Abbonamento a feed Fides IT - www.fides.org
Le notizie dell'Agenzia Fides
Aggiornato: 24 min 46 sec fa

NEWS ANALYSIS - Pakistan: la Commissione per le minoranze e il rispetto dei diritti umani

Sab, 20/06/2020 - 11:24
Karachi - I principi fissati dalla Convenzione Onu di Parigi, adottata nel 1993 dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, affermano che, nella formazione di organismi intesi a tutelare i diritti umani, i governi e le loro istituzioni debbano restare in una posizione consultiva e non entrare nel processo decisionale: il tutto per promuovere reale indipendenza e pluralismo delle Commissioni istituite, che dovrebbero essere composte da leader di organizzazioni non governative e comunque avere un mandato del Parlamento.
Questi principi e queste tutele non sono state osservate dal governo pakistano, quando ha creato la nuova "Commissione nazionale per le minoranze" in Pakistan.
I principi della Convenzione Onu di Parigi indicano alcuni punti da rispettare nella creazione di istituzioni nazionali per i diritti umani:
- proteggere i diritti umani, anche ricevendo, indagando e risolvendo i reclami, mediando i conflitti e monitorando le attività;
- promuovere i diritti umani, attraverso l'istruzione, la sensibilizzazione, i media, le pubblicazioni, la formazione e lo sviluppo di capacità, nonché fornendo consulenza e assistenza al governo.
Inoltre, si fissano 6 punti che da soddisfare: ampio mandato, basato su norme e standard universali in materia di diritti umani; autonomia dal governo; indipendenza garantita da statuto o Costituzione; pluralismo; risorse adeguate; poteri investigativi adeguati.
Riferendosi a questi necessari standard, le organizzazioni della società civile, chiedono una commissione neutrale e indipendente, che possa proporre nuove leggi e politiche sulla base delle norme internazionali sui diritti umani.
Ora le organizzazioni della società civile chiedono al governo di rivedere la decisione, attraverso un processo consultivo con gli gli organi interessati. - continua
Link correlati :Continua a leggere la News analysis sul sito web di "Omnis Terra"
Categorie: Dalla Chiesa

AFRICA/BURUNDI - “Presidente ci dia la pace, la cerchi con tutto il suo essere”: l’Arcivescovo di Gitega al giuramento del neo Capo dello Stato

Sab, 20/06/2020 - 10:35

Bujumbura - Il Presidente del Burundi Evariste Ndayishimiye, ha prestato giuramento il 18 giugno a Gitega, alla Presenza delle autorità civili e religiose del Paese.
Prima di prestare giuramento, il moderatore della cerimonia, il generale di brigata Gaspard Baratuza, ha invitato gli 8 Vescovi cattolici ed altri rappresentanti delle confessioni religiose a raggiungere il centro dello stadio. Dopo aver formato un cerchio il Presidente eletto si è inginocchiato all'interno. Nella sua preghiera prima del giuramento, l'Arcivescovo di Gitega, Sua Ecc. Mons. Simon Ntamwana, ha invitato il neo Presidente a voltare pagina: “Siate sempre pronti a ricevere la saggezza del Signore come Salomone " ha detto Mons. Ntamwana che ha insistito sulla necessitò di ritrovare la pace. “Beati quelli che portano la pace, perché saranno chiamati figli di Dio! Si assicuri di essere figlio di Dio, capace di portare la pace ai burundesi, lei sa quanto ne abbiamo bisogno, ci dia la pace, la cerchi con tutto il suo essere ... ""Lei che ama il Signore odi il male, sappiamo che ama il Signore". “Il Signore la illumini affinché possa fare del bene in Burundi, affinché rafforzi l'amore tra i burundesi. Operi per il rimpatrio dei rifugiati, in modo che queste intelligenze che si trovano all'estero possano aiutarci a combattere la miseria in cui è caduto il Burundi, in modo che mettano il loro genio al servizio dello sviluppo ".
Le parole dell’Arcivescovo di Gitega esprimono le speranze della popolazione del Paese scosso da anni di instabilità dopo che il defunto Presidente Pierre Nkurunziza aveva modificato la Costituzione per ottenere un terzo mandato .
Categorie: Dalla Chiesa

AFRICA/SUD SUDAN - “Basta guerra: Dio ci guarda e ci riterrà responsabili per il disprezzo della santità della vita” ammoniscono i leader cristiani

Sab, 20/06/2020 - 09:35


Juba – “Siamo profondamente addolorati per l'escalation della violenza in quasi tutti gli Stati del nostro Paese. Deploriamo fortemente l'aumento della perdita di vite umane e la distruzione dei beni delle popolazioni già impoverite dai conflitti nel Paese ", affermano in una dichiarazione i leader religiosi del Consiglio delle Chiese del Sud Sudan
"Dio ci guarda e ci riterrà responsabili per il disprezzo della santità della vita” ammoniscono i leader cristiani nella loro dichiarazione firmata da sette membri del SSCC, compreso Sua Ecc. Mons. Stephen Ameyu Martin, Arcivescovo di Juba,
L'organismo ecumenico ha invitato il governo a trovare il modo di fermare gli scontri in corso in varie parti del Paese e di abbracciare la pace.
"Denunciamo con forza le violenze nel Greater Jonglei, Ruweng, Warrap, Greater Yei, Lakes e in altri luoghi della Repubblica del Sud Sudan, tra cui Gumba Sherikhat", affermano i leader delle principali confessioni cristiane sud-sudanesi, che chiedono “al governo di transizione di unità nazionale e a tutti i gruppi di opposizione di porre fine alla violenza devastante con effetto immediato”.
I leader dell’SSCC chiedono al governo e all’opposizione di rimanere fedeli gli accordi che hanno firmato e di garantire la loro piena e tempestiva attuazione” e di scegliere quadri e dirigenti delle istituzioni guardando alle loro competenze e non sulla base di giochi di potere e agli interessi di parte.
Anche la popolazione è invitata a fare la propria parte pentendosi dei propri peccati e soprattutto perdonandosi gli uni con gli altri.
“Assicuriamo al nostro popolo che la Chiesa rimarrà fedele alla sua chiamata divina e al suo ministero di riconciliazione e continueremo a pregare e lavorare per il nostro Paese, perché crediamo che vi sia ancora speranza per noi e che il Sud Sudan vincerà. Non arrendiamoci”, concludono i leader cristiani.
Il Revitalized Transitional Government of National Unity è stato formato il 22 febbraio di quest’anno. Il termina “rivitalizzato” si riferisce al fatto che il nuovo esecutivo riprende in parte quello formato nel 2011 nel quale Presidente è Salva Kiir Mayardit e uno dei Vice Presidenti è il suo diretto rivale Riek Machar. Nel 2013 quest’ultimo fu accusato di un tentativo di golpe a seguito del quale è scoppiata una guerra civile. Dopo diversi tentativi di conciliazione si è giunti a febbraio alla formazione del nuovo esecutivo di unità nazionale che dovrà portate il Sud Sudan a nuove elezioni. Purtroppo i semi di tanti anni di guerra hanno prodotto in diverse aree del Paese la formazione di diversi gruppi armati e il risorgere di tensioni etniche e tribali che, insieme ai giochi di potere interni al governo, non hanno ancora permesso il ritorno della pace.
Categorie: Dalla Chiesa

ASIA/KAZAKHSTAN - Covid-19: difficile il rinnovo dei visti di soggiorno per i missionari cattolici

Sab, 20/06/2020 - 09:17
Almaty - I sacerdoti missionari in Kazakistan, così come tutti gli stranieri presenti sul territorio nazionale, potrebbero riscontrare problemi di permanenza nel Paese centrasiatico a causa delle nuove disposizioni in materia di ingresso e soggiorno, legate al diffondersi del Covid-19. E’ quanto segnala all’Agenzia Fides don Guido Trezzani, missionario in Kazakistan nella comunità del “Villaggio dell’Arca” a Talgar, nei pressi di Almaty. Rileva il missionario oggi Direttore di Caritas Kazakhstan: “C’è un grande punto interrogativo sulla nostra presenza futura in Kazakistan: è una situazione fluida che cambia tutti i giorni, al momento non abbiamo certezze. Sappiamo solo che il 10 luglio terminerà la moratoria che consente il rientro nei paesi di origine senza sanzioni amministrative per tutti gli stranieri ai quali è scaduto il visto durante prima fase di emergenza, oppure per coloro che erano qui grazie al cosiddetto regime dei 30 giorni. Si tratta di una norma che permetteva ai cittadini di 57 paesi di visitare il Kazakistan senza obbligo di visto, fino ad un massimo di un mese, e che è stata sospesa da maggio al 1° novembre 2020. Chiunque abbia il visto in scadenza dovrebbe tornare nel proprio paese di origine e chiederne il rinnovo ma, al momento sembra che nessuna ambasciata kazaka nel mondo stia concedendo il documento. Il mio visto, per esempio, scadrà a inizio settembre e probabilmente dovrò rientrare in Italia in attesa che le disposizioni cambino”.
Il recente aumento del numero dei contagiati contribuisce a peggiorare la già confusa situazione burocratica. Ad un mese dalla fine dello stato di emergenza nazionale, infatti, un nuovo picco di casi di Covid-19 ha portato le autorità kazake a stabilire il blocco e la chiusura delle attività nelle maggiori città - Nur-Sultan, Almaty e Karaganda - e di altre aree più piccole.
“La situazione sembra peggiorare negli ultimi giorni. I nostri numeri sono decisamente inferiori rispetto ad altre zone del mondo ma, con l’aumento dei contagi, si sta tornando indietro. Già per questo fine settimana è stata disposta la chiusura di parchi e centri commerciali, mentre agli over 65 è stato imposto il divieto di uscire di casa”, rileva don Trezzani.
Le nuove misure di contenimento potrebbero rallentare anche l’inaugurazione di un centro diurno dedicato ai bambini con sindrome di Down, realizzato da Caritas Kazakistan nella città di Almaty e finanziato dalle autorità locali. Spiega a tal proposito il missionario: “All’inizio dell’anno avevamo incontrato i rappresentanti di un dipartimento dell’amministrazione cittadina a cui avevamo chiesto di sostenere il nostro lavoro con i bambini disabili. Qualche settimana fa ci è arrivata la conferma di un loro finanziamento fino al 31 dicembre. Abbiamo dovuto preparare in pochi giorni documenti, contratti e procedure igienico-sanitarie. La data di partenza prevista era fissata per il 18 giugno. Saremo in ritardo di qualche giorno, a meno che la situazioni non peggiori talmente tanto da portare di nuovo il Paese alla chiusura totale”, conclude.
In Kazakhstan la Chiesa cattolica contano 4 diocesi, per un totale di 70 parrocchie. I sacerdoti presenti nella nazione sono 91, tra i quali 61 diocesani e 30 religiosi. Secondo i dati ufficiali forniti dal Ministero degli Esteri kazako, degli oltre 17 milioni di abitanti del Paese, circa il 26% è costituito da cristiani, e l’1% di questi è di fede cattolica.

Categorie: Dalla Chiesa

AFRICA/MALAWI - Il Vescovo di Zomba: “La Chiesa ha un ruolo centrale nell'affrontare la pandemia”

Sab, 20/06/2020 - 09:06
Zomba - “Quando il Covid 19 è arrivato in Malawi, ci siamo trovati impreparati e spaventati. Finora Dio ci ha salvato da molte morti come è accaduto in Europa e in altre parti del mondo. Ad oggi si registrano oltre 500 casi, che per la maggioranza sono riferibili a persone provenienti dall’estero. La paura è che possano svilupparsi focolai del virus a livello locale”. Così riferisce in un’intervista all’Agenzia Fides mons. George Desmond Tambala, Vescovo della diocesi di Zomba, parlando di come la popolazione sta affrontando la diffusione del corona-virus nel paese.
L’emergenza sanitaria in Malawi rischia di allargare il divario tra campagna e città. L’85% della popolazione vive in aree rurali, non ha accesso alle informazioni e non è consapevole della gravità della situazione. “L’impatto del virus su queste persone è potenzialmente pericoloso - osserva p. George - perché è più difficile mettere in pratica il distanziamento sociale e seguire le indicazioni igienico-sanitarie”. Diversa la situazione in città, dove le campagne di sensibilizzazione e le misure prese dalle aziende hanno avuto i loro frutti. Chiunque entri in banche, negozi, stazioni di benzina e altri esercizi commerciali è invitato a lavarsi le mani. “Tuttavia - continua il presule - in molti hanno perso il lavoro durante questo periodo e le sacche di indigenza rischiano di aumentare anche in città, alimentando così una spirale in cui chi non si può permettere le più elementari pratiche di prevenzione diventa facile preda del virus e amplificatore del contagio”. In tutto il paese sono state chiuse scuole e università, sono stati vietati gli assembramenti con oltre 100 persone. Per assicurare il distanziamento sociale, il trasporto pubblico e privato ha un accesso limitato.
A destare ulteriori preoccupazioni ci sono, inoltre, le condizioni di vita dei più poveri. Circa tre quarti della popolazione in Malawi, infatti, è impegnata in lavori informali: “Sono le persone maggiormente esposte a contrarre il Covid-19" - sottolinea mons.Tambala. "Si tratta soprattutto di agricoltori e piccoli commercianti che al mattino vanno al mercato a vendere al dettaglio la propria merce”. In tale cornice, la diocesi di Zomba si è subito attivata per contenere la diffusione del coronavirus, istituendo una task force dedicata, avviando campagne di sensibilizzazione e di raccolta fondi. “Vogliamo assicurarci un ruolo importante nella lotta contro questa epidemia - dichiara p. George - condividendo con i fedeli tutte le informazioni relative alla malattia e alle misure preventive, come l'igiene personale”.
“La ripresa delle celebrazione eucaristiche è stata accolta con grande gioia da parte dei fedeli" - rileva il vescovo - e, sulle sfide della Chiesa locale, sostiene che “questo tempo di pandemia può offrire la possibilità di riflettere su come possiamo adottare nuovi modi di evangelizzazione: dobbiamo chiederci come possiamo essere più solidali, soprattutto verso coloro che hanno gravi problemi finanziari a causa della perdita di posti di lavoro. C’è bisogno di rafforzare la fede a livello familiare - conclude - e di avere uno sguardo attento sui giovani che hanno dimostrato in questo periodo una grande capacità di sostenere gli sforzi e dare un valido contributo per fermare l’infezione”.

Link correlati :Guarda la video intervista al Vescovo George Tambala sul canale Youtube dell'Agenzia Fides
Categorie: Dalla Chiesa

AMERICA/BRASILE - La libertà di circolazione delle merci vale più di quella delle persone?

Sab, 20/06/2020 - 09:02
Brasilia - La Chiesa in Brasile celebra la Giornata mondiale del rifugiato con una serie di programmi e dibattiti sulla situazione delle persone costrette a lasciare la propria terra e il proprio paese che concludono la “Settimana del Migrante”. "Dov'è tuo fratello, tua sorella?" è la domanda che costituisce il tema della 35a edizione della Settimana del Migrante, celebrata in Brasile dal 14 al 21 giugno, per promuovere l'accettazione, l'integrazione, la difesa dei diritti dei migranti .
Secondo i dati diffusi dal Comitato Nazionale per i Rifugiati , nella 4a edizione del rapporto "Refúgio em Numbers", il Brasile ha riconosciuto, nel 2018, solo 1.086 rifugiati di diverse nazionalità. Così il paese raggiunge il numero di 11.231 persone riconosciute come rifugiate dallo Stato brasiliano. Di questo totale, i siriani rappresentano il 36% della popolazione rifugiata, seguiti dai congolesi, con il 15%, e dagli angolani, con il 9%.
Come sottolineano le informazioni diffuse dalla Conferenza Episcopale del Brasile , il 2018 è stato l'anno con il maggior numero di richieste di riconoscimento dello status di rifugiato, in conseguenza dell’aumento del flusso di spostamento dei venezuelani. Lo scorso anno ci sono state oltre 80.000 richieste, di cui 61.681 di venezuelani. Al secondo posto c'è Haiti, con 7 mila richieste. Seguono i cubani , i cinesi e i bengalesi . Gli stati con il maggior numero di richieste nel 2018 sono Roraima , Amazonas e San Paolo .
L’Arcivescovo di Belo Horizonte e Presidente della CNBB, Walmor Oliveira de Azevedo, in un suo messaggio afferma che quando si guarda ogni migrante e rifugiato è necessario vedere un fratello e una sorella che sono venuti da un altro luogo con abitudini e costumi diversi. I rifugiati, secondo l’Arcivescovo, si integrano e formano la famiglia dell'umanità.
Il Presidente della CNBB richiama l'attenzione sul fatto che la libertà per la circolazione delle merci sta crescendo mentre le persecuzioni di migranti e rifugiati si stanno moltiplicando: “Gli oggetti e le merci sono valutati più delle persone. Manca la solidarietà per coloro che hanno bisogno di lasciare i loro paesi a causa della miseria, delle guerre, delle persecuzioni religiose e di tante altre forme di violenza”.
Categorie: Dalla Chiesa

EUROPA/ITALIA - Missionarie Scalabriniane: numeri senza precedenti di sfollamenti forzati, e ancora mancano le risposte

Sab, 20/06/2020 - 08:17
Roma – Oggi nel mondo ci sono 70,8 milioni di persone costrette a fuggire, vittime di conflitti, di persecuzioni, di violenza o per disastri naturali. Di questi 25,9 milioni sono rifugiati riconosciuti. Numeri la cui complessità testimonia che “gli sfollamenti forzati hanno raggiunto un livello senza precedenti e le risposte ancora non sono sufficienti ad offrire soluzioni alle persone affinché possano ricostruire la loro vita”. Lo afferma suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale delle Suore Missionarie di San Carlo Borromeo/Scalabriniane, in un suo messaggio inviata all’Agenzia Fides in occasione della Giornata internazionale del rifugiato del 20 giugno.
Papa Francesco, prosegue suor Neusa, ci ricorda che “in ogni persona rifugiata è presente Gesù, costretta a fuggire, come ai tempi di Erode, per salvarsi. Nei loro volti siamo chiamati a riconoscere il volto di Cristo”. “Tre quarti dei rifugiati nel mondo e molti migranti vivono in nazioni in fase di sviluppo, dove le strutture deputate alla cura della salute sono sovraccariche e, con la pandemia del Covid-19, sono collassate – prosegue la Superiora generale -. Molti rifugiati vivono in accampamenti sovraffollati, rifugi improvvisati o centri di accoglienza dove non possono accedere ai servizi sanitari, ai servizi igienici oppure usare acqua potabile. Molti di loro si trovano in centri di detenzione riconosciuti o informali, in condizioni di isolamento e di igiene particolarmente preoccupante”.
Suor Neusa de Fatima Mariano, alla guida di una congregazione religiosa che fin dalla sua fondazione è impegnata nel mondo della migrazione, prosegue: “Migranti e rifugiati sono in misura sproporzionata esposti alla vulnerabilità dell’esclusione, della stigmatizzazione e della discriminazione, soprattutto quando si trovano in situazione di irregolarità. Il pensiero della Chiesa colloca al centro l’esperienza di Gesù, sfollato e profugo insieme ai suoi genitori. ‘Non sono numeri, ma persone, conoscendo le loro storie riusciremo a comprenderli’ aveva scritto il Pontefice in un suo messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Quando le persone rifugiate diventano numeri l’umanità diventa inumanità” sottolinea suor Neusa.
La Superiora generale conclude chiedendo a nome delle suore Scalabriniane alla politica, ai responsabili locali, nazionali e internazionali, di “non assistere passivamente alla distruzione di tante vite minacciate. E’ urgente individuare soluzioni appropriate, mezzi umani e degni per garantire che le persone non mettano a repentaglio la loro vita e quella delle famiglie, ricorrendo a trafficanti senza scrupolo o usando barche fragili, tentando di raggiungere luoghi dove trovare sicurezza a vari livelli”.
Categorie: Dalla Chiesa

AMERICA/ARGENTINA - I Vescovi: uno sguardo a coloro che hanno perso il pane, il tetto e il lavoro, anche se sono migranti

Sab, 20/06/2020 - 07:46
Buenos Aires - La Commissione episcopale per i migranti e gli itineranti ha espresso il desiderio di rendere visibile la situazione di vulnerabilità dei rifugiati e dei migranti, in un messaggio per la Giornata mondiale del rifugiato che viene celebrata il 20 giugno. I Vescovi che compongono questa Commissione hanno invitato persone, associazioni sociali, aziende e settore governativo a "guardare questa realtà e a prendere misure a favore di questa popolazione, ora e nella fase post-pandemica".
In relazione al periodo "dopo" la crisi sanitaria, hanno sottolineato che migranti e rifugiati "avranno bisogno di tutto il nostro sostegno, per ricostruire una vita dignitosa, soprattutto in termini economici e lavorativi, specialmente per coloro che hanno perso il pane, il tetto e il lavoro".
L'Argentina da tanti anni, malgrado la situazione economica poco stabile, è diventata la meta di tanti operai boliviani e contadini paraguayani e brasiliani. Attualmente i migranti latinoamericani sono un numero considerevole in questo paese e purtroppo sono anche una popolazione vulnerabile. Secondo dati delle agenzie internazionali in Argentina ci sono circa 2.300.000 migranti, pari a quasi il 5% della popolazione di questo paese.
Categorie: Dalla Chiesa

ASIA/PAKISTAN - Obbligatoria l'istruzione coranica nelle università del Punjab: i cristiani disapprovano

Ven, 19/06/2020 - 12:37
Lahore - "Chiedo al governatore del Punjab, Chaudhry Sarwar, di rivedere questa decisione e di lavorare per un'istruzione inclusiva, realmente di valore, che promuova i diritti umani e possa essere proposta agli studenti di tutte le religioni, nelle nostre istituzioni educative": è quanto afferma p. Abid Habib, OFM Cap, 64enne sacerdote cattolico e frate Cappuccino pakistano, in un messaggio inviato all'Agenzia Fides, dopo che il governo della provincia pakistana del Punjab ha reso l'insegnamento del Corano obbligatorio per tutti gli studenti universitari che studiano nella provincia. Il frate esprime il dissenso verso questo provvedimento, che ha generato ampia disapprovazione nelle comunità religiose minoritarie , nonché in diverse organizzazioni e piattaforme della società civile pakistana e nel mondo accademico.
Rivolgendosi nei giorni scorsi ai Vice Cancellieri delle Università nella Provincia del Punjab, il Governatore del Punjab, Chaudhry Sarwar, ha dichiarato: "La storica decisione di insegnare il Corano, con la sua traduzione in urdu, è stata implementata. Sarà una materia obbligatoria in tutte le università del Punjab e, senza studiarla, non verrà assegnata nessuna laurea agli studenti; promuoveremo una modifica alla Costituzione per rendere obbligatorio l'insegnamento del Sacro Corano”.
La notifica emessa dal Segretariato del Governatore del Punjab afferma: "Uno studente non potrà conseguire la laurea se non studia il Sacro Corano con la traduzione". E prosegue : "In tutte le università del Punjab, la materia di insegnamento del Sacro Corano verrà insegnata separatamente dall'argomento dell'Islamiat , già previsto in tutte le università".
Rileva P. Abid Habib, che è stato anche Direttore della Commissione "Giustizia e Pace" della Conferenza dei Superiori Maggiori in Pakistan: “In primis, va ricordato che non era intenzione del fondatore del Pakistan, Muhammad Ali Jinnah, rendere il Pakistan uno stato teocratico. Nel suo discorso costituzionale dell'11 agosto 1947, chiarì che la religione non avrebbe avuto nulla a che fare negli affari dello Stato. Ma, dopo la morte di Jinnah, si è iniziato a portare l'Islam dentro gli affari dello stato".
Padre Habib riferisce: “Negli ultimi 72 anni, in numerose occasioni le politiche dei governi hanno portato benefici solo ai musulmani, mentre i non musulmani subiscono discriminazioni ovunque. I musulmani leggono il Corano fin dalla loro infanzia. Non vedo perché si debbano costringere anche gli altri studenti a farlo. Ciò di cui questa generazione ha davvero bisogno è l'educazione ai valori, alla dignità della persona, e questo approccio va iniziato fin dalle scuole elementari. Stiamo assistendo alla crescita del fanatismo religioso e dell'intolleranza, e provvedimenti come questo continuano ad alimentare tali fenomeni. Solo se si offre l'educazione agli autentici diritti umani, le nuove generazioni impareranno ad apprezzare e rispettare tutte le fedi”.
La maggior parte dei cristiani pachistani sono di etnia punjabi, sono quindi numerosi nella provincia del Punjab, in particolare nella città di Lahore, dove rappresentano il 10% della popolazione. Su una popolazione di oltre 210 milioni di abitanti, i cristiani pachistani sono circa 4 milioni, quasi ugualmente divisi tra cattolici e appartenenti a comunità di altre confessioni. Il Punjab accoglie circa l’80 per cento dei battezzati pakistani.
Categorie: Dalla Chiesa

AMERICA/GIAMAICA - Nomina del Vescovo di Mandeville

Ven, 19/06/2020 - 12:26
Città del Vaticano – Il Santo Padre Francesco ha nominato Vescovo della Diocesi di Mandeville , il Rev.do John Derek Persaud, del clero di Georgetown, finora Vicario Generale, Vicario per il clero ed Amministratore della Cattedrale.
Il nuovo Vescovo è nato a Georgetown , il 28 agosto 1956. Ha frequentato il Seminario Maggiore St. John Vianney and Uganda Martyrs a Trinidad . Ha studiato e conseguito la Licenza in Diritto Canonico alla Pontificia Università Urbaniana , a Roma . Parla l’inglese e l’italiano.È stato ordinato sacerdote il 14 luglio 1985 per la Diocesi di Georgetown.
Dopo l’Ordinazione ha svolto i seguenti incarichi: 1985 - 1992: Sacerdote assistente della Cattedrale di Georgetown; 1992 - 1997: Parroco della Parrocchia Holy Rosary; 1997 - 1999: Studi per la Licenza in Diritto Canonico alla PUU; 1999 - 2001: Cancelliere della Diocesi; 2000 - 2001: Parroco della Parrocchia Ascensione; 2001 - 2012: Amm.re della Cattedrale e Vicario Generale; 2012 - 2014: Vicario Giudiziale del Tribunale Metropolitano; 2014 – 2018 Segretario generale dell’AEC; dal 2019: Vicario Generale, Vicario per il Clero della Diocesi di Georgetown; Amministratore della Cattedrale e Giudice presso il Tribunale delle Antille Orientali.
Categorie: Dalla Chiesa

OCEANIA/PAPUA NUOVA GUINEA - Dimissioni dell’Arcivescovo di Rabaul e nomina del nuovo Arcivescovo

Ven, 19/06/2020 - 12:22
Città del Vaticano – Il Santo Padre Francesco ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’Arcidiocesi Metropolitana di Rabaul , presentata da S.E. Mons. Francesco Panfilo, S.D.B. Il Santo Padre ha nominato Arcivescovo Metropolita dell’Arcidiocesi di Rabaul S.E. Mons. Rochus Josef Tatamai, M.S.C., finora Vescovo di Kavieng.
Categorie: Dalla Chiesa

AFRICA/SUDAFRICA - Covid-19: dopo la morte della quinta religiosa, un convento trasformato in struttura di quarantena

Ven, 19/06/2020 - 11:00
Johannesburg – Dopo la morte della quinta religiosa, il convento della Congregazione delle Suore del Preziosissimo Sangue di Umtata, in Sudafrica, è stato trasformato in una struttura di quarantena per Covid-19. "Confermiamo la terribile notizia: abbiamo perso un'altra anima", ha affermato il 18 giugno Sua Ecc. Mons. Sithembele Sipuka, Vescovo di Umtata, annunciando il decesso di suor Ambrose Shabalala, che aveva 80 anni. Il convento ospita 40 monache che sono state sottoposte ai controlli: 17 religiose sono risultate positive al Covid-19.
Il Dipartimento della Sanità nella regione del Capo Orientale del Sudafrica ha ora annunciato che il convento è stato trasformato in un centro di quarantena. “Abbiamo valutato il convento e abbiamo concluso che la struttura è adeguata per la quarantena e l'autoisolamento, abbiamo fornito le istruzioni su come dovranno comportarsi i soggetti in quarantena e gli isolati” ha affermato un responsabile delle autorità sanitarie locali.
Il contagio del convento è iniziato con l'infezione di una suora che lavora come infermiera all'ospedale St. Mary's.
"Nel suo messaggio di condoglianze e solidarietà, la Conferenza Episcopale dell'Africa australe ha espresso "profonda tristezza e sincera simpatia alla Provinciale e alle suore della Congregazione del Preziosissimo Sangue per l'improvvisa scomparsa delle suore in questo breve lasso di tempo”.
Categorie: Dalla Chiesa

AFRICA/SUDAFRICA - Covid-19: dopo la morte di una quinta religiosa un convento trasformato in struttura di quarantena

Ven, 19/06/2020 - 11:00
Johannesburg – Dopo la morte di una quinta religiosa, il convento della Congregazione delle Suore del Preziosissimo Sangue di Umtata, in Sudafrica, è stato trasformato in una struttura di quarantena Covid-19. "Confermiamo la terribile notizia: abbiamo perso un'altra anima", ha affermato il 18 giugno Sua Ecc. Mons. Sithembele Sipuka, Vescovo di Umtata, annunciando il decesso di suor Ambrose Shabalala, che aveva 80 anni.
Il convento ospita 40 monache che sono state sottoposte ai controlli: 17 religiose sono risultate positive al Covid-19.
Il Dipartimento della Sanità nella regione del Capo Orientale del Sudafrica ha annunciato che il convento è stato trasformato in un centro di quarantena.
“Abbiamo valutato il convento e abbiamo concluso che la struttura è adeguata per la quarantena e l'autoisolamento, abbiamo fornito le istruzioni su come dovranno comportarsi i soggetti in quarantena e gli isolati” ha affermato un responsabile delle autorità sanitarie locali.
Il contagio del convento è iniziato con l'infezione di una suora che lavora come infermiera all'ospedale St. Mary's.
"Nel suo messaggio di condoglianze e solidarietà, la Conferenza Episcopale dell'Africa australe ha espresso "profonda tristezza e sincera simpatia alla Provinciale e alle suore della Congregazione del Preziosissimo Sangue per l'improvvisa scomparsa delle suore in questo breve lasso di tempo”.
Categorie: Dalla Chiesa

AFRICA/MOZAMBICO - “Si ponga fine alla atrocità e alle violenze a Cabo Delgado”: l’appello dei Vescovi

Ven, 19/06/2020 - 10:32
Maputo – Porre fine a "tante atrocità" e agli "atti di vera barbarie" perpetrati nella regione di Cabo Delgado: è l'appello della Conferenza Episcopale del Mozambico a conclusione della sua prima Assemblea Plenaria, tenutasi dal 9 al 13 giugno, presso il seminario di Sant'Agostinho da Matola, vicino a Maputo.
Alla fine dei lavori, i Vescovi hanno diffuso un Messaggio rivolto in particolare ai fedeli di Cabo Delgado che, da tre anni, sono vittime di attacchi da parte delle milizie islamiche. Migliaia di persone sono state uccise da questi attacchi e più di 200.000 abitanti della zona sono sfollati, lamentano i Vescovi. Una situazione drammatica, evocata anche nel messaggio "Urbi et Orbi" di Papa Francesco nella domenica di Pasqua.
“È urgente una risposta a questa tragedia – affermano nel loro messaggio -. È necessario intervenire sulle cause del conflitto anche attraverso la promozione di progetti di sviluppo e la fornitura di servizi essenziali, come quelli legati alla salute e all'istruzione”.
Il forte appello della Conferenza Episcopale Mozambicana segue quello lanciato dai Vescovi della Provincia Ecclesiastica di Nampula, nel nord del Mozambico, di cui fa parte Cabo Delgado .
“Gli attacchi sono iniziati circa due anni e mezzo fa, ma ultimamente hanno guadagnato un ritmo e una dimensione spaventosi, con diversi attacchi simultaneamente, in villaggi lontani l'uno dall'altro, il che rende ancora più difficile agire per la polizia e i militari del Mozambico” spiega Sua Ecc. Mons. Luíz Fernando Lisboa, Vescovo di Pemba.
Secondo Mons. Lisboa “più che conquistare il territorio con la forza delle armi, questi uomini con i volti coperti seminano il panico, con l'obiettivo di costringere la gente a fuggire abbandonando i villaggi in cui vive. Sin dai primi attacchi, lo schema è stato lo stesso: "Bruciare case, uccidere persone in modo brutale, tagliando le teste”.
Il Vescovo di Pemba garantisce che, a Cabo Delgado, "tutte le religioni vanno d'accordo" e che i leader islamici "fin dall'inizio hanno affermato che non hanno nulla a che fare con i jihadisti. La regione è ricca di risorse di idrocarburi, ma a causa delle violenze dei jihadisti vi sono 25 miliardi di investimenti bloccati nel solo settore del gas naturale".
Nel loro messaggio i Vescovi ricordano la difficile situazione determinata dalle misure di confinamento per contenere la pandemia da Covid-19. Come vivere la fede, quindi, in questo contesto? La CEM si concentra sulla famiglia, la "Chiesa domestica", che in questo periodo ha visto svolgersi tanti momenti di preghiera in casa. Altrettanto importante è il rilancio dei mass media come strumento di evangelizzazione, insieme all'impegno di tutti ad essere sempre più una "Chiesa "misericordiosa, samaritana, vicina a chi soffre e alle persone colpite dalla pandemia”.
La CEM lancia inoltre un appello a "non stigmatizzare i pazienti di Covid-19, ma ad essere solidali con loro". “È necessario - scrivono anche i Vescovi - mostrare uguale attenzione verso le persone più povere, le cui condizioni sono peggiorate con la crisi sanitaria”. D'altra parte, la CEM ribadisce il suo impegno nel settore sociale, realizzato attraverso la Caritas, e l'intenzione di voler formare un gruppo di lavoro "in contatto permanente con il Ministero della Salute" per stabilire modalità e tempi per la ripresa delle celebrazioni liturgiche pubbliche.
Categorie: Dalla Chiesa

AFRICA/EGITTO - La pandemia non ferma le iniziative per promuovere pellegrinaggi lungo il “Cammino della Sacra Famiglia”

Ven, 19/06/2020 - 10:02
Minya – La crisi pandemica che pure sta colpendo duramente la popolazione egiziana non ferma le iniziative poste in atto da autorità politiche locali e nazionali per favorire l’intensificarsi dei pellegrinaggi lungo il cosiddetto “Cammino della Sacra Famiglia”, l'itinerario che unisce luoghi attraversati secondo tradizioni millenarie da Maria, Giuseppe e Gesù Bambino quando trovarono rifugio in Egitto per fuggire dalla violenza di Erode.
Nei giorni scorsi il generale Osama al Qadi, governatore della Provincia di Minya, ha annunciato l’avvio dei lavori per migliorare le vie d’accesso alle aree storiche toccate dall’itinerario che si trovano nei territori da lui amministrati. A partire dalla zona in cui si trova la chiesa della Santa Vergine a Jabal al-Tayr, considerata una delle più belle dell’Egitto. Le autorità egiziane puntano esplicitamente a valorizzare come meta di pellegrinaggi internazionali quel luogo, legato secondo tradizione alla permanenza della Sacra Famiglia in Egitto. Alla riunione operativa per programmare i prossimi lavori di potenziamento delle infrastrutture locali ha partecipato, tra gli altri, anche Mohamed Sayed, sindaco della città di Samalut. e l'ingegnere Adel al Jundi, direttore generale delle relazioni internazionali presso l'Autorità per lo sviluppo del turismo e coordinatore del progetto per rilanciare il percorso della Santa Famiglia.
Ormai da tempo, come documentato dall'Agenzia Fides , le autorità egiziane sono impegnate a promuovere anche in chiave turistica il “Cammino della Sacra Famiglia”, che nella sua versione più estesa tocca 25 luoghi, sparsi in ben 8 governatorati. Il 4 ottobre 2017 Papa Francesco, nel contesto dell'Udienza generale del mercoledì, aveva salutato una folta delegazione egiziana giunta a Roma per promuovere i pellegrinaggi lungo il “Cammino della Sacra Famiglia” in collaborazione con L’Opera Romana Pellegrinaggi, istituzione del Vicariato di Roma, organo della Santa Sede, alle dirette dipendenze del Vicario del Papa, che attualmente è il Cardinale Angelo De Donatis.
Iniziative sono state messe in campo dalle autorità egiziane anche per far inserire il “Cammino” della Sacra Famiglia nella lista dei siti riconosciuti come “Patrimonio mondiale” dall’Unesco.
Categorie: Dalla Chiesa

ASIA - La violenta contesa tra India e Cina mette a rischio la "pax asiatica"

Ven, 19/06/2020 - 10:01
New Delhi - Alta tensione tra India e Cina in Kashmir: il primo scontro violento tra i due eserciti da quasi 50 anni fa scattare un “allarme rosso” nel confronto tra le due potenze asiatiche. La notte del 15 giugno sull’Himalaya nella Galwan Valley, a oltre 4mila metri di altezza, lungo la “Linea di controllo” che segna il confine tra India e Cina, violenti scontri all’arma bianca tra i soldati dei due Paesi hanno portato a un bilancio, ancora incerto, di oltre 80 soldati indiani uccisi e alcuni dispersi. Pechino non ha fornito dettagli ma, secondo Il Ministero della Difesa di Delhi, circa 300 soldati cinesi sarebbero stati feriti o uccisi.
Il duro faccia a faccia è iniziato a maggio sulle vette himalayane, da sempre teatro di tensione per la questione del Kashmir e per le mai sopite rivendicazioni di confine tra India e Cina. Nonostante le dichiarazioni che, da ambo le parti, sostengono di voler riportare la questione nell’ambito di una pacifica risoluzione del contenzioso per via diplomatica, la tensione resta elevata. E rischia di aumentare anche nelle relazioni sempre tese tra Delhi e Islamabad, alleata di Pechino.
Dietro allo scontro ci sono molti fattori che non riguardano solo i confini nella regione contesa del Kahsmir, ma il confronto tra due grandi potenze mondiali. Con il Premier Narendra Modi, l’India ha fatto fallire, nel novembre 2019, un accordo di libero scambio tra paesi asiatici. Si tratta del “Partenariato economico globale regionale” proposto nella regione indo-pacifica dai dieci stati del Sudest asiatico con Australia, Cina, Giappone, Nuova Zelanda, Corea del Sud e India. La paura della circolazione dei beni a basso costo cinesi sul mercato indiano ha spinto Delhi a far saltare l’accordo. Lo spettro ora ritorna, come ha scritto l’analista indiana Barkha Dutt, autrice di “This Unquiet Land: Stories from India’s Fault Lines”, sul “Washington Post”, commentando gli scontri al confine: “Il deficit commerciale dell'India con la Cina è di 53 miliardi di dollari... è un suicidio consentire alla Cina di avere libero accesso ai mercati e ai consumatori indiani, mentre costruisce strade e infrastrutture attraverso le parti del Kashmir occupate dal Pakistan”.
In Pakistan prevale la prudenza, ma un editoriale del quotidiano “The Dawn” del 18 giugno chiarisce come la vedono a Islamabad: “Sfortunatamente, l'India ha una storia di bullismo nei confronti dei suoi vicini e cerca di essere un attore egemone regionale. Il Pakistan ha da tempo sottolineato la necessità di affrontare la questione del Kashmir al tavolo negoziale, una posizione che l'India ha arrogantemente respinto”.
Un conflitto tra Cina e India non ha, naturalmente, solo riflessi regionali. Se tocca i vicini come il Pakistan, rientra anche nel “grande gioco internazionale” e non è difficile capire come gli Stati Uniti possano far rientrare la vicenda nella “guerra fredda”, soprattutto commerciale, con Pechino. L’accaduto desta preoccupazione in tutta l’Asia, come ha scritto ai primi di giugno sulla rivista “Foreign Affairs” Lee Hsien Loong, Primo ministro di Singapore: “L'Asia ha prosperato – scrive – perché la 'Pax Americana' dalla fine della Seconda guerra mondiale ha fornito un contesto strategico favorevole. Ma ora la travagliata relazione tra Stati Uniti e Cina solleva profonde domande sul futuro dell'Asia e sulla forma dell'ordine internazionale emergente”.
Categorie: Dalla Chiesa

EUROPA/ITALIA - Missionari Comboniani: contempliamo il Cuore di Gesù aprendo i nostri cuori al mistero del suo amore

Ven, 19/06/2020 - 09:52
Roma – “Quest’anno celebriamo la solennità del Sacro Cuore di Gesù in un contesto particolare segnato dalla pandemia del Covid-19 che sta tuttora causando tanta tragedia e tanto dolore nel mondo intero. Con fiducia in Dio, rivolgiamo a tutto l’Istituto l’invito a contemplare il Cuore di Gesù aprendo i nostri cuori al mistero del suo amore affinché questo mistero possa toccarci profondamente, liberarci da tutte le forze che ci tengono rinchiusi o isolati e aiutarci ad essere fedeli alla nostra consacrazione e missione”. Inizia così il messaggio in occasione della solennità del Sacro Cuore di Gesù, che si celebra oggi, 19 giugno, rivolto dal Segretario Generale della Formazione e dal Consiglio Generale, ai Missionari Comboniani del Cuore di Gesù .
“Come discepoli missionari – è scritto nel testo - entriamo nella scuola del Cuore di Gesù che nella sua umanità ci rivela il Cuore di Dio, il Cuore del Buon Pastore che esce, si avvicina ai poveri, ai sofferenti e agli emarginati... Si tratta di partecipare all’amore che sempre si comunica, sempre comunica e che, se viene ricevuto dall’amato, sempre dà vita, fa crescere ed educa nel senso del latino educere che significa far emergere ciò che c’è di meglio nell’essere umano”.
Il messaggio rileva che “questo incontro con Cristo mette in moto un processo di conversione, di formazione e trasformazione o, meglio ancora, di ‘Cristificazione’ che dura tutta la vita e che deve toccare il cuore”. I Missionari Comboniani del Cuore di Gesù, nel cammino della formazione iniziale e permanente, a livello personale e dell’Istituto, sono quindi chiamati a “coltivare, approfondire, contestualizzare” la spiritualità del Cuore di Gesù, “affinché tutta la nostra vita aderisca sempre più al ‘programma’ contenuto nel nostro nome”.
Citando San Daniele Comboni, che parla dell’Istituto “come Cenacolo di Apostoli, un punto luminoso che manda altrettanti raggi che splendono, riscaldano, e rivelano insieme la natura del Centro da cui emanano”, il messaggio si conclude con l’augurio che “il Cuore di Gesù sia veramente il Centro di comunicazione tra tutti i confratelli e che possiamo fare della comunicazione fraterna uno strumento per costruire ponti, per unire e condividere la bellezza di essere fratelli in missione in un tempo segnato da contrasti, divisione e indifferenza”.
Categorie: Dalla Chiesa

OCEANIA/PAPUA NUOVA GUINEA - "Ciascun salesiano deve sentirsi 'uno' con il popolo": 40 anni di presenza dei religiosi

Ven, 19/06/2020 - 09:11
Port Moresby – "Araimiri rimane il luogo in cui i primi missionari hanno impiantato il carisma salesiano sul suolo melanesiano", scrive all’Agenzia Fides p. Ambrose Pereira, SDB, Direttore dell’Ufficio comunicazioni della conferenza episcopale di Papua Nuova Guinea e Isole Salomone, in occasione della celebrazione del 40° anniversario della presenza salesiana in Papua Nuova Guinea ad Araimiri, nella Provincia del Golfo di Kerema, in PNG.
Animata dal motto “Onorare il passato, celebrare il presente, immaginare il futuro”, una solenne Celebrazione Eucaristica è stata presieduta dal Vescovo di Kerema, mons. Peter Baquero. Nel corso della sua omelia, il Vescovo ha esortato la congregazione "a riconoscere la presenza di Dio ad Araimiri e soprattutto a seguire gli insegnamenti di Don Bosco in ogni attività pastorale, sociale, educativa".
“Abbiamo voluto rendere grazie al Signore, con gioia e gratitudine, per il dono, la dedizione e l'impegno di questi quattro decenni di presenza salesiana ad Araimiri” ha detto p. Dominic Kachira sdb, presente all’evento. “La pandemia di Covid-19 ha limitato i preparativi e il numero dei partecipanti alle celebrazioni”, ha aggiunto p. Pankaj Xalxo sdb, Rettore di un istituto avviato dai religiosi. Dopo aver guidato 7 ore per poter essere presente all’evento suor Carmencita Rodriguez, delle Figlie d Maria Ausiliatrice , parte della Famiglia Salesiana, ha sottolineato con enfasi che “l'anniversario provoca il mio zelo missionario”.
Tra i presenti vi erano diversi sacerdoti salesiani , altri fratelli laici salesiani, suore salesiane, della Caritas, Canossiane e missionarie dell'Immacolata, oltre a membri laici della Famiglia salesiana, ex alunni, studenti e amici.
Il 12 giugno 1980, arrivarono ad Araimiri i primi "pionieri missionari" salesiani. Tra loro p. Valeriano Barbero, p. Rolando Fernandez e il coadiutore salesiano Joseph Kramar. In una sua condivisione personale, p. Barbero ha voluto ricordare che "ciascun salesiano non deve sentirsi straniero ma 'uno' con il popolo", ovvero deve coltivare una unità di intenti umana, culturale, spirituale, pastorale.
Quell'arrivo fu l'inizio di una nuova opera di educazione ed evangelizzazione, svolta dai salesiani di Don Bosco insieme a molti volontari. Nel corso degli anni, questo seme è sbocciato e ha generato molte opere e istituzioni. Ad Arimiri i SAlesiani gestiscono una Scuola Secondaria molto ben organizzata, che fornisce alle famiglie un'istruzione di qualità.
Tradizionalmente ben accolta e apprezzata dal popolo, la missione salesiana è impegnata a favore dei poveri e gli emarginati, e offre un prezioso servizio nel campo dell'istruzione e della formazione professionale. Dopo alcuni decenni si florido sviluppo, il 23 dicembre 2015 il Rettore Maggiore dei Salesiani, don Ángel Fernández Artime, ha ufficialmente eretto la Vice Provincia "Beato Filippo Rinaldi" di Papua Nuova Guinea e Isola Salomone, con sede a Port Moresby.
Categorie: Dalla Chiesa

AMERICA/BRASILE - "Catastrofe umanitaria" in Brasile per la pandemia: denuncia dell'ambasciatore venezuelano all'ONU e del CIMI

Ven, 19/06/2020 - 06:53
Caracas - Cresce la tensione fra Brasile e Venezuela dopo che martedì scorso, 16 giugno, l'Ambasciatore venezuelano presso le Nazioni Unite , Samuel Moncada, ha denunciato il governo di Jair Bolsonaro "per negligenza criminale di fronte alla pandemia che mette in pericolo la vita di milioni di abitanti in Brasile e in tutto il continente".
In una lettera al Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, l'Ambasciaotre Moncada ha affermato: "Bolsonaro ha intenzionalmente trasformato il Brasile in una catastrofe umanitaria con oltre il 20 per cento di contagi nel continente e oltre il 10 per cento nel mondo. È il secondo paese con il maggior numero di vittime dopo gli Stati Uniti".
Il diplomatico ha aggiunto che i due stati di confine del Brasile, Amazonas e Roraima, hanno più di 62.000 casi di Covid-19, mentre tutto il Venezuela ha 3.062 casi. "Il disprezzo di Bolsonaro per la vita del suo popolo è una minaccia per i venezuelani al confine e per più di nove paesi della regione" ha sottolineato.
La denuncia coincide con la richiesta del Consiglio Missionario Indigenista che ha lanciato l'allarme sulla grave situazione che vivono le popolazioni native in Brasile. Il CIMI ha diffuso i dati raccolti dall'Associazione dei Popoli Indigeni del Brasile che sono veramente allarmanti: più di 5 mila casi con circa 300 morti fra gli indigeni.
La tragedia avrebbe potuto essere ancora maggiore se le comunità indigene non avessero chiuso i loro territori con l'inizio della pandemia. Tuttavia il CIMI precisa che "la contaminazione si è diffusa a Manaus e continua a diffondersi nelle regioni dell'Alto y Medio Solimões, Vale do Javari, Rio Negro, nello stato dell'Amazzonia", così come negli stati di Roraima, Mato Grosso, Mato Grosso do Sul, Pará, Maranhão, Ceará, Pernambuco e sulla costa meridionale del Brasile. "In tutte queste regioni il virus è già presente all'interno dei villaggi", avverte.
Di fronte ai fatti, i membri del CIMI esprimono la loro perplessità per le "posizioni di ignoranza e mancanza di impegno delle autorità del governo federale, che si manifestano in modo sfrenato", a cui si aggiunge l'odio del Presidente Jair Bolsonaro e dei Ministri dell'Istruzione e dell'Ambiente, contro i popoli indigeni.
Categorie: Dalla Chiesa

AMERICA/VENEZUELA - Più di 80 detenuti ricevono assistenza alimentare grazie alla solidarietà della Chiesa

Ven, 19/06/2020 - 06:34
Coro - L'Arcidiocesi di Coro continua il suo lavoro sociale adattandolo alla realtà del confinamento e della crisi economica che il paese sta vivendo. Grazie al sostegno ricevuto da Adveniat e da Cáritas Venezuela per fornire un accompagnamento ai più bisognosi, oltre 80 cittadini privati ​​della libertà hanno beneficiato questa settimana del programma "Atención alimentaria al privado de libertad" nel comando di polizia di stato di Falcón.
Il programma è diretto dalla dottoressa Cira Montes, direttrice dell'Istituto arcidiocesano di teologia a distanza, e realizzato da volontari e privati, che da più di 3 anni forniscono questo servizio ai detenuti della polizia regionale. Con questo obiettivo, lunedì scorso 15 giugno, è stato il primo giorno di assistenza alimentare, in conformità con le dovute misure sanitarie e di biosicurezza suggerite dall'OMS, a cui hanno partecipato rappresentanti della Curia arcidiocesana di Coro e volontari del Programma.
Categorie: Dalla Chiesa

Pagine