AMERICA/MESSICO - Ritrovato morto, con segni di violenza, il parroco di Cristo Rey a Dolores Hidalgo

Fides IT - www.fides.org - ter, 30/03/2021 - 09:00
Celaya - E' stato ritrovato morto padre Gumersindo Cortés González, per molti anni direttore della Casa degli Esercizi di Atotonilco e poi parroco dell'Asunción, nel quartiere Zapote, a Celaya . Attualmente era parroco della parrocchia Cristo Rey, a Dolores Hidalgo, Guanajuato. Come informa in una breve nota pervenuta a Fides la diocesi di Celaya, il sacerdote diocesano era nato il 13 gennaio 1957 ed era stato ordinato sacerdote a Celaya, Guanajuato, 38 anni fa, il 9 marzo 1983.
Il sacerdote era scomparso da sabato 27 marzo. Il giorno dopo la Procura dello Stato di Guanajuato ha segnalato il ritrovamento del cadavere vicino alla sua auto, nel territorio comunale di Dolores Hidalgo.
I resti mortali presentavano, secondo la polizia, segni di violenza e di colpi di arma da fuoco, elementi che portano a pensare ad un omicidio. La Procura sta indagando per risalire ai fatti e ai responsabili.
Padre Jesús Palacios Torres, portavoce della diocesi di Celaya, ha riferito alla stampa locale che l’omicidio è il primo di un sacerdote nella diocesi da più di 25 anni. Ha dichiarato inoltre che la Chiesa si rammarica per la morte violenta di cui è stato vittima il sacerdote, come della morte di tanti uomini, donne, casalinghe, commercianti, studenti e professionisti che anche loro hanno dovuto subire le conseguenze della violenza che si è scatenata nella zona.
La violenza in Messico è aumentata in quasi tutto il territorio, non solo in seguito alla lotta tra le bande per il controllo del traffico di droghe o altro, ma anche per i furti, i ricatti e la violenza che colpiscono con sempre maggiore frequenza le famiglie con uno stato economico medio.

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ASIA/MYANMAR - Appello dei francescani: "Per la comunità internazionale è il momento di agire per ripristinare pace e democrazia"

Fides IT - www.fides.org - seg, 29/03/2021 - 12:55
Bangkok - "Esprimiamo profonda tristezza e grave preoccupazione per la repressione in corso di milioni di cittadini in Myanmar, a seguito di un colpo di stato militare": lo dicono i francescani in una lettera inviata al Segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres. Nella missiva, inviata anche all'Agenzia Fides, firmata dal Ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori, in rappresentanza di circa 12.500 religiosi e sacerdoti cattolici presenti e operanti in 116 paesi, si nota: "I francescani in Myanmar hanno assistito in prima persona alla brutalità delle forze di sicurezza e all’insicurezza che ciò ha creato", stigmatizzando "la violenza coordinata e continua che cresce quotidianamente". Il testo deplora "la morte di civili e la detenzione arbitraria di migliaia di persone impegnate in proteste pacifiche, distruzione delle protezioni legali, gravi restrizioni all’accesso ad Internet e alle comunicazioni, e il sovvertimento della volontà del popolo del Myanmar espressa nelle elezioni del novembre 2020". I frati minori che vivono e lavorano in Myanmar hanno chiesto a tutti i francescani del mondo di intercedere per il popolo del Myanmar.
I francescani lanciano un appello: "Ora è il momento per la comunità internazionale di agire in modo unito e deciso per evitare ulteriori perdite di vite umane, la distruzione di proprietà e per garantire il ripristino senza indugio del governo democraticamente eletto del Myanmar. Ciò dovrebbe includere la richiesta alla giunta militare di desistere immediatamente dall’uso della forza contro il popolo del Myanmar, il rilascio di coloro che sono detenuti illegalmente, il ripristino delle protezioni garantite dalla legge, compreso il diritto di protestare pacificamente". Fra Michael A. Perry, Ministro generale OFM, conclude con un auspicio: "Possa il popolo del Myanmar sperimentare ancora una volta un ritorno alla democrazia e che l’attuale crisi trovi una soluzione pacifica e duratura".
Nei giorni scorsi un altro intervento era giunto dalla Conferenza dei Ministri dell’Asia orientale e dalla Commissione "Giustizia, Pace e Integrità del Creato" dell’Ordine dei Frati Minori: "Ci uniamo al popolo del Myanmar nella sua battaglia per l’auto-determinazione con un governo regolarmente eletto. Siamo uniti a loro nel chiedere una risoluzione pacifica. Siamo con loro nell’invocare la liberazione dei membri del governo eletti democraticamente, degli attivisti e dei giovani. Siamo al loro fianco nel difendere la dignità e i diritti umani".
i frati, vedendo la sofferenza della popolazione del Myanmar, si dicono "edificati dalla testimonianza del popolo del Myanmar per la giustizia e la verità. Siamo colpiti dalla carità che esercitano verso i loro fratelli. Ci uniamo al loro dolore e a quello dei tanti cristiani in Myanmar – preti, missionari e laici - pregando con loro che questo periodo di oscurità nella loro terra finisca presto".
I seguaci del Poverello di Assi si rivolgono all'esercito birmano, "Tatmadaw": "Guardate I vostri fratelli e sorelle. Guardate alla lunga sofferenza del Myanmar, vittime dell’avidità coloniale, dell’oppressione, della rabbia. Fermiamo lo spargimento di sangue. Smettiamo di lasciare che sia l’odio a governare il nostro cuore. Invochiamo il Signore, che ha promesso di essere vicino al suo popolo, perché la giustizia e la pace possano regnare nel Myanmar, e la riconciliazione tanto attesa possa avere inizio".
La presenza francescana in Myanmar è stata ufficializzata nel 2005 con la "Fondazione San Francesco d'Assisi". Le suore Francescane Missionarie di Maria e l'Ordine Francescano Secolare hanno accompagnato fin dall'inizio i frati della Fondazione. Nel paese sono fiorite le vocazioni francescane, e attualmente ci sono cinque frati locali professi solenni, quattro sacerdoti, altri professi temporanei, novizi e aspiranti.
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AFRICA/MOZAMBICO - “Preghiamo per i nostri fratelli a Palma” dove la situazione è drammatica

Fides IT - www.fides.org - seg, 29/03/2021 - 11:51

Maputo – Sono almeno 7 le vittime tra le persone che sono scappate dall’Hotel Amerula in un convoglio che è stato colpito in un’imboscata dei terroristi. Lo ha annunciato un portavoce dell’esercito del Mozambico, che ha condotto un’operazione per liberare le persone intrappolate nell’albergo di Palma, la città nel nord del Mozambico, presa d’assalto da un gruppo di almeno 100 jihadisti.
L’assalto a Palma è iniziato la sera del 24 marzo, quando un’avanguardia jihadista si è infiltrata nella cittadina che si trova nei pressi di un’importante struttura gasiera dal valore di oltre 60 miliardi di euro. L’assalto vera e proprio è iniziato il 25 marzo, quando oltre 100 miliziani colpiscono selvaggiamente la popolazione civile, la maggior parte della quale si rifugia nella foresta. Alcune delle vittime sarebbero state decapitate. Nell’hotel Amerula si rifugiano circa 190 persone, in maggiore parte tecnici stranieri che lavorano al vicino giacimento di gas di Afungi, protetti da un manipolo di soldati mozambicani, appoggiati da elicotteri cannoniera di una società militare privata sudafricana .
Il giorno successivo un convoglio di 17 veicoli tenta la fuga dalla cittadina ma vengono fermati in un’imboscata, solo 7 veicoli riescono a fuggire. La città viene data alle fiamme dai jihadisti. Domenica 28 marzo 1.300 persone sono evacuate via mare dal sito gasiero di Afungi. Al quarto giorno di assedio a Palma la situazione è ancora incerta mentre proseguono le operazioni di soccorso.
Palma fa parte della provincia di Cabo Delgado, sconvolta dal 2017 dalle violenze dei jihadisti. “Ci affidiamo a Gesù per mettere fine alle sofferenze della nostra provincia di Cabo Delgado, in modo che questa guerra che nessuno capisce e calpesta tutti finisca non appena possibile” ha detto Sua Ecc. Mons. António Juliasse Ferreira Sandramo, Vescovo ausiliare di Maputo e amministratore apostolico di Pemba, il capoluogo della provincia, nell’omelia della Domenica delle Palme. Il Vescovo ha poi sottolineato che “non c'è religione della violenza”, e chi governa non può “lavarsi le mani” come Pilato, perché “lavarsi le mani è condannare gli innocenti”. Al termine della celebrazione, l'amministratore apostolico di Pemba ha espresso la sua “comunione con i fratelli del distretto di Palma” e ha invitato i cattolici della regione a partecipare alle celebrazioni della Settimana Santa attraverso radio e social network, nell'impossibilità di fare quindi di persona a causa della sospensione del servizio a causa della pandemia Covid-19.
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ASIA/INDONESIA - Attacco suicida a una chiesa cattolica in Sulawesi: rafforzate le misure di sicurezza per la Settimana santa

Fides IT - www.fides.org - seg, 29/03/2021 - 11:33
Makassar - Sdegno e paura nella comunità cattolica indonesiana, che si stringe intorno alla comunità di Makassar, nel Sud dell'isola di Sulawesi, colpita da un attentato suicida alla cattedrale cattolica del Sacro Cuore di Gesù, avvenuto nella mattina di ieri, domenica 28 marzo, mentre i fedeli celebravano la messa per la Domenica della Palme. L'attentato è stato ricordato da papa Francesco nell'Angelus del 28 marzo: "Preghiamo per tutte le vittime della violenza, in particolare per quelle dell’attentato avvenuto questa mattina in Indonesia, davanti alla Cattedrale di Makassar", ha detto il Papa.
Come comunicato dal parroco della cattedrale, p. Wilhelmus Tulak, al momento dell'esplosione, avvenuta all'ingresso laterale della chiesa , era in corso la Celebrazione Eucaristica mentre nella piazza si trovavano numerose persone. Due attentatori in motocicletta hanno cercato di entrare in chiesa e sono stati fermati dalle guardie di sicurezza e sono morti nell'esplosione che ha fatto almeno 20 feriti, tuttora in ospedale, come riferisce a Fides p. Alfius Tandirassing , sacerdote dell'Arcidiocesi di Makassar e membro della Commissione per i giovani a Makassar. “Sacerdoti religiosi e fedeli che erano in chiesa sono al sicuro. Finora non ci sono state vittime ad eccezione degli autori dell'attacco . Alcune persone sono state leggermente ferite”, racconta.
In un comunicato pervenuto a Fides l'Arcidiocesi di Makassar si dice preoccupata e "condanna l'incidente e ogni tipo di violenza, esortando tutte le persone a rimanere calme e vigili", e riferendo che l'attività liturgica e pastorale si ferma per qualche giorno, con l'auspicio di poterla riprendere per le celebrazioni pasquali.
"E' stato un attacco crudele. Ora occorre mantenere la calma e avere fiducia nella autorotà", ha detto Gomar Gultom, capo del Consiglio delle Chiese indonesiano,
La polizia, che ha avviato le indagini, ha reso noto che uno dei due attentatori suicidi era membro di un movimento radicale che sostiene lo Stato Islamico e ha effettuato precedenti attacchi alle chiese indonesiane e nelle Filippine. Secondo gli inquirenti, si tratta del gruppo "Jamaah Ansharut Daulah" , responsabile anche di attacchi contro a Jolo, nelle Filippine, nel 2019.
Il presidente indonesiano Joko Widodo ha definito l'attentato un "atto di terrore". "Il terrorismo è un crimine contro l'umanità: chiedo al mondo intero di lottare contro il terrorismo e il radicalismo, che sono contrari ai valori religiosi", ha detto.
Il ministro federale per gli Affari religiosi Yaqut Cholil Qoumas ha condannato con forza l'attentato a Makassar. "E' un atto atroce che vuole offuscare la tranquillità della vita sociale. E' una azione molto lontana dagli insegnamenti di qualsiasi religione", ha detto , auspicando una efficace azione di polizia per scoprire i collegamenti e le reti criminali interne e internazionali. Il Ministro ha chiesto alla polizia di aumentare le misure di sicurezza nei luoghi di culto a livello nazionale, in vista della festività cristiana della Pasqua.
In Indonesia negli ultimi anni si sono verificati attentati suicidi nei presso le chiese e luoghi pubblici. Nel 2018 furono colpite tre chiese a Surabaya East sono. Le chiese ricordano con amarezza gli attacchi a Natale del 2000 e in altri attentati nel 2004. L'Indonesia è un paese con 270 milioni di abitanti, 230 milioni dei quali sono musulmani. Ci sono 24 milioni di cristiani nel Paese e tra loro 7 milioni sono cattolici.

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AMERICA/VENEZUELA - Vivere la Settimana Santa come Chiesa domestica in tempo di pandemia

Fides IT - www.fides.org - seg, 29/03/2021 - 11:24
Caracas – I Vescovi del Venezuela, attraverso il Dipartimento della Liturgia, hanno preparato un sussidio per la celebrazione della Settimana Santa in famiglia, facilitando l'esperienza di vivere questi giorni santi come Chiesa domestica. "Questi tempi di Covid-19 richiedono la massima responsabilità nella cura reciproca, e il grande sacrificio che molti non possano partecipare alla vita liturgica della Chiesa, ma rispondere a questa emergenza ci offre l'opportunità di crescere e rafforzare la vita spirituale come famiglia, Chiesa domestica, il desiderio di poterci incontrare di nuovo per cantare insieme le lodi al Signore" è scritto nell’introduzione del sussidio, pervenuto a Fides.
In diverse nazioni, in seguito alla pandemia di Covid 19, non sarà possibile ai fedeli partecipare in presenza alle celebrazioni della Settimana Santa, le Conferenze episcopali hanno quindi preparato alcuni sussidi e schede che le famiglia potranno utilizzare in questi giorni, dalla Domenica delle Palme alla Domenica della Risurrezione. "Presentiamo questi sussidi – si afferma nel testo del Venezuela - con l'intenzione di mantenere viva la spiritualità cristiana attraverso la preghiera e la celebrazione familiare della Settimana Santa e, soprattutto, del Triduo pasquale, il mistero della Pasqua, centro della vita liturgica e spirituale della Chiesa".
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AFRICA/MADAGASCAR - Istruzione ed evangelizzazione: la presenza missionaria nel Sudovest del paese

Fides IT - www.fides.org - seg, 29/03/2021 - 10:41
Ankililoaka - Ad Ankililoaka, nella zona sud occidentale del Madagascar la missione dei Salesiani rappresenta per la popolazione locale, poverissima, un importante punto di riferimento. Attualmente 4 religiosi di Dn Bosco si occupano di offrire loro accoglienza, assistenza medica, istruzione, ma soprattutto aiuto e speranza. Uno di loro, don Giovanni Corselli, missionario nel Paese da quasi 40 anni, ha raccontato all’Agenzia Fides come è cambiata la sua vita quando a settembre del 2019 è arrivato nel distretto missionario di Ankililoaka, proprio dove aveva iniziato l'opera salesiana con l'attuale vescovo di Moramanga, mons. Rosario Vella, nel lontano settembre 1981.
“Dopo essere stato sempre in piccoli villaggi, sul campo di lavoro - scrive don Corselli a Fides - a 76 anni i superiori mi hanno nominato direttore qui ad Ankililoaka. Per noi è importante essere accanto alla gente, sempre. Nella nostra comunità ci sforziamo di compiere un’opera di evangelizzazione e di promozione umana cercando di educare i giovani e la popolazione al lavoro comune, all’aiuto reciproco stimolandoli alla riflessione e a ricercare una loro autonomia. Il problema principale, per non dire l’unico, - prosegue il missionario - è quello dell’acqua che purtroppo in questi ultimi anni abbiamo visto diminuire in modo vistoso. Le piogge sono diminuite di molto e per una popolazione agricola che aspetta tutto dalle piogge diviene problematico riuscire a sbarcare il lunario. Quest’anno è piovuto quasi niente e le persone hanno raccolto poco. Nella sua struttura sociale la popolazione conserva molte caratteristiche della vita di un villaggio. La maggior parte conserva le tradizioni degli antenati e dei culti ancestrali con tabù, credenze tradizionali, e la presenza degli stregoni che guida la vita delle persone. Si è aggiunta inoltre la pandemia di Coronavirus che continua a imperversare e ha fatto aumentare le restrizioni che per la gente che vive alla giornata di espedienti divengono insopportabili.”
“Naturalmente – spiega don Giovanni - in questo contesto, l’ultima cosa a cui pensano i genitori è la scolarizzazione dei loro figli, anzi non ci pensano neanche in quanto la loro attenzione è rivolta alle cose più essenziali. Nonostante la presenza e l’uso dei mezzi di comunicazione sociale la popolazione non è molto aperta al mondo esterno. Questo crea molta difficoltà per l’educazione e per l’evangelizzazione: nostri principali obiettivi. Per questo noi cerchiamo di far studiare i piccoli, di educare i genitori e, indirettamente di indirizzarli ad attività redditizie di vario genere per poter diventare autonomi. Ad Ankililoaka abbiamo14 scuole elementari nei villaggi con una popolazione scolastica di 2599 allievi ed una grande scuola media e liceo con circa 750 allievi. Ed inoltre le Suore trinitarie di Valenza che lavorano con noi gestiscono un dispensario ed una scuola elementare e materna con circa 700 allievi.”
“Dovunque ho lavorato – conclude il missionario - sia a Tulear nell’ambito di attività parrocchiali e animazione dei quartieri, scuola professionale, promozione femminile, scuola elementare di recupero, sia a Benaneviky, distretto missionario di prima evangelizzazione molto esteso con grandi difficoltà di collegamento, scuole elementari nei villaggi, costruzione di pozzi, ho potuto constatare che per la gente noi siamo un punto di riferimento e che hanno bisogno di essere aiutati, incoraggiati, animati e sostenuti per poter arrivare lentamente ad una sufficiente autonomia, anche se lo Stato per il momento non fa quasi niente e la gente non ha fiducia nelle strutture statali. Noi non ci scoraggiamo e ci affidiamo al Signore ed alla Vergine Maria Ausiliatrice ed anche se i progressi sono molto lenti e tante volte sembra che si vada indietro, continuiamo a lottare e ad incoraggiare.”
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AMERICA/COLOMBIA - La memoria storica per la riconciliazione e la pace: progetto nella diocesi di Valledupar

Fides IT - www.fides.org - seg, 29/03/2021 - 10:39
Bogotà - "Rafforzare tutti i processi di ricordo e di memoria storica sta dando radici alle comunità, e quando una comunità ha radici, può resistere a molti venti e difficoltà" ha sottolineato il Vescovo di Valledupar, Mons. Oscar Vélez Isaza, che ha sottolineato anche l’importanza della riconciliazione con la casa comune, che “è un campo importante in cui la Diocesi continuerà a lavorare sodo”.
Grazie ad una iniziativa sostenuta dalla Commissione Nazionale di Conciliazione e dall'Ambasciata norvegese in Colombia, tra dicembre 2020 e marzo 2021, la Diocesi di Valledupar, attraverso il suo team di Pastorale Sociale, ha accompagnato le comunità di Guacoche e Guachochito nel Dipartimento di Cesar, offrendo spazi di incontro, sostegno pastorale e psicosociale, oltre che di rafforzamento culturale, utili alla costruzione della memoria storica e ai processi di riconciliazione e pace, con un approccio ambientale. Le popolazioni che abitano questo territorio, situato vicino al fiume Cesar, sono state profondamente colpite dai conflitti armati.
Secondo le informazioni della Conferenza Episcopale, pervenute a Fides, al lancio del progetto, denominato "Ricostruzione storica afrodiscendente attraverso il dialogo della conoscenza per la riconciliazione e la pace a Guacoche e Guacochito" hanno partecipato bambini, giovani e adulti. Il cibo tipico, le danze popolari e la cultura locale sono i principali elementi di coesione sociale, attraverso i quali si è cercato anche di contribuire al rafforzamento del tessuto sociale. Sacerdoti, operatori pastorali, psicologi e assistenti sociali hanno partecipato allo sviluppo dell'iniziativa.
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AMERICA/CILE - “Allargare lo sguardo” esorta l’Arcivescovo Chomali per le elezioni di aprile, con la possibilità di rinvio a causa del Covid

Fides IT - www.fides.org - seg, 29/03/2021 - 10:04
Concepción - Con un incontro virtuale attraverso Zoom, trasmesso dai social media e trasmesso da Radio Chilena Concepción, è stato presentato il documento "Riflettere prima di votare il 10 e 11 aprile", scritto da Mons. Fernando Chomali, Arcivescovo di Concepción in vista delle elezioni del prossimo mese. Secondo le ultime informazioni dei media locali, a causa della pandemia, è stata presentata la richiesta di rinviare l'appuntamento elettorale per la designazione di 155 membri della Costituente, 17 governatori, 345 sindaci e oltre mille consiglieri comunali. Il ministro della Salute cileno, Enrique Paris, ha fatto sapere di aver preso atto che il Comitato dei consulenti Covid ha chiesto all'unanimità al governo di rinviare il voto.
Mons. Chomali, nel documento pervenuto a Fides, ha sottolineato la necessità di “allargare lo sguardo”: “Dobbiamo guardare non solo a ciò che sta accadendo nella regione, non solo a ciò che sta accadendo in Cile. Dobbiamo guardare a ciò che sta accadendo nel mondo, stiamo vivendo eventi drammatici che affliggono il mondo contemporaneo, dove ci sono situazioni che gridano al cielo, il che implica avere una nuova prospettiva".
Quindi ha ricordato che "la Dottrina Sociale della Chiesa cattolica ha valori, principi, che sono tremendamente attuali e che in qualche modo possono illuminare la coscienza per votare a dovere. Si tratta quindi di una riflessione etica che ha le sue radici in una visione dell'uomo".
"La nostra condizione trascendente - ha proseguito - ha un significato profondo anche nella dimensione del lavoro, attraverso cui possiamo generare fratellanza, ci sono esperienze che possono aiutarci in quella linea. Crediamo soprattutto che l'uomo costituisca il fondamento, il fine e la causa delle istituzioni sociali".
Dopo aver enunciato 10 consigli, l’Arcivescovo ha fatto riferimento alla situazione del Paese nell'attuale crisi sanitaria, chiedendo un grande impegno alla comunità: “Vi chiedo di restare a casa e di seguire le regole che sono già note".
La Chiesa in Concepción, come tutto il Cile, si prepara a vivere una Settimana Santa sotto rigide norme di sicurezza per evitare l'aumento dei casi di Covid, che la buona campagna di vaccinazione non riesce a fermare soprattutto in alcune città.
Sui social media dei principali mezzi d'informazione del paese, ha colpito molto la scena di quanto accaduto a Valparaiso: il sistema sanitario di quella città è collassato e non c'era più posto per i morti per Covid, così il principale ospedale della città, l'Ospedale Carlos Van Buren, ha deciso di parcheggiare un enorme TIR frigo dietro l'ospedale per congelare i cadaveri.
Secondo l'ultimo rapporto epidemiologico del Ministero della Salute cileno, al 25 marzo sono stati registrati 54.136 casi attivi. A tale data sono stati registrati 1.125.521 contagi, di cui 962.321 confermati dal laboratorio e 163.200 probabili, e più di 23 mila decessi.

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AFRICA/NIGERIA - Chiese e scuole aperte e un nuovo villaggio per ospitare famiglie in fuga da Boko Haram

Fides IT - www.fides.org - sab, 27/03/2021 - 13:20
Yola - “Dal 2014 ospitiamo nella nostra diocesi migliaia di persone in fuga dalle aree limitrofe occupate o distrutte da Boko Haram, abbiamo accolto negli spazi della nostra Cattedrale di Santa Teresa, nelle parrocchie, le scuole, fino a 3000 persone, abbiamo aperto le porte delle nostre chiese, dei nostri locali e delle case, per dare un rifugio a questi nostri fratelli. Alcuni di loro non possono ancora fare ritorno nei loro villaggi a causa della presenza di terroristi nell’area; abbiamo quindi deciso di costruire case per loro e farli vivere qui da noi”. Sono le parole accorate rilasciate all'Agenzia Fides da mons. Stephen Dami Mamza, Vescovo di Yola, capitale e più grande città dello Stato di Adamawa, punta estrema est della Nigeria, una delle aree più colpite dalla ferocia di Boko Haram. Per venire in soccorso di gruppi di famiglie che sono ospitate nella sua diocesi, è stata adottata una iniziativa concreta.
Spiega il Vescovo a Fides: “Dal Nord del nostro Stato, a partire dal 2014 in poi, sono fuggite tantissime persone, espropriate di tutto e terrorizzate, che si sono riversate nella mia diocesi. Fin da allora abbiamo scelto di fare di tutto per accoglierli dignitosamente e aperto molti nostri edifici per organizzare campi. Per alcune migliaia di loro, da quando la situazione si è tranquillizzata e l’esercito ha ripreso il controllo dell’area, è stato possibile tornare a casa. Ma per circa 850 persone, a causa di enormi rischi che ancora si corrono nei loro villaggi, l’ipotesi di rientro è assolutamente impraticabile. Per loro, stanchi di vivere in tende nei campi, senza una prospettiva futura, ho pensato alla costruzione di case vere e proprie”.
Con il contributo di “Missio” in Germania, principale finanziatore di progetti per la diocesi di Yola, e grazie a una donazione da parte del Governatore dello Stato di Adamawa di 10 acri di terreno, si è proceduto a costruire appartamenti per alloggiare una novantina di famiglie.
“Sarà un quartiere dove oltre alle abitazioni – racconta il Vescovo - sorgeranno una scuola, una chiesa e una moschea . Le case per la precisione sono 86 per 86 famiglie e dalla metà di aprile quando i lavori saranno ultimati e le abitazioni consegnate, diverranno per loro la dimora permanente. Sono qui con noi da molto tempo, diverranno nostri concittadini e potranno così immaginare un futuro con un minimo di stabilità. Tutte le famiglie hanno perso almeno un componente ucciso da Boko Haram, ma tanti nuclei hanno avuto più di un membro ucciso o rapito, sono quindi tutti traumatizzati e provati anche per non poter contare su una casa e strutture per i propri figli. Hanno storie diverse accomunate da un grande dolore e un senso di disorientamento, speriamo che questa nuova prospettiva li aiuti a ricominciare”
La situazione al momento, come spiega Mons. Mamza, è relativamente pacifica anche se le foreste attorno ai villaggi di una parte dell’area da cui provengono i profughi, restano zone molto pericolose. Nel frattempo continuano le iniziative dei leader religiosi per favorire la pace e il dialogo
Conclude il Vescovo: “E’ molto attivo qui l’Interreligious Council nel quale mi è stata data la responsabilità per tutte le Chiese cristiane. Nel nostro Stato ci sono molte iniziative di pace e dialogo e in alcuni casi noi leader religiosi ci rechiamo direttamente lì dove la pace è minacciata per favorire riconciliazione e comprensione. Il filo diretto con le comunità locali e la mediazione sono strumenti efficaci. Sono contento del clima di dialogo anche se vanno sempre verificate le reali intenzioni: per i musulmani, così come per i cristiani, a volte si ha la sensazione che si voglia il dialogo solo se è in linea con i propri interessi. In ogni caso siamo molto determinati e faremo di tutto per favorire un clima di distensione”.


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ASIA/THAILANDIA - Messaggio di fraternità e solidarietà della Chiesa Thai al popolo del Myanmar

Fides IT - www.fides.org - sab, 27/03/2021 - 13:13
Bangkok - "Con profonda tristezza e e grande rammarico seguiamo i recenti eventi in Myanmar. Vediamo troppo odio, troppa violenza, troppo spargimento di sangue e troppa sofferenza. Vediamo il dolore inflitto a un popolo amante della pace che chiede solo democrazia e i suoi giusti diritti. Gli sforzi delal gente mirano a costruire unità, giustizia, libertà e pari opportunità per tutti i cittadini": è quanto scrivono i Vescovi cattolici della Thailandia rivolgendosi, in una lettera aperta inviata a Fides, alla Chiesa e a tutto il popolo del Myanmar, esprimendo preoccupazione e vicinanza nell'attuale situazione di tensione e violenza.
"Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui", nota il testo dei Vescovi, citando la Lettera di san Paolo ai Corinzi, e inviando da parte dell'intera comunità cattolica thailandese un messaggio di fraternità e solidarietà alla nazione birmana.
"Da secoli i membri delle nostre Chiese sono buoni vicini, vivendo come fratelli e sorelle. Voi state soffrendo. Noi soffriamo con voi", affermano i Vescovi thailandesi, dicendosi accanto al Santo Padre che, in un recente appello, ha detto "anch'io mi inginocchio per le strade de Myanmar, anch'io stendo le braccia" per invocare la fine della violenza e l'inizio di un dialogo.
Il messaggio riconosce che il popolo del Myanmar, chiedendo democrazia e pace, "resta nella legalità, nella legalità e nella ricerca di giustizia e armonia". "L'Asia è un continente di pace e di speranza, di calorosi legami familiari . Siamo un'unica famiglia. Tutti noi vogliamo aiutarvi", si legge nel testo inviato a Fides che auspica l'avvio di un "un percorso di dialogo, riconciliazione e ritorno alla normalità".
I Vescovi della Thailandia, infine, assicurano la loro preghiera e pongono il Myanmar sotto la protezione della Vergine Maria e di San Giuseppe.

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AFRICA/MOZAMBICO - Almeno 180 persone rifugiate in un hotel sotto assedio dei jihadisti

Fides IT - www.fides.org - sab, 27/03/2021 - 12:08
Maputo – Circa 180 persone, tra cui diversi stranieri si sono rifugiate in un albergo a Palma, dove assediati dalla sera del 24 marzo da un gruppo jihadista che ha preso d’assalto la città della provincia di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico.
I militanti jihadisti hanno iniziato un'incursione nella città costiera mercoledì pomeriggio, costringendo i residenti terrorizzati a fuggire nella foresta circostante mentre i dipendenti della società che si occupa dell’estrazione del gas del vicino giacimento, e del governo cercavano rifugio presso l'hotel Amarula Palma.
"Quasi l'intera città è stata distrutta. Molte persone sono morte", ha detto un lavoratore del sito di estrazione del gas.
“Mentre la popolazione locale fuggiva nella boscaglia, i lavoratori delle società di gas, compresi gli stranieri, si sono rifugiati nell'hotel Amarula dove aspettano di essere salvati”. Una società di sicurezza privata sudafricana è riuscita a tenere lontani gli insorti con il fuoco dei suoi tre elicotteri da combattimento leggeri fino al pomeriggio di ieri. Poi gli elicotteri hanno dovuto ritirarsi perché avevano finito il carburante.
L'esercito mozambicano sta ancora cercando di trovare un corridoio aereo per consentire la loro evacuazione per via aerea. È già stato salvato un numero imprecisato di persone.
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AFRICA/UGANDA - Catholic Care for Children: tutela dell'infanzia e salvaguardia delle capacità dei minori

Fides IT - www.fides.org - sab, 27/03/2021 - 11:57
Kampala - “A causa delle sfide che le nostre religiose hanno affrontato in passato, cerchiamo un modo sicuro e formale per portare avanti l'apostolato, soprattutto nel campo della pastorale dell'infanzia, senza compromettere i carismi individuali dei ragazzi”, ha dichiarato suor Stella Maris Kamanzi OLGC, coordinatrice del programma nazionale della Catholic Care for Children – Uganda , in occasione del seminario di formazione in corso dagli inizi di febbraio 2021. In passato, infatti, le suore coinvolte hanno dovuto affrontare sfide che hanno riportato anche dolorose conseguenze legali.
“Obiettivo generale delle persone consacrate coinvolte nel ministero della tutela dei minori sono la testimonianza di buone pratiche e la promozione delle capacità dei ragazzi” dichiara suor Stella nella nota pervenuta all’Agenzia Fides. “Rapporti informali e casi di abusi sui più piccoli sono stati registrati principalmente a causa dell'ignoranza. Stiamo razionalizzando tutto ciò che ha a che fare con la protezione dei bambini e porteremo avanti programmi paralleli per coprire quelli rimasti in sospeso a causa della pandemia di COVID-19 lo scorso anno”.
Il programma, per evitare errori, sottolinea inoltre la necessità di integrare le procedure nei quadri giuridici internazionali, regionali e nazionali. Finora, tra le tematiche portate avanti dal CCCU costituiscono punti forza l’introduzione alla tutela dell'infanzia, il quadro giuridico e politico, i sistemi di protezione internazionali, regionali e nazionali e le strategie di prevenzione e risposta.
Il programma CCCU è in corso dal 2017 e, oltre all’ufficio centrale, vede coinvolti sul campo anche altri membri del personale nella zona orientale e settentrionale del Paese impegnati nei rintracciamenti e nelle valutazioni familiari.
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ASIA/TURCHIA - Ergastoli a ex capi dell’intelligence per l’omicidio del giornalista armeno Hrant Dink

Fides IT - www.fides.org - sab, 27/03/2021 - 11:43
Istanbul – Si è provvisoriamente concluso con condanne “eccellenti” e annunciati ricorsi legali il processo per le complicità nell’assassinio del giornalista armeno Hrant Dink, figura di spicco della locale comunità armena, freddato da un sicario nel 2007 nel centro di Istanbul, davanti alla sede di Agos, giornale bilingue turco-armeno da lui fondato. La sentenza emessa dalla corte di Istanbul venerdì 26 marzo ha condannato molti dei 76 imputati a pene fino all'ergastolo. Non di meno, i parenti della vittima e le associazioni sorte in sua memoria hanno già annunciato l’intenzione di ricorrere in appello, ritenendo che la sentenza ?????
Hran Dink, giornalista armeno di nazionalità turca, era noto per il suo impegno a favore di una piena integrazione della comunità armena nella società turca, che mettesse da parte discriminazioni, sospetti e pregiudizi retaggio dei tragici eventi che hanno segnato la vicenda degli armeni in Turchia. Il suo omicidio, vissuto come un ulteriore trauma dalla comunità armena turca, ha messo in moto un processo durato oltre un decennio, con indagini sul coinvolgimento di alti funzionari degli apparati di sicurezza sospettati di far parte della rete che ha ordito l'omicidio o di averne in qualche modo avallato l’esecuzione.
Il Tribunale di Istanbul ha condannato all’ergastolo per “omicidio premeditato” l'ex capo dell'intelligence della polizia di Istanbul, Ramazan Akyurek, insieme al suo ex vice Ali Fuat Yilmazer. Anche gli ex ufficiali del ministero degli interni di Istanbul Yavuz Karakaya e Muharrem Demirkale sono stati condannati al carcere a vita, mentre 28 anni di reclusione sono stati comminati all'ex comandante della gendarmeria di Trabzon, Ali Oz, e a 10 anni al giornalista Ercan Gun. Ogun Samast, un ultranazionalista di Trabzon, 17enne all'epoca dell'omicidio, nel 2011 aveva già ammesso la sua colpevolezza come autore materiale del delitto, e sta già scontando una condanna a oltre 22 anni di carcere.
Parenti e gli amici di Harant Dink, dopo la sentenza, hanno annunciato l’intenzione di fare ricorso e chiedere il proseguimento delle indagini, ritenendo che le condanne comminate non abbiano fatto piena luce sui mandanti dell’omicidio.
La singolarità del processo consiste nel fatto che, negli ultimi anni, i pubblici ministeri indirizzato le indagini sulla pista che ipotizzava presunti legami tra gli indagati e la rete di Hizmet, organizzazione legata a Fethullah Gülen, il predicatore turco, esule negli USA del 1999, accusato dalla Turchia di aver ideato un colpo di stato fallito contro il Presidente Recep Tayyip Erdogan del 15 luglio 2016. Secondo i giudici, il delitto è stato organizzato da uomini legati a Gülen e “infiltrati” negli apparati di sicurezza turchi. Lo stesso Gülen figurava nella lista degli accusati al processo, e la sua posizione è stata stralciata, insieme a quella di altri 12 imputati. Il canale televisivo NTV, nel dare notizia delle sentenze, ha riferito che secondo il Tribunale di Istanbul l'omicidio di Dink è stato commesso “in linea con gli obiettivi di FETÖ” . .
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ASIA/ARABIA SAUDITA - Migranti africani in centri di detenzione: vittime di sfruttamento ed esposti al Covid

Fides IT - www.fides.org - sab, 27/03/2021 - 10:49
Londra - In Arabia Saudita, la pandemia di coronavirus e le difficoltà economiche causate dal crollo del prezzo del petrolio hanno colpito i lavoratori e lavoratrici migranti soprattutto quelli provenienti dall’Africa. Nel pieno dell’emergenza sanitaria decine di lavoratrici e di lavoratori sono stati abbandonati dai datori di lavoro senza salario, documenti o sussistenza di alcun tipo. Molti di essi, secondo quanto denuncia Human Rights Watch in un rapporto pubblicato a dicembre scorso, sono fermi in strutture detentive. La detenzione di migranti in strutture deplorevoli in Arabia Saudita è un problema di vecchia data, rileva il rapporto. Già nel 2014, cittadini etiopi denunciavano che migliaia di lavoratori stranieri erano detenuti in strutture di detenzione improvvisate senza cibo e riparo adeguati, prima di essere deportati. Nel 2019 , Human Rights Watch ha poi identificato una decina di prigioni e centri di detenzione in cui i migranti sono stati trattenuti per vari periodi. Nell'agosto 2020, Human Rights Watch ha identificato tre centri di detenzione nella provincia di Jizan e Jeddah, dove migliaia di migranti etiopi erano detenuti in condizioni deplorevoli.
Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, nei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo, Libano e Giordania, sono almeno 35 milioni i lavoratori migranti. Provengono in maggioranza dall’Asia e dall’Africa. Quelli africani sono in maggioranza egiziani, etiopi, eritrei, keniani, somali e ugandesi. Sono in gran parte impiegati in lavori umili: domestiche, muratori, personale di servizio, ecc. Il sito specializzato migrant-rights.org ha calcolato che in Arabia saudita il 99,6% dei lavoratori stranieri sia di origine straniera e, secondo l’Oil, gli stranieri lavorano più di 60 ore alla settimana.
“Gli uomini etiopi, eritrei e somali – spiega all'Agenzia Fides abba Mussie Zerai, sacerdote eritreo che da anni segue i temi dell’immigrazione – sono impiegati soprattutto nei cantieri senza alcuna tutela e, soprattutto, senza documenti. Diversa è la situazione delle donne. Esse arrivano legalmente attraverso la kafala. Si tratta di un sistema legale attraverso le donne si rivolgono ad agenzie nel Paese dove le lavoratrici migreranno e procurano loro uno sponsor in cambio di un compenso. Le donne spesso si indebitano con la speranza di cambiare vita. E si ritrovano schiave». Normalmente, infatti, lo sponsor è il datore di lavoro, che anticipa le spese per il permesso di lavoro ed è responsabile del visto e dello status giuridico. Ha quindi un enorme potere su di loro. Un potere che va al di là del rapporto tra datore di lavoro e dipendente e sfocia spesso in abusi e maltrattamenti. “Le donne sono considerate come schiave - continua abba Mussie -. Spesso non possono uscire neppure da casa. Con la crisi del coronavirus molti datori di lavoro le hanno licenziate abbandonandole di fatto a una vita da immigrate illegale. Alcune di esse sono cadute nella trappola della prostituzione e sono costrette a lavorare nelle case chiuse di Paesi del Golfo”.
Molte donne e uomini vengono rinchiusi in carceri dove le condizioni di vita sono complicate. “Negli ultimi mesi – conclude abba Mussie -, la sola Arabia Saudita ha espulso 150.000 etiopi. Ho avuto l’occasione di sentire alcuni eritrei prigionieri mi hanno descritto i penitenziari come luoghi superaffollati, sporchi dove i migranti vivono a contatto trasmettendosi numerose malattie. Tra le quali anche il coronavirus”.

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AMERICA/PERU' - I Vescovi: "Insieme verso Cristo Risorto, luce nella notte della pandemia"

Fides IT - www.fides.org - sab, 27/03/2021 - 10:44
Lima – "Dalla situazione attuale, segnata da sofferenza, angoscia e morte, come conseguenza della pandemia, riflettiamo insieme su due punti fondamentali di questi giorni sacri: la croce e la resurrezione", inizia così il testo della Conferenza Episcopale Peruviana pubblicata come messaggio al Popolo di Dio per la Settimana Santa e inviato all'Agenzia Fides.
In mezzo alla terza ondata della pandemia, la società peruviana non riesce a contenere l'alto numero di casi di Covid. Dall'età delle vittime si rileva che adulti e giovani ogni giorno muoiono a causa dal virus.
"Fratelli, sappiamo bene cosa state passando, conosciamo le vostre sofferenze, le vostre incertezze e le vostre preoccupazioni: vi siamo molto vicini e continueremo ad accompagnarvi in ​​questo periodo di prova. Sappiamo del vostro profondo dolore per la inaspettata morte dei vostri cari; sappiamo delle vostre angoscia quando non si riesce a trovare facilmente ossigeno per i vostri malati; sappiamo che molti hanno perso il lavoro; conosciamo i bisogni e la povertà di molti di voi. Abbiamo perso anche noi un parente, un amico, un fratello sacerdote, un fratello Vescovo. Anche noi piangiamo, soffriamo anche noi, portiamo anche la croce di ogni giorno, con voi", continua il testo dei vVscovi.
"Ecco perché - continua ancora il testo- ci rivolgiamo al crocifisso: in Lui troviamo senso per la nostra vita. abbiamo raccolto le vostre testimonianze , gli esempi della vostra fede, come non arrendersi dinanzi ai problemi, curare i malati senza stancarsi, correre nella ricerca dell'ossigeno o del posto letto negli ospedali che non si trova; continuare a lavorare col rischio del contagio con la speranza di potere portare un pezzo di pane a casa; o, perfino, con le limitate economiche, condividere con coloro che hanno proprio bisogno."
"Siete voi che avete abbracciato la croce redentrice e continuate a lottare con coraggio per superare le sofferenze causate dalla pandemia e da altre situazioni della vita", notano i Pastori. "Tuttavia, Cristo è morto e risorto. Cristo è risorto per riscattare la nostra storia oggi. Preghiamo il Signore in quest'ora perchè ci faccia provare la gioia della sua luce, la luce del Risorto, e chiediamo che noi stessi siamo portatori della sua luce, affinché, attraverso la Chiesa, lo splendore del volto di Cristo risorto entra nel mondo e illumini questa notte oscura della pandemia", conclude il testo.
Il Perù, benché abbia iniziato la campagna di vaccinazione, non riesce a limitare la quantità di casi di COvid ogni giorno. Attualmente si registrano più di un milione e mezzo di casi con 51.000 morti per Covid.

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AMERICA/BRASILE - Un missionario: “La Chiesa accompagna le popolazioni amazzoniche nel loro cammino di gioia e autenticità”

Fides IT - www.fides.org - sab, 27/03/2021 - 10:39
Santarém - “Le ferite inferte all’ambiente in Amazzonia non rappresentano solo un grave problema ecologico, sociale e politico, ma chiamano in causa direttamente la Chiesa perché c’è di mezzo la difesa della vita umana”. Così spiega all’Agenzia Fides padre João Messias Sousa, dell’Ordine dei Frati Minori, raccontando a Fides le difficili condizioni di vita delle popolazioni indigene che abitano nella foresta amazzonica, sempre più minacciate dallo sfruttamento del territorio, dei fiumi, delle materie prime e della natura.
“Molte di queste comunità - spiega padre João - hanno delle pendenze giudiziarie aperte con lo Stato per quanto riguarda la registrazione dei loro territori, cosa che in molti casi facilita l’autorizzazione di attività economiche su quelle terre”. Fra Sousa opera da molti anni in una missione in Brasile, a sostegno della popolazione Munduruku, nella zona del bacino del rio Tapajós, che si trova a nord del Paese: “Da 25 anni quest’area sta subendo un progressivo impoverimento - rileva il missionario - i garimeperos, i cercatori d’oro, stanno inquinando le acque del fiume con il mercurio, provocando la morte dei pesci e privando i Munduruku della loro principale forma di sostentamento”. L’accaparramento della terra, il furto del legname, l’estrazione di metalli preziosi, l’inquinamento, stanno infatti mettendo a rischio la sopravvivenza stessa di molte comunità indigene in Brasile.
Da un rapporto redatto dal Consiglio indigenista missionario , nel paese latino americano nel 2020 ci sono stati 109 casi di “invasioni per il possesso, sfruttamento illegale delle risorse naturali e vari danni al patrimonio”, mentre nel 2019 c’erano stati 96 casi. Si rileva anche un aumento del numero di omicidi segnalati, che vedono come vittime gli indigeni, spesso leader sociali che lottano per i loro diritti: i casi, nel 2020, sono stati 135. Nel 2019 erano stati registrati 110 casi di omicidio. “I popoli amazzonici - sostiene il francescano - non sono mai stati minacciati come in questo momento: esistono ancora tracce residuali di un passato colonizzatore che ha generato rappresentazioni di inferiorità e di demonizzazione delle culture indigene”. Inoltre, il coronavirus sta colpendo pesantemente le popolazioni indigene “che non hanno accesso ad alcuna cura e che non sanno minimamente come affrontare una pandemia come questa - afferma il religioso- a Santarém, le autorità locali soltanto un mese fa hanno aperto un ospedale da campo”, riferisce.
Secondo padre Sousa, “è importante accompagnare questa gente, camminando insieme a loro, aiutandoli a costruire un futuro sereno”. “La realtà specifica dell’Amazzonia - conclude - interpella oggi la coscienza di ogni credente e di ogni persona di buona volontà, con l’impegno di percorrere un cammino comune, affinché venga preservata la sua identità”.

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AFRICA/NIGERIA - Liberato don Harrison Egwuenu

Fides IT - www.fides.org - sex, 26/03/2021 - 12:21
Abuja - È libero don Harrison Egwuenu, preside del St. George’s college a Obinomba
Secondo Don Benedict Okutegbe, Amministratore della cattedrale del Sacro Cuore della diocesi di Warri, il sacerdote è stato liberato la sera di domenica 21 marzo. “Sta bene ma ha bisogno di tempo per superare l'esperienza traumatica” ha detto. Don Harrison Egwuenu era stato rapito intorno alle 8 di sera del 15 marzo in un Abraka, nell’area locale dell’Ethiope East, nello Stato di Delta, nel sud della Nigeria . Si tratta dell’ennesimo caso di rapimento a scopo di estorsione in Nigeria, un crimine che spesso ha visto come vittime sacerdoti, religiosi e religiose della Chiesa locale.
La forte condizione d’insicurezza in Nigeria è continuamente denunciata dalla popolazione. I Vescovi cattolici hanno riportato più volte le lamentele dei fedeli loro affidati, sulla situazione precaria nella quale vivono. Nella sua omelia di domenica 21 marzo, Sua Ecc. Mons. Godfrey Igwebuike Onah, Vescovo di Nsukka, ha affermato che “la Nigeria, il nostro Paese piange, il nostro Paese urla di dolore”. “Siamo nell'oscurità, tutti sono confusi e stiamo proponendo risposte che moltiplicheranno i nostri problemi. Il cambiamento di governo senza un cambiamento di atteggiamento non cambia nulla in nessun Paese" ha aggiunto, facendo riferimento all’elezione dell’attuale Presidente Muhammadu Buhari. "I nigeriani pensavano che nel 2015 i loro problemi sarebbero stati risolti una volta che avessero cambiato Presidente e governatori. Non è stato così”.
"Penso che la nostra situazione in Nigeria oggi abbia superato il livello che vorremmo vedere. Abbiamo bisogno di vedere Gesù. Questo è l'unico modo in cui possiamo iniziare a tornare indietro dal sentiero di distruzione su cui siamo tutti calpestati” ha poi concluso.
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AMERICA/STATI UNITI - Senatori USA chiedono al Presidente Biden di riconoscere il Genocidio armeno

Fides IT - www.fides.org - sex, 26/03/2021 - 12:06
Washington – Un gruppo di 37 senatori statunitensi, sia democratici che repubblicani, in appoggio alle posizioni espresse dal Presidente della Commissione per le relazioni estere del senato Robert Menendez, ha indirizzato al Presidente Joe Biden una lettera con la richiesta di riconoscere pienamente e formalmente il Genocidio armeno. “Amministrazioni di entrambe le parti” si legge nella missiva “hanno taciuto sulla verità del Genocidio armeno. Vi esortiamo a rompere questo schema di complicità, riconoscendo ufficialmente che il Genocidio armeno è stato un vero Genocidio”.
Il contenuto della lettera è stato reso noto nei giorni scorsi anche in un comunicato stampa diffuso dall'Armenian National Committee of America . "Il Presidente Biden in virtù del suo solido passato e delle risoluzioni bipartisan della Camera e del Senato che ha sostenuto come candidato” ha affermato Aram Hamparian, direttore esecutivo dell'ANCA “si trova in una posizione di forza per respingere la ‘regola del bavaglio’ turca, che blocca la condanna permanente a livello di governo degli Stati Uniti e la commemorazione del Genocidio armeno”.
Nel settembre 2019 Biden, a quel tempo candidato alle primarie democratiche in vista delle elezioni presidenziali USA 2020,aveva invitato gli Stati Uniti a riconoscere "una volta per tutte" come Genocidio il “Grande Male” dei massacri perpetrati nel 1915 contro la popolazione armena nella Penisola anatolica.
Il Presidente Donald Trump, predecessore di Biden alla Casa Bianca, come riferito da Fides , aveva dedicato nell’aprile 2017 un pronunciamento ufficiale ai massacri pianificati subiti nella Penisola anatolica dagli armeni nel 1915, ma aveva evitato di applicare a quei massacri sistematici la definizione di “Genocidio armeno”, accodandosi alla linea seguita dai suoi ultimi 4 predecessori per non suscitare reazioni risentite da parte della Turchia.
In passato, i Presidenti USA Jimmy Carter e Ronald Reagan avevano usato l'espressione “Genocidio armeno”, ma poi, da George H.W Bush a Barack Obama, l'espressione era scomparsa da lessico dei leader della Casa Bianca nei loro pronunciamenti ufficiali. Il Presidente Obama, anche a causa delle pressioni turche sul Congresso USA, aveva accantonato la promessa fatta durante una campagna elettorale di riconoscere la natura genocidaria dei massacri subiti nell’attuale territorio turco dagli armeni più di un secolo fa.
La nuova iniziativa bipartisan di senatori USA ripropone la questione del frequente ricorso alla categoria di “Genocidio” nella definizione delle strategie geopolitiche USA. Una opzione carica di risvolti concreti e operativi: nell’ordinamento statunitense, quando i crimini sofferti da una comunità di persone in qualsiasi parte del mondo sono riconosciuti come genocidio, il Presidente Usa è tenuto a porre in atto tutte le opzioni politiche, economiche e militari utili a sostenere le vittime e portare a giudizio i colpevoli. Negli anni della espansione jihadista sui territori iracheni, negli Usa un cartello di 118 sigle e rappresentanti di gruppi civili e religiosi organizzò campagne lobbistiche per spingere le istituzioni statunitensi a riconoscere come genocidio le azioni compiute dai jihadisti del Daesh contro tutte le comunità religiose minoritarie, a partire da cristiani e yazidi. Il risultato più rilevante della campagna è stato l’ “Iraq and Syria Genocide Relief and Accountability Act”, la legge firmata dal Presidente Donald Trump che nel dicembre 2018 definiva come “Genocidio” la serie di crimini perpetrati negli anni precedenti da gruppi jihadisti su cristiani e yazidi in Iraq e Siria, e impegnava il governo USA anche a perseguire i gruppi accusati come esecutori delle efferatezze. La legge fu definita da alcuni invitati alla cerimonia della firma come uno strumento “vitale” per garantire la sopravvivenza dei cristiani in Iraq e salvare le loro comunità dall’estinzione. Nondimeno, il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako, anche in una recente intervista rilasciata all’Agenzia Fides .
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AFRICA/SIERRA LEONE - Vasto incendio devasta lo slum della capitale; migliaia i senzatetto

Fides IT - www.fides.org - sex, 26/03/2021 - 11:44
Freetown – Sono almeno 5.000 persone i senzatetto causati dal vasto incendio che nel tardo pomeriggio del 24 marzo ha devastato lo slum di Freetown, la capitale della Sierra Leone.
“L'intera comunità è stata rasa al suolo ", ha detto la sindaca di Freetown, Yvonne Aki-Sawyerr, in una dichiarazione pubblicata su Facebook. “Ancora una volta, non c'era accesso per i vigili del fuoco. Un edificio di sei piani in costruzione ha bloccato qualsiasi accesso disponibile” ha denunciato.
La sindaca ha sottolineato che “la riduzione del rischio di catastrofi non può avvenire senza un'efficace pianificazione urbana e un regime di autorizzazioni edilizie incentrato sulla riduzione dei rischi ambientali causati dall'uomo. "Unitevi a noi nella preghiera per le vittime" ha poi chiesto.
L'incendio è scoppiato verso le 6 del pomeriggio del 24 marzo propagandosi velocemente lungo la Susan’s Bay.
Gli abitanti sono stati costretti a fuggire abbandonando la maggior parte delle loro povere cose, mentre l’incendio avanzava. Secondo la Croce Rossa locale si registrano un’ottantina di feriti ma nessuna vittima.
La città, fortemente popolata, è cresciuta in maniera caotica e disordinata, senza un piano regolatore né piani d’evacuazione o di soccorso.
Ricordiamo la tragedia della notte tra 13 e il 14 agosto 2017, quando un costone della montagna chiamata “il filone di pane” è crollato sul villaggio di Regent, a 6 miglia da Freetown, provocando almeno 1.100 morti. In un’intervista a Fides p. Gerardo Caglioni, missionario saveriano con una lunga esperienza in Sierra Leone, denunciava il fatto che “in tanti anni la foresta pluviale è stata inghiottita e tutto ciò che conteneva il terreno è venuto semplicemente meno. Ma se poi si pensa che su quelle colline pelate si sono costruite case di ogni dimensione senza un piano regolatore, senza strade e drenaggio o fogne, senza un minimo di legge per contenere ogni genere di abuso edilizio” . “Dove sono le scuole, gli ambulatori, i luoghi della comunità e di rifornimento? Dove attingono acqua per le varie necessità, soprattutto nel periodo secco? Tanti interrogativi senza risposta, nessun piano di crescita e di sviluppo, nessun piano per i momenti di emergenza”. Domande che ancora attendono una risposta.
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AMERICA/CILE - Caritas e organizzazioni della società civile lanciano una campagna per ridurre il rischio di disastri

Fides IT - www.fides.org - sex, 26/03/2021 - 11:40
Santiago – Ridurre i fattori che generano le catastrofi e l'impatto materiale ed emotivo generato da tali eventi: questo l'obiettivo della campagna nazionale lanciata ieri da Caritas Cile e da diverse organizzazioni sociali e pubbliche.
A causa della sua particolare geografia e delle conseguenze del cambiamento climatico, tra gli altri fattori, il Cile è sempre stato segnato da varie minacce, naturali o causate dall'uomo, come incendi boschivi, inondazioni, terremoti e tsunami, spiega la nota inviata a Fides dagli organizzatori. “Attraverso questa campagna è estremamente importante che si prenda coscienza dell'idea che le catastrofi non sono naturali, ma sono il prodotto di come affrontiamo le decisioni sullo sviluppo e di come lavoriamo insieme per aiutare le comunità a dare il loro apporto non solo per ridurre i rischi, ma anche ad evitare di crearne di nuovi" afferma Cristóbal Mena, direttore dell'ONEMI.
Per portare avanti questa linea, è essenziale coinvolgere le comunità, fornendo informazioni e formazione che consentano loro di migliorare le capacità di affrontare o mitigare gli effetti di una minaccia. "È dimostrato che una comunità informata, organizzata e preparata è in grado di proiettare il proprio sviluppo sostenibile. In Cile, le comunità che conoscono i loro rischi hanno sviluppato meccanismi per gestirli, riducendo significativamente l'impatto delle minacce a cui sono esposti" afferma Catherine Mella, responsabile del programma Ambiente, Gestione dei Rischi ed Emergenze, di Caritas Cile.
Il 15 aprile è in programma un webinar sui social network della campagna, che vuole essere un incontro di riflessione e analisi a cui parteciperanno i portavoce delle diverse organizzazioni che ne fanno parte. Il 30 aprile si terrà un Concerto Online, una giornata virtuale di svago, con spettacoli dal vivo, talk… finalizzata all'educazione e all'insegnamento, in modo divertente e didattico, dell'importanza che le comunità hanno nella gestione del rischio dei disastri.

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