La Chiesa “è in missione nel mondo”, cioè ha un obiettivo, un senso: raccontare a tutti il grande amore del Padre, come ha fatto Gesù. Il Vangelo chiede solo di annunciare l’amore che non ha fine. Quello di Dio, di cui noi siamo annunciatori.


Oggi la parola missione è sulla bocca di tanti… e sui piedi di pochi. Perché? Perché è una di quelle cose che rischiano di ridursi a slogan, a qualcosa che va di moda per qualche mese prima di tornare nel dimenticatoio. Eppure la Chiesa esiste solo per questo, solo per essere una missione. Non per fare la missione né per andare in missione ma per essere una missione.

 

Lo spiega bene Papa Francesco nel suo discorso: l’incontro con Dio non è un “prodotto da vendere ma una ricchezza da donare, da comunicare, da annunciare”. Ma il passaggio chiave è questo: la Chiesa “è in missione nel mondo” cioè ha un obiettivo, un senso: raccontare a tutti il grande amore del Padre, come ha fatto Gesù. Nulla di meno, nulla di più.

La Chiesa non ha valori da difendere, muri dietro i quali trincerarsi per paura di contaminarsi, ma solo persone da incontrare come ha fatto il suo Signore: “Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa.” (Lc 10,3-5).

 


Sì, i battezzati sono degli inviati. Sono persone che, sperimentando l’amore di figli, si mettono in cammino, senza borsa né bisaccia, perché non conta ciò che hanno o sanno fare ma solo la loro presenza. Infatti, non c’è metodo per l’annuncio del Vangelo se non quello della Pace: “dite pace a questa casa!”.

Non c’è scritto di fare ramanzine, prediche o di presentare valori irrinunciabili, il Vangelo chiede solo di annunciare la pace, l’amore che tutto precede, tutto spera, tutto crede. L’amore che non ha fine. Quello di Dio, di cui noi siamo annunciatori.

 

Non si tratta di distinguere fra la missione qui o la missione là, perché ognuno è una missione sempre. Me lo ha spiegato, senza dire una parola, una collaboratrice del Centro Missionario di Forlì. sono andato a visitare la madre a letto ammalata con il solo intento di mostrare vicinanza e amicizia, ebbene sono stato a scuola di missione: non riesco a descrivervi il modo in cui questa donna accarezzava la mamma e le sussurrava parole d’affetto.

Questa signora, che con il marito è molto impegnata nel sostegno a una scuola in Bangladesh, era lì con quella mamma, come fosse la cosa più preziosa del mondo. Davanti al letto la foto del padre morto qualche anno fa. A un certo punto mi ha detto: “ho fatto lo stesso per 15 anni con mio padre prima che morisse”. Missione qui e missione là. Senza confini, limiti o riduzioni, perché essere una missione è molto di più che farla o andarci.

 

 

Lo aveva scritto negli anni ‘60 il grande vescovo brasiliano Dom Hélder Câmara:

 

Missione è partire, camminare, lasciare tutto, uscire da se stessi, rompere la crosta di egoismo che ci chiude nel nostro io. È smettere di girare intorno a noi stessi come se fossimo il centro del mondo e della vita. È non lasciarsi bloccare dai problemi del piccolo mondo al quale apparteniamo: l'umanità è più grande. Missione è sempre partire, ma non è divorare chilometri. È, soprattutto, aprirsi agli altri come a fratelli, è scoprirli e incontrarli. E, se per incontrarli e amarli è necessario attraversare i mari e volare lassù nel cielo, allora missione è partire fino ai confini del mondo".

 

 

P. Luca Vitali

missionario della Comunità Missionaria di Villaregia

e direttore del Centro Missionario Diocesano di Forlì-Bertinoro