Padre Paolo Motta, missionario della Comunità a Ouagadougou dal 2017, intervistato dall'agenzia di stampa Askanews, parla di come il Burkina Faso sta affrontando l'epidemia di Covid-19


“In Burkina Faso abbiamo superato la soglia dei 100 casi di coronavirus, quindi ci troviamo più o meno come l’Italia un mese fa e vedendo come la crescita è stata esponenziale in Italia chiaramente c’è molta preoccupazione”: così padre Paolo, missionario in Burkina Faso dall'avvio della missione nel Paese africano, descrive la situazione a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, rispetto all’emergenza coronavirus.

Primo paese dell’Africa sub-sahariana a registrare un decesso per coronavirus, ad oggi il Burkina Faso è lo Stato più colpito dell’Africa occidentale, con 152 casi di contagio, sette morti e 10 guarigioni. Un’epidemia che ha subito interessato le alte sfere del potere: cinque i ministri risultati positivi, così come l’ambasciatore italiano e quello americano, e la prima vittima è stata la seconda vicepresidente dell’Assemblea nazionale.

 

Ieri, il governo di Ouagadougou ha decretato lo stato di emergenza sanitaria, imponendo il lockdown alle otto città dove sono stati registrati i contagi, tra cui la capitale, con 127 casi, e la seconda città del Paese, Bobo Dioulasso, con 10. Nelle scorse settimane, le autorità avevano già imposto il coprifuoco notturno, chiuso frontiere, scuole, università, mercati, stazioni degli autobus e bar, e lanciato una campagna per sensibilizzare sulla necessità del distanziamento sociale e di adeguate misure igieniche.

“Nella capitale il distanziamento sociale è molto problematico, ma si cerca di applicarlo”, ha spiegato padre Motta, ricordando che si tratta di “zone dove vive tanta gente”. La chiusura dei mercati certamente aiuta, ha rimarcato, perchè il “piccolo commercio è informale, non c’è il negozio, è su strada, quindi è più facile il distanziamento sociali”. Ma “d’altra parte le condizioni di igiene sono quelle che sono, c’è molta polvere, molto vento – ha ricordato – il problema è l’acqua, anche nella capitale non c’è dappertutto, anche se si trova magari a 200-300 metri. Sicuramente nei villaggi è più problematico”.

 

Preoccupa anche la situazione delle strutture sanitarie, e “se ci fosse una situazione come quella italiana, sarebbe ben dura”. In Burkina Faso, ricorda, “non ci sono molti medici”: “Noi abitiamo in una zona in cui si stima abitino tra 70-80.000 persone e non c’è neanche un medico, ci sono solo due infermerie pubbliche con quattro infermieri. Poi c’è qualche ambulatorio privato, dove si trova qualche medico”.

“La paura non manca, ma c’è anche speranza”, ha rimarcato il missionario, ed è riposta “in altre condizioni più favorevoli” del Paese, come per esempio l’età della popolazione, che è molto giovane, il caldo intenso, che potrebbe indebolire un po’ il potere di contagio, e il fatto che gli abitanti sono abituati a salutarsi senza baci o abbracci”.

 

Altra “nota consolante” per padre Motta “è che in questa settimana non ci sono stati attacchi terroristici, mentre eravamo abituati a un ritmo abbastanza frequente nelle zone di confine”.

Il coronavirus ha infatti colpito un Paese che vive già una grave crisi umanitaria a causa degli attacchi in corso dal 2015, che hanno causato finora centinaia di morti e centinaia di migliaia di sfollati.

 

(intervista rilasciata all'agenzia di stampa Askanews)