Dal Burkina Faso p. Domenico De Martino ci invia notizie sulle attività dei missionari a Ouagadougou e sulla difficile situazione nel Paese, con episodi di terrorismo che colpiscono soprattutto i villaggi rurali


Carissimi,

vi scrivo dopo l’Ottobre missionario, che è stato per tutta la Chiesa un mese missionario straordinario.

La straordinarietà della vita l’ho potuta vedere nell’ordinarietà di ogni giorno. I giorni qui scorrono veloci ma in modo molto semplice. Siamo impegnati nell'organizzazione della parrocchia che ci è stata affidata. L'inizio di ogni cosa è sempre impegnativo, se poi pensate che siamo in un contesto nuovo, con una cultura che non conosciamo ancora bene, capirete quanto lavoro c'è da fare. 

 

Per il momento viviamo in una casa in affitto, che sta diventando sempre più piccola, visto il crescente numero dei giovani che, interrogandosi sulla loro vocazione e affascinati dalla vita missionaria, ci chiedono di poter fare un’esperienza di vita con noi.

 

Inaugurazione della Parrocchia St. Monique a Ouagadougou

 

Abbiamo avviato in parrocchia una gara di solidarietà per poter iniziare i lavori della costruzione di un presbiterio e tante sono le persone che si stanno impegnando con un loro semplice contributo. La scorsa settimana anche un gruppo di bambini ha voluto daro il suo contributo, raccogliendo una piccola somma di denaro, per noi segno della provvidenza di Dio: stiamo constatando con i nostri occhi la bellezza del popolo di Dio che partecipa con gioia alla realizzazione della sua Chiesa.

Un papà venuto con la sua piccola offerta ci ha detto: “vi vediamo girare nei quartieri e darvi da fare per noi. Siete al servizio soprattutto dei poveri, non posso non darvi il mio contributo, siete la mia famiglia”.

 

Ringraziamo Dio per questa giovane chiesa che non ha nulla, ma che nutre un forte senso di comunità e solidarietà.


Un Paese senza pace minacciato dal terrorismo

Siamo all’inizio dell’anno sociale e tutto riprende, anche e soprattutto le scuole. Qui nella capitale tutto è sereno ma nei villaggi intorno, nel nord, nel nord-est e nord-ovest del Paese, la situazione è molto complicata per via del terrorismo. Varie sono le scuole che sono state bruciate e al termine dello scorso anno scolastico anche diversi insegnanti sono stati uccisi.

Le modalità sono più o meno le stesse: i terroristi arrivano nei villaggi, saccheggiano tutto - bestiame, raccolto, piccoli negozi  - poi cercano gli insegnanti dicendo loro che se non vanno via saranno le prossime vittime, a meno che non insegnino l’arabo o quella che per loro è la vera religione.

 

L'emergenza primaria oggi riguarda gli sfollati: si parla di quasi un milione di rifugiati interni, cioè di persone che per paura hanno lasciato i loro villaggi e si sono riversati nei centri più grandi o nella capitale. In questi giorni ho avuto modo di parlare con alcuni insegnanti che, nonostante questa situazione, devono raggiungere il posto di lavoro in queste province perché lo Stato non può permettere che cessino le attività.

 

 

La paura è grande. Una giovane mamma tra le lacrime mi ha confidato che deve partire per un villaggio del sud, dove apparentemente non c’è pericolo di terrorismo. Tuttavia, la scorsa settimana lei e altre colleghe sono state minacciate, sono rientrate nella capitale per qualche giorno, ma poi sono state richiamate a lavoro. Lascia il marito e le due bambine a casa con l’angoscia e la paura nel cuore di non poterli più rivedere. 

 

A settembre in un attacco a una base militare hanno perso la vita 40 soldati, tra cui 3 nostri giovani parrocchiani. Uno di loro lo conoscevamo in modo particolare ed era il primogenito di una famiglia a noi molto vicina. Quando siamo andati a casa per le condoglianze, vedendo quella famiglia distrutta dal dolore, il cuore mi si è stretto e non ho saputo dare spiegazioni alla domanda “perché questo orrore, perché questo odio?”.

Incrociando lo sguardo di Jean, il papà del giovane ucciso, che mi dice sempre “voi siete segno di Dio per noi, a voi possiamo domandare tutto perché ci date la parola di Dio, il suo conforto e la sua volontà” non ho potuto far altro che stringere la mano impotente, facendogli sentire che Dio gli è vicino.


La speranza che fiorisce

In questa situazione di instabilità, un segno di speranza è la comunione tra le differenti confessioni religiose: cattolici, protestanti e musulmani pregano insieme, chiedendo e invocando la pace per il "paese degli uomini integri".

 

 

Un altro segno di speranza è stato l'avvio del progetto di sostegno alla scolarizzazione, che prevede un aiuto per pagare la retta scolastica di famiglie in difficoltà. La vicinanza concreta di alcuni amici ha permesso a 96 bambini di poter andare a scuola. Quando abbiamo iniziato le pratiche per l'iscrizione di questi bambini, la cosa che ci ha più sconcertato è stato il fatto che tanti di loro non avevano il certificato di nascita. Ci vogliono pochi euro per averlo, ma questo non basta, bisogna fare una campagna di sensibilizzazione per far comprendere ai genitori l’importanza di questo documento, che fa esistere il bambino davanti allo Stato e all’umanità.

Per i certificati di nascita ci stiamo organizzando e, se Dio vorrà, la Provvidenza ci permetterà di risolvere almeno per qualcuno di loro questa situazione, dando dignità ai bambini dei nostri quartieri.

Sento in modo forte di essere qui anche a nome vostro e per questo condivido anche notizie a volte non tanto belle, credo che ciò ci aiuta a essere una Chiesa vera, con i piedi per terra e le mani in pasta, che prega e intercede per i suoi figli nella prova e nella necessità.

 

Grazie di cuore,

P. Domenico De Martino


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