Nell’ultimo incontro del ciclo all’Ombra del baobab, tenutosi il 10 maggio scorso presso la Casa dello studente a Pordenone, si è trattato il tema del mercato delle armi come causa dei conflitti che colpiscono diverse aree della scena mondiale. 
Il relatore, Giorgio Beretta - analista di OPAL (Osservatorio permanente sulle armi leggere) di Brescia e collaboratore di Unimondo - ha aperto il suo intervento spiegando che le mine antiuomo sono state messe al bando, ma sono state considerate per anni alla stregua di soldati perfetti. Il distretto industriale di questo settore si trovava proprio a Brescia. 
L’opinione pubblica è stata progressivamente sensibilizzata soprattutto tramite marce e manifestazioni. Ora esiste un trattato che vieta il ricorso a bombe a grappolo e mine antiuomo. Esiste anche un Trattato internazionale per il commercio delle armi, che l’Italia ha ratificato con il voto unanime delle 2 Camere. Questa notizia è passata del tutto inosservata dai mass-media, ma è comunque sintomo di una coscienza condivisa che è maturata nel tempo. Non hanno invece sottoscritto questa dichiarazione USA, Russia e Cina. Lo stesso Papa Francesco si è espresso molto chiaramente in un discorso fatto al congresso USA, primo produttore di armi al mondo: “...perché sono vendute armi mortali che infliggono indicibili sofferenze? Per denaro! ...”.

I dati sui conflitti mondiali, secondo i principali centri di ricerca, confermano che negli ultimi anni ci sono meno guerre, ma con molte più vittime. Le zone più “calde” sono soprattutto in Africa del Nord e nel Medio Oriente. Anche il terrorismo è diffuso soprattutto in queste aree. Nella maggior parte di questi Paesi buona parte delle armi utilizzate proviene dall’Europa. 

Il trattato sulle armi è stato firmato e ratificato dalla maggior parte dei Paesi europei, ma sembra passare in secondo piano il fatto che questi impegni non sempre vengono rispettati. I centri di ricerca sul commercio delle armi affermano infatti che dopo l’11 settembre questo mercato ha registrato una ripresa assai significativa. Dopo USA e Russia, l’Europa è il terzo esportatore al mondo e il primo in Medio Oriente.

Fino al 1990 il commercio delle armi era coperto dal segreto di Stato in Italia. Ma alcuni scandali fecero cambiare le cose. Venne infatti approvata la legge 185/90 che prevedeva il controllo statale nel
commercio delle armi. Secondo questa normativa l’autorizzazione ad esportare strumenti bellici deve rispondere al ripudio delle armi (Costituzione) e ai valori dello Stato italiano. Nonostante ciò, è stata documentata la vendita di armi all’Arabia Saudita, in guerra contro lo Yemen, area inequivocabilmente “instabile”, andando contro questi principi.

Dal 2008 l’UE ha una posizione comune sul commercio delle armi, politicamente vincolante, ma non sanzionatoria. Non si potrebbero vendere armi quando è presente un rischio evidente di repressione, di aumento delle tensioni, di instabilità della regione e di conflitti interni. Colpisce il fatto che le maggiori esportazioni UE sono verso quei Paesi collocati al di fuori dalla cerchia delle Nazioni alleate militarmente. 
L’opinione pubblica si aspetterebbe dai ministri della difesa la promozione di una politica strategica comune di difesa/sicurezza nazionali, più che l’agevolazione dell’esportazione delle aziende produttrici di armi. Purtroppo però questo è ciò che avviene.

Un’attività di controllo sui movimenti delle armi dovrebbe essere esplicata da organismi internazionali come UE, ONU o OCSE, che però, purtroppo, non svolgono questa importante mansione in modo efficace.

Il budget raggiunto dall’export di armi in Italia è paragonabile a quello di prodotti nazionali come vino, parmigiano o cosmetici. Sembra si voglia favorire questo settore, come se ci fosse alla base, più che una
scelta di opportunità economica, l’intento politico di privilegiare certi settori ritenuti più strategici. In conclusione possiamo dire che la vera sicurezza viene da un sistema sociale ed economico giusto. Non può derivare dalla corsa agli armamenti, che anzi finisce con l’incrementare il senso di l’insicurezza nel Paese.