"Briciole di speranza da un cuore missionario" è una raccolta di sentimenti, emozioni, riflessioni preghiere… scritte dai missionari in questo tempo di emergenza- ultima parte


membri aggregati della Comunità nella sede di Quartu Sant’Elena scrivono, come su una pagina di un diario, quanto suscita loro questo tempo di emergenza, tempo di insicurezza e paura, ma anche tempo di speranza, di preghiera, di gratitudine. Ogni pagina ha un colore diverso perché diversa la mano che ha tenuto la penna, eppure è tutta la comunità che si racconta.


Se dovessi scegliere una parola per dire questo tempo userei il termine "sfida": sono giorni che sfidano, che mettono alla prova la mia capacità di amare, di abitare il presente, di stare in un'attesa paziente, di scegliere ciò che è essenziale, di coltivare la comunione, di vivere come discepolo-missionario, e, fondamentalmente, la mia fede.

La prima scelta è se accettare questa sfida, e quindi decidere di valorizzare questo tempo impiegando tutte le risorse migliori; oppure rifiutarla, lasciando che la tristezza e l'inquietudine mi facciano ripiegare su me stesso e assumere un atteggiamento passivo. La scelta non è scontata: la stessa consapevolezza di trovarmi dentro a una sfida, è costantemente in lotta contro la tentazione di vedere la situazione soltanto come un problema, e quindi di chiudere gli occhi e aspettare che tutto passi, come se nel frattempo la vita fosse sospesa. A darmi coraggio in questa lotta interiore sono soprattutto i momenti di fraternità e la partecipazione alla vita della Chiesa. 

È stato importante un messaggio con cui una persona che vive lontano si è fatta prossima, pur essendo passato tanto tempo dalla condivisione di un pezzo del nostro cammino di fede: mi ha trasmesso molta fiducia, e mi ha dimostrato come la comunione in Cristo possa annullare le distanze. Ha inoltre acceso in me questa luce: lottiamo contro il virus ma anche contro tutto ciò che fa male al cuore dell'uomo.

Sono stati importanti anche alcuni momenti di condivisione e preghiera a distanza, in cui ci siamo raccolti noi giovani del GimVi: è stato edificante scoprire come ciascuno sia stato capace di dire una parola di positività, e abbia dimostrato di saper trovare soluzioni costruttive contro le insidie della noia e dello scoraggiamento.

Il dono che chiedo è di riuscire a utilizzare questo tempo nel miglior modo possibile, riempiendolo di domande decisive, di creatività, di fedeltà alle relazioni, di preghiera; per venirne fuori rinnovato, per un "dopo" che non sia semplicemente un tornare alla vita di prima, ma uno "scrivere meglio", insieme a Dio e nella relazione con i miei fratelli, la mia storia.

Marco Orrù del GimVi giovani


"Non va tutto bene manco per niente": passato il primo periodo di euforia in cui ho cercato di distrarmi con mille nuove attività, è questo il pensiero che, in questo tempo di pandemia, spesso ho avuto.

Paura, scoraggiamento, incertezza e sofferenza sono arrivati nella mia vita con prepotenza. Tuttavia, nei giorni in cui la speranza ha vacillato, mi sono ritrovata ad essere sorretta da tanti fratelli e sorelle che si sono fatti Presenza di Dio nella mia vita, magari con un messaggio o una telefonata per fare due risate. 

In questi piccoli gesti si è manifestata - ancora una volta- la presenza di Gesù. Lui è davvero il Dio con noi.

Quel Gesù che abbiamo voluto portare a tanti fratelli e sorelle nel nostro specialissimo Jeshuà "claustrale", che ha reso ciascuna delle nostre case un piccolo monastero dove pregare gli uni per gli altri e per il mondo intero, mi ripete, ogni giorno, che Lui è con noi sempre e che la morte non ha l'ultima parola, neanche questa volta.

Susanna Mocci, animatrice Jeshuà, incontro Kerigmatico per giovani


Il Mondo lentamente si riapre e tenta di ripartire, ma è “andato tutto bene”? Siamo persone migliori?

Lunedì 9 Marzo 2020, ore 08:30: appuntamento fissato da tempo in uno studio medico: all’ingresso molto gentilmente, ma con decisione, vengo invitato da un assistente, che non fa altro che  passare uno strofinaccio con alcool sul bancone, nelle sedie, nelle maniglie, nelle penne, nelle tastiere dei PC, ad andare a lavarmi immediatamente le mani , ad indossare dei copriscarpe monouso e a sedermi in un posto privo di distanziatore di sicurezza…

Per la prima volta vedo nelle persone presenti  degli sguardi persi e pensierosi. La sensazione  di essere stato catapultato in un altro mondo.

Raggiungo l’ufficio, poco traffico, le scuole sono state già chiuse:  incredibile, l’alcool e il gel disinfettante sono arrivati anche qui … i colleghi nelle scrivanie indossano già  le mascherine e vengo invitato a farlo anch’io e lo faccio. Prendo il cellulare, la fotocamera a me rivolta rivela il volto che avrò d’ora in poi…

Un virus ha deciso che una  mascherina doveva coprirci il volto. Un dispositivo di protezione individuale che porteremo con noi per molto, che cela i nostri volti, le nostre sensazioni e che forse è come  un’allegoria.

Una mascherina nasconde il nostro volto che non si è chinato per  vedere le necessità e le sofferenze del mondo.

Una  mascherina che protegge gli altri dalla tossicità del nostro egoismo, del nostro arrivismo e della nostra indifferenza.

Quello che è successo in questo periodo lo conosciamo bene tutti: la memoria del tempo passato che se ne va con gli anziani rendendo ancora più vuote e tristi le strade dei paesi e città, l’amore di tanti infermieri e medici che si sono spesi fino alla fine, tante mamme e papà che hanno lasciato i loro figli…

Più tempo per riflettere, pregare… una Risurrezione Pasquale vissuta in casa con gli occhi rivolti allo schermo della tivù o al cellulare che mostrano Chiese intimamente deserte.

 Se tutto andrà bene, verrà il giorno che per il virus la mascherina non servirà più, potremo andare nuovamente e liberamente alle nostre celebrazioni eucaristiche… Ma come sarà visto dagli altri  il nostro volto?

E’ stato facile ed immediato dire e scrivere “andrà tutto bene”; è più impegnativo e non scontato costruire persone migliori.

Potremo davvero toglierci la mascherina? A noi la scelta.

Giovanni, ufficio comunicazione


#tuttoandrabene#

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