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Le notizie dell'Agenzia Fides
Aggiornato: 1 ora 34 min fa

ASIA/SINGAPORE - Covid-19, Fase 2: registrazione e prenotazione dei fedeli online per partecipare alle Messe

Mer, 24/06/2020 - 11:23
Singapore - L'Arcidiocesi di Singapore ha disposto che i cattolici si registrino e si prenotino online per partecipare alla messa in occasione della riapertura delle chiese, la prossima settimana, attivando uno specifico sistema. "Dopo l'annuncio della Fase 2, che prevede la riapertura del Paese, comprendiamo l'entusiasmo dei nostri fedeli cattolici che desiderano ardentemente ricevere nuovamente i Sacramenti" afferma una nota dell'Arcidiocesi di Singapore, pervenuta all'Agenzia Fides. L'Arcidiocesi si sta coordinando con il governo nella preparazione delle chiese per la graduale ripresa delle messe e della altre attività religiose e pastorali. Le chiese si apriranno progressivamente per tutto il mese di luglio su scala ridotta e seguendo rigide linee guida. Chi intende partecipare alla messa o ad altre attività dovrà registrarsi online in anticipo e solo a un limitato numero di fedeli sarà consentito l'accesso, nel rispetto del distanziamento. La decisione è stata presa dall'Arcivescovo William Goh e dai suoi consulenti, sapendo che molti cattolici si spostano da una chiesa all'altra e questa pratica presenta il rischio di diffondere Covid-19 in più chiese.
A tal fine l'Arcidiocesi ha sviluppato un apposito "Sistema di registrazione delle presenze e delle prenotazioni" all'interno del portale web che presenta l'intera vita della Chiesa e disponibile anche come App sul cellulare. Il sistema mira a garantire che la Chiesa cattolica di Singapore mantenga in sicurezza le famiglie e le comunità. "Stiamo tutti aspettando la ripresa delle messe con il protocollo del governo, ma dobbiamo avere pazienza, nell'affrontare insieme questa stagione difficile" ha detto a Fides Maria Goretti Lim, una cattolica di Singapore.
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AFRICA/MALI - Il Cardinale Zerbo: i cattolici sentinelle e mediatori tra violenza e conflitti

Mer, 24/06/2020 - 10:33
Bamako - “In mezzo a questa situazione così difficile, a noi religiosi non restano che due comportamenti: essere sentinelle e agire da mediatori per favorire il dialogo e il ritorno alla calma”. Nel caos del Mali, travolto da tensioni politiche post-elettorali, focolai di conflitto aperti in varie aree e annosa questione del jihadismo che continua a essere sempre molto attivo in tutto il Sahel, la voce del cardinale di Bamako Mons. Zerbo, nel colloquio con l'Agenzia Fides, spicca per chiarezza e determinazione. Le elezioni del 29 marzo hanno lasciato un Paese in preda a una forte instabilità politica da cui è difficile uscire: il leader delle opposizioni, Soumaïla Cissè, è stato sequestrato due giorni prima ed è ancora nelle mani dei rapitori, mentre la popolazione, molto sospettosa quanto insoddisfatta per le politiche del presidente Ibrahim Boubacar Keita in carica dal 2013, chiede con manifestazioni di massa le sue dimissioni.
Spiega a Fides il Card. Zerbo: “La situazione politica è piuttosto grave . Il problema al momento è capire se indire nuove elezioni o lasciare tutto così e provare a trovare un accordo. Credo che sia fondamentale fare di tutto per far parlare i due gruppi, devono dialogare tra di loro e scongiurare ulteriori disordini. Noi abbiamo costituito un gruppo di leader religiosi, musulmani, cattolici e protestanti, al fine di fare pressioni sul governo e creare le condizioni per il dialogo. Ci incontriamo regolarmente e cerchiamo di parlare direttamente con i protagonisti, facciamo un lavoro costante per evitare di andare alla rottura. Io credo che i religiosi abbiano due compiti principali. Da una parte, come dice Ezechiele, comportarsi da sentinelle, non spie, sentinelle: quando c’è una minaccia dobbiamo avvertire e cercare di risolvere il problema prima che esploda, si tratta di una responsabilità molto grande e se ci sono tanti problemi vuol dire che le sentinelle non hanno lavorato bene. Poi dobbiamo essere intercessori e quando c’è ostilità tra due gruppi, famiglie o persone, mediare nella verità. È poi fondamentale mantenere sempre viva la preghiera per il Paese e per i protagonisti perché Dio converta il cuore. Ora, si può dire, che il cuore di molti è di pietra, sta a noi renderlo di carne. Le religioni da noi non sono divise, ma cercano una linea comune per favorire la pace”.
Nel frattempo tutto il Sahel è in fiamme. L’UNHCR lancia l’allarme per la recrudescenza degli scontri armati e la conseguente ondata di esodi di decine di migliaia di civili che vanno a ingrossare le già grandi fila di profughi interni o esterni. Nell’area di Mopti, al centro del Paese, si sono verificati di recente ulteriori nuovi scontri con la morte di molte persone. L’uccisione, annunciata dalla Francia, di Abdelmalek Droukdal, capo storico del terroristi in azione nell’area, si spera allenti la martellante avanzata dei gruppi jihadisti, ma la tensione, su vari fronti resta altissima.
Rileva il Cardinale: “Nel nostro Paese è in atto un vero e proprio conflitto. Sarebbe importante capire bene quali interessi ci siano dietro, perché la gente, al di là di contenziosi più o meno gravi, ha sempre cercato di convivere pacificamente e risolvere i problemi in maniera tradizionali, senza ricorrere alle armi. Ora, invece, le armi hanno invaso il Mali. C’è molta confusione e non si capisce bene che tipo di guerra sia in atto. La nostra intenzione è parlare con le parti in conflitto, i miei concittadini hanno vissuto per secoli insieme, non possiamo accettare che ora siano in guerra. Con incontri ripetuti cerchiamo di favorire il dialogo”.
Il numero di profughi, dal 2018, è raddoppiato. Ad oggi sono 210 mila gli sfollati interni, e già 73mila i maliani costretti alla fuga da gennaio a fine maggio di quest’anno. “La popolazione scappa per il conflitto perché, oltre al pericolo delle armi, deve convivere con mercati sempre più vuoti, difficoltà di spostamento. La Chiesa è attiva attraverso la Caritas, noi siamo minoranza e non disponiamo di molto ma quello che abbiamo lo condividiamo. Abbiamo anche chiesto a Caritas Internationalis di venire in nostro soccorso”, conclude il Card. Zerbo.

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ASIA/BANGLADESH - Missione dei fratelli della Santa Croce nel campo dell'istruzione: un contributo al bene comune

Mer, 24/06/2020 - 10:04
Dhaka - In Bangladesh, i Fratelli della Santa Croce gestiscono alcuni dei migliori istituti di istruzione e sono molto popolari tra persone di fede non cristiana. La popolazione nutre massimo rispetto per le loro scuole: è uno dei frutti principali della missione della Congregazione della Santa Croce, presente nell'area del golfo del Bengala dal 1953, ben prima dell'indipendenza del Bangladesh. I religiosi festeggiano nel 2020 i 200 anni di fondazione del loro istituto e anche nel paese dell'Asia del Sud vi saranno delle celebrazioni: “Siamo rispettati da persone di qualsiasi fede religiosa per il nostro impegno nel campo dell'istruzione. Predichiamo la Buona Novella con il nostro lavoro, che contribuisce al bene comune”, dice all'Agenza Fides fratello Subal Lawrence Rozario, 48enne Ispettore della Congregazione dei Fratelli della Santa Croce in Bangladesh.
Il responsabile riferisce della missione svolta nel paese: "Siamo promotori di un'opera di dialogo con la società. Abbiamo oltre 25.000 studenti in 25 scuole. I sacerdoti possono semplicemente tenere un sermone in chiesa, ma la maggior parte dei nostri studenti sono non cristiani, quindi possiamo dialogare con loro. Possiamo raggiungerli e intessere una relazione con loro come una Bibbia vivente".
L'istruzione è la principale attività pastorale. Si dà priorità a rafforzare le virtù umana nel percorso educativo. “Forniamo istruzione a ragazzi delle comunità emarginate in aree remote. Oltre all'istruzione accademica, insegniamo agli studenti i valori, la disciplina, la dignità e tutti quei valori che rendono una persona onesta, matura, virtuosa, completa. Pertanto il nostro approccio è molto apprezzati qui ", afferma Fratello Subal.
L'Ispettore menziona Fratello Andre Bessette, religioso canadese della Congregazione di Santa Croce proclamato santo da papa Benedetto XVI nel 2010. "Dio lo scelse e lo chiamò. Ha svolto il suo compito umile di portinaio nel del collegio di Notre-Dame a Montréal. Agli occhi di Dio, siamo tutti preziosi . Nella Chiesa, i Fratelli compiono molte piccole opere, anche nel silenzio, nel nascondimento e nell'umiltà. Frère André è un esempio per tutti noi, perchè viviamo la santità nella quotidianità".
I festeggiamenti per i 200 anni della Congregazione, nonostante l'emergenza Covid-19, intendono celebrare e far conoscere di più la congregazione: "Abbiamo in programma di visitare diverse parrocchie e condividere la vita dei fratelli religiosi in modo che le persone possano conoscerci meglio e sapere di più su di noi".
L'opera dei Fratelli della Santa Croce in Bangladesh ha generato un numero congruo di vocazione alla vita religiosa e oggi in Bangladesh si contano 109 Fratelli: “In passato - continua Fr Rozario - abbiamo avuto molti Fratelli stranieri, che giungevano qui come missionari. Ma ora abbiamo, grazie a Dio, diversi giovani bangladesi che scelgono la vocazione religiosa nella nostra congregazione. Stiamo mandando Fratelli all'estero come missionari. Attualmente due fratelli hanno studiato in Canada e, dopo aver terminato gli studi, intraprenderanno l'avventura missionaria”, conclude.
La Congregazione della Santa Croce deriva dall'unione di due istituti distinti, in Francia: i Fratelli di San Giuseppe di Ruillé-sur-Loir, fondati nel 1820 da Jacques-Francois Dujarié per l'istruzione elementare; e gli ausiliari del clero diocesano, compagnia di sacerdoti diocesani fondata nel 1835 da Basile Moreau per la predicazione delle missioni popolari nelle parrocchie rurali della diocesi di Le Mans e l'insegnamento superiore.
Oggi la Congregazione è attiva e presente in Europa , nelle Americhe , in Africa e in Asia
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AFRICA/NIGERIA - “Lo stupro è ripugnante, riprovevole e disumanizzante” dice Mons. Kaigama di fronte all’aumento dei reati sessuali

Mer, 24/06/2020 - 09:55
Abuja – “I crescenti casi dell'odioso crimine di stupro sono spaventosi. La cultura dello stupro è tanto ripugnante e riprovevole quanto disumanizzante”, ha dichiarato domenica 21 giugno Sua Ecc. Mons. Ignatius Ayau Kaigama, Arcivescovo di Abuja. “Lo stupro infligge alle vittime un trauma psicologico indicibile per tutta la vita. Lo stupro non è solo un atto gravemente peccaminoso, ma anche un atto estremamente barbaro e criminale”. “Speriamo che gli autori di tali crimini atroci siano puniti severamente in base alla legge e, infine liberati dallo spirito malvagio che li porta a commettere crimini sessuali così orribili” ha aggiunto.
“I crimini sessuali offendono Nostro Signore, causano danni fisici, psicologici e spirituali alle vittime e danneggiano la comunità dei fedeli" ha affermato Mons. Kaigama, che ha invitato i nigeriani, in particolare "i cristiani, ad aiutare a ripristinare il nostro mondo malato che ha perso il senso del peccato".
L’aumento dei casi di stupro contro le donne in Nigeria nelle ultime settimane ha suscitato manifestazioni di protesta in alcune aree del Paese, oltre al lancio sui social media dell’hashtag #WeAreTired per chiedere un'azione urgente e la giustizia per le vittime.
Tra il 28 maggio e il 1 giugno, due studentesse universitarie, Uwaila Vera Omozuwa di 22 anni, e Barakat Bello di 18, sono state violentate e uccise in due separate aggressioni sessuali. "Lo stupro e la morte di queste ragazze non sono eventi accaduti a caso, ma sono il culmine di pratiche culturali malsane" ha detto il gruppo Women Against Rape in Nigeria in una petizione presentata al Parlamento.
Molti nigeriani criticano il sistema giudiziario che, secondo loro, rende difficile condannare gli uomini accusati di stupro e invece rovescia accuse infamanti sulle vittime di violenze sessuali. In Nigeria, non è raro che lo stupro non venga denunciato. Alcune vittime e le loro famiglie, temendo la stigmatizzazione, l'estorsione da parte della polizia e la mancanza di fiducia nel processo giudiziario, scelgono di non denunciare i casi alle autorità.
Nel 2019 nella capitale federale Abuja, alcune donne arrestate durante un raid della polizia hanno accusato gli ufficiali di averle violentate. I dati sul numero di casi segnalati sono molto limitati, ma un sondaggio nazionale sulla violenza contro i bambini in Nigeria, condotto nel 2014, ha rilevato che una donna su quattro ha subito violenza sessuale durante l'infanzia, con circa il 70% che ha riportato più di un incidente. Solo il 5% ha chiesto aiuto e solo il 3,5% lo ha ottenuto.
I governatori dei 36 Stati della Nigeria hanno anche dichiarato lo stato di emergenza per stupro e altre violenze di genere nei confronti di donne e bambini.
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AFRICA/NIGERIA - “La stupro è ripugnante, riprovevole e disumanizzante” dice Mons. Kaigama di fronte all’aumento dei reati sessuali

Mer, 24/06/2020 - 09:55

Abuja – “I crescenti casi dell'odioso crimine di stupro sono spaventosi. La cultura dello stupro è tanto ripugnante e riprovevole quanto disumanizzante”, ha dichiarato domenica 21 giugno Sua Ecc. Mons. Ignatius Ayau Kaigama Arcivescovo di Abuja. “Lo stupro infligge alle vittime un trauma psicologico indicibile per tutta la vita. Lo stupro non è solo un atto gravemente peccaminoso, ma anche un atto estremamente barbaro e criminale”. “Speriamo che gli autori di tali crimini atroci siano puniti severamente in base alla legge e, infine liberati dallo spirito malvagio che li porta a commettere crimini sessuali così orribili” ha aggiunto.
“I crimini sessuali offendono Nostro Signore, causano danni fisici, psicologici e spirituali alle vittime e danneggiano la comunità dei fedeli ", ha affermato Mons, Kaigama che ha invitato i nigeriani, in particolare "i cristiani ad aiutare a ripristinare il nostro mondo malato che ha perso il senso del peccato".
L’aumento dei casi di stupro contro le donne in Nigeria nelle ultime settimane, ha suscitato manifestazioni di proteste in alcune aree del Paese, il lancio sui social media dell’hashtag #WeAreTired per chiedere un'azione urgente e giustizia per le vittime.
Tra il 28 maggio e il 1 giugno, due studentesse universitarie, Uwaila Vera Omozuwa di 22 anni, e Barakat Bello di 18 sono state violentate e uccise in due separati assalti sessuali.
"Lo stupro e le morte di queste ragazze non sono eventi accaduti a caso, ma sono il culmine di pratiche culturali malsane", ha detto il gruppo Women Against Rape in Nigeria in una petizione presentata al parlamento.
Molti nigeriani criticano il sistema giudiziario che, secondo loro, rende difficile condannare gli uomini accusati di stupro e invece rovescia accusa infamanti sulle vittime di violenze sessuali. In Nigeria, non è raro che lo stupro non venga denunciato. Alcune vittime e le loro famiglie, temendo la stigmatizzazione, l'estorsione da parte della polizia e la mancanza di fiducia nel processo giudiziario, scelgono di non denunciare i casi alle autorità.
Nel 2019 nella capitale federale Abuja, alcune donne arrestate durante un raid della polizia hanno accusato gli ufficiali di averle violentate. I dati sul numero di casi segnalati sono molto limitati, ma un sondaggio nazionale sulla violenza contro i bambini in Nigeria, condotto nel 2014, ha rilevato che una donna su quattro ha subito violenza sessuale durante l'infanzia, con circa il 70% che ha riportato più di un incidente. Solo il 5% ha chiesto aiuto e solo il 3,5% lo ha ottenuto.
I governatori dei 36 Stati della Nigeria hanno anche dichiarato uno stato di emergenza per stupro e altre violenze di genere nei confronti di donne e bambini.
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OCEANIA/PAPUA NUOVA GUINEA - Nuova evangelizzazione: presentato il "Kerygma Program"

Mer, 24/06/2020 - 09:50
Port Moresby – “Dobbiamo rafforzare la nostra fede cattolica e preparare laici, sacerdoti e religiosi ad essere nuovi evangelizzatori” ha dichiarato padre Victor Roche svd, Segretario della Commissione per la Nuova Evangelizzazione, in occasione di un incontro tenuto lo scorso 22 giugno presso la parrocchia St Josephs di Boroko, sulla "nuova evangelizzazione", presentando il "Kerygma Program", un percorso che intende coinvolgere diocesi, parrocchie, associazioni, comunità locali, in un rinnovato annuncio della Parola di Dio.
Nel suo intervento pervenuto all’Agenzia Fides, p. Victor, che è anche il Direttore Nazionale delle Pontificie Opere Missionarie di Papua Nuova Guinea e Isole Salomone, si è soffermato in particolare sulla definizione di "nuova evangelizzazione". Il Segretario generale ha sottolineato la necessità di un rinnovato ardore, nuovi metodi ed espressioni che possono alimentare la nuova evangelizzazione. “Possiamo chiederci: cosa possiamo fare per fare la differenza”, ha detto p. Victor dopo presentando il "Kerygma Program, piano coordinato per la "nuova evangelizzazione", che verrà esaminato e discusso durante l'Assemblea generale annuale dei Vescovi, per l'approvazione, prima che venga condiviso con le diocesi.
Tra i partecipanti, oltre un centinaio di persone, mons. Otto Separy, vescovo di Bereina e della Commissione per l'evangelizzazione, e il suo vice, mons. Rolando Santos, vescovo di Alotau-Sideia, che insieme ai laici, ai membri dell’Associazione dei Professionisti Cattolici, seminaristi e parrocchiani della St. Josephs hanno affrontato tematiche sugli aspetti e le prospettive pastorali della Chiesa cattolica, le sfide e le possibili vie da percorrere.

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AMERICA/BRASILE - Elezioni comunali: "Una buona politica è al servizio della vita e della pace"

Mer, 24/06/2020 - 09:46
Brasilia - In questo anno 2020, se non vi saranno cambiamenti nel calendario elettorale, si terranno le elezioni per scegliere sindaci e consiglieri nei 5570 comuni brasiliani. La Regione Sud 2 della Conferenza nazionale dei Vescovi del Brasile ha preparato un opuscolo con alcune linee guida per i cattolici. Il sussidio è destinato a elettori e candidati, ai gruppi di riflessione, a parrocchie e comunità. Con il titolo "Cristiani ed elezioni", l'opuscolo ha come tema "Una buona politica è al servizio della vita e della pace".
"Lo scopo del sussidio è di contribuire alla formazione di una sana coscienza politica, di motivare a partecipare al processo politico e di fornire criteri per orientare nelle elezioni comunali", informa la Regione Sud 2 della CNBB. L'opuscolo è stato preparato da un gruppo di esperti nei settori del diritto costituzionale, diritto elettorale, filosofia, sociologia, storia e cultura, fede e politica.
Diviso in tre parti, l'opuscolo affronta questioni di attualità come la cultura della polarizzazione, le notizie false , i cambiamenti nella legislazione elettorale. Ha un linguaggio facile con indicazioni di base sull'universo della politica, dal punto di vista della Chiesa cattolica, che non si identifica con alcuna ideologia o partito politico.
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AMERICA/MESSICO - Appello dei Vescovi alle autorità per la violazione dei diritti umani nella comunità di San Mateo del Mar

Mer, 24/06/2020 - 09:39
Tehuantepec - “Con profonda preoccupazione” Mons. Crispín Ojeda Martínez, Vescovo della diocesi di Tehuantepéc, e Mons. Arturo Lona Reyes, Vescovo emerito e Presidente del Centro diritti umani "Tepeyac" A.C., si sono rivolti al Presidente del Messico, al Governatore dello stato di Oaxaca e alla Ministra del Governo, chiedendo il loro intervento per eventi che “danneggiano profondamente una comunità indigena”. L’abbandono ancestrale e attuale da parte dei diversi livelli di governo “ha comportato come conseguenza una grave violazione dei loro diritti umani: il diritto alla vita, all'integrità e alla sicurezza personale, allo sviluppo, al pieno accesso ai diritti economici, sociali e culturali, al diritto alla pace”.
Nella loro missiva, pervenuta all’Agenzia Fides, i Vescovi ricordano che il diritto alla pace della comunità indigena Ikots di San Mateo del Mar è stato violato. Il 3 maggio l'agente municipale dell'agenzia municipale Huaztlán del Río è stato ucciso e non si sa se sia stata chiesta giustizia. Il 21 giugno è stata convocata un'assemblea nella comunità di Huaztlán del Río, ma si è verificato l’attacco di un gruppo armato, seguito da atti di violenza, che hanno causato morti e feriti.
“Come difensori dei diritti umani – scrivono i due Vescovi -, siamo preoccupati per la violenza che esiste nella comunità indigena di San Mateo del Mar, ma soprattutto dal fatto che potrebbero esserci attori al di fuori della comunità che incoraggiano la violenza tra fratelli. Ci preoccupa che anche quando si sa che il problema che stanno vivendo i fratelli di San Mateo del Mar è ad alto rischio per la vita, la sicurezza e la pace, gli interventi dei governi federali e statali non impediscano la violenza che ha provocato morte, lesioni e danni alle persone”.
I Vescovi quindi presentano una serie di richieste alle maggiori autorità dello stato messicano: garantire ai parenti dei morti le misure di supporto e assistenza stabilite dalla Legge. Assistenza psicologica e medica ai bambini e agli adolescenti rimasti orfani. Assistenza medica per i feriti in centri specializzati. Le donne vittime di violenza siano trattate conformemente alle disposizioni della convenzione sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne. Vengono svolte le opportune indagini penali e amministrative, in modo che gli eventi che si sono verificati non rimangano impuniti. Infine chiedono che “abbia inizio un processo di pace e riconciliazione che garantisca la pacificazione interna della comunità, come delle popolazioni vicine”.
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AMERICA/CILE - Mons. Vargas: "Una politica di indecisioni genera un debito con molte ferite e conseguenze dolorose, non solo per il mondo indigeno"

Mer, 24/06/2020 - 08:32
Temuco - Mons. Héctor Vargas Bastidas, Vescovo di Temuco e Presidente della Pastorale Indigena della Conferenza Episcopale Cilena , in un'intervista pubblicata nel Diario Austral della città di Temuco domenica 21 giugno, fa riferimento agli annunci e alle promesse fatte al mondo indigeno senza realizzarle, nella preparazione alla celebrazione della Giornata nazionale dei popoli indigeni, il 24 giugno.
In Cile, nel 2015, la presidente Michelle Bachelet aveva chiesto a Mons. Vargas il difficile compito di guidare la commissione per l'Araucania, territorio indigeno nel paese latinoamericano. La Commissione era riuscita ad elaborare una piano molto concreto che coinvolgeva il mondo mapuche nei campi politico, religioso, economico e sociale. In questa intervista, Mons. Vargas ricorda che proprio nella vicinanza della data limite per definire un accordo fra governo e popolazioni indigene, ci sono ancora dei punti incompiuti.
"Mi sembra che nel corso della storia, il rapporto con questi popoli non sia riuscito a soddisfare le esigenze di questa enorme sfida. Un percorso titubante forse è il risultato di una politica di indecisioni, che genera un debito con molte ferite e conseguenze dolorose, non solo per il mondo indigeno" ha dichiarato Mons. Vargas.
"È da notare che i presidenti Bachelet e Piñera hanno chiesto pubblicamente perdono a nome dello Stato a questi popoli. Tuttavia, ci sono stati pochi progressi reali sulle questioni sostanziali, piuttosto delle misure specifiche, che creano confusione perché le promesse che lo Stato ha fatto loro spesso rimangono senza effetti significativi", denuncia il Vescovo di Temuco.
Il Presule conclude con un atteggiamento di speranza: "C'è sempre un tempo in cui c'è una volontà, un dialogo e un rispetto reciproco delle parti, e in questo scenario nessuno dovrebbe escludersi dal contribuire. Sono necessari particolari progressi nella reale volontà politica, per definire soluzioni e onorare gli impegni, che non sono percepiti con la necessaria chiarezza. È richiesto non solo dal bene dei popoli, ma da tutta la società e dall'enorme ricchezza che significa l'identità di un Cile interculturale. La realtà della fede ci dice che siamo tutti fratelli, figli dello stesso Padre che è nei cieli".
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AMERICA/REPUBBLICA DOMINICANA - Salvare i giovani dalla droga invece di accusarsi a vicenda sul denaro sporco

Mar, 23/06/2020 - 22:31
Santo Domingo - Mons. Jesús Castro Marte, Vescovo ausiliare dell'Arcidiocesi di Santo Domingo, ha criticato l'atteggiamento delle parti riguardo alle proposte che presentano all'elettorato, chiedendo che includano le proteste relative al traffico di droga, come contenuto della campagna stessa. "Le accuse lanciate da diverse parti che collegano organizzazioni e candidati al traffico di droga come contenuto della campagna, hanno ridotto un problema a uno spettacolo di accuse e discussioni tra le parti, senza proporre una soluzione" ha detto il Vescovo.
E' un peccato che i partiti politici non siano nella fase del dibattito sulle proposte dei loro programmi di governo e, al contrario, stiano promuovendo chi "è più o meno legato al denaro della droga". D'altra parte, Mons. Castro Marte ha osservato che i protagonisti politici dovrebbero sollevare un argomento che è in prima linea nelle loro proposte di dibattito per cercare una soluzione globale e salvare così i giovani da questo flagello. "In questi tempi, dovrebbero essere sostenute le istituzioni democratiche, le leggi che puniscono queste pratiche che danneggiano lo Stato e la nostra Società" ha ribadito.
Intanto il tasso di infezioni da coronavirus sta accelerando nella Repubblica Dominicana: domenica 21 giugno il paese ha registrato un record di 899 nuovi casi in un giorno, e siamo esattamente a due settimane dalle elezioni.
Il numero totale di infetti confermati ammonta a 26.677 e il bilancio delle vittime sale a 662, con altri sette decessi nell'ultimo giorno, secondo il bollettino pubblicato dal Ministero della Salute.

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AMERICA/ARGENTINA - "Riacquistare la vera credibilità nella giustizia, senza ideologie" auspica Mons. Olivera

Mar, 23/06/2020 - 22:09
Buenos Aires - Il Vescovo castrense argentino, Mons. Santiago Olivera, ha pubblicato una lettera sul quotidiano La Nación sabato 20 giugno, quando è stata celebrata la Giornata della bandiera e l'anniversario della morte del generale Manuel Belgrano, personaggio importante perché ideatore della bandiera argentina.
Nel testo della lettera, intitolato "Giustizia e umanità", il Presule militare ha affermato: "Come credente, non posso tacere e rimanere nel conforto del silenzio quando, in questo momento, e nella nostra amata Argentina, i diritti di molti continuano a essere gravemente feriti, in particolare di quei fedeli che la Chiesa mi ha affidato”.
Con un appello a "riacquistare la vera credibilità nella giustizia, senza ideologie, senza partigianeria, nel duro e difficile lavoro della ricerca della verità", Mons. Olivera ha espresso la sua preoccupazione per "l'assenza di umanità". Come si legge nella lettera pervenuta a Fides, "È disumano il trattamento che ricevono molti detenuti che, al di là delle loro situazioni personali, sono più anziani con molti anni addosso, malati e alcuni hanno perfino superato i tempi della detenzione preventiva".
Il Vescovo conclude: “Abbiamo urgentemente bisogno di costruire veri e propri ponti, che custodiscano il ripristino dei principi che hanno tutelato i diritti umani di tutti gli abitanti del mondo civilizzato negli ultimi due secoli. Il fondamento di una Repubblica, di un vero stato di diritto, non dovrebbe essere l'odio”.

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AFRICA/EGITTO - Venti di guerra con la Turchia, Patriarcato copto ortodosso e evangelici a fianco di al Sisi

Mar, 23/06/2020 - 11:55
Il Cairo - La Chiesa copta ortodossa è sempre stata a fianco della nazione egiziana in tutti i passaggi anche difficili della sua storia, e adesso sostiene le autorità politiche e militari nazionali appoggiando “tutte le misure” da loro disposte per “proteggere i nostri confini e la sicurezza nazionale”, elogiando nel contempo la volontà “mai contraddetta” da parte egiziana di voler seguire le “vie diplomatiche” per tutelare i propri diritti legittimi. Appare netta e senza possibili equivoci la posizione di supporto espressa in queste ore concitate dal Patriarcato copto ortodosso nei confronti del Presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, Mentre aumenta l’allarme per un possibile scontro militare diretto tra Egitto e Turchia sul teatro del conflitto libico, devastato dalla guerra civile tra le truppe del governo di Tripoli e le milizie che fanno capo al Generale Haftar e al “Parlamento di Tobruk”.
Nelle ultime settimane, il governo di Tripoli guidato da Fayez al Sarraj e riconosciuto come legittimo dalla comunità internazionale, con l’aiuto della Turchia sta conquistando posizioni a scapito del generale Haftar, sostenuto dall’Egitto. Davanti a questo scenario, sabato 20 giugno al Sisi si è detto pronto a schierare le truppe egiziane in Cirenaica per proteggere l’area di Sirte dall’influenza turca. Rivolgendosi ai soldati della base militare di Sidi Barrani, a circa 100 km dal confine con la Libia, il Presidente egiziano ha detto che le truppe del suo Paese devono prepararsi “a condurre qualsiasi missione, all’interno dei nostri confini o, se necessario, all’esterno”. Al Sisi, nel suo discorso, ha anche sostenuto che un eventuale intervento militare egiziano in territorio libico – destinato secondo molti analisti a mettere in crisi la stabilità di tutta l’area mediterranea - sarebbe “legittimo e in linea con le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu”. Con il comunicato diffuso ieri dal Patriarcato copto ortodosso si schiera senza riserve al fianco della linea esposta dal Presidente al Sisi, elogiando le prove di “sacrificio e eroismo” fornite anche di recente dalle Forze armate egiziane.
Analoghe dichiarazioni di sostegno alla leadership politica egiziana, attualmente in rotta di collisione con l’iperattivismo politico-militare della Turchia di Erdogan, sono state espresse dalla comunità evangelica egiziana, guidata dal Reverendo Andrea Zaki, a capo dell’Organizzazione copta evangelica. "Preghiamo Dio” si legge nella dichiarazione diffusa dagli evangelici “affinché protegga la nazione egiziana da tutti i mali, e i diritti storici del popolo egiziano siano difesi da quanti minacciano la sovranità e le fondamenta dello Stato egiziano". Solidarietà e pieno sostegno al governo e alle forze armate egiziane sono stati espressi anche dalla Casa della Famiglia egiziana, organismo di collegamento interreligioso attivato da alcuni anni per prevenire e mitigare le contrapposizioni settarie.
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AFRICA/MOZAMBICO - Ondata di profughi nella provincia del Nord, causata da violenze e distruzioni

Mar, 23/06/2020 - 11:24
Nampula - «La gente è terrorizzata e scappa dai villaggi. Ormai sono duemila solo a Namialo, più di 300 qui a Nampula. Fuggono dalle violenze e dalle distruzioni che stanno scuotendo da diversi mesi la provincia settentrionale di Cabo Delgado. La situazione è delicata». Così Arlain Pierre, missionario scalabriniano a Nampula, descrive all'Agenzia Fides la delicata situazione politica, militare e sociale del Nord del Mozambico.
«Chi siano, in realtà, gli autori di questi attacchi, nessuno lo sa - continua padre Arlain -. Si sono proclamati miliziani jihadisti appartenenti allo Stato islamico. Alcuni analisti hanno affermato che siano una pedina di una lotta per il controllo dei pozzi petroliferi di cui è ricca la regione. Difficile dire qual è la verità. Attualmente si è diffusa la tesi secondo la quale siano miliziani siano legati al traffico di droga. Tesi che potrebbe avvicinarsi alla realtà perché il Nord del Mozambico potrebbe diventare un’area strategica per il traffico degli stupefacenti provenienti dall’Asia centrale».
Di fronte ai primi attacchi, lo Stato ha reagito in modo blando. I militari e i poliziotti hanno risposto come potevano, ma spesso sono stati sopraffatti. «Ora – continua il missionario - il presidente Filipe Nyusi ha riconosciuto l’emergenza e ha inviato alcuni reparti militari di rinforzo. Si è parlato della presenza di mercenari russi e di militari sudafricani, personalmente non ho visto militari stranieri passare dal nostro territorio. Però non mi sentirei di escludere che ci siano combattenti stranieri. Lo stesso presidente ha chiesto aiuto ai Paesi confinanti parlando di questa minaccia come di un pericolo comune».
I profughi arrivano nella provincia di Nampula in condizioni difficili. Molti sono scampati alle violenze e sono fuggiti di casa con quel poco che potevano portare via. Mancano quindi di tutto. «La comunità di Nampula – osserva padre Arlain – si è mobilitata. Nella parrocchia della Santa Croce, gestita dai comboniani, sono state accolte 300 persone. Altre sono state ospitate dalle famiglie che vivono in città, ma sono originarie di Cabo Delgado. Gli sfollati hanno veramente bisogno di tutto. Anche di assistenza medico perché hanno subito gravi traumi psicologici».
Anche nella popolazione di Nampula c’è paura. «Questa zona – conclude lo Scalabriniano – è stata uno dei centri della lunghissima guerra civile che si è combattuta in Mozambico negli anni Ottanta e all’inizio dei Novanta. È ancora vivo il ricordo dei combattimenti e delle privazioni. Quindi c’è il timore che le nuove violenze arrivino anche qui e coinvolgano la popolazione locale. Nessuno vuole sprofondare in un nuovo conflitto».
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ASIA/INDIA - Un gesuita: "La vita dei rifugiati conta: No a esclusivismo e falso nazionalismo"

Mar, 23/06/2020 - 11:15
Ahmedabad - "In India un tema particolarmente significativo è quello relativo all'accoglienza e alle condizioni di vita dei rifugiati: negli ultimi mesi i riflettori nel paese sono stati rivolti sugli sfollati interni e sugli apolidi, oltre che sui rifugiati. La legge sulla modifica della cittadinanza , approvata da entrambe le Camere del Parlamento all'inizio di dicembre 2019, è palesemente incostituzionale e palesemente discriminatoria nei loro confronti. È stata oggetto di molte critiche e di molte proteste. Anche secondo il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite la legge sembrerebbe minare l'impegno per l'uguaglianza di fronte alla legge sancita dalla Costituzione indiana": lo dice all'Agenzia Fides p. Cedric PRakash, Gesuita indiano e attivista per i diritti umani, appena insignito del premio speciale conferito dalla Commissione per le minoranze, nel governo di Delhi, per il suo impegno in favore deilla promozione dei diritti umani l'integrazione sociale.
Il Gesuita nota che "la Convenzione per l'eliminazione della discriminazione razziale, di cui l'indiano è uno Stato firmatario, vieta le discriminazioni fondate su motivi razziali, etnici o religiosi", mentre la legge ha un effetto discriminatorio sull'accesso delle persone alla nazionalità, selezionandole a seconda della loro religione. "Per questo chediamo l'immediata revoca del CAA, che potrebbe rendere apolidi un gran numero di persone già presenti nel nostro paese"
Nota p. Prakash: "La pandemia ha portato a focalizzare la difficile situazione degli sfollati interni, in particolare dei lavoratori migranti. Da quando è stato annunciato il blocco, una crisi umanitaria senza precedenti nella storia moderna dell'India, ha gravemente sconvolto la vita dei lavoratori migranti dell'India. Milioni di migranti si sono ritrovati bloccati, senza cibo, denaro e riparo, cercando di tornare a casa. Sono stati sottoposti a violazione dei loro diritti fondamentali e spesso a gravi abusi e della polizia ai confini interstatali. Secondo quanto riferito, molti sono morti a causa del blocco, o stremati durante il viaggio verso casa, per fame, o per suicidio per le violenze della polizia, per malattie o incidenti ferroviari e stradali".
Nel frattempo, rileva l'attivista, "l'attuale strategia delle autorità, in risposta a questo fenomeno, è stata inadeguata e solo il 30% dei lavoratori hanno potuto usufruire i treni speciali predisposti per loro. In questo momento, il governo indiano non sembra avere alcuna stima sul numero totale di persone bloccate o in rotta verso casa, attraverso il paese. In maniera estremamente tardiva, la Corte suprema ha emesso un ordine provvisorio relativo al trasporto di migranti".
Aggiunge p. Prakash:" Il modo in cui l'India ha trattato il piccolo gruppo di Rohingya che hanno cercato rifugio in India sulla scia della loro persecuzione in Myanmar, è un caso da manuale di come siamo diventati inospitali come nazione. Oggi la xenofobia, il falso nazionalismo e l'esclusivismo sembrano essere diventati all'ordine del giorno. Ciò appare chiaramente soprattutto quando si guarda al modo in cui oggi vengono trattate nel paese le minoranze, gli adivasi, i dalit, i poveri e i vulnerabili come i lavoratori migranti".
P. Prakash ricorda le riflessioni espresse più volte da papa Francesco, e rileva: "Rispondere alla difficile situazione dei rifugiati e degli altri sfollati, nel mezzo della pandemia, è certamente una grande sfida. Non si otterrà molto se i Governi rinunceranno al loro ruolo di rispondere alle grida di questi popoli. Occorre mostrare coraggio e trasparenza politica per garantire che questi ultimi dei nostri fratelli e sorelle, siano accolti, protetti, promossi e integrati. In ultima analisi, possiamo dire: la vita dei rifugiati conta".
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AFRICA/SUD SUDAN - “Credo in un Sud Sudan unico, forte, stabile e libero”, dice il Vescovo di Tombura-Yambio

Mar, 23/06/2020 - 10:04
Tombura-Yambio – “La lotta per la liberazione è stata fondata sui pilastri di un Sud Sudan rispettoso della legge, prospero e pacifico” ha dichiarato all’Agenzia Fides mons. Eduardo Hiiboro Kussala, Vescovo della diocesi di Tombura-Yambio in riferimento alla recente fine dello stallo per la suddivisione degli Stati ai 3 partner coinvolti nell'accordo di pace .
Definendolo "un nuovo inizio in Cristo per tutti", il Vescovo ha ringraziato la presidenza per questo passo verso l'istituzione di governi statali. Mons. Hiiboro, che è anche presidente dell'iniziativa interconfessionale del Consiglio per la pace nello Stato equatoriale occidentale, ha esteso le sue congratulazioni all’intera popolazione per la nuova allocazione che pone lo Stato, nel quale rientra l’intera diocesi di Tombura-Yambio, sotto il governo del Movimento di liberazione del popolo del Sudan all’opposizione di Riek Machar.
“In questo momento è fondamentale pregare per la guarigione della nostra repubblica, ma anche per i nostri fratelli e sorelle alla presidenza e tutti coloro che sono a capo del governo per far sì che il cambiamento avvenga”, ha sottolineato Hiiboro.
“Credo fermamente in un Sud Sudan forte, stabile e libero, quindi non ha importanza a quale fazione apparterrà lo Stato equatoriale occidentale” ha aggiunto, dicendosi favorevole alla decisione che ha definito "un coraggioso passo avanti che porterà il paese ad avere una nazione basata su giustizia, libertà e prosperità".
L’accordo raggiunto tra il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, e il vicepresidente Riek Machar prevede la nomina di sei governatori da parte del Movimento di liberazione del popolo del Sudan al governo del presidente Kiir, di tre da parte del Splm-Io di Machar e di uno da parte dell'Alleanza dell'opposizione del Sud Sudan .
Mons. Hiiboro ha ribadito il sostegno della Chiesa e ha esortato la leadership politica a realizzare una convivenza pacifica e migliorare lo sviluppo in tutti i settori dello Stato equatoriale occidentale. “Saremo pronti a facilitare un dialogo per tutti in modo da mitigare eventuali divergenze. Dobbiamo allontanare il Sud Sudan dalla tirannia della violenza per tutelare la nostra Grande Repubblica”, ha sottolineato. Il vescovo ha inoltre esortato i leader a coinvolgere i giovani per contribuire a ridurre la disoccupazione e la povertà e ad adoperarsi per alleviare la fame in tutte le forme e dimensioni.
Quando il Sudan del Sud ha ottenuto l'indipendenza dal Sudan nel 2011, il paese aveva 10 stati come stabilito nella sua Costituzione. Tuttavia, nel 2015, gli stati federati sono stati portati a 28, quindi a 32, per poi essere ridotti a 10 più 3 aree amministrative. L'auspicio è che l'assegnazione degli Stati porrà fine a tutte le questioni controverse e guiderà il Paese verso la pace, ponendo fine agli anni di guerra e conflitti.
In base all’intesa raggiunta lo scorso 17 giugno 2020, all'opposizione andranno Bahr settentrionale, El Ghazal, Warrap, Stato dei Laghi, Equatoria orientale, Equatoria centrale e Stato di Unità; al partito di governo saranno assegnati Bahr El Ghazal occidentale, Equatoria occidentale e Nilo superiore, mentre il Ssoa ha ottenuto lo Stato di Jonglei. A determinare lo stallo era stata la contrarietà dei partiti dell’opposizione di concedere la presidenza di sei Stati al partito al potere; tuttavia l’impasse è stata superata dopo che il raggruppamento noto come Altri partiti politici ha accettato di cedere al Splm-Ig una parte che gli spettava inizialmente.

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AFRICA/GUINEA - Nomina del Rettore del Seminario teologico interdiocesano di Conakry

Mar, 23/06/2020 - 09:47
Città del Vaticano – Il Cardinale Luis Antonio G. Tagle, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, il 25 marzo 2020 ha nominato Rettore del Seminario teologico interdiocesano sito nell’arcidiocesi di Conakry , il rev. Francois Sylla, del clero arcidiocesano di Conakry.
Il nuovo Rettore è nato il 9 aprile 1972 a Siboty. E’ entrato nel Seminario San Giovanni XXIII di Kindia nel 1972, quindi ha studiato filosofia e teologia al Seminario maggiore S.Agostino di Bamako, in Mali. E’ stato ordinato sacerdote il 21 novembre 2004 a Conakry. Dopo tre anni di servizio pastorale, ha proseguito gli studi a Lugano, in Svizzera, e quindi alla Pontificia Università Lateranense a Roma, dove ha conseguito il Dottorato in Diritto canonico. Rientrato in Guinea nel 2013, ha svolto l’incarico di Cancelliere dell’Arcidiocesi, Professore e Prefetto degli studi al Seminario teologico interdiocesano.
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AMERICA/BRASILE - La pastorale e l'evangelizzazione nella situazione attuale: ciclo di dialoghi teologici online

Mar, 23/06/2020 - 09:45
Belo Horizonte – “La spiritualità cristiana in un tempo di pandemia” è stato il tema della riflessione del Cardinale portoghese José Tolentino de Mendonça, Archivista e Bibliotecario dell'Archivio Apostolico Vaticano, che ha inaugurato il ciclo di “Dialoghi on line di teologia pastorale” promosso dalla Facoltà di filosofia e teologia dei Gesuiti di Belo Horizonte.
Lo scopo, sottolinea la nota diffusa dalla Conferenza episcopale pervenuta a Fides, è quello di contribuire al discernimento sulle principali sfide e compiti della pastorale e dell'evangelizzazione in Brasile. I sette incontri previsti a cadenza mensile, guidati da autorevoli relatori, intendono quindi suscitare la riflessione sull'opera pastorale della Chiesa cattolica nell'attuale contesto urbano, “frammentato e pluralista del Brasile”. Per questo i relatori raccoglieranno "le lezioni apprese dalla ricca tradizione della pastorale postconciliare, lasciandosi interrogare dalle nuove questioni sollevate dal momento presente, soprattutto in questo periodo di isolamento sociale e di pandemia".
Il Vescovo ausiliare di Belo Horizonte e Presidente della Commissione episcopale per la comunicazione della CNBB, Mons. Joaquim Giovani Mol Guimarães, interverrà nel dibattito previsto ad agosto, parlando delle prospettive della Chiesa nella post-pandemia. Anche il Vescovo ausiliare nella stessa arcidiocesi e membro della Commissione per l'ecologia integrale della CNBB, Mons. Vicente Ferreira, parteciperà sul tema “Pastorale nei Villaggi e nelle Favelas”. Altri esperti affronteranno i temi "Virtualizzazione della fede ?"; “Mediazione digitale ed esperienza religiosa nei contesti urbani”; “Chiese e conflitti socio-ambientali” e “Evangelizzazione e movimenti popolari”.

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AFRICA/TOGO - I Vescovi: “Basta con il modo cinico e opaco di procedere che gioca con la sacralità della vita”

Mar, 23/06/2020 - 08:33
Lomé – “Senza una seria riforma del quadro elettorale in vista di elezioni libere, trasparenti, credibili e pacifiche, la democrazia non può davvero prosperare in Togo", affermano i Vescovi del Togo in un comunicato diffuso al termine della loro seconda Assemblea ordinaria, che si è tenuta dal 16 al 19 giugno.
La Conferenza Episcopale del Togo afferma di aver riscontrato diverse irregolarità nell'organizzazione e nello svolgimento delle elezioni del 22 febbraio, che hanno causato la nascita di un movimento di protesta non appena i risultati sono stati annunciati.
Inoltre i Vescovi sono indignati per l'impunità di cui godono gli autori di violenze della polizia e omicidi nel Paese, nella soppressione delle proteste e nell’imposizione delle misure di confinamento sanitario per il Covid-19.
A seguito delle contestate elezioni presidenziali, che hanno visto la rielezione del Presidente uscente, Faure Gnassingbe, il Togo vive una situazione di insicurezza e di sospetto.
All'inizio di maggio, il comandante del 1° battaglione di intervento rapido , il colonnello Bitala Madjoulba, è stato trovato morto nel suo ufficio. Una commissione speciale d’inchiesta non ha ancora chiarito chi lo abbia assassinato. I Vescovi condannano "questo modo cinico e opaco di procedere che gioca con ciò che è più sacro per l'uomo: la vita" e chiedono la fine immediata di questi crimini.
“Fintanto che la vita sociopolitica è dominata dall'esercito, fintanto che i poteri legislativo e giudiziario non sono veramente indipendenti, fintanto che corruzione e impunità continuano a prosperare, le tensioni non finiranno davvero” affermano. "Finché le menzogne vengono utilizzate in particolare nei media e sui social network come strategia per destabilizzare le persone e le istituzioni, fintanto che l'astuzia viene utilizzata come mezzo per conquistare e conservare il potere, finché la violenza non sia condannata e sradicata, con i suoi responsabili e i suoi sponsor sanzionati, saranno inevitabili ulteriori sconvolgimenti politici nel Paese”.
La Conferenza episcopale del Togo infine esprime gratitudine ai sacerdoti, alle persone consacrate e ai fedeli laici "per la gestione responsabile” della crisi provocata dalla pandemia di Covid-19 che ha comportato la chiusura temporanea dei luoghi di culto. I Vescovi invitano “tutti a continuare a pregare per Dio di liberarci da questo flagello" e incoraggiano a fare "gesti di solidarietà soprattutto verso i più colpiti nella società"
Mettendo in guardia contro un falso senso di sicurezza, i Vescovi incoraggiano "i fedeli e tutti i cittadini a osservare rigorosamente le misure preventive raccomandate, mentre raccomandano la riapertura graduale dei luoghi di culto nel rigoroso rispetto delle disposizioni preventive".
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AFRICA/TOGO - I Vescovi: “Basta con il modo cinico e opaco di procedere che gioca con la sacralità della la vita”

Mar, 23/06/2020 - 08:33

Lomé – “Senza una seria riforma del quadro elettorale in vista di elezioni libere, trasparenti, credibili e pacifiche, la democrazia non può davvero prosperare in Togo", affermano i Vescovi del Togo in un comunicato stampa al termine della loro seconda Assemblea ordinaria, che si è tenuta dal 16 al 19 giugno.
La Conferenza Episcopale del Togo afferma di aver riscontrato diverse irregolarità nell'organizzazione e nello svolgimento delle elezioni del 22 febbraio, che hanno causato la nascita di un movimento di protesta non appena i risultati sono stati annunciati.
Inoltre, i Vescovi sono indignati per l'impunità di cui godono gli autori di violenze della polizia e omicidi nel Paese, nella soppressione delle proteste e nell’imposizione delle misure di confinamento sanitario per il COVID-19.
A seguito delle contestate elezioni presidenziali che hanno visto la rielezione del Presidente uscente, Faure Gnassingbe, il Togo vive in una situazione d’insicurezza e di sospetto.
All'inizio di maggio, il comandante del 1 ° battaglione di intervento rapido , il colonnello Bitala Madjoulba, è stato trovato morto nel suo ufficio. Una commissione speciale d’inchiesta non ha ancora chiarito chi lo ha assassinato. I Vescovi condannano "questo modo cinico e opaco di procedere che gioca con ciò che è più sacro per l'uomo: la vita" e chiedono la fine immediata di questi crimini.
“Fintanto che la vita sociopolitica è dominata dall'esercito, fintanto che i poteri legislativo e giudiziario non sono veramente indipendenti, fintanto che corruzione e impunità continuano a prosperare, le tensioni non finiranno davvero” affermano. "Finché le menzogne vengono utilizzate in particolare nei media e sui social network come strategia per destabilizzare le persone e le istituzioni, fintanto che l'astuzia viene utilizzata come mezzo per conquistare e conservare il potere, infine finché la violenza non sia condannata e sradicata, con i suoi responsabili e i loro sponsor sanzionati, saranno inevitabili ulteriori sconvolgimenti politici nel Paese”.
La Conferenza episcopale del Togo infine esprime gratitudine ai sacerdoti, alle persone consacrate e ai fedeli laici "per la gestione responsabile” della crisi provocata dalla pandemia COVID-19 che comportato la chiusura temporanea dei luoghi di culto.
I Vescovi invitano “tutti a continuare a pregare per Dio di liberarci da questo flagello" e a incoraggiano a effettuare "gesti di solidarietà soprattutto verso i più colpiti nella società"
Mettendo in guardia contro un falso senso di sicurezza, i Vescovi incoraggiano "i fedeli e tutti i cittadini a osservare rigorosamente le misure preventive raccomandate, mentre raccomandano la riapertura graduale dei luoghi di culto nel rigoroso rispetto delle disposizioni preventive".

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AMERICA/NICARAGUA - Due anni fa i Vescovi andarono a Masaya per essere vicini al popolo ed evitare un altro massacro

Lun, 22/06/2020 - 22:44
Managua - "Non abbiate paura di coloro che uccidono il corpo" . Due anni fa, il 21 giugno 2018, i Vescovi sono andati nella città di Masaya per essere vicini al popolo, pregare con il popolo ed evitare un altro massacro da parte delle forze violente del regime", con questo messaggio scritto ieri nel suo account Twitter, Mons. Silvio José Baez, Vescovo ausiliare di Managua, che risiede ancora a Roma per ragioni di sicurezza, ricorda quanto è stato vissuto dal popolo di Nicaragua due anni fa.
Le campane delle chiese della città di Masaya hanno suonato senza fermarsi, non per avvertire dell'arrivo degli squadroni della morte, formati da polizia e paramilitari, ma questa volta con un motivo di speranza: l’arrivo di alcuni membri della Conferenza episcopale e del Nunzio apostolico, che dopo aver appreso che Masaya era stata attaccata ancora una volta fin dalle 5 del mattino, arrivarono quasi immediatamente sul posto, per fermare il massacro .
"E’ stato molto rischioso, ma vedendo i Vescovi camminare per strada, tutta la popolazione è uscita dalle case e si è unita a loro. Erano credenti e non, cattolici e non, ma tutti insieme, in silenzio, hanno fatto sì che la polizia si allontanasse precipitosamente dalle strade", questo il racconto della fonte di Fides che venne pubblicato due anni fa. La situazione a Masaya era veramente di tensione e si è temuto il peggio in qualche momento.
Come si è visto nelle immagini questi fatti, c'erano il Cardinale Leopoldo Brenes, il Nunzio apostolico, alcuni Vescovi e sacerdoti di Managua.
"Alla porta della chiesa di Masaya, davanti ad una grande folla di persone, Mons. Baez, Vescovo ausiliare di Managua, ricordò alla popolazione che “c’è un comandamento di Dio per tutti: non uccidere”. Anche il Nunzio si è rivolto alla gente chiedendo di pregare con il Padre Nostro, e alla fine ha detto: "Il Santo Padre è informato di ciò che sta accadendo qui in Nicaragua". Quindi ha invitato la popolazione di Masaya a non usare la violenza, esortando tutti a credere in Dio come mezzo per vincere la violenza".
Dopo due anni la situazione non è molto cambiata, il Dialogo si è interrotto in diversi momenti e molti leader sono diventati prigionieri politici. La Chiesa ha informato gli organismi internazionali per poter seguire da vicino e far rispettare i diritti umani in un paese che rimane bloccato non a causa della pandemia, ma a causa di una mancata democrazia che non esiste nella realtà nicaraguense.
La Conferenza episcopale nicaraguense aveva invitato il 23 maggio scorso il regime di Daniel Ortega e l'opposizione a creare un consenso di fronte alla pandemia di Covid-19, per evitare una "maggiore catastrofe umana", in un paese caratterizzato da acuta polarizzazione politica.
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