Il "Paese degli uomini integri" è uno dei più poveri al mondo. Povertà estrema, nuovi ricchi, analfabetismo e malnutrizione si intrecciano soprattutto nelle grandi città, dove la sfida dell’evangelizzazione è la chiave per affrontare tutte le altre. La lettera di padre Paolo Motta da Ouagadougou, capitale del Burkina Faso e sede di una delle nostre missioni in Africa


Carissimi amici e fratelli,
nella nostra comunità a Ouagadougou abbiamo iniziato il secondo anno pastorale con questo meraviglioso popolo, beato quanto sono beati i poveri prediletti dal Signore.
In questa periferia di una città di 3 milioni di abitanti, le necessità che abbiamo potuto toccare con mano in quest’anno sono tante, ovunque posiamo l’occhio ne vediamo una. Basta guardare qualche statistica sull’accesso all’acqua, all’energia elettrica, sulla malnutrizione, sull’analfabetismo e ci si rende conto che tutto è una sfida.

Siamo in un paese che è quartultimo al mondo per indice di sviluppo umano, con condizioni climatiche estreme. Se la gente riesce a sopravvivere è grazie a un’incredibile tenacia; non a caso il nome Burkina Faso significa “Paese degli uomini integri” (o tutti d’un pezzo). La tenacia, però, non è sufficiente per far fronte alla complessità dei problemi; un paese che soffre la siccità e che con i cambiamenti climatici attuali diventa ancora più vulnerabile.

 

 

È l’enorme sfida dello sviluppo sostenibile: come lottare contro la povertà, permettere una vita dignitosa a tante persone in mezzo alle quali noi viviamo; come dare una mano, come dare una speranza di futuro migliore a persone che, bene o male, sono tentate di fuggire per sognare di trovare il paradiso in un’altra terra, oppure sono tentate di arruolarsi in gruppi fondamentalisti che promettono qualche soldo a chi entra a farne parte?

Allo stesso tempo questa città vive un certo fermento economico, vediamo alcuni che diventano ricchi, molto ricchi, e adottano stili di vita che non sono sostenibili né per il paese né per il pianeta; purtroppo, però, a causa di questo loro successo diventano un modello, sono visti come persone che hanno sfondato nella vita, e tutti guardano a loro con desiderio e invidia.
Di conseguenza, da una parte, assistiamo a una lotta per entrare a far parte di questi privilegiati, innescando una dannosa competizione alla ricchezza, che comporta sfruttamento insostenibile di risorse: chi ha la bici vuole la moto, chi ha la moto vuole l’auto, chi ha l’auto piccola vuole quella di grossa cilindrata; così traffico, incidenti, inquinamento atmosferico e acustico aumentano in modo esponenziale. Chi è in campagna vuol venire in città, che dunque si ingrandisce a ritmi insostenibili, spingendo i confini sempre più in là, mentre già ora infrastrutture e servizi (acquedotto, elettricità, strade asfaltate, canali di scolo, trasporti pubblici, presidi sanitari, scuole...) sono insufficienti.

 

 

Morale: si viene in città per star meglio, ma si finisce per star peggio e, per di più, peggiorando la vita di tutti.
Dall’altra parte, si scava una voragine tra quei pochi che riescono ad arricchire e la maggioranza povera che li sta a guardare; situazione che dà origine a instabilità sociali,  emarginazione, delinquenza e tutte le deviazioni che caratterizzano le grandi città. Nella zona in cui operiamo cominciamo a vedere segni di questo disagio, soprattutto nei giovani, che sono un po’ abbandonati a se stessi, non hanno spazi di aggregazione per costruire le basi di una solidarietà futura.


In tutto questo si inserisce la sfida dell’evangelizzazione, che secondo noi è la chiave per affrontare tutte le altre sfide.
Nei paesi in cui operiamo vediamo come il Vangelo trasforma la vita delle persone, ridona speranza, è fonte di gioia perché non c’è dono più grande che potere incontrare Gesù e vivere con la sua presenza. Ci diamo da fare perché le comunità cristiane siano un luogo in cui si trovano gioia e speranza. Quando ci sono gioia e speranza ci si può rimboccare le maniche e costruire futuro. Il Vangelo trasforma le persone e le persone trasformano la società.

Stiamo iniziando processi di ascolto, di comunione, di partecipazione, di formazione. Possiamo già contare sulla collaborazione di tante persone del posto che hanno lo stesso obiettivo e la stessa passione, che sono dalla parte degli ultimi. Per noi la prima forma di annuncio e la prima testimonianza è quella di essere una comunità unita, che vive relazioni fraterne, che mette al centro l’amore, una comunità aperta a chi soffre.

 

 

Essere comunità di persone di origini diverse, lingue, abitudini, età diverse, uomini e donne... e riuscire a dimostrare che si può vivere insieme, costruire insieme: questo è un punto chiave dell’evangelizzazione in un paese dove la metà della popolazione è musulmana, i cristiani variano dal 10 al 30% e il resto pratica la religione tradizionale africana. Si registra una convivenza abbastanza pacifica e tollerante, ma i fondamentalismi iniziano a manifestarsi in modo inquietante.

Cerchiamo la strada per un annuncio che sia dialogo e apertura ad accogliere il dono dell’altro.

 


padre Paolo Motta
missionario a Ouagadougou


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