Documento conclusivo del Meeting “Liberi dalla paura”, svoltosi a Sacrofano (Roma) dal 15 al 17 febbraio, su iniziativa di Caritas Italiana, Fondazione Migrantes e Centro Astalli


Consapevoli che «tutti i credenti e gli uomini e le donne di buona volontà sono chiamati a rispondere alle numerose sfide poste dalle migrazioni contemporanee con generosità, alacrità, saggezza e lungimiranza, ciascuno secondo le proprie responsabilità» e che il fenomeno delle migrazioni è «senza dubbio una delle più grandi sfide educative», raccogliamo l'invito a essere comunità accoglienti perché sappiamo che «rinunciare a un incontro non è umano».

 

L’accoglienza è senza dubbio un’esperienza interiore profonda: prima di essere una risposta a un bisogno è un’esperienza di condivisione ricca, che richiede un cammino di conversione personale e comunitario. Nello specifico domanda di coniugare la complessità del fenomeno migratorio con la complessità del reale, la disponibilità con il coraggio di farsi attraversare da presenze inattese lasciandosi guidare dalla fantasia dello Spirito Santo, che è infinita ma anche molto concreta.

 

Per questo occorre «cominciare a ringraziare chi ci dà l'occasione di questo incontro, ossia gli “altri” che bussano alle nostre porte, offrendoci la possibilità di superare le nostre paure, per incontrare accogliere e assistere Gesù in persona».

 


Dare un nome alla paura. Il nostro mondo sembra sempre di più attraversato dalla paura, spesso alimentata e strumentalizzata ad arte dai potenti del mondo. Non c’è paura più insidiosa di quella che nasce dalla diffidenza e si alimenta della mancanza di speranza. Essa ci fa vedere l’altro come un contendente, un avversario, fino a trasformarlo in una minaccia, un nemico.

Abbiamo paura dei poveri, che ci ricordano che la loro condizione domani potrebbe essere la nostra, in una società che si disinteressa sempre di più delle persone e delle loro esistenze.

 

P. Luca Vitali e p. Roberto Atzeni, della Comunità Missionaria di Villaregia, con mons. Francesco Soddu (al centro), direttore di Caritas italiana


Eppure, l’istintiva reazione di allontanare dal nostro sguardo chi è in difficoltà, di isolare la nostra quotidianità per salvaguardarla, ci condanna a una solitudine che rende tutti più fragili e impotenti. Spesso dimentichiamo che la paura è esperienza anche dei migranti: crea ansia l’arrivare in un luogo nuovo, non familiare che a volte si rivela ostile, come pure agita la paura di deludere le persone care, di fallire nel progetto migratorio.

Sempre più spesso tale situazione è esacerbata da situazioni indotte dalle circostanze del Paese di approdo: paura di perdere il permesso di soggiorno, paura di essere considerati impostori e criminali.

 

La nostra fede ci chiede di non abbandonarci alle nostre paure e di comprendere le paure che abitano i nostri fratelli e le nostre sorelle. Come cristiani, rendendoci conto delle sfide e delle difficoltà, siamo chiamati a non rinunciare: «Cristo continua a tendere la sua mano per salvarci!». Come cittadini crediamo profondamente nella dignità di ogni persona e vogliamo, con solidarietà, impegnarci a restituirla a coloro ai quali è stata tolta, secondo il sentire della nostra Costituzione.


Accogliere costruisce la pace. Le cause delle migrazioni forzate - guerre, sfruttamento, ingiustizia sociale, violenza, tirannide, disoccupazione, terrorismo, inquinamento ambientale - ci riguardano, come abitanti del pianeta e come cittadini di Paesi che spesso hanno responsabilità nel determinare o aggravare tali cause.

Non va nemmeno dimenticato che generazioni di italiani hanno vissuto sulla loro pelle la difficile esperienza dell'emigrazione, hanno sofferto per la separazione dalle famiglie d’origine e affrontato condizioni di lavoro non facili, alla ricerca di una piena integrazione nella nuova società. Molti hanno anche conosciuto la guerra, la fame, la persecuzione.

 

P. Luca Vitali e p. Roberto Atzeni con don Giovanni De Robertis (al centro), direttore della Fondazione Migrantes


L’ingiustizia e il conflitto sono fattori determinanti nelle migrazioni di ieri e di oggi e l’accoglienza, se vissuta con lungimiranza e consapevolezza, ci offre l’opportunità per intraprendere la via della riconciliazione e della costruzione paziente della pace. Essa, infatti, genera relazioni: parte di un buon processo di accoglienza consiste proprio nel riorganizzare e incanalare all’interno dei territori le forze e le energie di tutti, a servizio del bene comune.

Ciò è possibile solo nei contesti locali, dove si vive la quotidianità dell’incontro, dove si affronta l’esistenza nella puntualità delle situazioni, dove il dialogo della vita si gioca in piccoli gesti, in risposte a necessità concrete e misurabili, a situazioni esistenziali che interrogano tutti, quali la malattia e il disagio mentale.


Comunità, uno stile. L’accoglienza per le nostre comunità è un dono, perché ci offre l’occasione di guardare al futuro con più speranza. L’incontro ci permette di toccare con mano di quante risorse umane, morali e culturali ciascuno è portatore e quanto possono essere ricche e creative le società che riescono a valorizzare le diversità e mettere a frutto i talenti di ciascuno in una prospettiva comune.

 

Accogliere è il nostro modo di contribuire alla costruzione di una società rinnovata, capace di lasciarsi alle spalle l’ingiustizia del mondo e offrire alle generazioni più giovani un futuro di pace, di crescita economica, di maggiore equità sociale.

Accogliere crea comunità, smaschera le nostre inconsistenze e ci aiuta a metterci in rete perché costruisce uno stile non solo di collaborazione ma anche di partecipazione e condivisione.

 

Noi che ci siamo lasciati liberare dalla paura, che abbiamo sperimentato la gioia dell'incontro, vogliamo «annunciare questo sui tetti, apertamente, per aiutare altri a fare lo stesso».

Come ci ha detto papa Francesco alla fine della Messa: “Il piccolo passo fa il grande cammino della storia! Avanti! Non abbiate paura, abbiate coraggio!

 

Roma, 18 febbraio 2019