Come affrontare la strana realtà di queste settimane? Francesca Bomben, psicoterapeuta e volontaria della Comunità, e P. Luca Vitali ci accompagnano in percorso tra le parole più comuni che pronunciamo in questo tempo sospeso. Iniziando dalla più ricorrente: paura


Padre Luca, andrà tutto bene?

Dipende da noi. Andrà tutto bene è uno slogan pensato per tirarci su il morale, ma inizio a pensare che non aiuti ad abitare con autenticità questi giorni nei quali non sta proprio andando tutto bene. Per gli ammalati, per le loro famiglie, per chi non ce l’ha fatta ed è morto solo, per i Paesi impoveriti dove il virus rischia di generare una grande quantità di morte e sofferenza.

 

Dobbiamo dunque spaventarci?

No, ma dobbiamo imparare ad abitare questi giorni senza farci troppi sconti. Si continua a dire che siano un’opportunità per ritrovare il gusto delle piccole cose ma, se li guardiamo con verità e senza fughe, avvertiamo tutta la fatica di viverli. C’è chi non riesce a trovare il bandolo della matassa di relazioni costrette in pochi metri quadri; chi non riesce a vivere senza il ritmo incalzante della vita normale; chi sperimenta la mancanza delle relazioni, la sofferenza di non poter vedere e abbracciare i propri cari.

Insomma, non credo che la soluzione sia pensare per forza all’happy ending, ma piuttosto accettare di stare dentro questa mancanza per poterci preparare al nuovo. Spero, infatti, che il nuovo sarà diverso dalla “vita di prima”.

Anzi, abbiamo tutti bisogno di scorgere avanti a noi “un cielo nuovo e una terra nuova” perché, come afferma l’Apocalisse: “il cielo e la terra di prima… erano scomparsi e il mare non c'era più” (Ap 21,1). Sì, il mare e la terra di prima hanno mostrato tutta la loro inconsistenza e non sono riusciti a donarci autenticità, fraternità, capacità di condivisione. E mai come ora ne avvertiamo tutta la loro fragilità, che fa nascere in noi strane sensazioni fra le quali ritroviamo, forte, la paura.

 

Francesca, il tuo lavoro ti porta a confrontarti quotidianamente con la fragilità e la paura. Di cosa si tratta?

La paura è un’emozione primordiale, ontogeneticamente e filogeneticamente costitutiva dell’essere umano. Fa parte di noi, è esperienza vissuta da ciascuno, sin dall’inizio delle nostre vite, pensata dal Creatore per darci modo di reagire con intelligenza a un pericolo. Nessuno di noi lo ricorda ma da neonati l’abbiamo vissuta quando, piangendo, attendavamo che qualcuno soddisfacesse la nostra fame e il latte tardava a presentarsi. Quando qualcuno si metteva di fronte a noi nascondendo il viso tra le mani e ci rendeva interminabili quei secondi che precedevano il disvelamento di quel viso al suono di “cucù!”.

Lo abbiamo dimenticato. E, in qualche modo, forse anche tacitamente, siamo stati addestrati a farlo: l’uomo e la donna occidentali devono mostrarsi imperturbabili, veloci, multitasking, fermi, sempre al top, indipendenti. Non possono permettersi di sentire la paura. Possono parlarne astrattamente, ma questa non deve appartenere loro. Tutto può e deve essere razionalizzato, per padroneggiare il controllo di tutto.

 

 

 

 

E poi?

E poi arriva una situazione come quella che stiamo vivendo, che ribalta i nostri schemi fragilissimi e inconsistenti. E ci viene il magone, sentiamo un nodo alla gola, ci manca il respiro, si chiude lo stomaco, dormiamo male, siamo nervoso, mangiamo disordinatamente, non capiamo bene quello che sta succedendo. Tutto questo accade molto probabilmente per paura: un’amica inesplorata che accompagna momenti difficili, soprattutto quelli sconosciuti, mai sperimentati in prima persona fino ad ora.

Cosa ci dice la paura? Che siamo impreparati senz’altro, che siamo di fronte a qualcosa più grande di noi che ci sfugge, che abbiamo perso il codice di traduzione del nostro vivere personale. Prima di ogni cosa ci dice che abbiamo perso il contatto con noi stessi. Per cui ci mettiamo a correre per scappare da questa incomoda situazione e cerchiamo, cerchiamo, cerchiamo informazioni, risposte, previsioni, statistiche, distrazioni.

 

Cosa fare, dunque, per aiutarci?

Occorre capire cosa cerchiamo, senza disperdere forze e motivazione a cercare il Bene. Per prima cosa bisogna accogliere noi stessi, dire a parole quello che proviamo e i pensieri che accompagnano il nostro contatto con quello che proviamo. Di cosa ho paura? Di essere contagiato, di contagiare, di perdere qualcuno o qualcosa, di soffrire per la salute, per il lavoro, per i rapporti sociali, per la lentezza, per l’incertezza.

Se non chiariamo questo a noi stesso e a chi “abita” con noi, confondiamo la nostra umanità con la psicopatologia o con incompatibilità relazionale, e non ci concediamo - e non concediamo agli altri - di essere. Fuggiamo l’umanità, ce la facciamo scivolare addosso, e ne ricaviamo che questa fatica ci tornerà indietro con la forza di un boomerang dagli effetti più intensi.

La paura è sacra esperienza di noi stessi, che non possiamo lasciar correre, perché è proprio entrandoci dentro che aggiungiamo sostanza al nostro vivere. Le dobbiamo lasciare un po’ del nostro tempo. Non tutto, ma un po’ glielo dobbiamo.

È un’esperienza nella quale abbiamo solo qualcosa da conquistare, da vincere. Conquistiamo il terreno di noi stesso, fatto di compassione, pazienza, autostima, accettazione. Nella condivisione con l’altro, è l’altro stesso che conquistiamo, un “altro” che diventa degno e capace di accogliermi, custodirmi, avvicinarmi.

E conquistiamo il mondo, la realtà di ogni cosa terrena, la consapevolezza della nostra fragilità umana e della caducità di tutte le cose. Insomma, quello spazio di nostra finitudine che è il luogo sacro in cui il Creatore può continuare, con il nostro consenso, l’opera Sua. E questa può diventare davvero una nuova e feconda normalità, partendo da qui, da quella paura che non scivola ma che trova uno spazio, presente ma non pervasivo, dei nostri giorni.

 

 

 

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