Spagna”. Il Presidente delle POM infine rivolge “una parola di particolare apprezzamento al Direttore nazionale delle POM, rev. José María Calderón, e a tutto il personale della Direzione che promuove, con una grande opera di animazione missionaria, uno spirito di comunione ecclesiale universale tra i fedeli delle vostre Chiese”.
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AFRICA/SUD SUDAN - Il nuovo Vescovo di Rumbek: "Mettere Cristo al centro e rilanciare l'evangelizzazione"

Fides IT - www.fides.org - qui, 25/03/2021 - 19:03
Rumbek - “Stavo lavorando come Vicario generale nella diocesi di Malakal ed ero – e sono – molto soddisfatto della mia vocazione e della mia vita di missionario. Credo che il Papa abbia scelto me perché c’era bisogno di una presenza giovane, energetica che ripercorresse le orme di Cesare Mazzolari . Era un Vescovo amatissimo dal popolo e i fedeli della diocesi chiedevano qualcuno in continuità, orientato sulla pastorale. Cesare era comboniano come me e spero di imboccare quella strada, con una risposta umana e umanitaria”. Si presenta così all’Agenzia Fides mons. Christian Carlassare, il nuovo Vescovo titolare della diocesi di Rumbek, il Vescovo italiano più giovane a servizio della Chiesa, da 16 anni in Sud Sudan. Lascia Malakal, nello Stato dell’Alto Nilo, e si immerge in una nuova realtà, nello Stato dei Laghi. La sua storia di passione per il Sud Sudan, quindi, continua e si approfondisce, nel solco di una presenza di vicinanza della Chiesa cattolica al più giovane Paese del mondo
“Credo sia necessario fare un passo in avanti nella formazione catechetica, nell’ evangelizzazione. Il mio predecessore aveva dato vita a un primo un centro catechistico ma era un periodo molto difficile, prima dell’ indipendenza. È arrivato il tempo di rilanciare l’opera pastorale e di evangelizzazione diretta. A Rumbek vivono un milione e 800mila persone, i cattolici battezzati sono 200mila mentre 800mila i protestanti. La Chiesa cattolica, in ogni caso, è vista da tutti i fedeli, anche di altre religioni, con grande rispetto, sia per la tradizione di vicinanza al popolo nei campi sociale e sanitario - oltre che di promozione della pace - sia per quanto Papa Francesco sta portando avanti con il suo interesse costante verso il Paese. Per noi sarà fondamentale mettere al centro Cristo e favorire l’esperienza di Cristo. Si può avere tanta gente in chiesa ma percepire una limitata esperienza della presenza di Gesù”.
La giovane età di mons. Carlassare è in linea con le esigenze di un popolo di fedeli molto giovane e di una popolazione che per più del 50% ha meno di 18 anni. Le nuove generazioni si stanno avvicinando con maggiore intensità alla fede cristiana.
“Da noi i cristiani rappresentano il 60% della popolazione, poi c’è un 8% di musulmani, e il resto animisti, per meglio dire, fedeli delle religioni nilotiche. Ciò che mi ripropongo di fare nei primi tempi della mia nuova missione è mettere su strutture diocesane che promuovano ministerialità per mettere a disposizione del Paese una Chiesa sempre più collaborativa, capace di valorizzare ciò che ognuno può offrire. E poi puntare sulla formazione dei catechisti e di chi si occupa della liturgia. La Chiesa deve essere fondata sul contributo dei laici, anche per il basso numero di ministri ordinati, possiamo puntare su piccole comunità cristiane fatte da laici, che fanno fatica, però, a crescere, non per incapacità, ma per il permanere del conflitto”.
La guerra resta il problema principale del Sud Sudan. Nonostante l’ accordo di pace del 2018 e il tentativo di governo di unità nazionale inaugurato a novembre 2019 , resta il conflitto che insanguina il paese dal 2013, due anni dopo la proclamazione dell’indipendenza. Gli oltre 400.000 morti e i milioni di transfughi interni ed esterni, marcano ferite tuttora sanguinanti e spiegano la fatica di una ripartenza in cui sia la riconciliazione nazionale a dominare la scena.
“Tutta la popolazione si definisce ‘traumatizzata’ e si nota quotidianamente: c’è tanta paura, è molto difficile immaginare un programma a lungo termine. In questo senso la Chiesa gioca un ruolo fondamentale e, sebbene sia chiaro che siamo ancora lontani da uno stato di pace definitiva, vediamo con speranza gli ultimi sviluppi. Dal famoso bacio del Papa a Roma ai piedi dei leader politici convocati per la Pasqua esattamente due anni fa, molte cose sono cambiate ed è indubbio che i responsabili delle fazioni abbiano sentito nel profondo la responsabilità a superare le divisioni. Vediamo che c’è un impegno in campo politico. Ma persistono molti problemi: se a livello nazionale tutti parlano di pace, a livello locale le piccole comunità restano molto ferite da 8 anni di conflitto. Nell’Alto Nilo, ad esempio, c’è il grande problema della terra che scatena scontri tribali sui confini, ma è impensabile, come qualcuno chiede, dividere il territorio tribù per tribù. La Chiesa va oltre le tribù ed è presente tra tutti i gruppi, ma le scelte sono dettate più dall’economia che dai valori. Lo sfruttamento del petrolio è uno degli elementi più catastrofici”.
Oltre al noto gesto del Papa, che non perde occasione di parlare e invocare riconciliazione per il Sud Sudan, la Chiesa promuove un’azione capillare di promozione della pace: “Vi sono uffici di Giustizia e Pace nelle diocesi che incontrano le comunità locali e cercano di risolvere le divisioni con un approccio evangelico. Gli operatori raccolgono inoltre informazioni su ciò che accade, le ingiustizie perpetuate e, oltre a provare a sanarle, le riportano al governo anche come riflessione e segnalazioni. Per noi è fondamentale inserire persone con una formazione cristiana all’interno delle realtà che si occupano della amministrazione della giustizia. Poi c’è un forte impegno a livello nazionale grazie al Consiglio Ecumenico delle Chiese, molto attivo anche nei processi di cura dei traumi. Vi sono molti esempi concreti di come la Chiesa agisce sul territorio per favorire la pace. C’è la Malakal peace iniziative, organizzata da gruppi ecclesiali per favorire il dialogo tra etnie Scilluk e Denka. Alcuni progetti hanno avuto un incredibile successo riuscendo a mettere insieme persone che non si erano mai incontrate prima. Il Vescovo emerito mons. Paride Taban, poi, ha promosso il 'Kuron peace village', un villaggio dove persone di diverse tribù vivono e lavorano insieme pacificamente. Vi sono, inoltre, tutte quelle situazioni in cui le scuole gestite dai religiosi accolgono giovani da tutto il paese dove c’è armonica convivenza, al di là delle diverse appartenenze tribali”.
Comincia la nuova avventura di un Vescovo giovane in un popolo giovane, con una missione importante, a cominciare dalla conquista della fiducia della sua nuova gente: “Sono rimasto meravigliato dai tanti messaggi di apprezzamento da tantissime persone, soprattutto dai giovani. Per prima cosa mi metterò in ascolto degli agenti pastorali, i preti diocesani, i catechisti e poi dovrò immergermi per identificarmi con questo popolo”, conclude.

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ASIA/TERRA SANTA - Patriarca Pizzaballa a Nazareth per la Solennità dell’Annunciazione: non ci salvano le messe virtuali, ma l’incontro con Cristo

Fides IT - www.fides.org - qui, 25/03/2021 - 13:07
Nazareth – “Non è attraverso la tecnologia che incontreremo il Signore. Non saranno le messe virtuali a salvarci, e nemmeno i social, ma l’incontro personale con Lui”. Così l’Arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, ha voluto ricordare l’unica sorgente di guarigione e redenzione che può salvare le vite degli uomini e delle donne di ogni tempo, compreso il presente, così segnato dal dolore e dallo sconcerto davanti alla pandemia. Lo ha fatto celebrando la solennità dell’Annunciazione del Signore, a Nazareth, nella Basilica costruita sul luogo in cui, secondo la tradizione cristiana, l’Arcangelo Gabriele annunciò alla Vergine Maria la prossima nascita di Gesù.
L’omelia dell’Annunciazione pronunciata dal Patriarca Pizzaballa rappresenta un prezioso, luminoso e purtroppo isolato aiuto a guardare il momento che stiamo vivendo con sguardo cristiano, alla luce del mistero dell’Incarnazione. Il Patriarca ricorda che lo scorso anno, di questi tempi, “eravamo tutti sconvolti dall’irrompere della pandemia nella vita personale e collettiva di ciascuno di noi”, ma aggiunge che adesso, a distanza di un anno, “non abbiamo le idee più chiare. La paura ci ha portato a pensare che il mondo sia un luogo ostile e pericoloso. Forse riusciamo a gestire meglio l’emergenza sanitaria, ma tutto il resto: economia, socialità, educazione, lavoro… tutto è ancora più fragile ed esposto a tanti interrogativi”.
"Le domande intorno a cui viene focalizzata l’attenzione collettiva si concentrano sull’economia, sulla vita sociale, su quella sanitaria. Ma cosa dice tutto questo” si chiede l’Arcivescovo Pizzaballa “alla nostra fede? Ce lo chiede il Signore stesso: ‘Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi?’ ”. L’ultimo anno ha visto chiuse anche le chiese, con celebrazioni sospese anche a Pasqua e senza Natale: “Anche la vita di fede” nota il Patriarca “sembrerebbe essere diventata virtuale: messe online, pastorale in zoom, benedizioni a distanza”. Ma il mistero che si celebra oggi, ricorda che il “sì” di Maria “ha permesso a Dio di irrompere nella realtà del mondo, assumendo la nostra stessa carne”.
Proprio a Nazareth in un preciso momento nel tempo, “il Verbo di Dio ha assunto in tutto, fuorché il peccato, la nostra umanità. E questo” ha suggerito Pizzaballa “già ci dice quanto Dio ami questa nostra realtà. Il mondo non è mai stato un’isola felice: problemi di ogni genere, ingiustizie, divisioni, guerre, malattie ci sono oggi come nel passato e sempre. Ma tutto questo non ha impedito in alcun modo il compiersi del progetto di Dio in un mondo così. Il Suo desiderio di salvezza non è stato fermato dalla nostra disobbedienza: Lui si è fatto uno di noi, perché ci ha amati come siamo. Se fossimo stati perfetti, forse, non ci sarebbe stato bisogno di un progetto di salvezza, di un Suo intervento nella storia”.
Chi cammina nel tempo seguendo Gesù – ha aggiunto il Patriarca – è condotto a “amare la realtà di questo mondo, così come Dio l’ha amata”. Questo mondo, pur segnato dal dolore, “è comunque il Luogo nel quale Dio si è manifestato e nel quale ci ha incontrato, e dove ancora oggi Lo incontriamo”. E anche nei tempi difficili, non c’è nulla “che possa impedirci di vivere pienamente. La fede comporta anche il riconoscere la bellezza di questa nostra realtà, il saper stare di fronte ai fatti della vita, belli o faticosi che siano, con la certezza del bene che ci abita, di una Parola che ci salva”.
Proseguendo nella sua omelia, il Patriarca latino di Gerusalemme ha chiamato per nome le tentazioni più insidiose del tempo presente, riconoscendo che sempre più spesso, e soprattutto in questo ultimo anno, anche “nella Chiesa abbiamo vissuto più virtualmente che realmente”. Gli strumenti tecnologici non vanno disprezzati, perché certo hanno permesso a tutti di mantenere un minimo di socialità. Ma non è attraverso la tecnologia” ha aggiunto Pizzaballa “che incontreremo il Signore, non saranno le messe virtuali a salvarci, e nemmeno i social, ma l’incontro personale con Lui”. E la memoria dell’Annuncio a Maria, celebrata oggi dalla Chiesa “è anche un invito a non fuggire dal reale, a non evitare di fare i conti con chi siamo realmente ma, al contrario, a ritrovare nella propria vita, personale e comunitaria, così come essa è, i segni della presenza di Dio, il luogo dove incontrarlo”. L’evento dell’incarnazione di Gesù – ha sottolineato il Patriarca latino di Gerusalemme – non è un mero “moto interiore” riservato alla Vergine Maria: ci sono da subito “tanti testimoni intorno all’evento dell’Annunciazione”: Giuseppe, la cugina Elisabetta, “l’arcangelo Gabriele, naturalmente, e soprattutto lo Spirito Santo”. L’Incarnazione del Verbo di Dio da subito “mette in moto altri, crea una comunità di persone, unite dal ‘sì’ di Maria all’azione dello Spirito di Dio”. E lungo tutta la storia, nessun surrogato “virtuale” e nessuna illuminazione “mentale” può sostituire la modalità storica con cui il mistero della salvezza si comunica attraverso “testimoni che, mossi e guidati dallo Spirito, sono diventati collaboratori della realizzazione del progetto divino”. Incontrare l’opera di Cristo stesso nelle vite di altri – ha aggiunto Pizzaballa – è ciò di cui “abbiamo sempre tanto bisogno: perché se è vero che ciascuno deve trovare dentro di sé la sicurezza della propria relazione con Dio, è vero anche che c’è una conferma che può venire solo dal di fuori, nella relazione con l’altro”.
Troppo spesso – ha annotato il Patriarca nella conclusione della sua omelia – “ci rinchiudiamo dentro i nostri problemi, che diventano il nostro unico orizzonte. Siamo sempre così presi dalle piccole faccende della vita, dalle cose da fare, o anche dai grandi progetti, che ci dimentichiamo l’essenziale: l’esistenza ha senso solo se si apre all’amore, e il mondo, cioè tutti noi, abbiamo bisogno di farne reale esperienza, abbiamo bisogno dell’abbraccio del perdono di Dio, della sua irruzione nella vita del mondo”. Anche di fronte ai dolori e agli enigmi del tempo presente, non c’è bisogno di fare discorsi, “cercare lontano” o escogitare “nuove formule”. Serve solo mendicare “l’irruzione” del perdono di Dio nella vita del mondo. E “ricordare questo a noi stessi e agli altri” è “la vocazione e la missione della Chiesa oggi”.
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AFRICA/GUINEA EQUATORIALE - Esplosioni di Bata: le testimonianze dei missionari in prima linea nel soccorrere la popolazione

Fides IT - www.fides.org - qui, 25/03/2021 - 11:34
Bata – “Domenica 7 marzo, verso le 13, abbiamo sentito un forte rumore, come se la casa tremasse. Qualche minuto dopo, un altro forte rumore, che ha provocato la frantumazione di porte e finestre dell'hotel che abbiamo proprio di fronte. Abbiamo iniziato a ricevere chiamate e messaggi che ci raccontavano cosa era successo: un'esplosione alla caserma militare di Nkoantoma, che dista circa 6 chilometri da dove viviamo”. È la testimonianza delle religiose della Comunità delle Suore della Carità di Santa Ana che opera a Bata, capitale economica e la più popolosa città della Guinea Equatoriale dove il 7 marzo almeno cinque grandi esplosioni nell'area della caserma di Nkuantoma hanno distrutto gran parte degli edifici delle installazioni militari stesse e delle case vicine .
Le suore si sono subito attivate per soccorrere le vittime. “In meno di due ore, e senza sapere esattamente cosa stesse succedendo, ci siamo diretti all’Hospital General poiché ci hanno informato che stavano portando lì i feriti. Abbiamo caricato la nostra auto con forniture mediche e offerto il nostro pieno supporto”. In tutta questa difficile situazione, abbiamo visto la pronta risposta di sostegno e solidarietà da parte della popolazione. Circa 200 operatori sanitari sono accorsi in quell'ospedale, tra volontari, infermieri, medici, studenti di medicina ... tutti per affrontare qualcosa che non capivamo”.
“Le parrocchie e le scuole cattoliche hanno messo a disposizione le loro strutture per accogliere decine di famiglie rimaste senza casa. E noi, come centro sanitario, continuiamo a curare dozzine di persone con contusioni e conseguenze fisiche e psicologiche” affermano le religiose.
“Stiamo vivendo qualcosa di peggiore di un film dell’orrore. La scuola salesiana si trova a 2,5 chilometri dal luogo delle esplosioni e non abbiamo subito grandi danni, ma tutto ha tremato e persino io ho fatto un salto per l’onda d’urto” racconta dal canto suo p. Francisco Moro, Salesiano, Direttore dell’Istituto Spagnolo dei Salesiani di Bata. Sono passate due settimane dalla tragedia, che secondo il bilancio ufficiale ha causato 107 morti e oltre 600 civili, e il centro educativo salesiano ha accolto nelle sue strutture più di 100 persone, la maggior parte delle quali donne e minorenni. Altre 200 persone vengono ogni giorno a pranzo o a cena e un altro grande gruppo di 200 persone viene aiutato nei quartieri dove sono stati trasferiti come sfollati. “Abbiamo bisogno di aiuto per poter continuare ad occuparci di loro, perché molti altri vengono a pranzare qui per le conseguenze della pandemia”, conclude il direttore della scuola salesiana.
Categorias: Dalla Chiesa

AFRICA/GUINEA EQUATORIALE - Esplosioni di Bata: le testimonianze dei missionari in prima linea nel soccorre la popolazione

Fides IT - www.fides.org - qui, 25/03/2021 - 11:34

Bata – “Domenica 7 marzo, verso le 13, abbiamo sentito un forte rumore, come se la casa tremasse. Qualche minuto dopo, un altro forte rumore, che ha provocato la frantumazione di porte e finestre dell'hotel che abbiamo proprio di fronte.Abbiamo iniziato a ricevere chiamate e messaggi che ci raccontavano cosa era successo: un'esplosione alla caserma militare di Nkoantoma, che dista circa 6 chilometri da dove viviamo”. È la testimonianza delle religiose della Comunità delle Suore della Carità di Santa Ana che opera a Bata, capitale economica e la più popolosa città della Guinea Equatoriale dove il 7 marzo almeno cinque grandi esplosioni nell'area della caserma di Nkuantoma hanno distrutto gran parte degli edifici delle installazioni militari stesse e delle case vicine .
Le suore si sono subito attivate per soccorrere le vittime. “In meno di due ore, e senza sapere esattamente cosa stesse succedendo, ci siamo diretti all’ Hospital General poiché ci hanno informato che stavano portando lì i feriti. Abbiamo caricato la nostra auto con forniture mediche e offerto il nostro pieno supporto”. In tutta questa difficile situazione, abbiamo visto la pronta risposta di sostegno e solidarietà da parte della popolazione. Circa 200 operatori sanitari sono accorsi in quell'ospedale, tra volontari, infermieri, medici, studenti di medicina ... tutti per affrontare qualcosa che non capivamo”.
“Le parrocchie e le scuole cattoliche hanno messo a disposizione le loro strutture per accogliere decine di famiglie rimaste senza casa. E noi, come centro sanitario, continuiamo a curare dozzine di persone con contusioni e conseguenze fisiche e psicologiche” affermano le religiose.
“Stiamo vivendo qualcosa di peggiore di un film dell’orrore. La scuola salesiana si trova a 2,5 chilometri dal luogo delle esplosioni e non abbiamo subito grandi danni, ma tutto ha tremato e persino io ho fatto un salto per l’onda d’urto” racconta dal canto suo p. Francisco Moro, Salesiano, Direttore dell’Istituto Spagnolo dei Salesiani di Bata. Sono passate due settimane dalla tragedia, che secondo il bilancio ufficiale ha causato 107 morti e oltre 600 civili, e il centro educativo salesiano ha accolto nelle sue strutture più di 100 persone, la maggior parte delle quali donne e minorenni. Altre 200 persone vengono ogni giorno a pranzo o a cena e un altro grande gruppo di 200 persone viene aiutato nei quartieri dove sono stati trasferiti come sfollati. “Abbiamo bisogno di aiuto per poter continuare ad occuparci di loro, perché molti altri vengono a pranzare qui per le conseguenze della pandemia”, conclude il direttore della scuola salesiana.
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EUROPA/ITALIA - “Il Covid non ci toglie la garanzia che Cristo è risorto”: non si arrestano la presenza e la testimonianza dei Camilliani

Fides IT - www.fides.org - qui, 25/03/2021 - 11:30
Torino - “Il mondo oggi più che mai ha un estremo bisogno di testimonianze, di persone capaci di andare contro corrente, capaci di opporsi al male imperante che divide gli esseri umani, che respinge e non accoglie l’altra persona per quella che è e non per il Paese di provenienza, il colore della pelle o lo stato sociale.” Scrive così p. Antonio Menegon, presidente della onlus Madian Orizzonti, dei religiosi Camilliani della Provincia Piemontese, all’Agenzia Fides in occasione di questa prossima Pasqua.
“Anche quest’anno – continua il missionario - ci troviamo nella condizione di vivere una Pasqua attraversata più dalla sofferenza che dalla gioia, più dalla morte che dalla vita. Questo lungo periodo di precarietà si prolunga ancora e sembra non finire mai. Ma ci sono forti segni di speranza e la nostra forza vitale avrà certamente il sopravvento. Cristo è risorto – sottolinea p. Menegon e questa è la garanzia della nostra fede che ci aiuta a guardare sempre oltre, a non chiuderci in noi stessi, a riprendere il cammino con grande determinazione.”
“Nel nostro piccolo abbiamo cercato di dare risposte concrete per aiutare a risolvere le esigenze basilari del vivere.” Il Camilliano fa riferimento alla missione di Haiti che l’anno scorso ha festeggiato i 25 anni dalla fondazione. “In questi anni si è molto sviluppata, ha moltiplicato e potenziato le attività a favore dei malati, dei disabili, delle famiglie senza casa, lavoro, cure e istruzione. Sul fronte del contrasto al Coronavirus sono stati inviati ad Haiti mascherine, gel igienizzanti, detergenti e disinfettanti, guanti e camici ma soprattutto generi alimentari perché il virus letale ad Haiti è la fame atavica che è stata acuita dalla pandemia, insieme alla violenza che terrorizza la popolazione, soprattutto i più poveri e indifesi.”
“Sia ad Haiti, come in Guatemala, in Indonesia nell’isola di Flores, e ancor di più a Torino, - conclude p. Menegon - Madian Orizzonti Onlus si è impegnata per dare una risposta concreta a tantissime famiglie che versano in gravi difficoltà economiche, più di 540 solo in Città).
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VATICANO - Il Cardinale Tagle: “La pandemia ha esasperato le disuguaglianze e le ferite del mondo”

Fides IT - www.fides.org - qui, 25/03/2021 - 11:21
Città del Vaticano - “La pandemia ha messo in evidenza altri tipi di malattie che esistevano già in precedenza: la mancanza di fratellanza e le barriere che separano i ricchi e i poveri. C’è chi può accedere ai più alti livelli di studi e di istruzione chi non ha neanche la possibilità di aprire un libro; c'è chi può andare nei migliori ospedali e chi non ha a disposizione neanche il paracetamolo. Certamente il Covid-19 ha esasperato tutto ciò: pensiamo alle disposizioni sanitarie più semplici come lavarsi le mani o vivere distanziati. In molte parti del mondo non c’è acqua e vi sono famiglie di 6-7 persone che vivono in spazi ristretti. La pandemia, inoltre, ha messo sotto gli occhi di tutti le priorità sbagliate del nostro mondo: non abbiamo mascherine, ma c’è denaro per armi e altri strumenti di guerra”. Così si è espresso il Cardinale Luis Antonio Tagle, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, durante il webinar “Toccare le ferite del mondo. Credere al tempo della Pandemia”, organizzato da Festival Francescano, Editrice Missionaria Italiana e Antoniano di Bologna.
Il Cardinale Tagle ha raccontato le ferite di questo tempo, rileggendole secondo una prospettiva di speranza: “Vi sono tanti tipi di ferite causate dalle nostre scelte sbagliate, autoinflitte. Ci sono poi ferite causate dall’esterno, da altre persone, da sistemi e strutture di indifferenza e disuguaglianza. Vorrei ritornare al 27 marzo dell’anno scorso, in quella piazza San Pietro così vuota: nel corso di quella bellissima preghiera, il Santo Padre ci ha offerto un grande dono di fede, ricordandoci che l'incarnazione di Gesù Cristo è la vicinanza di Dio a tutti i sofferenti. Nessuno cammina da solo, nessuno soffre da solo, nessuno muore da solo: questa è la medicina, Cristo Gesù. Da qui nascono le ferite dell’amore: i volontari, gli infermieri, le suore, i vescovi, i laici che erano e sono pronti ad essere contagiati entrando nei posti pericolosi, dimostrano di essere pronti a farsi ferire dall’amore, dalla solidarietà. Quando una persona ama, è pronta ed essere ferita”.
Come ricordato dal Card. Tagle, proprio dopo la preghiera del 27 marzo 2020, Papa Francesco ha convocato una task-force per rispondere alle necessità dei paesi più poveri e per progettare un futuro di vicinanza dopo il Covid: “La Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, la Caritas, il Dicastero per lo sviluppo umano integrale e altre realtà della Chiesa sono state chiamate per dare ognuna il proprio contributo. Il nostro Dicastero di Propaganda Fide, per esempio, ha aiutato le chiese locali, specialmente nei bisogni cosiddetti istituzionali, per esempio per fornire cibo e beni sanitari e di prima necessità nelle terre di missione. Alla Caritas è stata affidata, invece, la missione di educazione e formazione delle comunità locali, per essere pronti a affrontare la pandemia, per aiutare le comunità a non dipendere totalmente dai loro governi”.
Nella missione della Chiesa, al di là dell’emergenza pandemica, ha detto il Card. Tagle, c’è anche la necessità di rispondere in modo credibile a una crescente secolarizzazione, legata a una globalizzazione “che non è solo un fatto economico, ma anche di cultura”, dice il Cardinale. “Non è possibile avere scudi o barriere per proteggere la gente dalla circolazione di queste idee, ma questo non rappresenta un problema, bensì una sfida che ci porta a valorizzare la nostra fede”.
Infine rispondendo a una domanda sull’accordo Santa Sede-Cina il Cardinale Tagle ha detto: “Sono ottimista sulla Cina. So che il nostro Papa san Giovanni Paolo II aveva il sogno di andarci, e sono certo che sia anche il sogno di Papa Francesco. Speriamo che l'accordo tra Cina e Santa Sede, seppur limitato e non perfetto, apra le porte a questa possibilità. La diplomazia con gli asiatici è spesso sorprendente: quando non ci si aspetta una porta aperta, si aprono subito anche le finestre”.

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AMERICA/VENEZUELA - Appello dei Vescovi in difesa dei grandi valori umani, contro l’imposizione della “cultura della morte”

Fides IT - www.fides.org - qui, 25/03/2021 - 11:03
Caracas - La Commissione Permanente dell'Episcopato Venezuelano ha pubblicato una dichiarazione sul diritto alla vita, intitolata “Grandi Valori Umani”, in cui afferma: "di fronte alla reale possibilità di imporre, da parte di una minoranza, un ordine giuridico completamente nuovo che trasforma il senso della vita e introduce una nuova dimensione della cultura della morte tra di noi, eleviamo la nostra voce di allarme in difesa di questi grandi valori umani".
Nel testo, pervenuto all’Agenzia Fides, i Vescovi ribadiscono che "in ogni momento ogni essere umano deve essere rispettato nella sua dignità, da cui provengono i suoi diritti, soprattutto i più fondamentali di tutti, come il diritto alla vita". Negli ultimi anni, proseguono, si è tentato di imporre nel mondo intero una mentalità contraria al diritto alla vita, all’integrità della persona umana e della famiglia, attraverso grandi campagne pubblicitarie finanziate da corporazioni internazionali, per imporre legislazioni a favore dell’aborto, dell’eutanasia e dell’ideologia di genere, “appellandosi a un falso concetto di modernità, inventando nuovi diritti umani e giustificando posizioni contrarie al disegno di Dio”.
“Il Venezuela non sfugge a questo” lamentano i Vescovi, citando gruppi e movimenti che si fanno eco di questa mentalità contraria alla vita, che hanno trovato terreno fertile in alcuni leader di differente ideologia politica che da anni stanno promuovendo leggi che approvano questo tipo di azioni, nonostante siamo sopraffatti dalla pandemia di Covid-19. Il popolo venezuelano è sempre stato amante della vita, come viene espresso nella Costituzione e nell’ordine giuridico, difendendo e custodendo la vita umana, promuovendo l’unità della famiglia e la dignità dell’essere umano.
I Vescovi lanciano quindi un appello: "A tutti i fedeli cattolici e alle persone di buona volontà, vi invitiamo a far sentire la vostra voce e unire le forze in ogni modo per impedire che queste leggi vengano approvate nel nostro Paese". Sostengono quindi tutti i sacerdoti, diaconi, consacrati e laici, i gruppi “pro vida” e la pastorale familiare, "a continuare a realizzare iniziative di sensibilizzazione in mezzo alla popolazione", con "decisione e perseveranza", annunciando il Vangelo della Vita, al fine di “impedire l'adozione di quelle leggi che, lontane dalla centralità della persona, finiscono per imporre una cultura della morte, lontana dalla nostra fede e dalla nostra solidarietà".
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ASIA/PAKISTAN - Il nuovo Vicario apostolico di Quetta: predicare il Vangelo di servizio, pace e sviluppo

Fides IT - www.fides.org - qui, 25/03/2021 - 10:29
Quetta : “La pace è il bisogno più urgente del mondo, per questo ho scelto il motto episcopale 'Servizio, Pace, Sviluppo'. Tutti gli esseri umani sono una famiglia umana e Dio vuole che ogni essere umano viva felice e sano. Oggi il nostro mondo è diviso di fronte a vari tipi di discriminazione. Sento che è ora di predicare il Vangelo della pace e dello sviluppo, senza alcuna discriminazione”: con queste parole il Vescovo Khalid Rehmat OFM Cap, nuovo Vicario Apostolico di Quetta, città della provincia del Beluchistan, ha salutato l'assemblea dopo la sua ordinazione episcopale, avvenuta oggi, 25 marzo, presso la St. Francis Grammar School di Quetta.
Come appreso dall'Agenzia Fides, il Vescovo Khalid Rehmat OFM Cap, ha inoltre affermato: “Sono grato a Dio che mi ha mostrato la sua misericordia e mi ha chiamato a questo servizio". Citando il versetto biblico Luca 4,18 "Lo Spirito del Signore è su di me, mi ha unto per portare la buona novella ai poveri", il Vescovo ha detto: "Sono pronto a servire la Chiesa con grande umiltà. Affido il mio servizio alla nostra Santissima Madre Maria di cui oggi celebriamo la festa e che ha detto il suo 'Sì' al Signore. Esprimo gratitudine a Dio come suo indegno servitore nella sua vigna”.
L'Arcivescovo Christophe Zakhia El-Kassis, Nunzio Apostolico in Pakistan è stato il principale consacratore con i co-consacratori Joseph Cardinal Coutts, Arcivescovo emerito di Karachi e Arcivescovo Joseph Arshad Presidente della Conferenza episcopale cattolica del Pakistan. Erano presenti sacerdoti, suore e centinaia di persone, riunite rispettando i protocolli di sicurezza per il Covid e il distanziamento.
L'Arcivescovo Christophe Zakhia El-Kassis dopo la cerimonia di ordinazione ha svelato lo stemma del nuovo Vescovo. Rivolgendosi all'assemblea, e in particolare al Vescovo, il Nunzio apostolico ha detto: “Il nuovo Vescovo è chiamato a servire in una provincia, quella del Beluchistan, a lui sconosciuta, e credo che lo Spirito Santo lo guiderà a servire i fedeli di Quetta con amore e premura”. Il Nunzio ha chiamato tutti i sacerdoti ei fedeli a sostenere il nuovo Vescovo e a collaborare con lui nell'obbedienza. Il Nunzio ha anche reso omaggio al defunto Vescovo Victor Gnanapragasm OMI che ha prestato servizio nel territorio per due decenni, chiedendo all'assemblea di rimanere in silenzio per un minuto, in segno di gratitudine, amore e apprezzamento per il primo Vescovo di Quetta, che ha offerto la vita nel servizio pastorale alla Chiesa.
Il Vescovo Khalid Rehmat è diventato il primo sacerdote cappuccino pakistano e il primo sacerdote della diocesi cattolica di Islamabad-Rawalpindi a essere ordinato Vescovo.
Mons. Khalid Rehmat è nato il 5 agosto 1968 in un piccolo villaggio di Mariakhel, in Punjab, ed è il quarto figlio della famiglia di Rehmat Masih e Martha Bibi. È entrato nella Casa di Formazione dei Cappuccini nel 1995 e, dopo aver completato gli studi, ha emesso la professione solenne il 28 dicembre 2007 ed è stato ordinato sacerdote il 16 agosto 2008 nella Cattedrale del Sacro Cuore di Lahore. Papa Francesco lo ha eletto Vicario apostolico del Vicariato apostolico di Quetta il 1 ° gennaio. 2021 dopo la morte del Vescovo Victor Gnanapragasm OMI ,
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AMERICA/EL SALVADOR - Dedicata a San Oscar Arnulfo Romero, Vescovo e Martire, la cappella dell’ospedale dove venne ucciso

Fides IT - www.fides.org - qui, 25/03/2021 - 09:06
San Salvador – "Caro Monsignore: Era lunedì 24 marzo 1980 e l'orologio segnava le 6:20 del pomeriggio. Lei celebra la Santa Messa con la Sua consueta devozione e tenerezza, pronunciando queste parole: “Che questo corpo immolato e questo sangue sacrificato dagli uomini ci nutrano anche per dare il nostro corpo e il nostro sangue alla sofferenza e al dolore, come Cristo, non per lui, ma per dare principi di giustizia e pace al nostro popolo… ”, Dio nel suo amore infinito lo chiamò al martirio e il suo sangue si unì, al momento dell'offertorio, al sangue di Cristo versato per la salvezza degli uomini."
Inizia così la lettera che Monsignor Rafael Urrutia, parroco della chiesa di Sant’Óscar Arnulfo Romero a San Salvador, scrive nel 41° anniversario del martirio di San Romero celebrato ieri. Il motivo è stato l'occasione del cambiamento di denominazione della Cappella dell'Ospedale Divina Providencia, luogo in cui avvenne il martirio. Mons. Rafael Urrutia è anche il postulatore diocesano per le cause di Mons. Romero e di Padre Rutilio Grande.
Nel suo scritto, pervenuto a Fides, si legge: "Non c'era essere umano che capisse, in quel momento, cosa gli era successo. Monsignor Óscar Romero, assassinato ai piedi dell'altare, così veniva annunciato dai radiogiornali. Lei era l'unico che nel Suo cuore sapeva cosa stava succedendo nella Sua vita, sapeva che Dio stava irrompendo nella Sua storia con una vocazione a cui chiama pochissimi suoi figli: il martirio".
Quindi Monsignor Rafael Urrutia aggiunge: "Oggi la Chiesa ha voluto onorare con un nuovo nome la Cappella dell’Ospedale, luogo del suo martirio. Non si chiamerà più Cappella dell'Ospedale Divina Providencia, ma "Cappella Martiriale San Óscar Arnulfo Romero, Vescovo e Martire", sebbene si trovi ancora nel cuore dell'ospedale Divina Providencia, un luogo dove hai deciso di andare a vivere con i malati, che con le loro sofferenze corporee gli resero presente Gesù Cristo crocifisso, sul quale si appoggiava con le sue preghiere e sacrifici". "Grazie, Monsignore, di essere sant'Oscar Arnulfo Romero, una luce che fa risplendere sempre la luce di Cristo. Un abbraccio" conclude la sua lettera Monsignor Urrutia.

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ASIA/MYANMAR - Il Cardinale Bo ai giovani: siate forti nella lotta e nel sacrificio non violenti

Fides IT - www.fides.org - qua, 24/03/2021 - 12:48
Yangon - "Seguire la via non violenta contro i mezzi violenti": è l'esortazione rivolta ai giovani birmani dal Cardinale Charles Maung Bo, Arcivescovo di Yangon, che, in un una dichiarazione pubblicata il 23 marzo e inviata all'Agenzia Fides, riconosce "il meraviglioso contributo storico" e il sacrificio dei giovani del Myanmar per il progresso e il miglioramento del paese. Il Cardinale Bo rileva che la lotta pacifica del movimento giovanile per i valori democratici, per l'equità e l'unità in Myanmar ha incontrato un rispetto e riconoscimento globale, grazie alla sua "spontaneità, creatività, organizzazione massiva e approccio non violento". Le modalità non violente, rimarca il Cardinale "prevarranno sull'oppressione violenta e diminuiranno il numero di morti tra i manifestanti".
Il messaggio afferma di comprendere e riconoscere, in modo empatico, le sfide che vivono oggi i giovani del Myanmar: sopravvivere in mezzo a gravi difficoltà, resistere alla violenza brutale, che suscita dolore, rabbia, frustrazione e ansia. Allo stesso tempo, il testo rinnova l'appello a "usare solo mezzi pacifici" e a restare forti e disciplinati nella risposta non-violenta, per evitare ulteriori spargimenti di sangue e più vittime nel confronto.
"Tutte le tradizioni religiose aderiscono alla non violenza perchè la violenza è intrinsecamente un male. Condanniamo incondizionatamente la violenza contr i civili disarmati", ricorda il Cardinale, assicurando il suo pieno sostegno ai giovani, e ricordando cha una scelta di violenza alienerebbe da loro simpatie e sostegno internazionale e sarebbe controproducente per la loro protesta. Nel messaggio il Presidente della Conferenza episcopale del Myanmar promette di continuare a operare a tutti i livelli, per la riduzione della violenza e per la protezione delle vite umane.

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ASIA/SIRIA - Caritas Internationalis: il popolo siriano cerca cibo nella spazzatura. Stop alle sanzioni

Fides IT - www.fides.org - qua, 24/03/2021 - 11:36
Damasco - Le sanzioni economiche messe in atto contro la Siria, culminate nel “Caesar Act” dell’Amministrazione Trump, colpiscono i cittadini siriani più vulnerabili «nel cuore della loro vita quotidiana», tanto che «i contenitori della spazzatura nelle strade sono diventati una fonte di cibo per i più poveri». Con quest’immagine di ordinaria e quotidiana afflizione, Riad Sargi, Direttore esecutivo di Caritas Siria, ha voluto raccontare il presente da incubo inflitto, anche a causa delle misure internazionali di boicottaggio economico, alle fasce più deboli di un popolo stremato da dieci anni di guerre e violenze. La catastrofe umanitaria che incombe sulla Siria è richiamata nel messaggio-appello diffuso ieri, martedì 23 marzo, da Caritas Internazionalis per invocare la sospensione delle misure sanzionatorie disposte con l’intento dichiarato di colpire il governo di Damasco, e che di fatto vengono sofferte sulla propria pelle dalle fasce più deboli della popolazione.
L’appello di Caritas Internationalis, lanciato in vista della quinta Conferenza dei donatori pro-Siria dell'Unione Europea in agenda per fine marzo a Bruxelles, è stato diffuso a conclusione della conferenza online "Chiesa e Caritas: 10 anni di risposta umanitaria in Siria", a cui hanno preso parte, tra gli altri, anche il Cardinale Mario Zenari, Nunzio apostolico a Damasco. Nel suo intervento in conferenza, il Segretario generale di Caritas Internationalis, Aloysius John, ha dichiarato che l’organizzazione cattolica si unisce alle Chiese presenti in Siria nella loro richiesta di «rimuovere le sanzioni unilaterali introdotte dall'inizio della guerra; aumentare l'accesso ai servizi e all'assistenza sanitaria, compresi i vaccini contro il Covid-19 per il popolo sofferente della Siria; garantire il sostegno alle ONG, in particolare alle organizzazioni basate sulla fede; giungere ad una pace
negoziata, evitando lo stallo continuo che si traduce solo in sofferenze indicibili per i civili innocenti».
Il 90 per cento della popolazione siriana – si legge nel comunicato diffuso da Caritas Internationalis - è sprofondata nella povertà a causa di dieci anni di guerra, delle sanzioni internazionali, della
pandemia di coronavirus e della crisi economica. Un terzo della popolazione è fuggita dal Paese e 12,4 milioni di persone non hanno accesso garantito al cibo necessario per la sopravvivenza e al riscaldamento. «È vero» ha riconosciuto nel suo intervento il Cardinale Zenari «che da alcuni mesi non cadono più bombe e razzi su varie regioni della Siria. Tuttavia, è esplosa la terribile "bomba" della povertà». Il Nunzio apostolico ha anche richiamato l’attenzione sul fatto che i sostegni umanitari garantiti dalle organizzazioni internazionali non potranno «continuare per sempre».
Nel comunicato, Caritas Internationalis riferisce anche l’intenzione di voler concentrare le sue future iniziative in Siria nel sostegno alla ripresa delle attività scolastiche e educative a favore dell’infanzia siriana. Gli anni di conflitto hanno disarticolato il sistema educativo siriano, esponendo al rischio di totale abbandono scolastico almeno 2,4 milioni di ragazze e ragazzi.
A gennaio, come riferito dall’Agenzia Fides , una lettera-appello sottoscritta da qualificati esponenti di Chiese e comunità cristiane mediorientali, aveva chiesto al nuovo Presidente USA Joe Biden, appena insediato, di cancellare al più presto le sanzioni economiche che stanno stritolando il popolo siriano come una ingiustificabile “punizione collettiva” e stanno facendo della “catastrofe umanitaria” siriana un micidiale fattore di instabilità per tutto il Medio Oriente. Tra i primi firmatari della lettera a Biden figuravano il Patriarca siro ortodosso Mor Ignatius Aphrem II, il Patriarca siro cattolico Ignace Yussif III Younan, il Patriarca greco cattolico melkita Youssef Absi e Michel Abs, Segretario generale del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente .
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ASIA/SIRIA - Caritas Internationalis: il popolo siriano cerca cibo nella spazzatura. Basta sanzioni

Fides IT - www.fides.org - qua, 24/03/2021 - 11:36
Damasco - Le sanzioni economiche messe in atto contro la Siria, culminate nel “Caesar Act” dell’Amministrazione Trump, colpiscono i cittadini siriani più vulnerabili «nel cuore della loro vita quotidiana», tanto che «i contenitori della spazzatura nelle strade sono diventati una fonte di cibo per i più poveri». Con quest’immagine di ordinaria e quotidiana afflizione Riad Sargi, Direttore esecutivo di Caritas Siria, ha voluto raccontare il presente da incubo inflitto anche a causa delle misure di boicottaggio economico internazionali alle fasce più deboli di un popolo stremato da dieci anni di guerre e violenze. La catastrofe umanitaria che incombe sulla Siria è richiamata nel messaggio- appello diffuso martedì 23 marzo da Caritas Internazionalis per invocare la sospensione delle misure sanzionatorie disposte con l’intento dichiarato di colpire il governo di Damasco, e che di fatto vengono sofferte sulla propria pelle dalle fasce più deboli della popolazione.
L’appello di Caritas Internationalis, lanciato in vista della quinta Conferenza dei donatori pro- Siria dell'Unione Europea, in agenda per fine marzo a Bruxelles, è stato diffuso a conclusione della conferenza online "Chiesa e Caritas: 10 anni di risposta umanitaria in Siria", a cui hanno preso parte, tra gli altri, anche il cardinale Mario Zenari, Nunzio apostolico a Damasco. Nel suo intervento in conferenza, il Segretario generale di Caritas Internationalis, Aloysius John, ha dichiarato che l’organizzazione cattolica si unisce alle Chiese presenti in Siria nella loro richiesta di «rimuovere le sanzioni unilaterali introdotte dall'inizio della guerra; aumentare l'accesso ai servizi e all'assistenza sanitaria, compresi i vaccini contro il COVID-19 per il popolo sofferente della Siria; garantire il sostegno alle ONG, in particolare alle organizzazioni basate sulla fede; giungere ad una pace
negoziata, evitando lo stallo continuo che si traduce solo in sofferenze indicibili per i civili innocenti».
Il 90 percento della popolazione siriana – si legge nel comunicato diffuso da Caritas Internationalie - è sprofondata nella povertà a causa di dieci anni di guerra, delle sanzioni internazionali, della
pandemia di coronavirus e della crisi economica. Un terzo della popolazione è fuggita dal Paese e 12,4 milioni di persone non hanno accesso garantito al cibo necessario per la sopravvivenza e al riscaldamento. «È vero» ha riconosciuto nel suo intervento il cardinale Zenari - «che da alcuni mesi non cadono più bombe e razzi su varie regioni della Siria. Tuttavia, è esplosa la terribile "bomba" della povertà». Il Nunzio apostolico ha anche richiamato l’attenzione sul fatto che i sostegni umanitari garantiti dalle organizzazioni internazionali non potranno «continuare per sempre».
Nel comunicato, Caritas Internationalis riferisce anche l’intenzione di voler concentrare le sue future iniziative in Siria nel sostegno alla ripresa delle attività scolastiche e educative a favore dell’infanzia siriana. Gli anni di conflitto hanno disarticolato il sistema educativo siriano, esponendo al rischio di totale abbandono scolastico almeno 2,4 milioni di ragazze e ragazzi.
A gennaio, come riferito dall’Agenzia Fides , una lettera-appello sottoscritta da qualificati esponenti di Chiese e comunità cristiane mediorientali aveva chiesto al nuovo Presidente USA Joe Biden, appena insediato, di cancellare al più presto le sanzioni economiche che stanno stritolando il popolo siriano come una ingiustificabile “punizione collettiva” e stanno facendo della “catastrofe umanitaria” siriana un micidiale fattore di instabilità per tutto il Medio Oriente. Tra i primi firmatari della lettera a Biden figuravano il Patriarca siro ortodosso Mor Ignatius Aphrem II, il Patriarca siro cattolico Ignace Yussif III Younan, il Patriarca greco cattolico melkita Youssef Absi e Michel Abs, Segretario generale del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente .
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ASIA - I Cardinali asiatici: solidarietà al Myanmar, appello per la pace e la democrazia

Fides IT - www.fides.org - qua, 24/03/2021 - 11:25
Manila - Esprimere solidarietà ai leader religiosi del Myanmar, lanciare un appello per la pace e per il ripristino della democrazia nella nazione birmana: è l'intento di una lettera aperta firmata da 12 Cardinali asiatici , membri della Federazione della Conferenze Episcopali dell'Asia, i quali si rivolgono al "caro fratello, il Cardinale Bo", condividendone il dolore e l'angoscia ed esprimendo pieno sostegno ai leader religiosi birmani.
"Ci uniamo a voi mentre guidate il vostro popolo in preghiera a Dio per una rapida risoluzione del conflitto e affinché tutti possano vedere la via verso una soluzione condannando la violenza militare contro civili innocenti ”, dice la lettera pervenuta all'Agenzia Fides. La missiva è firmata dai Cardinali Malcolm Ranjith ; Oswald Gracias ; Thomas Aquino Manyo Maeda ; Francis Xavier Kriengsak Kovithavanij ; Cornelius Sim ; Ignatius Suharyo ; Orlando Quevedo ; John Tong Hon ; George Alencherry ; Baselios Cleemis Thottunkal ; Patrick D’Rozario ; Louis-Marie Ling Mangkhanekhoun .
I Cardinali ribadiscono : “La violenza non è mai una soluzione; la forza non è mai una soluzione. Dà solo origine a più dolore e sofferenza, a più violenza e distruzione. Chiediamo vivamente a tutti i leader religiosi in Myanmar di unirsi a noi in questa preghiera per la pace, in questo appello per la pace e nel compiere sforzi per la pace ".
Rivolgendosi ai leader del colpo di stato militare, la missiva nota: "C'è troppa rabbia, troppa violenza, troppo spargimento di sangue, troppa sofferenza e dolore inflitti a una popolazione amante della pace che cerca solo unità, armonia e un'opportunità per progresso nella libertà ".
I Cardinali hanno esortato i militari del Myanmar dicendo: “Per favore, avviate un dialogo per trovare una soluzione, un modo per andare avanti. L'immagine di una religiosa inginocchiata per le strade di Yangon e che implora la deposizione delle armi è impressa nelle menti del mondo ". Affermando piena fiducia nel popolo non violento del Myanmar, i Cardinali dicono: “Sappiamo che le persone amano la pace e cercano solo un'opportunità di progresso. Sono state rispettose della legge e hanno collaborato con le autorità. Al momento desiderano solo l'armonia e la fine della violenza ".
Unendosi ai ripetuti appelli alla fine della violenza, emanati da enti e leader mondiali come il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Papa Francesco e l'Associazione delle nazioni del sud-est asiatico , il testo afferma: “Noi cardinali dell'Asia ci uniamo nel porgere un fervido appello a tutti gli interessati: i militari, i politici, i manifestanti, tutti i leader religiosi e la Chiesa: pace, pace pace. La pace è possibile. La pace è necessaria. "
In conclusione, Il messaggio afferma: “L'Asia è un continente di pace e di speranza, di cordiali legami familiari. Siamo un'unica famiglia. Tutti noi vogliamo aiutarvi. Ma dovete iniziare a farlo in casa vostra. La pace è possibile!"
Dopo il un colpo di stato il 1 ° febbraio, e le conseguenti manifestazioni pacifiche di piazza pro-democrazia, represse con violenza, l'Associazione di assistenza per i prigionieri politici , gruppo indipendente he monitora la società birmana, ha calcolato che il bilancio della repressione sia almeno di 275 vittime.
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AFRICA/COSTA D’AVORIO - Pellegrinaggio di giornalisti e comunicatori cattolici ispirato al messaggio del Papa per la 55a Giornata mondiale dei media

Fides IT - www.fides.org - qua, 24/03/2021 - 11:12
Abidjan - "«Vieni e vedi». Comunicare incontrando le persone dove e come sono”: attorno al tema tratto dal messaggio di Papa Francesco per la 55a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali si è vissuto, sabato 20 marzo, il pellegrinaggio di Giornalisti e comunicatori cattolici della Costa d'Avorio, alla parrocchia di San Giovanni Battista di Sassako-Bégnini, nella diocesi di Yopougon.
Sulla base del messaggio del Papa, p. Patrick Ossein, responsabile della comunicazione per la diocesi di Yopougon, ha invitato giornalisti e comunicatori cattolici ad essere veri testimoni della verità. "Con questo tema il Papa ci chiama ad uscire dalle nostre abitudini di giornalisti d'ufficio per poter verificare tutte le informazioni, ad andare alla fonte prima di diffonderle", ha raccomandato p. Patrick Ossein ai 60 giornalisti e comunicatori cattolici, che hanno partecipato al pellegrinaggio.
P. Lambert Lath, rappresentante di Sua Ecc. Mons.Raymond Ahoua, Vescovo di Grand-Bassam, e Presidente della Commissione episcopale per i mezzi di comunicazione sociale, ha esortato giornalisti e comunicatori cattolici a rispettare i valori e a dare priorità allo Spirito nell'esercizio della loro funzione. “Oggi i valori nel nostro Paese e anche nella nostra Chiesa tendono a scomparire. Non c'è futuro per nessuna società che non rispetti i valori che si è prefissa. Ed è per questo che il nostro Vescovo invita i giornalisti a insistere sul rispetto dei valori che abbiamo in comune per poter vivere insieme, a sforzarsi come giornalisti di presentare ciò che è buono, ciò che è bello, ciò che è giusto” ha detto.
Il Pélé Jcom, così è chiamato il pellegrinaggio per giornalisti e comunicatori cattolici, è un'iniziativa dell'AIJCCa, l'Associazione ivoriana di giornalisti e comunicatori cattolici. Creata nel 2013, l'AIJCCa è un'associazione che riunisce giornalisti e professionisti della comunicazione di fede cattolica. È la sessione ivoriana dell'Unione della stampa cattolica africana .
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AFRICA/COSTA D’AVORIO - Pellegrinaggio di giornalisti e comunicatori cattolici: uomini e donne dei media educati al messaggio del Papa per la 55a Giornata mondiale dei media

Fides IT - www.fides.org - qua, 24/03/2021 - 11:12

Abidjan - " «Vieni e vedi». Comunicare incontrando le persone dove e come sono” è attorno al tema tratto dal messaggio di Papa Francesco per la 55a giornata mondiale dei mezzi di comunicazione sociale che si è vissuto sabato 20 marzo, il pellegrinaggio di Giornalisti e comunicatori cattolici della Costa d'Avorio, presso la parrocchia di San Giovanni Battista di Sassako-Bégnini, nella diocesi di Yopougon.
Sulla base del messaggio del Papa, p. Patrick Ossein, responsabile della comunicazione per la diocesi di Yopougon, ha invitato giornalisti e comunicatori cattolici ad essere veri testimoni della verità.
"Con questo tema il Papa ci chiama ad uscire dalle nostre abitudini di giornalisti d'ufficio per poter verificare tutte le informazioni, ad andare alla fonte prima di diffonderle", ha raccomandato p. Patrick Ossein ai 60 giornalisti e comunicatori cattolici, che hanno partecipato al pellegrinaggio.
P. Lambert Lath, rappresentante di Sua Ecc. Mons.Raymond Ahoua Vescovo di Grand-Bassam, e Presidente della Commissione episcopale per i mezzi di comunicazione sociale, ha esortato giornalisti e comunicatori cattolici a rispettare i valori e dare priorità allo Spirito nell'esercizio della loro funzione. “Oggi i valori nel nostro Paese e anche nella nostra Chiesa tendono a scomparire. Non c'è futuro per nessuna società che non rispetti i valori che si è prefissa. Ed è per questo che il nostro Vescovo invita i giornalisti a insistere sul rispetto dei valori che abbiamo in comune per poter vivere insieme, a sforzarsi come giornalisti di presentare ciò che è buono, ciò che è bello, ciò che è giusto” ha detto.
Il Pélé Jcom, così è chiamato il pellegrinaggio per giornalisti e comunicatori cattolici, è un'iniziativa dell'AIJCCa, l'Associazione ivoriana di giornalisti e comunicatori cattolici.
Creata nel 2013 L'AIJCCa è un'associazione che riunisce giornalisti e professionisti della comunicazione di fede cattolica. È la sessione ivoriana dell'Unione della stampa cattolica africana .
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