Una riflessione su questi giorni che coinvolgono tutti e che ricorderemo come "quelli del Coronavirus”, che hanno cambiato i nostri pensieri e le nostre abitudini


Ho appena terminato una telefonata con l’idraulico che fino a pochi giorni fa stava facendo dei lavori di manutenzione nella Casa di Vedrana, il quale mi ha salutato dicendo «è tutto strano in questo periodo». Davvero è tutto strano. E per quanto si abbia l’impressione di aspettarsi, prima o poi, una conclusione a lieto fine, credo dobbiamo darci lo spazio per attraversare questa realtà.

Inizio a non leggere volentieri i messaggi o gli articoli nei quali si fa tutto troppo facile, o meglio, si invita a vivere questo tempo riscoprendo le cose semplici e belle della vita. Io stesso più di 10 giorni fa scrissi qualcosa del genere, che certo non rinnego, ma che sento di dover aggiornare, cioè applicare alla data odierna.

Sono passati, infatti, solo pochi giorni dalla presa di coscienza collettiva di ciò che stiamo vivendo, ma paiono secoli. Un tempo che, se vissuto appieno, non solo cambia l'oggi, ma cambierà anche il nostro modo di stare al mondo domani. Perché forse per la prima volta ci stiamo accorgendo di non saper abitare questo tipo di realtà. E scendono lacrime e sentiamo una strana mancanza.

 

Le lacrime

Non so voi, ma in questi giorni più volte mi sono trovato a piangere mentre, camminando da solo, tentavo di rimettere i pensieri uno dietro l’altro. Faccio così tutte le volte che non riesco ad acciuffare la soluzione, a trovare una parola che dia senso a tutto.

Ho letto da qualche parte che le “lacrime sono l’anima che esce dagli occhi” e allora, in attesa di quella parola di senso, forse l’unica cosa possibile è fecondarla con quelle piccole gocce d’acqua che fanno sbocciare fiori inattesi che si aprono al grido di un parto. Lacrime che sono - fin dalle origini del cristianesimo - uno dei segni quaresimali per eccellenza. Perché esse ci mettono in contatto con ciò che abbiamo di più vero, di più autentico, con le nostre inquietudini che non accettano di trovare compromessi.

 

E allora benedette siano le lacrime che scendono. Credo che prima di trovare tutto il bello che può esserci in questo tempo dobbiamo, forse, non aver paura di far scendere qualche lacrima. Lacrime per chi di caro è ammalato o si trova in quarantena. Lacrime per chi ha perduto la battaglia della malattia e non c’è più. Lacrime per la paura che possa accadere qualcosa a chi amiamo. Lacrime che raccontano gli amori veri perché se non siamo disposti a soffrire e piangere per qualcuno significa, in fondo, che non lo amiamo abbastanza.

 

 

La mancanza

Tutti dicono sia meglio non uscire per restare nelle nostre case. Case sempre più piccole perché pensate per una vita che si svolge sempre più all’esterno, case sempre meno popolate perché la vita sociale, in fondo, è altrove.

Credo che, prima di riscoprirne la bellezza - cosa da farsi -, occorra avere il coraggio di dire quanto ci manchino le persone che hanno riempito quasi in punta di piedi le nostre giornate: il barista del primo caffè, la maestra dei nostri figli, la cassiera del supermercato, gli amici di una vita con cui ora parliamo tramite una videochiamata per sentirci meno distanti.

Dobbiamo dirci senza paura che ci mancano quelle relazioni perché noi siamo stati fatti per la relazione e siamo a immagine di quel Dio che a Mosè rivelò il suo nome: “io sono colui che sta” (Es 3,14), cioè colui che dimora in mezzo al suo popolo.

Le lacrime allora raccontano il bisogno che abbiamo degli altri, narrano la nostalgia di relazioni troppo importanti per essere vissute senza un qualcuno che dica: «Ci sono, sono qui con te».

 

Ancora ventenne ho trascorso qualche mese in Inghilterra per studiare. Ero l’unico europeo in una classe di 20 asiatici. Una sera dopo cena, per ringraziare le mie due colleghe, mi avvicinai e posi la mia mano sulla spalla di Jeane per dimostrarle la mia gratitudine. Mi guardò e mi scusò per aver oltrepassato inconsapevolmente quella distanza. Le chiesi il perché di quella reazione e mi spiegò che per la loro cultura il corpo è circondato da un’aurea sacra e per questo ci si saluta inchinandosi.

Oggi, che studiamo gli andamenti matematici dei contagi fra Cina e Italia, mi torna in mente quel fatto perché noi non ce la facciamo a esprimere la nostra vicinanza senza contatto. Crediamo, infatti, che il nostro tesoro non sia fuori dal corpo ma sia dentro: è il cuore. E per avvicinarci a esso, togliendoci i sandali come su terra sacra, abbiamo bisogno di tenere una mano, di dare un abbraccio, un bacio, un segno che attesti la nostra prossimità.

Gesù lo ha fatto mille volte nei Vangeli, educandoci ad amori concretissimi fatti di segni, come il suo corpo offerto per i suoi e per tutti in un pane. Anche quello ci manca! E non dobbiamo far finta di nulla.

 

Non so se abbia senso attivare un hashtag #mimanchi per dire a qualcuno che ne sentiamo la mancanza, forse potremmo non vergognarci di dirlo con una chiamata o un messaggio.

Potrebbe essere un modo per attraversare la ferita di questi giorni e ritrovarci, quando tutto sarà finito, più autentici, più vivi, con ferite capaci di farci scorgere un nuovo sole.

 

P. Luca Vitali


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