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Marzia Buzzat racconta il suo servizio nella COMIVIS, la sua passione per la storia e la promozione umana....


Raccontaci un po’ di te…

Sono Marzia, compirò 57 anni l’11 novembre. Sono nata a Feltre (BL) dove ho vissuto fino a 28 anni quando sono entrata in Comunità.  Feltre è una ridente cittadina circondata dai monti, dalla casa dei miei genitori si vedevano le Vette Feltrine il cui ricordo mi riporta alle tante escursioni in montagna vissute con genitori e fratelli, amici della pastorale giovanile. Giornate a contatto con la natura, passeggiate in cui ho imparato a conoscermi, ho scoperto l’importanza del saper affrontare la fatica della salita ai rifugi e le insidie della discesa; la sapienza di misurare le proprie forze e di sapersi fermare per contemplare un paesaggio, un fiore, per ascoltare il fruscio delle foglie, il cinguettio degli uccelli, la profondità del silenzio.  Soprattutto ho appreso che alla vetta si arriva insieme, in cordata. Per giungere insieme è necessario arrampicarsi facendo attenzione ai propri movimenti, per non mettere in pericolo i compagni. Allo stesso tempo bisogna avere uno sguardo pronto a cogliere l’eventuale stanchezza o difficoltà di chi è in cordata con te, fermarsi, saper attendere, cogliere come è opportuno agire per andare incontro alla situazione dell’altro.  Ho compreso che è la relazione basata sulla fiducia reciproca ciò che permette di giungere insieme in vetta, quanto così imparato che mi ha aiutato ad affrontare anche la bellissima “escursione” che è la vita.
Feltre è caratterizzata anche dal suo bel centro storico e dallo stupendo santuario, del 1100, che si vede in cima alla rocca di Anzù dedicato ai Santi Vittore e Corona patroni della città.  Anche questo è un luogo a me caro, quanti momenti di preghiera, di dialoghi importanti, di giornate di spiritualità e soprattutto il luogo in cui nel cuore ho detto a Dio il sì a consegnare la mia vita a Lui per i fratelli.


E la tua famiglia? 

La mia famiglia: genitori e tre figli, per vari anni hanno vissuto con noi prima la nonna materna e poi quella paterna.  Una famiglia semplice, due genitori laboriosi, che ci hanno trasmesso il senso del dovere, l’onestà, il rispetto per gli altri, il valore del sacrificio, del risparmio e ci hanno insegnato a condividere. In casa i nostri amici potevano sempre venire per giocare, studiare, riposare.  Una famiglia che ha conosciuto anche il dolore: papà aveva visto il suo primo matrimonio terminare in modo inaspettato dopo un anno dalle nozze quando la sua sposa e il loro bambino sono morti durante il parto. Mamma è volata al Padre a cinquantadue anni, avevo compiuto pochi giorni prima ventuno anni. Babbo l’ha raggiunta nel 1996 alla vigilia della mia partenza per la missione.  Sono grata ai miei genitori per quanto mi hanno trasmesso, per il modo con cui, pur con i loro limiti, mi hanno sempre fatto sentire desiderata e amata, per la fiducia che mi hanno regalato.  Ho un fratello maggiore di tre anni e una sorella minore, che ha circa dieci anni meno di me. Con loro il rapporto è sereno e so che sempre posso contare su di loro e su miei cognati.


Come hai conosciuto Dio? Come hai "scoperto" che Dio ti chiamava alla vita missionaria come consacrata?

L’incontro con Dio è nato nella semplicità del quotidiano in famiglia e in parrocchia. Ricordo il cero colorato che mamma accendeva in soggiorno nel giorno del nostro Battesimo, il portarci al rosario dei       Bambini nel mese di maggio, le preghiere recitate alla sera e al mattino; l’invito a condividere qualche gioco o dolce con i bambini dell’orfanatrofio. L’attenzione respirata fra le pareti di casa verso gli ammalati e le persone che avevano qualche necessità.  

Ritornano alla mente anche le esperienze in parrocchia: la catechesi, la preparazione ai Sacramenti, le uscite da adolescenti e i giorni di campo estivo a Cima Loreto di Faller, il partecipare alla pastorale giovanile, gli impegni assunti prima come catechista, poi nel gruppo liturgico, la pastorale con i giovani, le visite agli anziani nelle loro case o in quelle per anziani, le raccolte a favore dei poveri, le iniziative di solidarietà per la missione.

La vita cristiana per diventare solida deve camminare su due gambe: preghiera e carità

era lo slogan del sacerdote che accompagnava noi giovani, lui viveva questo e ce lo trasmetteva.  Le amicizie nate con i coetanei e con gli educatori di allora, hanno superato la distanza geografica e l’usura del tempo, appena è possibile ci ritroviamo e continuiamo a condividere le esperienze e il cuore.  Tutto questo, mi ha aiutato a comprendere che la vita, i doni che possedevo (talenti), quanto avevo di materiale, le esperienze relazionali, culturali, spirituali sono un dono e ogni dono manifesta la sua bellezza se è messo a servizio degli altri.

Durante gli anni della scuola superiore avevo maturato la scelta che terminati gli studi sarei andata in missione, per un anno, il sogno era l’Africa.  Invece mi sono impegnata in un’esperienza educativa con bambini/e, ragazzi/e fino ai diciotto anni provenienti da famiglie “difficili”. Una domanda ben presto ha bussato alla mia attenzione “Qual è la cosa più preziosa che possiedo, che dà colore alla mia vita, a ciò che faccio, alle relazioni, ai miei sogni e che posso donare a questi ragazzi”?  Pian piano ha preso forma la risposta “l’amicizia con Gesù”. Con l’aiuto di un sacerdote ho compreso che questo segreto di vita desideravo donarlo non solo a quei ragazzi, ma a tutti soprattutto a chi Gesù non lo conosceva ed ho capito che Dio mi chiamava, mi proponeva di donare la mia vita a Lui per i fratelli.

Poi Lui mi ha condotta attraverso le sue strade, ho conosciuto la Comunità e nel 1989 sono entrata a farne parte.  Ho vissuto a Villaregia il tempo della formazione e poi sono partita, con altri 7 missionari/e, a fine 1996 per avviare l’esperienza comunitaria in Porto Rico, facendo prima tappa, per alcuni mesi, a Lima. Nel giugno 2002 sono rientrata a Villaregia e ora vado a Lima.


Il tuo brano biblico preferito e perché?

Lettera di Paolo ai Filippesi capitolo 2, 5-11, l’inno ai Filippesi che inizia con l’invitoAbbiate gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù” e prosegue “che svuotò … e umiliò se stesso”. È un brano scoperto a 17 anni e che ha segnato l’incontro con Dio.  

Mi ha stupito e commosso allora e continua a stupirmi e a commuovermi oggi questo Dio che in Gesù sceglie, in totale libertà e gratuità, di amarmi fino alla fine dando la sua vita sulla croce per me, perché io possa sentirmi figlia da sempre voluta, amata, cercata, perdonata. Possa, inoltre, sperimentare la gioia della fraternità nella costante tensione a riconoscere che l’altro/a lo ricevo dalle mani del Padre e ad accoglierlo come sua Parola.

Un testo che ha accompagnato tutte le tappe del cammino di consacrazione la professione temporanea e definitiva, la partenza per la missione; che mi ha sostenuto nella fatica e nelle prove della vita, che ha dato una direzione al mio cammino di consacrata. Avere gli stessi sentimenti, pensieri, desideri di Gesù, seguirlo sulla strada dell’umiltà e del saper morire a me stessa è il desiderio che porto in cuore ed è la grazia che ogni giorno chiedo al Padre di concedermi.


Hai un grande amore per la storia. Quale sono le figure che ti hanno ispirato?  

L’amore alla storia e al sociale in genere sono “una malattia di famiglia”. Ho imparato a scoprire la ricchezza, la bellezza e l’importanza della storia nella vita di ogni persona, di un popolo, dell’umanità anche grazie alla sapienza di insegnanti ed educatori. Questi ultimi hanno saputo presentare la storia come quella chiave che permette di cogliere le radici dell’oggi, di leggere il presente senza lasciarsi “portare dalla corrente”, di discernere le conseguenze delle scelte che si fanno. In breve la storia come strada per dare profondità alla vita, infatti si è soliti affermare che “essa è maestra di vita”.


Cosa diresti ai giovani di oggi che forse non danno tanta importanza alla storia?

Ai giovani direi che la storia è “un far memoria” non per vivere nel passato o peggio vivere di rimpianti e nostalgie fuori luogo, ma per acquisire la sapienza, la saggezza della vita, che permette di vivere con profondità il presente.  È il “far memoria” biblico che porta a rivivere oggi quanto accaduto nel passato per dare un nome al filo d’oro del proprio cammino e di quello dell’umanità. Il popolo d’Israele, ci ricorda l’Antico Testamento, riconosce che il filo d’oro della sua storia è la fedeltà, la bontà e la misericordia di Dio. Impara così a discernere nel suo oggi i segni, la voce del passaggio di Dio e la strada che Lui invita a seguire, giunge a cogliere la sua identità di popolo.

Nel tempo ho appreso che la sapienza di vita che dona la storia coniugata al Vangelo, al modo di ascoltare, guardare discernere di Gesù, permette di esprimere un giudizio di fede sulle situazioni che si presentano e insegna il valore del confronto e della ricerca della verità.  Credo che conoscere la storia di una persona, di un popolo sia un passo indispensabile per poter costruire una relazione che sia vera, costruttiva e feconda.
 


Hai lavorato molti anni con la COMIVIS, ci potresti spiegare un po' meglio il servizio della COMIVIS?

CO.MI.VI.S. opera nell’ambito della Cooperazione allo Sviluppo, dell’Educazione alla Mondialità, della formazione ed informazione ad essere cittadini del mondo, attraverso la conoscenza e l’incontro con la cultura e la situazione di vita dei fratelli che vivono in altre Paesi del mondo, promuove la cultura della gratuità e del volontariato.

Alla radice del suo agire vi è la profonda convinzione che “L’uomo è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico – sociale, l’uomo, la persona nella sua integrità è il primo capitale da salvaguardare e valorizzare”. (Cfr Benedetto XVI – Caritas in veritate V25).

Nei vari territori di missione in cui la CMV è presente realizza progetti di sviluppo fondati sul principio che “lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro, né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione della mentalità e dei costumi” (Redemptoris Mssio 58).

Inoltre, all’estero e in Italia, è impegnata alla promozione e diffusione di una mentalità, di una cultura che riscoprano ed assumano la categoria di bene comune come impegno a “prendersi cura” di ogni altro, persone e popoli, a “vedere” “il mondo come sacramento di comunione, come modo di condividere con Dio e con il prossimo in una scala globale…(Cfr Papa Francesco Laudato Sii 9).

A partire da questi convincimenti la sua strategia operativa non può che essere la relazione, strada per non cadere nell’assistenzialismo, per non impegnarsi nel sociale con il fine della sola gratificazione personale.


Cosa significa per te il servizio che hai portato avanti nella COMIVIS?

Svolgere un servizio, in COMIVIS, significa primariamente essere impegnati ed occupati a tessere relazioni.
Relazioni con i beneficiari dei progetti che si realizzano in missione ascoltandoli, coinvolgendoli, formandoli, perché divengano protagonisti cioè possano assumere la conduzione e gestione delle opere sociali e formare altre persone del luogo a fare lo stesso.
Relazioni con i donatori, cioè tutti coloro che mettono a disposizione le loro capacità umane e professionali, il tempo, che sostengono materialmente le attività dell’Associazione.
Questo impegna a mettere in dialogo fra loro beneficiari e donatori con creatività e costanza.
Relazioni con le altre forze ecclesiali, civili, associazioni, istituzioni presenti nei territori in cui COMIVIS è attiva e che operano con gli stessi valori.
Ancora chiede di vivere la tensione di lasciarsi incontrare e di andare incontro ad ogni tu, di lasciarsi interpellare e “scomodare” da quanto accade nel mondo.
Tutto questo nel desiderio che le strutture costruite (Centri medici, di Accoglienza ecc.), i progetti di formazione, le attività di promozione umana, di formazione e informazione, siano “luoghi” di relazione, espressione di Regno di Dio, segno della fedeltà di Dio ad ogni uomo e a ogni popolo.


Qualcuno potrebbe chiedersi: “Perché non concentrarsi soltanto in annunciare Gesù attraverso un'evangelizzazione un po' più esplicita? Perché è importante l'aspetto di promozione umana?"

A questa domanda, in parte ho risposto parlando dell’amore alla storia e dell’esperienza di COMIVIS.  Mi è spontaneo completare richiamando alcuni passaggi delle encicliche sociali che nel corso degli anni mi hanno aiutata a comprendere e sollecitata ad approfondire il legame inscindibile che intercorre fra evangelizzazione e promozione umana.
 

Tra evangelizzazione e promozione umana ci sono legami profondi:
Legami di ordine antropologico, perché l'uomo da evangelizzare non è un essere astratto, ma è condizionato dalle questioni sociali ed economiche.
Legami di ordine teologico, poiché non si può dissociare il piano della creazione da quello della Redenzione che arriva fino alle situazioni molto concrete dell'ingiustizia da combattere, e della giustizia da restaurare. 
Legami dell'ordine eminentemente evangelico, quale è quello della carità: come infatti proclamare il comandamento nuovo senza promuovere nella giustizia e nella pace la vera, l'autentica crescita dell'uomo?

(Paolo VI Evangeli Nuntiandi 31)

 

Esperta di umanità, la Chiesa, non ha di mira che un unico scopo: continuare, la stessa opera del Cristo, venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità, per salvare, non per condannare, per servire, non per essere servito…
Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo… Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera
".
(Cfr Paolo VI Populorum Progressio 13 - 14)

 

“Per la Chiesa insegnare e diffondere la dottrina sociale appartiene alla sua missione evangelizzatrice e fa parte essenziale del messaggio cristiano, perché tale dottrina ne propone le dirette conseguenze nella vita della società ed inquadra il lavoro quotidiano e le lotte per la giustizia nella testimonianza a Cristo Salvatore”
(Gv Paolo II Centesimus Annus 5)

 

Caritas in veritate» è il principio intorno a cui ruota la dottrina sociale della Chiesa…”
Solo con la carità, illuminata dalla luce della ragione e della fede, è possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più umana e umanizzante. La condivisione dei beni e delle risorse, da cui proviene l'autentico sviluppo, non è assicurata dal solo progresso tecnico e da mere relazioni di convenienza, ma dal potenziale di amore che vince il male con il bene (cfr 12,21) e apre alla reciprocità delle coscienze e delle libertà”.

(Cfr Benedetto XVI Caritas in veritate 6 e 9)

 

Confessare un Padre che ama infinitamente ciascun essere umano implica scoprire che «con ciò stesso gli conferisce una dignità infinita».
Confessare che il Figlio di Dio ha assunto la nostra carne umana significa che ogni persona umana è stata elevata al cuore stesso di Dio.
Confessare che Gesù ha dato il suo sangue per noi ci impedisce di conservare il minimo dubbio circa l’amore senza limiti che nobilita ogni essere umano. La sua redenzione ha un significato sociale perché «Dio, in Cristo, non redime solamente la singola persona, ma anche le relazioni sociali tra gli uomini».
Confessare che lo Spirito Santo agisce in tutti implica riconoscere che Egli cerca di penetrare in ogni situazione umana e in tutti i vincoli sociali: «Lo Spirito Santo possiede un’inventiva infinita, propria della mente divina, che sa provvedere e sciogliere i nodi delle vicende umane anche più complesse e impenetrabili». L’evangelizzazione cerca di cooperare anche con tale azione liberatrice dello Spirito.
Lo stesso mistero della Trinità ci ricorda che siamo stati creati a immagine della comunione divina, per cui non possiamo realizzarci né salvarci da soli. Dal cuore del Vangelo riconosciamo l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana, che deve necessariamente esprimersi e svilupparsi in tutta l’azione evangelizzatrice…”

(Francesco Evangelii Gaudium 178).


Con quali desideri parti per il Perù?

I sentimenti e i desideri che abitano il cuore alla vigilia della partenza per Lima sono vari. Anzitutto una profonda gratitudine a Dio, per la sua fedeltà per il modo in cui mi ha parlato e guidato in ogni esperienza, incontro, relazione vissuti in questi anni di permanenza in Italia, con Lui e grazie a Lui ho sperimentato che la vita si fa danza nella semplicità e novità del giorno dopo giorno.  Il grazie sincero nei confronti di ogni sorella e fratello di Comunità per aver contribuito in modo unico al mio cammino di figliolanza e fraternità e verso ogni compagno di viaggio, da ciascuno ho ricevuto qualcosa che mi ha aiutato a crescere nel mio essere donna di Dio.  La gioia di incontrare i fratelli della missione e di poter mettermi in cordata con loro, insieme ai missionari/e della comunità di Lima, per essere Chiesa, popolo di Dio in cammino sui sentieri della figliolanza e della fraternità universale.

La commozione per il distacco fisico da tante persone che hanno popolato le mie giornate in questi anni, anche questa è un dono per cui ringraziare perché dice la verità delle relazioni vissute.  Tutta ciò che ho vissuto in questi anni trascorsi a Villaregia desidero consegnarlo al Padre per poter iniziare questa nuova tappa a mani vuote, aperte, pronte a ricevere ciò che Lui vi deporrà. 
Chiedo il dono di saper con umiltà, semplicità e fiducia continuare a danzare al Suo ritmo la vita con tutti coloro che Lui porrà sul mio cammino in terra peruviana.

Alla fine mi posso solo da dire che è proprio bello dare la vita a Dio e spenderla a servizio dei fratelli.