P. Antonello amava il calcio, il rock e il reggae. Ma il vuoto attraversava il suo cuore. Ora è missionario a Belo Horizonte (Brasile).


"Ho un ricordo bellissimo della mia infanzia. Sono stato un figlio desiderato e amato e se penso alle mie fotografie di quel tempo, molte mi ritraggono rincorrendo un pallone: adoravo giocare a calcio. Sono cresciuto sempre alla ricerca di qualcosa che mi facesse vibrare: vivevo di passioni, che a volte duravano solo lo spazio di qualche mese. 


Da una passione all’altra alla ricerca di senso - Il calcio e poi, la radio. Avevo tredici anni quando con un amico e un cugino, realizzammo una stazione radio nostra, “così potente” che si poteva ascoltare solo nel palazzo di fronte al nostro studio. Qualche tempo dopo ci fu una nuova passione: la break dance. Ballavo ovunque, da solo e con gli amici, in casa, in discoteca o per strada. All’università studiavo lingue, ma la mia passione era la musica, tanto da cominciare a cantare in un gruppo che suonava rock e reggae. Mi piaceva salire sul palco, ma il vuoto abitava il mio cuore: desideravo trovare un senso alla mia esistenza. Poi nel gennaio del ‘95 conobbi la Comunità, mi colpì subito il modo di celebrare la messa, così semplice e così comprensibile tanto da toccare il mio cuore. Alla vigilia del mio 29° compleanno, volevo ringraziare Dio donando qualcosa per i poveri, ma non avevo soldi. Poi mi venne un’idea: avevo un anello d’oro, ricordo di un fidanzamento passato, e desiderai che potesse essere donato ad una coppia di sposi poveri che non potevano permettersi un anello nuziale; avevo poi una camicia di seta verde che mi mettevo spesso per fare colpo sulle ragazze, perché era dello stesso colore dei miei occhi. Ero attaccatissimo a quella camicia. Misi la camicia e l’anello in un sacchetto di plastica, andai in Comunità e consegnai tutto ad una missionaria, come dono per i più poveri. Sulla strada del ritorno verso casa mi ricordai una frase che Gesù diceva: “Ogni cosa che avete fatto ad uno dei miei piccoli l’avete fatto a me”.
 

 
P. Antonello con i bambini che frequentano il centro di accoglienza Betânia
 


La gioia di donare le cose più care -  “Io ho dato a Gesù ciò che avevo di più caro” pensai e in quel momento una grandissima gioia unita a una sensazione di liberazione e di consolazione che non avevo mai provato prima, e insieme a questo una certezza: il segreto della vita è l’Amore e Dio è la fonte di questo Amore. Da quel momento cominciai ad andare a messa così come si va a una festa perché sentivo che il Vangelo era vivo, le sue pagine respiravano e parlavano proprio a me. Quel vuoto che sentivo era scomparso. Dio era diventato la mia passione più travolgente. Successivamente andai a lavorare in riviera adriatica e Dio nella sua infinita creatività trasformò Gabicce Mare nel deserto che avrebbe parlato al mio cuore, grazie ad una chiesa nella quale mi recavo dopo il lavoro. Era la mia oasi di silenzio, nella quale ritrovavo me stesso. Un pomeriggio nella lettera ai Romani lessi: “La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio”. La creazione e tante persone bisognose stavano aspettando che io dicessi sì a Dio! Quei versetti mi spinsero a cercare fermamente la volontà di Dio per me e dopo qualche mese scelsi di diventare missionario.
 

 
P. Antonello con alcuni giovani brasiliani.
 


Abbracciato al popolo brasiliano - Da tre anni mi trovo a Belo Horizonte e uno dei doni che ho ricevuto è l’affetto dei brasiliani, che esprimono nell’abbraccio. Non è un gesto formale, né un gesto che trasmette possesso, ma un desiderio di comunicare vicinanza. L’abbraccio non è invadente. Ti stringe al punto che anche tu cominci ad abbracciare e diventare uno di loro, capire che nulla è più importante che stare con le persone, salutarle senza fretta perché le persone sono più importanti. Tutto questo mi ha aiutato molto, mi fa sentire a casa e alimenta il desiderio di trasmettere la passione per Dio agli altri".

P. Antonello