Carissimo don Matteo, don Gabriele, carissimi tutti, questa sera vorrei dire semplicemente un grande grazie, per questa accoglienza che da subito ci ha colpito e che ci è parsa speciale, perché non ci aspettavamo una casa così.

 

Questo progetto è nato da un sogno: costruire una comunità piccola e semplice che possa vivere come una famiglia insieme ad altri fratelli, aperta a tutti quelli che han bisogno di accoglienza e, in particolare, a  chi non ha famiglia, non ha casa e viene da lontano.

 

Questo benvenuto, questa casa che aveva già una storia così bella e così lunga di accoglienza e di misericordia, ci è sembrato un segno molto bello. Io ho seguito un po’ da lontano le varie tappe: l’incontro con la comunità parrocchiale e quella civile. Sono felice di poter iniziare oggi questo sogno insieme, perché per noi è importante come comunità fare famiglia.

 

 


Ci chiamiamo comunità perché desideriamo essere un piccolo segno di famiglia: i missionari e le missionarie in Italia e nel mondo, le coppie di sposi.

Siamo missionari e viviamo la missione come scambio di doni,  che è anche un po’ il cuore dell’esperienza missionaria. Uno dei doni più belli della missione è l’incontro con l’accoglienza che i poveri ti offrono. Sono da poco tornato da una visita alle comunità dell’America Latina: in Perù, in Porto Rico, ma anche in Messico, la gente dice sempre “la mia casa è la tua casa”, quindi sei a casa tua.

 

E in Costa d’Avorio, dove ho vissuto per 12 anni e dove abbiamo una comunità, c’è il rito dell’akwabà, dell’accoglienza, durante il quale tutti coloro che sono presenti in casa fanno sedere l’ospite e gli offrono da bere perché fa caldo, poi lo salutano a turno, chiedendogli la prima notizia. Dopo si siedono e quando l’ospite risponde, si rialzano perché c’è la seconda notizia, quella più importante, che rappresenta il motivo della visita.

È un rito che ci può far sorridere, ma che aiuta a comprendere molto l’importanza di chi arriva. Per lui si lascia tutto e gli si dedica il proprio tempo, perché la persona è al centro dell’attenzione di tutti.

 

 

Questo è ciò che stiamo imparando dai più piccoli, dai più poveri, ed è quello che vogliamo vivere, abbiamo iniziato a a farlo a Imola, dove abbiamo già sperimentato l’accoglienza di questo popolo molto bello, abbiamo già imparato a vivere insieme da fratelli, con fratelli che hanno preso un po’ troppo sole, che sono un po’ più scuretti di noi, ma sono fratelli in questo momento in cui la diversità ci fa paura. Vogliamo dimostrare semplicemente con il nostro modo di vivere che si può essere fratelli.

 

In missione l’ho sperimentato, sono stato accolto da amico, senza sospetto; quando entravo in una casa mi offrivano da mangiare, anche se non mi conoscevano. Ciò rappresenta uno scambio di doni e di ricchezze che proprio l’incontro tra fratelli ci può permettere di sperimentare.

 

Ecco, vorremmo vivere qui in mezzo a voi facendo famiglia con chi vivrà con noi, con chi busserà alla porta della nostra casa e con tutti voi. La nostra casa è la vostra casa, possiamo dirlo. È la vostra casa perché per voi questa casa è importante e vorremmo che lo rimanesse. La casa è aperta, venite quando volete, cercheremo di accogliervi come sappiamo fare perché per noi l’accoglienza è molto importante.

 


Dico grazie per la grande accoglienza e la sintonia che abbiamo trovato. Don Matteo l’ho conosciuto a Roma, dove abbiamo una Comunità, e lui era proprio il vescovo incaricato della nostra zona. Il Signore lo ha portato a Bologna, non per lui, ma anche grazie a lui. Siamo contenti di poter continuare insieme.

 

Abbiamo bussato alla vostra porta, alla porta della Diocesi, ci avete aperto. Abbiamo bussato alla porta della Casa Madre qui a Vedrana, ci avete aperto la porta. Anche la nostra porta vuole restare aperta, vogliamo essere vostri fratelli, in mezzo a voi, come sappiamo e come possiamo.

 

Grazie davvero, camminiamo insieme.

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Missione Albania
Centro missionario diocesano Forlì