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Le notizie dell'Agenzia Fides
Aggiornato: 17 min 53 sec fa

ASIA/FILIPPINE - Ingiustizia, impunità, abusi: i frutti della "guerra alla droga"

Mar, 04/02/2020 - 10:42
Manila – La “guerra alla droga”, la campagna lanciata nel 2016 dal presidente Rodrigo Duterte allo scopo di liberare la società dallo spaccio e dalla tossicodipendenza, ma condotta con metodi violenti criticati in patria e a livello internazionale, sta mettendo a dura prova la società filippina. Ne sono convinti sacerdoti e religiosi filippini oggi impegnati nell’accompagnamento delle vittime o nella sensibilizzazione per la difesa della dignità umana, della giustizia e dello stato di diritto.
Il francescano padre Baltasar Obico, Ofm, superiore del Santuario di Sant’Antonio a Makati, una delle città che compongono la grande "MetroManila", dice all’Agenzia Fides: “L'approccio violento della campagna anti-droga, promosso dalle istituzioni, sta erodendo il sistema democratico. Il governo, poi, cerca di imporre imponendo silenzio ai dissidenti e a ogni vice critica. Mi sembra che l’atteggiamento sprezzante del Presidente Duterte stia inoltre inducendo un crollo dei valori morali nella società, in quanto è catalizzatore di un ‘cattivo esempio’ in un figura, quella del Presidente, che è comunque un riferimento per tutti. Mi chiedo: come si può tollerare a cuor leggero tanta violenza e ingiustizia? Se i leader politici usano lessico violento e aggressivo, con un populismo che cerca solo consenso, sdoganando molti atteggiamenti ostili e sprezzanti, cosa ci si può aspettare dai giovani e dalla società? In tal quadro, a farne le spese sono avvocati, difensori dei diritti umani, attivisti, membri di Ong e anche preti e religiosi che sono dalla parte dei poveri e degli oppressi”.
Tra i religiosi filippini “in prima linea” vi è padre Angel Cortez Ofm, che per ben due volte nei mesi scorsi si è recato a Ginevra, in rappresentanza della Ong “Franciscans International”, per relazionare e appellarsi al Consiglio Onu per i Diritti umani. Così il religioso di chiara a a Fides: “Vediamo oggi sotto i nostri occhi, nelle Filippine, tante uccisioni extragiudiziali, omicidi impuniti, violenze inaudite in strada, senza alcuna remora. E’ una vera tragedia. Accompagniamo tante famiglie che soffrono e che hanno perso i loro cari, uccisi da bande di uomini mascherati. Non c'è alcuna giustizia nè pace, lo stato di diritto viene calpestato impunemente e la polizia, secondo molte Ong, copre o non indaga su queste uccisioni, che restano opera di ignoti e per le quali nessuno pagherà. Questa ‘guerra alla droga' va avanti da troppo tempo e ha già causato troppe vittime e troppa sofferenza. Non si può continuare su questa strada di morte e di lutto. E' urgente che le coscienze si risveglino e che la politica cambi rotta. E’ urgente una conversione dei cuori, delle mente, delle azioni”.
La “mancata giustizia per migliaia di vittime” della violenta campagna anti-droga è confermata da un nuovo rapporto della Ong “Amnesty International”, diffuso il 30 gennaio scorso. “Le famiglie delle vittime – nota Amnesty – non hanno ottenuto giustizia per i loro cari, a causa degli enormi ostacoli esistenti nel presentare denunce contro i perpetratori, inclusa la paura di ritorsioni. Né è stata individuata alcuna responsabilità significativa per le uccisioni, a livello nazionale”.
Secondo dati ufficiali, nella “guerra alla droga” di Duterte, oltre 6.000 persone sono state uccise in operazioni di polizia, mentre i gruppi per i diritti umani stimano l’esistenza di altre 25.000 vittime di omicidi compiuti da “squadroni di vigilantes”, del tutto impuniti.
Una recente inchiesta del sito di informazione online filippino “Rappler”, rileva che il governo ha tenuto finora un atteggiamento compiacente, lasciando che i casi di tali uccisioni fossero irrisolti, per lacune sistematiche del sistema giudiziario e per il mancato impegno o la complicità delle forze di polizia.
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EUROPA/ITALIA - Simposio internazionale “Pedagogia della santità. Una sfida universale per i fedeli laici

Lun, 03/02/2020 - 11:38


Roma - Cosa significa oggi “santità”, diventare “santi”? Quali sfide la chiamata universale alla santità propria di tutti i cristiani pone ai laici impegnati nella vita quotidiana e in relazione con il mondo? Le sfide sono diverse per adulti e giovani? Nel nord o nel sud del globo?
Di tutto questo si parlerà nel corso del Simposio internazionale “Pedagogia della santità. Una sfida universale per i fedeli laici” che si svolgerà dal 5 al 9 febbraio a Roma . L’iniziativa è proposta dalla Fondazione Azione cattolica Scuola di santità “Pio XI” in collaborazione con il Segretariato del Forum internazionale di Azione cattolica.
Nell’ambito del simposio, cui parteciperanno i responsabili e assistenti nazionali dell’Azione cattolica di 13 Paesi è previsto un Momento pubblico nel pomeriggio del 6 febbraio nella Sala San Pio X.
Alle 16.30 i lavori saranno aperti dalla preghiera presieduta dal card. Baltazar Enrique Porro Cardozo, Arcivescovo di Merida, Amministratore apostolico di Caracas e Presidente della Fondazione Azione cattolica scuola di santità. La Vice Presidente della Fondazione, Silvia Correale, presenterà le attività dell’organismo nato nel 2007 per sostenere il lavoro di documentazione e curare la divulgazione di figure di testimoni formatisi in Azione cattolica “scuola di santità” in collaborazione con le chiese locali.
Seguirà la prolusione del Segretario di Stato, Sua Eminenza il Cardinale Pietro Parolin.
Le conclusioni sono affidate a Matteo Truffelli, Presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana e Vice Presidente della Fondazione. I lavori saranno coordinati dalla giornalista Chiara Santomiero, responsabile dell’Ufficio stampa del Fiac.
All’approfondimento della storia di santità fiorita in Azione cattolica e alla promozione delle attività della Fondazione e dell’Azione Cattolica nella prospettiva dell’Esortazione apostolica Gaudete et exsultate sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo, saranno dedicati i giorni successivi del simposio che si concluderà domenica 9 febbraio con la partecipazione alla preghiera dell’Angelus con papa Francesco in piazza s. Pietro.
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ASIA/IRAQ- Patriarcato caldeo sul “Piano Trump” per il Medio Oriente: il “diritto alla terra” dei palestinesi è “inviolabile”

Lun, 03/02/2020 - 11:23
Baghdad – La questione palestinese è una “questione di diritto inviolabile”, visto che tocca il diritto dei popoli e delle nazioni a controllare e amministrare le proprie terre. Con questa espressione lapidaria, contenuta in un breve comunicato ufficiale, il Patriarcato di Babilonia dei Caldei ha espresso un giudizio fortemente critico sul cosiddetto “Piano del Secolo” lanciato a Washington il 28 gennaio dall’Amministrazione Trump come “ultima chance” per porre fine al conflitto israelo- palestinese. Nel comunicato, il Patriarcato caldeo ha ribadito il “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi alle proprie terre di provenienza oggi governate da Israele, e ha deplorato l’unilateralismo della proposta statunitense: “Non c’è soluzione” si legge nel comunicato patriarcale “senza tornare sulla strada della diplomazia, attraverso negoziati diretti tra le due parti, che conducano all’istituzione di due Stati vicini in grado di convivere in pace, sicurezza e stabilità, nel reciproco riconoscimento delle rispettive sovranità d del controllo delle proprie risorse”, senza lasciarsi determinare dalle interferenze degli assi di allineamento geopolitico.
L’intervento del Patriarcato caldeo si aggiunge alle altre voci ecclesiali che nei giorni scorsi avevano espresso critiche o vere e proprie stroncature nei confronti di quello che l’Amministrazione USA aveva etichettato come il “Piano del Secolo” per il Medio Oriente . Il Patriarca maronita Bechara Boutros Rai aveva definito il “Piano” come “un segnale di odio, guerra e oppressione”, che rischia di mettere “a ferro e fuoco” la Terra Santa dove è nato Gesù Cristo. Forti critiche al piano Usa “Peace for Prosperity” sono arrivate anche dai Patriarchi e i Capi delle Chiese di Gerusalemme, dalla Lutheran World Federation, dall’Assemblea dei Vescovi ordinari cattolici di Terra Santa, dal World Council of Churches , dalla Conferenza dei vescovi cattolici di Inghilterra e Galles e del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente . Nel frattempo, dopo la presentazione del Piano da parte del Presidente USA Donald Trump, il Presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen ha annunciato la rottura di tutte le relazioni della Palestina con Israele e Stati Uniti. Nelle ultime ore è affiorata anche la “delusione” dell’Autorità nazionale palestinese per 'atteggiamento di alcuni Paesi arabi nei confronti del Piano di Trump. Il ministro degli Affari Civili dell'Autorità palestinese Hussein al-Sheikh ha espresso la preoccupazione che le scelte di alcune nazioni arabe possano diventare "un pugnale nel fianco del popolo palestinese". .
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AFRICA/NIGERIA - Ucciso uno dei 4 seminaristi rapiti; il Vescovo di Lagos: “La violenza va fermata, sennò gravi conseguenze sulla psiche dei nigeriani”

Lun, 03/02/2020 - 11:23
Abuja - "Con il cuore affranto, desidero informarvi che il nostro caro figlio, Michael, è stato assassinato dai banditi in una data che non possiamo confermare", ha affermato Sua Ecc. Mons. Matthew Hassan Kukah Vescovo di Sokoto della Nigeria nell’annunciare il 1° febbraio il ritrovamento del corpo di Michael Nnadi il più giovane dei quattro seminaristi rapiti dal seminario maggiore del Buon Pastore di Kakau, nello Stato di Kaduna, nel nord-ovest della Nigeria, da uomini armati nella notte dell'8 gennaio .
Uno dei quattro seminaristi era stato liberato sabato 18 gennaio, dopo essere stato rilasciato dai rapitori lungo l'autostrada della Nigeria Kaduna-Abuja .
Il 31 gennaio era stati rilasciati altri due seminaristi, ma mancava all’appello Michael Nnadi. Mons. Kukah ha dichiarato che il seminarista "e la moglie di un medico sono stati arbitrariamente separati dal gruppo degli ostaggi per poi essere uccisi”.
La notte dell'8 gennaio, uomini in uniforme militare sono penetrati nel Seminario maggiore del Buon Pastore che accoglie 268 seminaristi. Nel corso dell’operazione durata circa 30 minuti , i banditi dopo aver rubato laptop e telefoni cellulari, sono fuggiti portando con loro i quattro seminaristi: Pius Kanwai, 19 anni; Peter Umenukor, 23 anni; Stephen Amos, 23 anni; e Michael Nnadi, 18.
La notizia dell’uccisione del giovanissimo seminarista sta suscitando forte emozione in Nigeria.
In una dichiarazione pervenuta a Fides, dopo aver espresso la sua “profonda tristezza” per l’assassinio di Michael Nnadi, Sua Ecc. Mons. Alfred Adewale Martins, Arcivescovo di Lagos ha ricordato che quello di Nnadi “è solo uno dei numerosi casi di nigeriani innocenti uccisi quotidianamente da uomini armati mentre i nostri servizi di sicurezza e i loro capi rimangono a guardare come se fossero impotenti”.
Mons. Martins ricorda inoltre la recente uccisione del Lawan Andimi, dirigente locale dell'Associazione Cristiana della Nigeria nello Stato di Adamawa , e gli attentati commessi da attentatori suicidi in alcune moschee. “Questa situazione spaventosa deve finire. Non possiamo semplicemente incrociare le braccia e permettere a queste mostruose attività di continuare a prosperare. Le conseguenze di queste malvagità sulla psiche dei nigeriani possono solo essere immaginate. Il governo federale deve agire ora prima che le cose sfuggano di mano” avverte il Vescovo di Lagos che chiede la sostituzione dei capi dei servizi di sicurezza.
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AFRICA/BURKINA FASO - Il Vangelo del regno di Dio seme dello sviluppo umano integrale

Lun, 03/02/2020 - 10:58
Ouagadougou – “La corruzione è un male per la nostra umanità, ha effetti dannosi sullo sviluppo umano integrale in generale e in particolare”, ha detto all’Agenzia Fides padre Donald Zagore, teologo della Società per le Missioni Africane, in merito al simposio continentale sulla missione ad gentes dal tema ‘Testimoniare, annunciare e celebrare la fede nella missione di evangelizzazione in Africa oggi’ concluso di recente a Ouagadogou .
Il missionario è intervenuto con un seminario su ‘Il Vangelo del Regno di Dio e lo sviluppo umano integrale nella lotta alla corruzione’ nel quale ha posto alcuni interrogativi sul fenomeno. “Il vangelo del regno di Dio, che Cristo stesso incarna, può svolgere oggi un ruolo decisivo in questo processo di guarigione e diventare così il seme dello sviluppo umano integrale? In che modo la corruzione è stata in grado di imporsi nel tempo come un parassita invasivo, quasi indistruttibile, che mina seriamente l’equilibrio e il dinamismo delle nostre società in generale e dell'Africa? Cosa ha alimentato e continua ad alimentare la corruzione? Qual è la sua radice? Cosa può fare l'uomo per rimediare? Come si possono curare le istituzioni o le strutture sociali interessate?”
Nella sua riflessione p. Zagore ha sottolineato che: “la corruzione è un peccato e come tale ha la sua fonte nel cuore umano ferito che continua ad essere vittima di due fattori in particolare: la cultura dell'individualismo e l'amore eccessivo per il denaro.”
“Il regno di Dio, con la forza del suo vangelo, - ha spiegato - restituisce all'umanità la sua più sublime vocazione che il peccato ha più volte tentato di pervertire: la libertà. Vivere secondo i valori evangelici del regno di Dio rimane la chiave per la liberazione e la guarigione dal potere del peccato della corruzione. Questo è il motivo per cui, quando viene chiesto se il vangelo che Cristo stesso incarna, può svolgere oggi un ruolo decisivo in questo processo di guarigione e liberazione dell'uomo e diventare così il fermento dello sviluppo umano integrale, rispondiamo di sì.”
Il teologo ivoriano ha concluso il suo intervento dicendo che “anche se la situazione storica può sembrare senza speranza, siamo chiamati ad ascoltare e ad accogliere questa potente e profetica voce di Cristo e del suo Vangelo che lacera le nuvole di angoscia e sofferenza che hanno creato la cultura dell'individualismo che ha generato la corruzione, per aprire una nuova era, quella del Regno di Dio. Per forza del nostro battesimo dobbiamo rimanere autentici testimoni di questa speranza e portatori dei frutti del nostro battesimo nelle nostre società.”

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EUROPA/ITALIA - La Chiesa si mobilita per ricordare gli oltre 40 milioni di persone sfruttate

Sab, 01/02/2020 - 13:54
Roma - L'8 febbraio di ogni anno si celebra dal 2015 la Giornata internazionale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone , nella memoria di Santa Giuseppina Bakhita. Da allora, ogni anno, religiosi, religiose e laici di tutto il mondo si impegnano ad accendere una luce contro la tratta nel proprio Paese, per lasciare un segno visibile in memoria delle vittime e delle persone sopravvissute.
Statistiche recenti riportano oltre quaranta milioni di persone in condizione di totale sfruttamento, il 72% sono donne, mentre il 23% sono minori. Fra le principali finalità della tratta vi sono lo sfruttamento sessuale e il lavoro forzato . In questi ultimi anni il fenomeno della tratta è cresciuto soprattutto nei contesti di guerra e di migrazioni forzate e ha visto un aumento significativo dei minori, sia maschi che femmine coinvolti . Dal Rapporto sulla tratta di persone del 2019 risultano 78 mila vittime che hanno ricevuto assistenza a livello globale.
Tra le molteplici iniziative previste, la Comunità Papa Giovanni XXIII, promuove, in collaborazione con le diocesi dei rispettivi territori, gli eventi ‘Insieme contro la tratta’ nell’ambito della campagna ‘Questo è il mio corpo’ oltre al convegno internazionale ‘Nemmeno con un fiore’ che vuole mettere in relazione il fenomeno della prostituzione con quello della violenza di genere.
Tra le Organizzazioni contro la tratta delle donne in prima fila oltre alla Comunità Papa Giovanni XIII ci sono realtà come Talitha Kum, la rete mondiale della vita consacrata impegnata contro la tratta e fondata delle Unione Internazionali delle Superiore e dei Superiori Generali, il Dicastero vaticano per il servizio dello sviluppo umano integrale, la Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica.
In 25 anni di attività di contrasto alla tratta la Comunità Papa Giovanni XXIII ha liberato circa 5000 persone, operando attraverso Unità di strada in 12 Regioni.
Nata nel 1869 all'età di 9 anni Bakhita fu rapita in Sudan e fatta schiava, è stata proclamata Santa nel 2000 da papa Giovanni Paolo II e oggi è protettrice di tutte le donne e uomini che sono venduti come schiavi nel mondo.

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AFRICA/RD CONGO - Pannelli fotovoltaici per l'unica scuola media nella periferia di Kinshasa

Sab, 01/02/2020 - 13:51
Kinshasa - Nella periferia di Kinshasa, in un quartiere a una trentina di chilometri dal centro, si trovano diverse scuole elementari, ma l’unica scuola media è, per ora, quella gestita dalla comunità cristiana e dai padri della Società per le Missioni Africane .
“I parrocchiani hanno sistemato gli edifici, ma resta il problema della luce, non essendo il quartiere elettrificato. Al pomeriggio, già a partire dalle 18, nelle case degli alunni non si può continuare a studiare e fare i compiti per il giorno dopo, mancando la luce elettrica”, racconta padre A. Kakhanda, missionario SMA, in una nota pervenuta all’Agenzia Fides.
“Questo problema incide in maniera forte sul rendimento scolastico degli studenti. Alcuni studiano o con la pila o con le lampade a petrolio, a volte rovinando la vista e non ottenendo grandi benefici per i loro risultati scolastici.”
Per evitare che molti abbandonino la scuola dopo una o due bocciature, la comunità e i missionari si sono impegnati per la fornitura di pannelli fotovoltaici per la scuola media, dove gli alunni nel tardo pomeriggio e la sera possono recarsi per continuare il loro studio personale.

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AFRICA/MALAWI - Appello dei Vescovi alla pace in attesa del verdetto della Corte Costituzionale sul voto dello scorso anno

Sab, 01/02/2020 - 11:58

Lilongwe - “Ora che sappiamo che la Corte costituzionale pronuncerà il suo tanto atteso giudizio sulle contestate elezioni presidenziali, il 3 febbraio 2020, rinnoviamo il nostro appello ai cattolici e a tutti i cittadini del Malawi sull'importanza di mantenere la pace e l'ordine” afferma una dichiarazione della Conferenza Episcopale del Malawi pubblicata ieri, 31 gennaio.
Il Malawi vive nella tensione in attesa che il 3 febbraio verrà pronunciata la sentenza della Corte costituzionale sul ricorso presentato dalle opposizione sulle elezioni presidenziali del 21 maggio 2019, vinte dal Presidente Peter Mutharika, al potere dal 2014, con un margine molto ristretto. Mutharika, ha vinto sul secondo arrivato Lazarus Chakwera, leader del Malawi Congress Party , con soli 159.000 voti in più. L'opposizione accusa il regime di aver manipolato i risultati delle elezioni presidenziali, in particolare usando il bianchetto per correggere a suo favore diversi verbali di seggio.
Il Paese attende quindi febbrilmente la decisione della Corte costituzionale tanto più che il Malawi ha conosciuto negli ultimi otto mesi numerose manifestazioni dell'opposizione, intervallate da violenze con le forze di sicurezza, a cause delle quali alcune persone sono morte e diverse proprietà sono state saccheggiate.
Per paura di scontri violenti incidenti il 3 febbraio, scuole e aziende hanno deciso di rimanere chiuse in attesa della sentenza.
In questo contesto, i Vescovi ribadiscono la richiesta di giustizia, pace e del rispetto dello stato di diritto, sottolineando che le persone più vulnerabili sono quelle che vivono nelle aree rurali, dove già si sono registrate diverse vittime causate dalle violenze politiche.
“Riteniamo che la nostra richiesta di pace rifletta l'aspirazione della maggior parte delle persone in questo Paese, in particolare le donne e le persone vulnerabili come i bambini e gli anziani che sono spesso vittime di violenza politica”, affermano i Vescovi.
“Siamo profondamente sgomenti e sconvolti dagli episodi di violenza con perdite di vite umane e in particolare dei massacri di anziani accusati di stregoneria o magia. Alla base di tutto ciò c'è lo stato di illegalità e il disprezzo per lo stato di diritto in questo Paese” si legge nella dichiarazione.
I Vescovi denunciano inoltre la povertà e la fame che affliggono i cittadini del Malawi. “Continuiamo a vedere che vi sono pochi posti di lavoro e opportunità economiche limitate per i giovani. I cosiddetti guadagni economici che il Paese ha registrato non si sono tradotti in migliori standard di vita per i poveri, specialmente nelle aree rurali dove le persone stanno diventando più povere di prima”.


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ASIA/TERRA SANTA - "Piano del Secolo", cristiani evangelici sospesi tra entusiasmo e scetticismo

Sab, 01/02/2020 - 11:40
Gerusalemme – Il “Piano del Secolo” lanciato dall’Amministrazione USA come ‘ultima chance’ per risolvere il conflitto israelo-palestinese suscita reazioni contrastanti nella galassia multiforme del cristianesimo evangelico. Appare scontato l’entusiasmo espresso dai gruppi evangelicali e pentecostali che hanno da tempo inserito il pieno sostegno politico a Israele tra i tratti distintivi della loro visione della storia e del mondo, motivando tale scelta sulla base della loro lettura delle Sacre Scritture riguardo agli Ultimi Tempi. Nel contempo, diverse voci scettiche e critiche sul “Piano del Secolo” si registrano anche tra i gruppi evangelicali presenti in Terra Santa e in Medio Oriente. Un fenomeno documentato anche dalle discordanti reazioni al Piano espresse su Christianity Today, magazine oggi online, fondato nel 1956 dal predicatore Billy Graham e considerato la ”rivista ammiraglia” della galassia evangelicale Usa.
Secondo Joel Rosenberg, co-fondatore di Alliance for the Peace of Jerusalem, autore di bestseller che leggono anche il terrorismo jihadista alla luce delle profezie sulla fine dei tempi, il piano di Trump concede agli israeliani quasi tutto quello che volevano, ma appare “generoso" anche con i palestinesi, visto che continua a sostenere la prospettiva della convivenza dei due Stati - Israele e Paolestina – rifiutata sia dai coloni ebrei che occupano terre palestinesi, sia dai gruppi evangelici più oltranzisti. Invece secondo Salim Munayer, capo della rete evangelica Musalaha, "Nessun leader palestinese può accettare questo accordo, perché non viene incontro alle esigenze più elementari dei palestinesi", non affermando in maniera netta la prospettiva di riconoscere Gerusalemme Est come capitale della Palestina, e pretendendo di dare a iIsraele il pieno controllo della Valle del Giordano, essenziale per la vita e il possibile sviluppo della Nazione palestinese. "Se una parte umilia l'altra - rimarca Munayer - non ci può essere nessun accordo. Israele sta già mangiando la pizza, mentre dice ai palestinesi: 'Negoziamo sulle fette' "..
Daoud Kuttab, giornalista palestinese segretario del Consiglio evangelico di Giordania 8Jordan Evangelical Council), con sede a Amman, dopo aver letto il testo integrale del “Piano-Trump” sulla Terra Santa, lo ha definito “il protocollo per una resa, più che un piano di pace". Secondo Kattab, “il fatto che su 13 milioni di palestinesi gli USA non siano riusciti a trovarne neanche uno” per farlo partecipare alla cerimonia di lancio del progetto “la dice lunga riguardo alla sua unilateralità". A suo giudizio, il Piano-Trump seppellisce la soluzione “due Popoli-due Stati”, e rischia di fomentare “ulteriori violenze e disordini".
Anche secondo Hanna Massad, pastore cristiano battista palestinese impegnato da 12 anni in iniziative realizzate nella Striscia di Gaza, il “Piano del Secolo” umilia le attese dei palestinesi e finisce per archiviare come irrilevanti le risoluzioni dell’Onu relative al conflitto israelo palestinese. Al contrario, Gerald McDermott, professore anglicano presso la Beeson Divinity School e autore del recente volume The New Christian Zionism: Fresh Perspectives on Israel and the Land, sostiene che il “piano” è "un'opportunità realistica per una soluzione a due Stati", dato che contiene anche l’offerta di "enorme aiuto” e una capitale a Gerusalemme per ambedue le nazioni. Yohanna Katanacho, pastore palestinese e decano del Nazareth Evangelical College, sostiene invece che non occorre essere profeti per prevedere che “il piano di Trump è destinato al fallimento". Mentre per Joel Chernoff, segretario generale della Messianic Jewish Alliance of America , "Se l'obiettivo primario del palestinese per un accordo con Israele è la pace e la prosperità, questa proposta è una grande opportunità, e rifiutare l’offerta di 50 milioni per sostenere il rilancio dell’economia palestinese “sarebbe insensato" .
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ASIA/FILIPPINE - "Oratio imperata" per chiedere a Dio la protezione dal corona virus

Ven, 31/01/2020 - 15:35
Manila - "Dio nostro Padre, ci rivolgiamo a te nel momento del bisogno, chiedendo la tua protezione contro il N-corona virus che ha mietuto vittime e colpito molti. Preghiamo per le persone incaricate di studiare la natura e le cause di questo virus e della sua malattia e di arginare il contagio della trasmissione. Guida le mani e le menti dei medici affinché possano aiutare i malati con competenza e compassione, di quei governi e delle organizzazioni impegnate a cercare cura e soluzione a questa epidemia": sono le parole della "Oratio Imperata", la preghiera che sarà recitata obbligatoriamente durante le sante messe celebrate in tutte le chiese cattoliche della Filppine, la domenica e nei giorni feriali, a partire dal 2 febbraio, festa della Presentazione del Signore. La preghiera è stata approvata e consegnata dai Vescovi filippini che, a conclusione della recente assemblea, hanno voluto chiedere al popolo di Dio una speciale invocazione all'Onnipotente, mentre nel mondo crescono i timori per la diffusione del corona virus e mentre nelle Filippine si è accertato il primo caso di contagio. "Preghiamo per i malati: possano essere presto riportati in salute. Concedici, o Dio, la grazia di lavorare per il bene di tutti e di aiutare chi è nel bisogno", prosegue la preghiera.
Per agire sul piano della prevenzione, mentre il governo filippino ha diffuso una serie di misure e di consigli da attuare nella vita sociale - lavare spesso le mani, evitare il contatto tra i volti delle persone, portare la apposita mascherina - anche la Chiesa cattolica ha voluto adeguare i gesti previsti nella prassi liturgica e pastorale. Si consiglia ai fedeli, infatti, "di seguire le raccomandazioni sanitarie degli esperti in modo da impedire la diffusione della malattia" e si invitano le parrocchie a osservare specifiche pratiche durante la liturgia: distribuire il sacramento dell'Eucarestia sulle mani e non per bocca; cambiare frequentemente l'acqua santa; installare panni protettivi sulle griglie dei confessionali; evitare il contatto delle mani durante il "Padre Nostro" e lo scambio della pace.
Il corona virus, originatosi nella provincia di Wuhan in Cina, ha colpito finora oltre 7.000 persone in Cina e in altri paesi, facendo 213 vittime nella Cina continentale.
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AFRICA/CONGO RD - I leader religiosi si impegnano per contribuire alla pacificazione nazionale

Ven, 31/01/2020 - 11:41

Kinshasa - “Sono stati fatti progressi positivi ma permangono problemi gravi che se non sono affrontati in modo responsabile, il cambiamento che il popolo congolese ha manifestato con forza rimarrà un vano slogan” afferma la dichiarazione della Piattaforma delle Confessioni Religiose nella Repubblica Democratica del Congo, pubblicata in occasione del primo anniversario dell’avvio della presidenza dell’attuale Capo dello Stato Félix Antoine Tshilombo Tshisekedi, che ha segnato l’avvio dell’alternanza al vertice dello Stato dopo la presidenza di Joseph Kabila.
Nella dichiarazione intitolata “Le prophète avertit le peuple” i capi delle principali confessioni religiose della RDC riconoscono “alcuni progressi verificatisi dopo le elezioni, in particolare la distensione del clima politico in generale con atti concreti come il ritorno degli esiliati politici, il rilascio di prigionieri politici, la libertà di manifestazioni; la sensibilità delle autorità alle difficoltà della popolazione, la rivitalizzare delle relazioni diplomatiche con diversi Paesi; gli sviluppi positivi nella diffusione dell’istruzione gratuita; il progresso delle nostre forze armate nella parte orientale del Paese, in particolare nel Nord e Sud Kivu e nell’Ituri”.
Tuttavia, i capi religiosi sottolineano le principali sfide che il Paese deve affrontare: il deterioramento dell'economia; la persistenza della corruzione; la strumentalizzazione della giustizia; l’appropriazione indebita di fondi pubblici; i confini porosi; la persistenza dell'insicurezza, in particolare nella parte orientale del paese; l’espandersi del banditismo urbano; lo sfruttamento illegale delle risorse naturali.
“Facciamo appello alla calma, alla moderazione del linguaggio e al senso di responsabilità di tutti gli attori socio-politici” affermano i leader religiosi che annunciano l’intenzione di incontrare i leader delle istituzioni statali “al fine di condividere la nostra visione e dare il nostro contributo all'avvento di un Congo prospero”.
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ASIA/LIBANO - Patriarca maronita: il “Piano” di Trump per la Terra Santa è “un segnale di guerra e di odio”

Ven, 31/01/2020 - 10:55
Bkerkè - Il progetto di “soluzione” del conflitto israelo-palestinese lanciato dal Presidente USA Donald Trump e dal lui presentato come “il piano del secolo” rappresenta in realtà “un segnale di odio, guerra e oppressione”, che rischia di mettere “a ferro e fuoco” la Terra Santa dove è nato Gesù Cristo. Lo ha detto il cardinale libanese Bechara Boutros Rai, Patriarca di Antiochia dei maroniti, la sera di giovedì 30 gennaio, nelle riflessioni con cui ha accompagnato la recita del rosario che dallo scorso ottobre si svolge nella chiesa della sede patriarcale maronita di Berkè, alle cinque del pomeriggio, per invocare il dono della pace per il Libano. Le parole del Patriarca Rai sono risuonate nette e inequivocabili: il Primate della Chiesa maronita ha invitato tutti a pregare per la Terra Santa, ”dove è nato il Salvatore Gesù Cristo, dove si è rivelata la Santissima Trinità, dove è stato portato a compimento il disegno di salvezza e redenzione, è stata istituita la Chiesa, e da dove è stato annunciato a tutto il mondo il Santo Vangelo". Non è possibile – ha rimarcato il Patriarca – accettare “che questa terra sia messa a ferro e fuoco" per le intenzioni e le scelte “di una persona che ha deciso di mettere da parte tutta la storia”. In Terra Santa – ha aggiunto il cardinale maronita - convivono ebrei, cristiani e musulmani, ”come ha voluto Dio. E questa terra non può sopportare questa decisione politica presa dall’Amministrazione o dal Presidente degli Stati Uniti”. Il Patriarca ha concluso la sua riflessione implorando che Dio risparmi ai popoli le nuove, possibili sofferenze provocate “da questo progetto voluto dal Presidente statunitense”, e ricordando che non ci può essere pace quando prevale l’ingiustizia e la prepotenza.
Nei giorni scorsi, forti critiche al piano Usa “Peace for Prosperity” lanciato da Trump erano già state espresse da diverse realtà e organismi ecclesiali, compresi i Patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme, la Lutheran World Federation, l’Assemblea dei Vescovi ordinari cattolici di Terra Santa, il World Council of Churches e la Conferenza dei vescovi cattolici di Inghilterra e Galles.
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AMERICA/COLOMBIA - Al servizio per le persone vulnerabili: le sfide pastorali sulla frontiera tra Colombia e Venezuela

Ven, 31/01/2020 - 10:41
Cucuta – Manifestare la sollecitudine del Santo Padre per le situazioni di frontiera, condividere e mettere in sinergia le attività caritative della Chiesa a favore delle persone più vulnerabili in quel contesto è l’obiettivo dell’incontro indetto dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale e la Sezione Migranti e Rifugiati presso la diocesi di Cucuta, confine con il Venezuela. “Caridad en la frontera” il tema dell’incontro in corso dal 30 al 31 gennaio 2020.
“Il nostro incontro qui a Cúcuta, organizzato insieme alla sezione Migranti e rifugiati e in stretta collaborazione con il Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, desidera dare un contributo concreto per analizzare i bisogni e coordinare adeguatamente l'aiuto della rete ecclesiale a favore di tutte le vittime della crisi umanitaria” si legge in una nota del cardinale Peter K.A. Turkson, Prefetto del Dicastero.
“Non siamo una ONG: la nostra missione va oltre la semplice assistenza” ha sottolineato il porporato nel suo messaggio di apertura dell’incontro. “Il campo d'azione del Dicastero promuove lo sviluppo integrale dell'uomo alla luce del Vangelo. In particolare, il nostro Dicastero è competente in materia di migrazione, bisognosi, ammalati ed esclusi, disoccupati e vittime di qualsiasi forma di schiavitù e tortura. Queste persone vulnerabili sono quelle che il Dicastero è chiamato a servire. La comunità internazionale non sembra essere in grado di fornire soluzioni adeguate a questo immenso ‘oceano del dolore’ – afferma il card. Turkson. Insieme ai paesi confinanti, in prima linea lavorano anche i rappresentanti degli episcopati locali e delle istituzioni ecclesiali e congregazioni religiose, le Nunziature Apostoliche, numerose organizzazioni benefiche cattoliche e ONG.”
Il Prefetto del Dicastero spiega l’intenzione di istituire “come è stato fatto per la crisi in Siria e in Iraq, una piattaforma, un servizio di condivisione delle informazioni, attraverso il quale ottenere un quadro più unitario dell'azione caritativa della Chiesa nel contesto dell'emergenza, identificando linee guida concrete per interventi futuri, utili per mitigare l'impatto umanitario della crisi. Abbiamo visto che questo modello, che è stato ben accolto dagli attori coinvolti in Medio Oriente, è stato in grado di creare e consolidare una rete di solidarietà che ha permesso di dirigere in modo più efficiente le risorse e le energie messe a disposizione.”
La crisi venezuelana è una delle più gravi degli ultimi decenni e ha raggiunto livelli drammatici. Secondo le ultime stime dell'UNHCR e dell'OIM, il numero di migranti e rifugiati venezuelani in America Latina e nei Caraibi è di circa 4,5 milioni, di cui oltre un milione in Colombia, 500.000 in Perù e il resto nei paesi confinanti con Brasile, Messico, Ecuador, Stati Uniti d'America e Spagna.

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AMERICA/HAITI - “Date a questo Paese una possibilità”: appello del Nunzio ai partecipanti alla Conferenza di Dialogo

Ven, 31/01/2020 - 09:52
Port au Prince – “Come avevo detto lo scorso 17 dicembre all'apertura del seminario che si è tenuto qui, è attraverso il dialogo tra i protagonisti che può emergere una soluzione soddisfacente per uscire alla crisi. È una questione di interesse generale che richiede il superamento degli interessi di parte” ha detto Sua Ecc. Mons. Eugene M. Nugent, Nunzio apostolico ad Haiti, all’apertura dei lavori della Conferenza di Dialogo per Haiti
Il Nunzio ha sottolineato la necessità di “un vero compromesso coraggioso e salutare” per far sì che Haiti diventi “una nazione politicamente stabile”, “una condizione sine qua non per lo sviluppo sostenibile, dove finalmente potranno essere intraprese le necessarie riforme”.
“Sono stati fatti diversi tentativi per porre fine alla crisi e sono state presentate numerose proposte per la sua risoluzione, il che indica la volontà di entrambe le parti di superare a questo lungo periodo d'instabilità. È questo l'approccio che la Santa Sede incoraggia, senza pregiudizi, senza interesse di parte, ma guidata solo dalla ricerca della pace, secondo la sua vocazione” ha aggiunto Mons. Nugent.
“Spero quindi che questa Conferenza, che inizia oggi, non sia un'altra delle tante, ma sarà, grazie alla volontà di tutti i partecipanti, quella che permetterà alla nazione di sperare in giorni migliori, in termini sociopolitici. Questo è un desiderio e anche una preghiera. Nel nome del Santo Padre, Papa Francesco, vi prego, date a questo Paese una possibilità, perché come ha detto San Giovanni Paolo II durante la sua visita ad Haiti: "Qualcosa deve cambiare" qui. E Voi ne avete la pesante e nobile responsabilità” ha esortato il Nunzio.
La comunità internazionale è al vostro fianco per sostenere qualsiasi iniziativa inclusiva, concertata e consensuale” ha concluso Mons. Nugent.
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ASIA/FILIPPINE - Il Cardinale Tagle: "Essere dono per l'altro, sull'esempio di Cristo"

Gio, 30/01/2020 - 17:01
Manila - "Accogliere l'altro come un dono. Essere noi stessi un dono per l'altro, sull'esempio di Gesù Cristo che è un dono per l'umanità Egli è il dono più grande che abbiamo ricevuto, e quel dono porta frutto: noi stessi siamo il frutto del suo Spirito e della sua presenza, siamo coloro che testimoniano e portano questo dono di inestimabile valore al mondo": lo ha detto il Cardinale Luis Antonio Tagle, a conclusione della "Conferenza filippina per la nuova evangelizzazione", tenutasi a Manila il 28 e 29 gennaio 2020. L'evento ha radunato all'Araneta Coliseum, palazzetto dello sport di Quezn city, una delle città che compongono la "MetroManila", oltre diecimila fedeli tra sacerdoti, religiosi, giovani, adulti provenienti dalle parrocchie dell'arcidiocesi, riuniti per dare un segno tangibile di "comunione di comunità" e anche per salutare il cardinale Tagle, in procinto di iniziare il suo lavoro in Vaticano, come Prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli.
Come appreso dall'Agenzia Fides, il Cardinale - soffermandosi sul tema centrale del raduno, la prossimità - ha parlato della relazione interpersonale ricorrendo a un'immagine, quella del "tessitore": "Il cristiano - ha rimarcato - è colui che tesse con pazienza, sapienza e grazia una relazione umana. E' un'opera delicata, tanto facile da distruggere quanto faticosa da compiere. In questo senso il dialogo è parte di questa tessitura relazionale che significa avere uno stile di vita di apertura, fiducia, rispetto e fratellanza verso il prossimo, scorgendo il bene che c'è in lui, il seme di Dio in lui". Questo stile, ha proseguito "si alimenta anche grazie a fattori umani come la semplice condivisione di un pasto; o con l'ascolto e l'esecuzione della musica, che insegna l'armonia, come avviene nelle tre note di un accordo. Gentilezza e amicizia verso ogni persona sono fili di questo tessuto e lo è anche il sorriso, elemento tipico della cultura filippina, che sa vedere il buono, il positivo, l'azione di Dio anche in eventi dolorosi". "In quest'opera - ha sottolineato il card. Tagle - il tessitore principale è lo Spirito Santo, che unisce persone di differenti lingue, culture, tradizioni, nel suo amore. Siamo agenti e collaboratori dello Spirito Santo , quando partecipiamo di quest'opera di tessitura tra gli uomini". In questa prospettiva, ha spiegato, la Chiesa nelle Filippine vive lo speciale Anno dell'ecumenismo, del dialogo interreligioso e dei popoli indigeni che i Vescovi filippini hanno proclamato nel 2020, in preparazione al 500° anniversario dell'arrivo della fede nell'arcipelago .
Per rispondere alla domanda "Chi è il mio prossimo?" - ha proseguito il cardinale rivolgendosi alla vasta assemblea che lo ascoltava in religioso silenzio - "bisogna allora partire dal riconoscersi prossimo per gli altri. Possiamo costruire un mondo in cui l'altro è il mio prossimo , da accogliere e custodire; e io sono prossimo per l'altro. E' un'esperienza che ci porta a riconoscere l'unicità e la preziosità di ogni persona, a riconoscere se stessi come dono e a vedere il prossimo come un dono di Dio".
"Perché spesso non accade?" ha chiesto. "Perchè c'è la paura - ha detto - che alimenta atteggiamenti violenti , pregiudizi, ostilità, che possono durare anche per generazioni o avere dei destinatari collettivi, interi popoli. La paura dell'altro, del diverso, del non-cristiano spesso ci avvince. Solo partendo dalla verità su noi stessi, da gesti di umiltà e pentimento è possibile aprirsi all'altro e riconoscerlo come dono. Da qui scaturisce la gratitudine verso Dio, per averci fatto dono dell'altra persona. Questa gratitudine produce comunione, solidarietà e responsabilità, nel prendersi cura gli uni degli altri. Tutti noi portiamo un bisogno e tutti siamo un dono. Tu sei il dono che risponde al bisogno dell'altro", ha notato, citando l'atteggiamento del Buon Samaritano, la compassione. E ha concluso: "Cristo comprende e conosce i nostri bisogni e si è fatto dono per tutti noi, offrendo il suo corpo, il suo sangue , tutto se stesso per la nostra umanità. Cristo è il dono più grande che ispira il nostro essere dono per gli altri".


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OCEANIA/AUSTRALIA - Solidarietà e comunità: un coordinamento di enti cattolici per aiutare le vittime degli incendi

Gio, 30/01/2020 - 16:33
- “Gli incendi senza precedenti che hanno devastato l'Australia negli ultimi mesi sono stati occasione e l'elemento ​​catalizzatore di una più profonda collaborazione tra i vari ministeri cattolici. Per questo è nato il ‘Catholic Emergency Relief Australia’ , che fungerà da punto di coordinamento tra le varie realtà chiamate a rispondere alle catastrofi naturali. Le organizzazioni fondatrici sono la Conferenza episcopale cattolica australiana, Catholic Religious Australia, Catholic Social Services Australia e la National Catholic Education Commission”. E’ quanto si legge in una nota inviata all’Agenzia Fides dalla Conferenza Episcopale dei vescovi australiani. Già nelle scorse settimane, la Chiesa si era mobilitata con varie iniziative in risposta alle emergenze, come l'impegno portata avanti dalla congregazione di San Vincenzo de Paoli e da “Catholic Mission”, Direzione nazionale delle Pontificie Opere Missionarie in Australia.
Racconta nella nota pervenuta a Fides mons. Mark Benedict Coleridge, presidente della Conferenza episcopale australiana: “In questi giorni, le nostre parrocchie ricevono costantemente richieste da individui e famiglie che hanno bisogno di un posto dove stare, di nuovi vestiti, elettrodomestici, o anche solo di un orecchio disposto ad ascoltare. Gran parte del sostegno promosso da ‘Catholic Emergency Relief Australia’ verrà dal governo, dalla Chiesa e da altre organizzazioni di beneficenza, ma chiunque voglia proporsi come volontario può svolgere alcuni dei compiti urgenti per aiutare le vittime nella loro vita quotidiana”.
“La imponente risposta al dramma degli incendi e della siccità ha messo in luce ancora una volta la forza comunitaria della Chiesa cattolica”, ha concluso il vescovo, confermando l'impegno delle istituzioni cattoliche nei prossimi mesi, per venire incontro alle necessità degli sfollati interni e per far sì che possano riprendere la loro vita normale, uscendo dall'incubo degli incedi che per molto tempo l'ha destabilizzata e resa precaria.
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AFRICA/KENYA - “Non tenete la Bibbia sugli scafali, ma leggetela, meditatela per poi mettere in pratica la Parola di Dio”

Gio, 30/01/2020 - 11:41


Nairobi - È una cosa molto importante che il Santo Padre abbia pensato alla Parola di Dio, ricordando a tutti, in particolare ai cristiani e soprattutto ai cattolici, di frequentare la Parola di Dio leggendola, studiandola e meditandola” ha detto Sua Ecc. Mons. Philip Anyolo, Arcivescovo di Kisumu e Amministratore Apostolico di Homabay, che presiede la Conferenza dei Vescovi Cattolici del Kenya , in occasione della Domenica della Parola di Dio”, indetta da Papa Francesco con la Lettera apostolica “Aperuit Illis”.
Mons. Anyolo ha esortato cristiani a non tenere le loro bibbie sugli scaffali, ma di rendere la lettura della Parola una pratica quotidiana, e la Chiesa in Kenya a ravvivare l'interesse nella lettura della Bibbia.
L’Arcivescovo ha sottolineato l’importanza delle Piccole Comunità Cristiane nelle quali piccolo gruppi di fedeli si riuniscono per leggere, interpretare e comprendere a fondo la Bibbia.
Mons. Anyolo ha inoltre annunciato che la Chiesa in Kenya intende rendere disponibile la Bibbia per tutti, anche ai bambini.
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AFRICA/TOGO - “La Parola che ci illumina e nutre insieme al pane dell’Eucaristia”

Gio, 30/01/2020 - 11:20
Kolowaré - “Dio invia la sua Parola che si installa nei nostri cuori. Questa Parola ci invita ad incontrare gli altri e a mettersi in ascolto della loro esistenza, trovare tempo per dialogare, riconoscere, con occhi contemplativi, la presenza e l’azione di Dio nelle loro vite...” Anche nel villaggio di Kolowarè il 26 gennaio i fedeli hanno celebrato la “domenica della Parola di Dio”.
Padre Silvano Galli, sacerdote della Società per le Missioni Africane, ha raccontato all’Agenzia Fides come la popolazione si è approcciata a questo momento fortemente voluto da Papa Francesco. “Domenica 26 gennaio abbiamo preparato l’altare della nostra chiesa con due tavole: una del Pane e l’altra della Parola, davanti abbiamo posto una grande Bibbia circondata da addobbi e luminarie oltre ad un grosso cero a simboleggiare che è questa Parola che ci illumina e nutre insieme al pane dell’Eucaristia.”
“Inoltre - aggiunge il missionario - l’ultima domenica di gennaio si celebra anche la Giornata mondiale degli ammalati di lebbra e, ogni anno, qui a Kolowaré festeggiamo insieme ai nostri ammalati. Nell’omelia ho voluto metterli al centro dell’attenzione e ricordare tutti quelli che finora si sono sempre presi cura di loro, a partire dalla suore di Nostra Signora degli Apostoli che se ne occupano dal 1944. Nel 1958 erano 800, adesso gran parte dei vecchi sono deceduti, e ne restano una trentina.”
“Sempre in occasione della Domenica della Parola sono venuti a trovarci nel nostro villaggio anche gli amici del progetto Artemisia che davanti alla chiesa hanno offerto a tutti la tisana che cura la malaria”, conclude p. Galli.

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AMERICA/HAITI - Tre giorni di incontri presso la Nunziatura apostolica per risolvere la crisi politica

Gio, 30/01/2020 - 10:43
Port au Prince – Possibile svolta nella crisi politica haitiana. La Nunziatura a Port Au Prince ha infatti annunciato di rendere disponibile la propria sede per colloqui fra le parti politiche locali dal 29 al 31 gennaio.
In una nota pubblicata ieri, 29 gennaio, ed inviata a Fides, la Nunziatura precisa che "non parteciperà alle discussioni politiche" e, in modo conforme alla sua specifica vocazione, "non sostiene alcun partito politico o alcun attore politico della vita nazionale”. “Nel rendere disponibili i locali per gli incontri, la Nunziatura apostolica ad Haiti, in comunione con la Conferenza dei Vescovi di Haiti, è motivata unicamente dal desiderio di offrire una possibilità di pace e stabilità al Paese” precisa la nota.
L’incontro è organizzato dal Comitato haitiano per l'iniziativa patriottica , con il sostegno dei partner internazionali, come le Nazioni Unite , l'Ufficio integrato delle Nazioni Unite ad Haiti , l'Organizzazione degli Stati americani e la Nunziatura Apostolica.
La crisi politica, istituzionale, sociale ed economica che il Paese caraibico vive da oltre un anno, ha provocato reazioni popolari con numerose manifestazioni di piazza, spesso violente. La crisi ha anche causato il blocco delle attività delle comunità religiose, dei missionari e delle ONG, con conseguente impatto sulla popolazione che è priva di servizi essenziali.
La prima risposta dei gruppi politici e movimenti è stata positiva.

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ASIA/PAKISTAN - Rilasciati 42 cristiani accusati di "sedizione" dopo gli attacchi alle Chiese di Lahore

Gio, 30/01/2020 - 09:35
Lahore : “La giustizia ha prevalso e la speranza è stata ripristinata, grazie a Dio. Apprezziamo il lavoro della speciale Corte antiterrorismo di Lahore per la loro giusta decisione di rilasciare 42 prigionieri cristiani accusati di aver partecipato a scontri e rivolte dopo gli attentati suicidi che colpirono due Chiese a Lahore a marzo 2015": lo dice a Fides p. Qaisar Feroz OFM Cap, Segretario esecutivo della Commissione episcopale per le comunicazioni sociali, esprimendo soddisfazione e gratitudine anche verso "il governo del Pakistan, i leader della Chiesa cattolica, i leader politici cristiani, agli attivisti e ai difensori dei diritti umani”. P. Feroz inoltre afferma: "L'attuale governo sta dimostrando il suo impegno in favore alle minoranze religiose in Pakistan. Le 42 persone liberate sono capi-famiglia e le loro famiglie hanno sofferto molto negli ultimi 4 anni. Ora potranno nuovamente tornare alla vita normale".
Il calvario per i cristiani iniziò il 15 marzo 2015 a Lahore: nel quartiere cristiano di Youhanabad, due attentatori suicidi attaccarono due Chiese, la Christ Church e la St. John Church . Durante questi attacchi mortali più di 70 persone sono rimaste ferite e 15 persone sono morte tra i quali 11 cristiani e 4 musulmani. Tra i giovani deceduti, vi è il cristiano Akash Bashir - un giovane che ha fermato l'attentatore suicida all'ingresso della chiesa cattolica di San Giovanni, immolandosi per evitare una strage maggiore.
Dopo quegli attacchi i cristiani hanno protestato sulle strade della città e, nel corso delle proteste, due uomini musulmani persero la vita in una sorta di linciaggio, sospettati per essere collegati agli attentatori suicidi. La Chiesa e l'opinione pubblica condannarono questa reazione violenta. A seguito dei disordini, la polizia, dopo opportune indagini, registrò accuse contro i manifestanti per aver ucciso i due uomini e distrutto la proprietà del governo, avviando dei rastrellamenti nel quartiere di Youhanabad e 42 uomini cristiani furono arrestati. Nel 2016 un procedimento giudiziario fu avviato davanti alla Corte anti-terrorismo a Lahore.
Il 29 gennaio la Corte ha ordinato il rilascio di 42 uomini cristiani, mentre le famiglie loro hanno raggiunto un accordo per un risarcimento finanziario alle famiglie dei due musulmani uccisi.
Kashif Aslam, coordinatore della Commissione episcopale per la giustizia e la pace a Karachi, parlando a Fides, ha dichiarato: "È stato una enorme sofferenza per le famiglie di questi 42 accusati. Ora ci vorrà molto tempo perchè possano reinserirsi nel tessuto familiare in molti casi strappato o disgregato e trovare un lavoro". La Commissione ha lavorato per supportare queste famiglie in ogni modo possibile, riferisce.
Sabir Michael, attivista cattolico per i diritti umani, parlando con Fides, ha dichiarato: “È un momento di gioia per l'intera comunità. Anche se queste persone hanno bisogno di tempo per uscire da questo trauma, speriamo per il loro bene e per il bene delle loro famiglie".
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