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Le notizie dell'Agenzia Fides
Aggiornato: 56 min 42 sec fa

AMERICA/PERU'- Famiglie e senzatetto di Cuzco ricevono aiuto dalla Chiesa, mentre il freddo aggrava la situazione dovuta alla pandemia

Ven, 26/06/2020 - 22:48
Cusco - La Parrocchia di Santiago Apóstol nel distretto di Lamay, a Cusco, ha portato oltre 100 pacchi alle famiglie più vulnerabili della provincia di Calca, nell'ambito delle donazioni effettuate attraverso la campagna "Oggi e sempre, fai del bene", promossa dalla parrocchia in coordinamento con Cáritas Cusco. P. Julio Velazco Paz, parroco di questa comunità parrocchiale, ha intenzione di raggiungere ancora più famiglie che si trovano anche nelle comunità contadine della sua giurisdizione parrocchiale.
Anche la Parrocchia di San Agustín de Pomacanchi ha distribuito dozzine di coperte e cibo, donazioni di Cáritas Cusco e dei padri salesiani, ai più vulnerabili nei settori di Choracca, Sayaqrumy, Qoraccacha de Pomacanchi, raggiungendo più di 80 senzatetto. Nella Sierra peruviana è arrivato in questi giorni un freddo intenso, e la situazione diventa molto difficile per coloro che sono stati bloccati dalla pandemia.

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AMERICA/COLOMBIA- Allarme per la situazione sanitaria e l'indisciplina sociale nel Chocó

Ven, 26/06/2020 - 22:27
Chocò - Nel quadro della festa patronale del Cuore Immacolato di Maria, Patrona della diocesi di Quibdó, il Vescovo Mons. Juan Carlos Barreto Barreto, ha fatto una dura denuncia sulla precarietà del sistema sanitario e sull'indisciplina sociale nel dipartimento di Chocó in tempo di pandemia. La riflessione è stata pronunciata durante l'Eucaristia celebrata sabato 20 giugno, per la salute del dipartimento, in un momento di preghiera vissuto anche nelle diocesi di Istimina-Tadó e Apartadó.
In questa circostanza, il Vescovo di Quibdó ha dichiarato: "Ci uniamo per implorare il Cuore Immacolato di Maria per aiutarci in questo momento difficile che il Chocó sta attraversando a causa della pandemia di Covid-19, siamo vicini a 1.000 casi di persone infette nel dipartimento 35 persone sono già morte per questa causa. Il nostro sistema sanitario sta crollando, purtroppo la debolezza istituzionale per la prevenzione e la detenzione non è stata efficiente e l'indisciplina sociale aggrava la situazione”.
Prendendo spunto dalla lettura del giorno, tratta dall'evangelista San Luca, il Vescovo ha proposto una riflessione che ha toccato quattro argomenti: cura personale, sistema sanitario, salute mentale e salute spirituale.
In Colombia le celebrazioni per il Sacro Cuore di Gesù e per il Cuore Immacolato di Maria sono molto sentite e coinvolgono gran parte della popolazione. Di fronte al collasso del sistema sanitario, generato dalla diffusione del coronavirus in questa regione, la Chiesa cattolica e organizzazioni della popolazione locale hanno fatto appello urgente alla comunità internazionale per avere il supporto necessario per superare questo drammatico momento.. Riguardo al Covid, la Colombia conta 77.115 casi e più di 2.500 morti.

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ASIA/INDIA - Oltre ogni discriminazione: la comunità cattolica di Ranchi impegnata con aiuti ai musulmani e alle famiglie tribali

Ven, 26/06/2020 - 11:33
Ranchi - Portare aiuti umanitari, solidarietà e consolazione all'umanità, senza alcuna discriminazione di etnia, religione:, cultura classe sociale con questo spirito l'Arcidiocesi di Ranchi, nello stato indiano di Jharkhand raggiunge e assiste famiglie di musulmani e tribali con beni di prima necessità, mentre è in vigore il blocco delle attività, dovuto al Covid-19. Come appreso da Fides, l'Arcivescovo Felix Toppo e il Vescovo ausiliare Theodore Mascarenhas, insieme con sacerdoti, seminaristi e giovani hanno beneficiato con aiuti umanitari oltre 300 famiglie bisognose appartenenti a vari settori della società.
L'iniziativa ha avuto un'eco speciale e un coinvolgimento maggiore in occasione della festa del Sacro Cuore di Gesù, il 19 giugno. "La festa indica l'amore traboccante del cuore di Dio che fluisce verso l'umanità attraverso la persona di Gesù. I cristiani sono chiamati a condividere questo stesso amore con gli altri", ha affermato a Fides l'Arcivescovo Toppo. La distribuzione di kit alimentari includeva riso, legumi, soia, sale e altri alimenti per il sostentamento di famiglie bisognose.
Il presidente della gioventù cattolica dell'Arcidiocesi di Ranchi, Kuldip Tirkey, ha spiegato a Fides il significato del gesto notando che "l'aiuto viene fornito a tutte le persone bisognose senza distinzioni di casta, credo, etnia". I leader delle comunità locali hanno organizzato la distribuzione in ogni luogo e l'iniziativa ha riscosso grande apprezzamento nella società, mentre il blocco nazionale, imposto dal governo federale il 25 marzo, cerca di contenere la diffusione del Covid-19. In moltissime diocesi in India, vescovi, sacerdoti e suore hanno contattato migranti in difficoltà, donne, famiglie povere e altri distribuendo cibo, medicine e altri beni essenziali.
La speciale attenzione della diocesi di Ranchi ai gruppi discriminati e svantaggiati - hanno ricordato i leader cattolici locali - si evince anche dalla recente nomina di una donna cristiana tribale, divenuta Vice-cancelliere di un'università dello Jharkhand: nelle scorse settimane Sonajharia Minz, professore presso la prestigiosa Università Jawaharlal Nehru di Nuova Delhi, è stata nominata tra i leader dell'Università Sido Kanhu Murmu in Jharkhand. Si auspica che la nomina possa contribuire a superare i pregiudizi verso i popoli tribali e ispirare molte più ragazze a intraprendere un percorso di studi accademici.
Nello stato di Jharkhand, su 32 milioni di abitanti, vivono circa nove milioni di tribali. Circa 1,5 milioni di persone nello stato sono cristiani, la metà dei quali cattolici.


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ASIA/ISRAELE - La Corte di Gerusalemme respinge il ricorso del Patriarcato ortodosso sugli immobili acquisiti da Ateret Cohanim

Ven, 26/06/2020 - 11:24
Gerusalemme - La Corte distrettuale di Gerusalemme ha respinto in maniera definitiva l’istanza presentata dal Patriarcato greco ortodosso di Gerusalemme che chiedeva di annullare la vendita di tre proprietà immobiliari patriarcali all’organizzazione di coloni ebrei Ateret Cohanim. Il pronunciamento del tribunale israeliano – riferiscono i media d’Israele – è avvenuto mercoledì 24 giugno, e sembra chiudere definitivamente la battaglia legale sui beni immobili contesi, protrattasi per quasi 16 anni.
Due dei tre edifici in questione, l’Hotel “Petra” e l’Hotel “Imperial”, si trovano nei pressi della Porta di Giaffa, considerata l’entrata più diretta per accedere al quartiere cristiano della Città Vecchia di Gerusalemme.
La vendita era avvenuta nel 2004, e la notizia della cessione aveva provocato proteste e malumori in seno alla comunità cristiana greco ortodossa, culminati con la deposizione del Patriarca Ireneo I da parte del Santo Sinodo con l’accusa di alienazione indebita di immobili del Patriarcato.
Nell’agosto 2017, ia Corte distrettuale di Gerusalemme aveva già respinto le iniziative legali con cui il Patriarcato greco ortodosso di Gerusalemme aveva tentato di far riconoscere come “illegali” e “non autorizzate” le acquisizioni dei tre immobili contesi da parte di Ateret Cohanim. Dopo quella sentenza, i Patriarchi e i Capi delle Chiese di Gerusalemme avevano firmato un documento congiunto in cui denunciavano il “tentativo sistematico per minare l'integrità della Città Santa” e “per indebolire la presenza cristiana in Terra Santa”. Un progetto che, a giudizio dei Capi delle Chiese di Gerusalemme, si manifestava anche nelle “violazioni dello Status Quo” dei Luoghi Santi. Nel loro documento congiunto, firmato anche da Teophilos III, Patriarca greco ortodosso di Gerusalemme, e dall'Arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, Amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme, si esprimeva ferma opposizione a “qualsiasi azione” messa in atto da “qualsiasi autorità o gruppo” che abbia l'effetto di violare e minare “leggi, accordi e regolamenti che hanno disciplinato la nostra vita per secoli”. Il Patriarcato ortodosso di Gerusalemme aveva presentato ricorso contro la sentenza del 2017 presso la Corte suprema d’Israele, che il 10 giugno 2019 aveva confermato la regolarità del passaggio di proprietà degli immobili, legittimamente acquistati da intermediari stranieri che agivano per conto di Ateret Cohanim. Poi, nel dicembre 2019, il contenzioso legale si era riaperto, dopo che un giudice del Tribunale distrettuale di Gerusalemme aveva messo in discussione il precedente pronunciamento della Corte suprema, aprendo di fatto alla possibilità di dare inizio a un nuovo processo sulla controversa questione. Adesso, l’ennesimo pronunciamento della Corte distrettuale di Gerusalemme sembra segnare la fine definitiva del braccio di ferro intorno agli immobili contesi della Città vecchia di Gerusalemme. Ma non è detta l’ultima parola: il Patriarcato greco ortodosso di Gerusalemme ha reagito agli ultimi sviluppi della vicenda con un comunicato in cui viene espresso “stupore” per lq decisione della Corte distrettuale, bollata come ingiusta, e si rende nota la volontò di intentare un ulteriore ricorso, sottoponendo di nuovo la questione all’attenzione della Corte Suprema d’Israele.
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AFRICA/KENYA - I Vescovi: “Siano le famiglie a curare l’educazione affettiva dei figli”

Ven, 26/06/2020 - 11:03
Nairobi – "I genitori hanno il privilegio e l'obbligo dato da Dio di dare la vita e di educare i figli, specialmente in materia di virtù, valori e costruzione del carattere, compresa l'educazione alla sessualità umana adeguata all'età” afferma la Conferenza Episcopale del Kenya in una dichiarazione letta da Sua Ecc. Mons. Joseph Mbatia, Vescovo di Nyahururu, nella Basilica minore della Sacra Famiglia il 21 giugno, durante la festa del Sacro Cuore di Gesù.
Mons. Mbatia, che è Presidente della Catholic Health Commission. ha condannato il tentativo di alcune associazioni che chiedono l'introduzione dell'istruzione sessuale completa nelle scuole come mezzo per frenare le gravidanze adolescenziali che sono aumentate durante il confinamento per il Covid-19.
Il Vescovo di Nyahururu ha affermato che i bambini sono a rischio di violenza domestica per l’abuso di alcol e di droghe. "Ribadiamo la nostra convinzione che forti valori familiari e la responsabilità dei genitori nel nutrire e tutelare i bambini, possano fare molto per sradicare o ridurre significativamente lo sfruttamento sessuale dei bambini e le conseguenti gravidanze adolescenziali" ha affermato Mons. Mbatia.
In Kenya si è creato un intenso dibattito sulle statistiche allarmanti di un'indagine del Kenya Health Information System che indica un preoccupante aumento del numero di ragazze adolescenti che hanno concepito durante il lock down per contenere la pandemia di Covid-19.
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AFRICA/KENYA - “Siano le famiglie a curare l’educazione affettiva dei figli” dicono i Vescovi

Ven, 26/06/2020 - 11:03


Nairobi – "I genitori hanno il privilegio e l'obbligo dato da Dio di dare la vita e di educare i figli, specialmente in materia di virtù, valori e costruzione del carattere, compresa l'educazione alla sessualità umana adeguata all'età” afferma la Conferenza Episcopale del Kenya in una dichiarazione letta da Sua Ecc. Mons. Joseph Mbatia Vescovo di Nyahururu nella Basilica minore della Sacra Famiglia il 21 giugno, durante la festa del Sacro Cuore di Gesù-
Mons. Mbatia, che è Presidente della Catholic Health Commission ha condannato il tentativo di alcune associazione che chiedono l'introduzione dell'istruzione sessuale completa nelle scuole come mezzo per frenare le gravidanze adolescenziali che sono aumentate durante il confinamento per il COVID-19.
Il Vescovo di Nyahururu ha affermato che i bambini sono a rischio di violenza domestica e per l’abuso di alcol e di droghe. "Ribadiamo la nostra convinzione che forti valori familiari e la responsabilità dei genitori nel nutrire e tutelare i bambini, possano fare molto per sradicare o ridurre significativamente lo sfruttamento sessuale dei bambini e le conseguenti gravidanze adolescenziali", ha affermato Mons. Mbatia.
In Kenya si è creato un intenso dibattito sulle statistiche allarmanti di un'indagine del Kenya Health Information System che indica un preoccupante aumento del numero di ragazze adolescenti che hanno concepito durante il lock down per contenere la pandemia di Covid-19.
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AFRICA/SUDAFRICA - “Dobbiamo combattere la violenza sessuale come stiamo combattendo il Covid-19” affermano i Vescovi

Ven, 26/06/2020 - 10:17
Johannesburg - “Da quando il Paese è entrato nella terza fase di confinamento per il Covid-19, si è avuta un’ondata di violenze di genere e femminicidi, che condanniamo fermamente e senza riserve” afferma la Commissione “Giustizia e Pace” della Conferenza Episcopale dell'Africa australe in una dichiarazione pervenuta all’Agenzia Fides. “Giustizia e Pace” chiede un approccio innovativo alla lotta contro la violenza di genere prendendo a modello “la risposta alla pandemia di Covid-19 che ha visto il coinvolgimento di dipartimenti governativi, settore economico, società civile e cittadini comuni nello sforzo di appiattire la curva di infezione”.
I Vescovi notano che se i dipartimenti governativi, il settore imprenditoriale e la società civile sono stati in grado di mettere in comune le risorse finanziarie e, insieme ai cittadini ordinari, conformarsi alle rigorose misure di allontanamento fisico e sociale nella lotta contro il Covid-19, allora "siamo del parere che sia possibile che un simile approccio possa essere utilizzato nella lotta alla violenza di genere e al femminicidio".
I Vescovi hanno affermato che la Chiesa deve fare la sua parte e hanno invitato tutte le parrocchie a predicare il messaggio chiaro che Dio dice "No" alla violenza inflitta dagli uomini a donne e bambini. “Dio ha creato tutto il nostro essere: cuore, mente e corpo. Quei corpi che vengono assaliti sono amati da Cristo. Questi corpi rimangono preziosi. Dio è profondamente addolorato quando infliggiamo violenza di genere a chiunque. Riteniamo che il recupero delle persone violente sia possibile. Il cambiamento è possibile. Dobbiamo anche lavorare per la guarigione delle vittime. Il nostro lavoro deve essere quello di educare e prevenire la violenza di genere. Noi come Chiesa abbiamo contribuito a questo flagello attraverso la nostra negazione, il nostro silenzio, la nostra resistenza e la nostra mancanza di preparazione" continua la dichiarazione.
Prima della pandemia di Covid-19, la violenza domestica in Sudafrica era già a livelli altissimi. Nella prima settimana del blocco, la polizia ha ricevuto oltre 87.000 denunce di violenze di genere. Forzare vittime e carnefici a rimanere negli stessi confini fisici ha fatto aumentare il numero, la frequenza e l'intensità di episodi di violenza domestica e di abusi. Almeno 21 donne e bambini sono stati assassinati in Sudafrica durante il confinamento, cinque dei quali a giugno.
La scorsa settimana il Presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha definito la violenza di genere una "seconda pandemia" nel Paese in cui il Covid-19 ha infettato oltre 97.000 persone e ne ha uccise 1.930. “Come Paese, ci troviamo in mezzo non a una, ma a due, devastanti epidemie. Anche se molto diverse nella loro natura e causa, possono entrambe essere superate se lavoriamo insieme, se ognuno di noi si assume la responsabilità personale delle proprie azioni e se ognuno di noi si prende cura l'uno dell'altro" ha detto il Presidente il 17 giugno.
“È con il cuore pesante che sto davanti alle donne e alle ragazze del Sudafrica questa sera per parlare di un'altra pandemia che sta imperversando nel nostro paese: l'uccisione di donne e bambini da parte degli uomini del nostro Paese. Come uomo, come marito e come padre, sono sconvolto da ciò che non è altro che una guerra condotta contro le donne e i bambini del nostro Paese" ha aggiunto Ramaphosa. “In un momento in cui la pandemia ci ha lasciato tutti vulnerabili e incerti, la violenza viene scatenata su donne e bambini con una brutalità che sfida la comprensione. Questi stupratori e assassini camminano in mezzo a noi. Sono nelle nostre comunità. Sono i nostri padri, i nostri fratelli, i nostri figli e i nostri amici; uomini violenti senza alcun riguardo per la santità della vita umana”.

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AFRICA/SUDAFRICA - “Dobbiamo combattere la violenza sessuale come stiamo combattendo il COVID-19” dicono i Vescovi

Ven, 26/06/2020 - 10:17


Johannesburg “Da quando il Paese è entrato nella terza fase di confinamento peril COVID-19 si è avuta un’ondata di violenze di genere e il femminicidio che condanniamo fermamente e senza riserve” affermano la Commissione “Giustizia e Pace” della Conferenza Episcopale dell'Africa australe in una dichiarazione pervenuta all’Agenzia Fides. “Giustizia e Pace” chiede un approccio innovativo alla lotta contro la violenza di genere prendendo a modello “la risposta alla pandemia di COVID-19 che ha visto il coinvolgimento di dipartimenti governativi, settore economico, società civile e cittadini comuni nello sforzo per appiattire la curva di infezione”.
I Vescovi notano che se i dipartimenti governativi, il settore imprenditoriale e la società civile sono stati in grado di mettere in comune le risorse finanziarie e, insieme ai cittadini ordinari, conformarsi alle rigorose misure di allontanamento fisico e sociale nella lotta contro COVID-19, allora "siamo del parere che sia possibile che un simile approccio possa essere utilizzato nella lotta alla violenza di genere e al femminicidio ".
I Vescovi hanno affermato che la Chiesa deve fare la sua parte e hanno invitato tutte le parrocchie a predicare il messaggio chiaro che Dio dice "No" alla violenza inflitta dagli uomini a donne e bambini.
“Dio ha creato tutto il nostro essere: cuore, mente e corpo. Quei corpi che vengono assaliti sono amati da Cristo. Questi corpi rimangono preziosi. Dio è profondamente addolorato quando infliggiamo violenza di genere a chiunque. Riteniamo che il recupero delle persone violente sia possibile. Il cambiamento è possibile. Dobbiamo anche lavorare per la guarigione delle vittime. Il nostro lavoro deve essere quello di educare e prevenire la violenza di genere. Noi come Chiesa abbiamo contribuito a questo flagello attraverso la nostra negazione, il nostro silenzio, la nostra resistenza e la nostra mancanza di preparazione", continua la dichiarazione.
Prima della pandemia di COVID-19, la violenza domestica in Sudafrica era già a livelli altissimi. Nella prima settimana del blocco, la polizia ha ricevuto oltre 87.000 denunce di violenze di genere. Forzare vittime e carnefici a rimanere negli stessi confini fisici ha fatto aumentare il numero, la frequenza e l'intensità di episodi di violenza domestica e abusi. Almeno 21 donne e bambini sono stati assassinati in Sudafrica durante il confinamento, cinque dei quali a giugno.
La scorsa settimana il Presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha definito la violenza di genere una "seconda pandemia" nel Paese in cui COVID-19 ha infettato oltre 97.000 persone e ucciso 1.930.
“Come Paese, ci troviamo in mezzo non a una, ma a due, devastanti epidemie. Anche se molto diverse nella loro natura e causa, possono entrambe essere superate se lavoriamo insieme, se ognuno di noi si assume la responsabilità personale delle proprie azioni e se ognuno di noi si prende cura l'uno dell'altro", ha detto il Presidente il 17 giugno.
“È con il cuore pesante che sto davanti alle donne e alle ragazze del Sudafrica questa sera per parlare di un'altra pandemia che sta imperversando nel nostro paese: l'uccisione di donne e bambini da parte degli uomini del nostro Paese. Come uomo, come marito e come padre, sono sconvolto da ciò che non è altro che una guerra condotta contro le donne e i bambini del nostro Paese " ha aggiunto Ramaphosa. “In un momento in cui la pandemia ci ha lasciato tutti vulnerabili e incerti, la violenza viene scatenata su donne e bambini con una brutalità che sfida la comprensione. Questi stupratori e assassini camminano in mezzo a noi. Sono nelle nostre comunità. Sono i nostri padri, i nostri fratelli, i nostri figli e i nostri amici; uomini violenti senza alcun riguardo per la santità della vita umana”.

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VATICANO - Il Cardinale Tagle: "Il linguaggio dell'evangelizzazione è quello della carità"

Ven, 26/06/2020 - 10:16
Roma - Per annunciare il Vangelo oggi, il linguaggio meglio compreso dall'umanità è quello della carità, non delle grandi spiegazioni teologiche. Per questo i religiosi Viincenziani hanno un ruolo particolare, connesso con il carisma: San Vincenzo de' Paoli e Santa Luisa Di marillac , sono stati "un segno potente di questo linguaggio". E' quanto ha detto il Cardinale Luis Antonio Tagle, Prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, rivolgendosi ai Vincenziani, in una recente visita alla Congregazione della Missione. Come appreso dall'Agenzia Fides, accogliendo l’invito del Superiore generale, P. Tomaž Mavrič, il Cardinale ha incontrato il 17 giugno i membri della Curia generalizia a Roma.
Parlando con i religiosi, il Cardinale ha sottolineato tre compiti specifici e importanti ancora oggi: essere ispiratori della carità nei confronti di altre persone; impegnarsi in una carità che “forma comunità”; continuare il servizio di promuovere la carità attiva nella formazione del clero .
Riferendosi alla "nuova evangelizzazione" il Prefetto di Propaganda Fide ha rimarcato una sorta di ambiguità di quest’espressione , in quanto in alcuni essa ha suscitato entusiasmo, in altri sorpresa, visto che "l’evangelizzazione è sempre nuova: semmai sta a noi riscoprirne il carattere di perenne novità". "La sfida attuale, ha detto - sta nel discernere come possiamo presentare il Vangelo, che è sempre lo stesso, in un mondo che cambia".
Un aspetto emerso dal dibattito, è stato quello di un’eccessiva accentuazione intellettuale, se non accademica, della formazione teologica lungo la storia della Chiesa, mentre quello intellettuale dovrebbe essere solo un aspetto di una formazione più integrale. Anche quello del discepolato risulta un aspetto essenziale: va riscoperto con urgenza, se si vuole evitare che la formazione teologica scada in ideologismi, come spesso è accaduto. ha sottolineato dice il Cardinale.
L’ultima questione toccata durante l'incontro è stata relativa alla cura della Casa comune, con riferimento all'enciclica Laudato si’. Il Cardinale ha riferito le parole di Papa Francesco, per il quale l'enciclica non è un documento ecologico, bensì un documento della dottrina sociale della Chiesa. Si nota ancora, però, un interesse non adeguato a tali questioni, nemmeno tra preti e vescovi. mentre si trovano assonanze con le campagne dei movimenti ecologistici, con i quali pure esiste una notevole differenza: laddove i cristiani parlano di "tutela e salvaguardia della Creazione" e di un'opera di Dio, per loro si tratta semplicemente di "natura" o ambiente.
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OCEANIA/PAPUA NUOVA GUINEA - Il Nunzio apostolico: "I laici cattolici: santi e inviati al servizio"

Ven, 26/06/2020 - 09:58
Port Moresby: “È nostra massima responsabilità dare una formazione adeguata ai laici e metterli in condizione di esercitare il loro ruolo speciale nella vita e nella missione della Chiesa in Papua Nuova Guinea e Isole Salomone”: lo ha detto il Nunzio apostolico, mons. Kurian Matthew Vayalunkal, rivolgendosi ai Vescovi di in occasione della 61a Assemblea Generale Annuale della Conferenza Episcopale di Papua Nuova Guinea e Isole Salomone . “Sebbene ci siano tante sfide da affrontare, siamo benedetti con così tanti fedeli devoti che vivono quotidianamente la loro fede in situazioni difficili, e dobbiamo concentrarci e investire di più in loro”, ha continuato il Nunzio, esortando i Vescovi a riflettere sul loro impegno verso i laici.
Mons. Vayalunkal ha proseguito così, come la nota pervenuta all’Agenzia Fides: “Come Vescovi tendiamo le mani per toccare i cuori degli abbandonati, emarginati, ignorati ed esclusi, nel tentativo di elevare queste persone e ripristinare la loro dignità e il loro legittimo posto nella società” , incoraggiando i leader della Chiesa ad "andare alla ricerca del perduto, dell'ultimo e dell’emarginato" . “Il coraggio di quanti nel Vangelo si avvicinano a Gesù è una grande lezione per tutti. Anche noi dobbiamo imparare ad andare da Lui, per cercare il suo volto misericordioso. Gesù provò pietà e allungò la mano per aiutare”, ha detto, ricordando parole del lebbroso che nel Vangelo di Matteo si avvicina a Gesù dicendogli "Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi".
Rivolto ai Vescovi, il Nunzio Apostolico li ha ringraziati per la loro collaborazione in mezzo a tante sfide, ha parlato dell'importante ruolo che i laici hanno svolto nella formazione e nelle opere della Chiesa e ha esortato i laici ad attuare i loro piani pastorali diocesani. Ha poi auspicato il sostegno reciproco, l'assistenza e la collegialità tra i Vescovi, la cura dei sacerdoti che vivono in isolamento in luoghi remoti mentre si prendono cura del popolo di Dio in più parrocchie. Parlando di "promozione vocazionale", ha messo inoltre in luce la necessità di prendersi cura delle famiglie che sono fondamenta delle vocazioni.
Mons. Vayalunkal ha quindi concluso il suo intervento ringraziando il Signore per aver protetto Papua Nuova Guinea e Isole Salomone dal disastro della pandemia e ha condiviso il "Decalogo" che Papa Francesco ha presentato a tutti i Rappresentanti pontifici il 13 giugno 2019. "Il Vescovo deve essere un uomo di Chiesa e un uomo di Dio, un uomo di zelo apostolico e uno di riconciliazione, un uomo del papa e un uomo di iniziativa, un uomo di obbedienza e una persona di preghiera, un uomo di carità e un uomo di umiltà ".
L’incontro assembleare dei Vescovi, incentrato sul tema "I nostri laici cattolici: santi e inviati al servizio" è iniziato il 23 giugno e si concluderà il prossimo 3 luglio a Waigani. Per l’occasione si sono riuniti 17 vescovi delle diocesi cattoliche in tutto il paese, don Ryzard Wadja, SVD, amministratore delegato, e il segretario generale della Conferenza episcopale di PNGSI, p. Giorgio Licini, PIME. I Vescovi delle Isole Salomone non hanno potuto partecipare a causa delle restrizioni imposte sui viaggi a causa del coronavirus. L'Assemblea era prevista per il mese di aprile, ma è stata rinviata a causa delle misure di blocco approvate dal governo per contenere l'epidemia di Covid-19 nel paese.


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AMERICA/URUGUAY - I Vescovi: "La nostra società deve sostenere leggi che prevengano e scoraggino qualsiasi tipo di eutanasia e suicidio assistito"

Ven, 26/06/2020 - 09:11
Montevideo - "Abbiamo bisogno di un Uruguay che accolga, protegga, promuova e accompagni ogni persona durante la sua esistenza, compreso lo stadio finale della sua vita terrena, attraverso l'aiuto fondamentale della famiglia, della medicina palliativa e della autentica esperienza religiosa": lo sottolineano i Vescovi dell'Uruguay nella loro “Dichiarazione sull'eutanasia e il suicidio assistito dal punto di vista medico” con cui intendono contribuire al dibattito pubblico su una questione così rilevante.
Il testo è stato presentato presso la sede della Conferenza episcopale dell'Uruguay dal Segretario generale e portavoce della CEU, Mons. Milton Tróccoli, Vescovo di Maldonado-Punta del Este-Minas, e da Mons. Pablo Jourdan, Vescovo ausiliare di Montevideo, dottore in Medicina. I Vescovi ribadiscono che “non è eticamente accettabile causare la morte di una persona malata, nemmeno per evitare il dolore e la sofferenza, anche se lo richiede espressamente. Né il paziente, né il personale sanitario, né i familiari hanno il potere di decidere o causare la morte di una persona... tale azione costituisce un tipo di omicidio realizzato in un contesto clinico". Il documento inoltre sottolinea che non è "eticamente accettabile l’ostinazione terapeutica che consiste nel voler prolungare la vita del paziente a tutti i costi, sapendo che non ci sono benefici per il paziente stesso”.
"La nostra società deve sostenere leggi che impediscano e scoraggino qualsiasi tipo di eutanasia e di suicidio assistito" chiede la Conferenza episcopale, spiegando che “legalmente, un progetto a favore dell'eutanasia e del suicidio medicalmente assistito, implica il cambiamento del valore assoluto della vita umana e del suo carattere come diritto umano fondamentale inalienabile, contro la Costituzione e i Diritti umani". Si apre la porta a una catena di violazioni della dignità della persona umana quando si cerca di legalizzare l'eutanasia e l'assistenza al suicidio, usando termini generici come "sofferenza insopportabile" e quando li si vuole giustificare con concetti vaghi come "autonomia assoluta", "vita indegna di essere vissuta" e "morte degna". Nessuno di questi termini ha interpretazioni chiare e univoche, ribadisce il documento, ricordando che l'esperienza in altri paesi dimostra che si finisce per provocare diversi abusi.
I Vescovi concludono la Dichiarazione invocando l'Altissimo perché “illumini i rappresentanti del Popolo affinché legiferino alla luce della dignità della persona e dei diritti umani” e “guidi e dia forza al personale sanitario, alle comunità e alle famiglie cristiane, affinché si prendano cura e rispettino il valore incondizionato delle persone che si avvicinano alla fine della vita”.
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AFRICA - L’appello al cessate il fuoco per la crisi COVID-19 non è stato recepito in Africa

Gio, 25/06/2020 - 11:47

Roma – L’appello al cessate il fuoco per la crisi COVID-19 in aree di conflitto armato lanciata da alcuni leader mondiali, tra cui Papa Francesco e il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, è stato ignorato in Africa, secondo i Vescovi delle realtà interessate.
Le ostilità non sono cessate ad esempio nelle aree secessioniste di lingua inglese del Camerun, come testimonia Sua Ecc. Mons. Andrew Nkea Fuanya, Arcivescovo di Bamenda, che ha riferito che i leader secessionisti che avevano accettato di firmare un cessate il fuoco generale, "in effetti non hanno molta influenza su coloro che combattono sul campo".
Il Camerun, dove l'80% degli abitanti è di lingua francese e il 20% di lingua inglese, vive nelle regioni di lingua inglese una situazione di conflitto dal 2016. La protesta pacifica degli abitanti che si sentono emarginati dal governo centrale, si è trasformata in lotta armata a bassa intensità. Nonostante alcuni tentativi di mediazione il conflitto non si è ancora risolto.
Nella vicina Nigeria, nonostante il pericolo di carestia che la pandemia COVID-19 pone alla parte più povera della popolazione, "siamo ancora in balia degli sporadici attacchi terroristici di Boko Haram, in particolare nel nord del Paese ", ha Sua Ecc. Mons. Ignatius Ayu Kaigama , Arcivescovo di Abuja.
I media locali hanno recentemente riferito dell'uccisione di almeno 11 persone a causa della violenza tra le comunità Tungwa e Utsua-Daa.
Il clero della diocesi di Jalingo ha emesso una dichiarazione collettiva il 17 giugno invitando tutte le parti in conflitto a "dare una possibilità alla pace" e a salvare lo Stato dalle violenze.
Nella Repubblica Centrafricana, Sua Ecc. Mons. Bertrand Guy Richard Appora-Ngalanibé Arcivescovo di Bambari ha affermato che i gruppi armati non hanno chiaramente ricevuto il messaggio del cessate il fuoco "Sfortunatamente, in alcune regioni della Repubblica Centrafricana, i gruppi armati sono impegnati in battaglie strategiche volte ad affermare la loro supremazia e continuare a saccheggiare le risorse naturali del paese", ha affermato
Mons. Guy Richard, tuttavia, ha espresso ottimismo nelle iniziative interreligiose sul programma di sensibilizzazione COVID-19: "Con il sostegno dei nostri fratelli protestanti e musulmani, riuniti come parte della Piattaforma interreligiosa delle religioni a Bambari, ci sforziamo di aumentare la consapevolezza - per attivare campagne contro la pandemia, poiché molte persone non sono ancora consapevoli del pericolo”.

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ASIA/FILIPPINE - Covid-19: le Chiese filippine sostengono e assistono 4,5 milioni di famiglie

Gio, 25/06/2020 - 11:47
Manila - Le Chiese cristiane nelle Filippine, e tra loro la Chiesa cattolica, sostengono e e aiutano 4,5 milioni di famiglie con beni di prima necessità e altre forme di sostegno, a partire dal 15 marzo, data in cui è entrato in vigore il "blocco" di ogni attività, per arginare a diffusione del coronavirus. Come Fides apprende dal "Forum delle organizzazioni filippine basate sulla fede" , rete ecumenica diffusa nelle diocesi e nelle chiese cristiane , le Chiese e organizzazioni a loro collegate hanno distribuito finora assistenza finanziaria e in beni di prima necessità a persone per un valore di 30 milioni di dollari, secondo dati rilevati fino al 18 giugno. I tre maggiori Consigli - la Conferenza episcopale delle Filippine , il Consiglio nazionale delle chiese nelle Filippine e il Consiglio filippino delle chiese evangeliche - hanno costituito il Forum come organismo di mutua cooperazione.
"I gruppi basati sulla fede, in varie chiese, sono sempre stati accanto alle persone indigenti. Durante questa pandemia, le chiese hanno unito gli sforzi e le risorse per aiutare i bisognosi", ha affermato a Fides padre Edwin Gariguez, segretario esecutivo della National Secretariat for Social Action dei Vescovi cattolici filippini. "La crisi sanitaria causata dallo scoppio di Covid-19 sfida tutti i cristiani e le chiese a trovare il modo di agire e di dare un contributo per affrontare le crisi umanitarie", ha detto.
Le autorità ecclesiali stanno incoraggiando le persone a coinvolgersi nel volontariato, in vari programmi di aiuto e anche per esplorare modi per raccogliere fondi tra persone e comunità. Il Vescovo protestante Noel Pantoja, a capo dei Servizi di soccorso e sviluppo di quella Chiesa, ha affermato: "Tutte le comunità cristiane del Paese hanno la responsabilità di rispondere ai reali bisogni delle persone, nonostante il blocco. In questi tempi difficili, il lavoro missionario delle Chiese deve continuare con il sacrificio e l'impegno",.
Minnie Anne Mata-Calub dell'NCCP ha ricordato che "da sempre, le organizzazioni non governative, gruppi cristiani e altri associazioni umanitarie legate al mondo cristiano rendono un servizio di aiuto alle persone. A volte, il governo non riconosce il loro contributo , ma questo apporto è ben chiaro a tutti coloro che ne sono stati beneficiati. In questa crisi - ha aggiunto - è necessario che le Chiese e il governo lavorino fianco a fianco per il bene comune".
"In questa situazione , tutte le risorse vanno utilizzate con cura e con intelligenza", ha affermato Jing Rey Henderson, responsabile delle comunicazioni della Caritas Filippine, rimarcando che questo è l'obiettivo della stretta collaborazione tra le Chiese di diverse confessioni. "In tempo di crisi, le persone vulnerabili, in particolare le comunità colpite dal disastro e toccate dalla povertà, devono poter ricevere il sostegno necessario per il sostentamento quotidiano, per superare il momento difficile , per rialzarsi e tornare a sperare".
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VATICANO - Aiuti alle diocesi del Bangladesh dal Fondo di Emergenza Covid-19 delle POM

Gio, 25/06/2020 - 11:30
Città del Vaticano - Fin dall’inizio della pandemia di Covid-19, la diocesi di Barishal in Bangladesh, che comprende 11 distretti civili, si è adoperata per aiutare la popolazione a fermare il contagio, sia attraverso i suoi dispensari, con l’aiuto dei medici che hanno offerto prestazioni e medicinali, che dando indicazioni precise alle parrocchie. I poveri sono quelli che soffrono maggiormente le conseguenze dell’isolamento: la maggior parte della popolazione infatti vive di lavori a giornata, e non potendo uscire non ha di che sfamarsi. Anche i piccoli coltivatori non possono trasportare i loro prodotti e venderli per ricavare un minimo sostentamento. Dal momento che le scuole sono chiuse, gli insegnanti ed il personale scolastico non ricevono lo stipendio da mesi, mettendo in crisi finanziaria anche le loro famiglie. La diocesi sta cercando di aiutare come può tutte queste persone, fornendo aiuti alimentari anche alle popolazioni indigene, che vengono discriminate nella distribuzione degli aiuti statali ma che hanno urgente bisogno a loro volta di essere aiutate.
La diocesi di Barishal è una delle numerose diocesi del mondo a cui il Fondo di emergenza istituito da Papa Francesco presso le Pontificie Opere Missionarie ha inviato aiuti per sostenere le Chiese dei paesi di missione di fronte all’emergenza Covid-19 . Sempre in Bangladesh, rispondendo alle richieste pervenute dai Vescovi, il Fondo ha potuto aiutare anche diverse altre circoscrizioni ecclesiastiche che citiamo di seguito. La maggior parte dei territori affidati al Dicastero Missionario presenta situazioni economiche, sociali e sanitarie estremamente precarie, che la pandemia di Covid-19 sta ulteriormente acutizzando, ostacolando così l’opera di evangelizzazione e di promozione umana.
Il Bangladesh sta attuando pienamente la cooperazione missionaria tra le Chiese, parte essenziale insieme alla preghiera, del carisma delle POM. Infatti il Direttore nazionale POM, father Rodon Hadima, ha organizzato la raccolta di fondi nel paese per contribuire al Fondo Covid istituito dal Papa presso le POM e ha già inviato due contribuzioni. Così mentre le diocesi del Bangladesh richiedono un aiuto per fronteggiare la situazione, allo stesso tempo i cattolici del Bangladesh hanno condiviso quanto hanno e contribuito così al sostegno delle altre Chiese nel resto del mondo.
La maggioranza dei fedeli della diocesi di Rajshahi, in Bangladesh, è costituita da tribali adivasi, analfabeti, poveri ed emarginati. La maggior parte lavora a giornata nelle terre dei possidenti, e quando non lavorano tutta la famiglia non ha da mangiare. Con la chiusura delle scuole poi anche gli insegnanti sono senza stipendio da mesi, in quanto non hanno sussidi dello stato. La diocesi sta cercando di alleviare le difficoltà di tutte queste famiglie, ma anche la diocesi stessa è povera e le sue risorse finanziarie molto limitate.
Nella diocesi di Mymensingh la situazione Covid è abbastanza seria, almeno un migliaio di persone sono state trovate positive, ma il dato è sottostimato. La maggior parte della popolazione è indigena, quasi tutti si guadagnano da vivere con piccoli lavori saltuari che ora non possono più svolgere a causa del confinamento. La mancanza di cibo per loro e per le loro famiglie li espone alle malattie e alla disperazione.
Anche nella diocesi di Sylhet la gente è molto povera e semplice, non comprende la gravità della situazione causata dal virus. La Chiesa è impegnata nel campo educativo e sanitario, al servizio dei poveri e degli handicappati, per il rispetto dei loro diritti. In seguito all’isolamento si sta registrando una grave mancanza di cibo, di cui soffrono maggiormente anziani e bambini, tra cui i ragazzi di strada assistiti dalla Chiesa, che ora sono veramente affamati. Situazione analoga si registra nella diocesi di Khulna, dove la maggior parte dei cristiani sono poveri ed esclusi socialmente. La Chiesa è impegnata nella distribuzione di cibo per alleviare la situazione di tante famiglie che non hanno altri aiuti.
L’Arcidiocesi di Chattogram si estende su di un territorio molto vasto, dove la maggior parte della popolazione è povera, sopravvivendo con piccole coltivazioni. La forte mancanza di sacerdoti e di operatori pastorali ha sempre costituito un ostacolo all’evangelizzazione. Nonostante l’abnegazione, i missionari non riescono a visitare le comunità più di una volta l’anno. La fede si alimenta e si mantiene viva grazie all’opera dei catechisti e degli animatori della preghiera, che vengono preparati per animare gli incontri di catechismo, seguire i catecumeni e guidare i momenti spirituali, riuscendo a visitare con frequenza le comunità. Un sostegno economico è particolarmente necessario per loro in questo momento anche perché possano acquistare il materiale sanitario di protezione dal Covid-19.
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ASIA/GIORDANIA - L’American University di Madaba dona 25mila euro al fondo istituito dal governo giordano per l’emergenza Covid-19

Gio, 25/06/2020 - 11:08
Madaba – L’Università Americana di Madaba ha disposto la donazione di 20mila Dinar giordani a favore del fondo istituito dal governo della Giordania per far fronte all’emergenza della pandemia da coronavirus e alle sue conseguenze su tutto il territorio nazionale. Il Professor Nabil Ayoub, Presidente dell’Università, in alcune considerazioni diffuse dai media nazionali ha sottolineato che con tale iniziativa l’intera comunità universitaria intende contribuire a rispondere agli effetti sanitari e sociali della diffusione del Covid-19 nel Paese.
Il fondo era stato istituito alla fide di marzo dal Primo Ministro giordano, Dr. Omar Al-Razzaz, per raccogliere donazioni sul territorio nazionale e in tutto il mondo e finanziare iniziative messe in atto dal governo per contenete gli effetti negativi della pandemia sul tessuto sanitario e sociale della Giordania.
L’American University di Madaba è l’Ateneo affiliato al Patriarcato latino di Gerusalemme, la cui prima pietra era stata benedetta da Papa Benedetto XVI il 9 maggio 2009, e che era stata inaugurata il 30 maggio 2013 alla presenza di Re Abdallah II. Alla fine del 2014, la Santa Sede era dovuta intervenire per farsi carico di problemi amministrativi e finanziari che avevano segnato la costruzione e l'avvio dell'istituzione accademica. Una Commissione ad hoc, istituita dalla Segreteria di Stato, aveva a sua volta affidato a un Comitato locale di amministrazione, presieduto dall'Arcivescovo Giorgio Lingua, a quel tempo Nunzio apostolico in Giordania, il compito di “seguire e coordinare da vicino, fino a luglio 2015, i lavori dell’Università”. .

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ASIA/INDONESIA - La Pancasila non diventa legge ordinaria dello stato: le riserve della società civile

Gio, 25/06/2020 - 10:52
Yoyakarta - “Penso che qualsiasi sforzo per rafforzare la Pancasila e per promuovere l'ideologia dello Stato debba essere sostenuto. Ma, alla luce delle attuali reazioni pubbliche di parti della società, temo che qualsiasi trasformazione in legge dell’attuale proposta provocherebbe attriti all'interno dell’Indonesia. Bisogna considerare gli input esterni e le ripercussioni, prima di un'ulteriore elaborazione o di un’eventuale promulgazione della legge”. Il Gesuita Padre Baskara T. Waraya, docente di storia alla Sanata Dharma University, ateneo cattolico di Yogyakarta, così commenta all’Agenzia Fides il progetto legislativo che nei giorni scorsi è stato al centro di un vivace dibattito, suscitato da una proposta di legge che mira a regolare i valori dell'ideologia Pancasila e le funzioni dell'Agenzia di controllo , presieduta dall’ex presidente Megawati Sukarnoputri.
Ora la Pancasila, la “carta dei cinque principi” alla base della nazione , dovrebbe essere oggetto di una riforma che, nel trasformarla in legge dello Stato, mira a rafforzarla. Alcuni settori del mondo musulmano l’hanno contestata, sostenendo che il progetto di legge appiattisce il ruolo della religione e che l’assenza del famoso decreto del 1966 – che mise al bando il Partito comunista – sarebbe “una porta aperta al comunismo”. I fautori dicono invece la legge metterebbe in difficoltà i piccoli gruppi estremisti – di destra o di sinistra, religiosi o laici – che si oppongono allo sviluppo della democrazia in Indonesia. Nel contempo anche organizzazioni di tutela dei diritti umani hanno espresso riserve: temono una stretta sulla libertà di espressione. Alla fine, la discussione in Parlamento è saltata e per ora il progetto è congelato. “Ritengo – commenta p. Baskara – che non vi siano stati approfondimento e discussione adeguati in Parlamento sul progetto, né un sufficiente dibattito pubblico, tranne forse in alcuni ambienti, e forse anche per via del coronavirus. Proprio a causa della pandemia, i tempi non sono stati scelti con cura perché sia il governo, sia le persone ora sono preoccupate soprattutto per l’impatto economico e sociale del virus”.
La Pancasila, la “carta dei cinque principi”, base filosofica e ideologica dell’Indonesia, è stata celebrata in tutto il Paese il 1° giugno da tutte le realtà politiche e religiose. Alla Sanata Dharma, unica università Gesuita tra gli atenei cattolici, una performance artistica durata oltre un’ora e mezza è stata filmata e postata su Youtube dove ha avuto oltre 53mila visitatori. E’ uno dei tanti segnali che il mondo cattolico indonesiano ha dato nella ricorrenza storica della nascita della Pancasila nel 1945: Padre Gregorius Subanar, altro Gesuita che nell’ateneo che insegna “Cultura e Religione”, ricorda che la Sanata Dharma, “nata nel 1955 – dieci anni dopo l’indipendenza – fu visitata proprio da Sukarno, l’ideatore del Pancasila, nel 1961, alla vigilia del Concilio Vaticano Secondo”.

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AFRICA/SUDAN - Covid-19, lockdown esteso a Khartoum: il governo fa fronte alle esigenze delle lavoratrici ambulanti

Gio, 25/06/2020 - 09:40
Khartoum – Il Consiglio per la sicurezza e la difesa del Sudan ha prorogato ulteriormente il lockdown a Khartoum fino al 29 giugno, in risposta alle raccomandazioni dell'Alto Commitato per le emergenze sanitarie. La decisione è stata presa in seguito alle dichiarazioni del Ministero della Sanità sudanese che aveva denunciato 280 nuovi casi di coronavirus inclusi 10 decessi, portando così il numero totale di casi nel paese a 8.020 e i decessi a 487.
A motivo di questa proroga, il Ministero del lavoro e dello sviluppo sociale ha distribuito speciali carte bancomat e 5.000 tessere sanitarie a sostegno delle famiglie vulnerabili, in particolare alle donne lavoratrici più bisognose colpite dal lockdown.
Come appreso da Fides, in un'intervista al programma Kandaka di "Radio Dabanga" Awadiya Kuku, responsabile dell'Associazione delle venditrici di generi alimentari e bevande, ha dichiarato che "a Khartoum ci sono circa 42.000 donne che lavorano in questo settore e che l’Associazione è stata originariamente istituita ‘per sostenere le fasce più deboli della società". La responsabile ha inoltre detto che il governo ha deciso di legalizzare questo lavoro e che le bancarelle di tè e caffè saranno posizionate in punti specifici di Khartoum, con tutte le norme igieniche richieste nello specifico.
“Questo progetto previsto per tutti i venditori, donne e uomini, è pronto e sarà attuato dopo la revoca del blocco. Tutti i fornitori avranno bancarelle ben attrezzate nei punti vendita concordati. Zucchero, tè, bicchieri di carta e altri oggetti saranno distribuiti loro in modo ordinato e organizzato”. Kuku ha ringraziato il Primo Ministro Abdallah Hamdok per il veicolo che le è stato fornito e per il permesso di spostarsi in città durante il coprifuoco, in modo da poter distribuire i bancomat.
Emigrata con la sua famiglia a Khartoum nel 1979, Kuku è sempre stata coinvolta a favore della promozione delle donne che lavorano nel settore informale. Nel 1989 ha fondato la Cooperativa femminile dei venditori di cibo e tè e nel 2013 ha organizzato la Cooperativa multiservizi femminile per lo stato di Khartoum. Come presidente di queste organizzazioni, Kuku lavora per la tutela di oltre 8.000 donne che dipendono dalla vendita di tè e altri lavori del settore informale. Nel 2016, aveva ricevuto l'International Women of Courage Award in riconoscimento del suo lavoro.
Uno studio del 2016, condotto dall'economista Hassan Abdelati, ha rivelato che l'88,6% dei venditori di tè a Khartoum sono sfollati o migranti dalle zone rurali. Abdelati spiega che il settore dei venditori di tè sta crescendo a causa dell'inflazione, della guerra, delle difficili condizioni economiche, dell'analfabetismo e degli scarsi livelli di istruzione femminile.

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AFRICA/LESOTHO - La Chiesa in Lesotho, nonostante le condizioni imposte dal COVID-19 continua la sua missione evangelizzatrice

Gio, 25/06/2020 - 09:38

Maseru – “Finora il Lesotho ha visto solo diciassette casi confermati di COVID-19 che lo rendono il Paese con il tasso di contagio più basso della regione dell'Africa meridionale. C’è però da aggiungere che solo 2.130 persone sono state testate su una popolazione di 2,1 milioni” afferma p. Hosea Chale un sacerdote del piccolo Paese dell’Africa australe.
I bassi numeri di casi di COVID-19 finora registrati in Lesotho non devono però fare abbassare la guardia per una serie di motivi. “In primo luogo –dice p. Chale - la posizione geografica del Paese, completamente circondato dalla Repubblica del Sudafrica, che ha registrato il numero più alto di casi nel continente, circa centomila casi. Visto che diversi suoi cittadini vivono e lavorano in Sudafrica, il Lesotho rimane ad alto rischio di infezione. Il confinamento imposto a marzo dalle autorità sudafricane ha costretto molti espatriati del Lesotho tornare a casa. Alcuni di questi hanno usato punti di ingresso illegali nel Paese eludendo così lo screening nei punti di ingresso ufficiali. Non essere testati significa che non possono essere rintracciati se sono positivi e questo comporta rischi per le comunità locali”.
“La Chiesa cattolica del Lesotho è stata attiva nel sensibilizzare l'opinione pubblica sulla pandemia di COVID-19 e continua a impegnarsi in comportamenti che potrebbero rallentarne la crescita” sottolinea p. Chale. “Tra le attività degne di nota si può menzionare il distanziamento sociale, con le chiese che hanno fermato le celebrazioni liturgiche pubbliche dal 29 marzo. I fedeli sono senza l'aiuto dei sacramenti da un po’ di tempo ormai, né si sono tenuti ritiri o seminari e altri incontri. Ciò rappresenta una sfida senza precedenti per la Chiesa e la società del Lesotho” dice p. Chale. “Il blocco e il distanziamento sociale imposto dallo Stato e accolto dalla Chiesa hanno inoltre fortemente diminuito la raccolta di offerte, con riflessi sul lavoro missionario della Chiesa che dipende per il proprio sostentamento dalle comunità locali. L’opera di beneficenza della Chiesa, così importante durante questo periodo, è terribilmente ostacolata poiché le risorse materiali non sono così disponibili come prima” afferma il sacerdote.
P. Chale afferma però che finalmente “ci sono buone notizie all'orizzonte in quanto è stato annunciato che i servizi religiosi riprenderanno il 5 luglio a determinate condizioni”. Tra queste vi è un limite al numero di persone che frequentano una funzione in un determinato momento, garantendo la distanza tra le persone nella chiesa. La durata della funzione deve essere limitata a un'ora. I sacerdoti sono stati incoraggiati a tenere quanti più servizi possibili, a condizione che il numero di fedeli consenta il distanziamento sociale raccomandato. Tra le altre disposizione vi sono il lavaggio delle mani con acqua e sapone o un disinfettante a base di alcool all'ingresso dell'edificio della Chiesa e la disinfezione dell'edificio della Chiesa prima e dopo un servizio. Inoltre, tutti i partecipanti dovranno indossare la mascherina, incluso il sacerdote, ed è consentita l'accoglienza della Santa Comunione solo in mano. Infine verrà sempre compilato un registro dei presenti nella Chiesa in modo da consentire la tracciabilità dei contatti in caso di test positivi per il virus.
“La Chiesa in Lesotho, nonostante le condizioni difficili causate dalla pandemia da COVID-19, continua a rispondere alla grande missione di Gesù: “affinché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza ” conclude p. Chale.
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AMERICA/BOLIVIA - "Arresti domiciliari e quarantena altrove": la richiesta di Mons. Juarez per i detenuti dinanzi al Covid 19

Gio, 25/06/2020 - 09:23
Sucre - "Voglio esprimere la mia profonda preoccupazione per gli eventi che stanno accadendo a causa del coronavirus e di come il numero di persone colpite, sospette e infette, stia crescendo, specialmente nel penitenziario di San Roque": così inizia la lettera di Mons. Jesús Juárez, Arcivescovo emerito di Sucre, che chiede l'adozione di misure urgenti verso tutti coloro che sono a rischio, e di migliorare l'assistenza a quanti sono privati della libertà.
"Chiedo che ai detenuti in attesa di processo per crimini non gravi vengano concesse misure sostitutive, come gli arresti domiciliari. Allo stesso modo, si adotti una misura urgente verso tutti coloro che sono sospettati di avere il virus e per coloro che sono risultati positivi al Covid-19 e non necessitano di ricovero in ospedale. Dovrebbero essere evacuati in un altro luogo per essere trattati adeguatamente e messi in quarantena" continua la lettera pervenuta a Fides.
Mons. Jesús Juárez conclude con un ringraziamento: "Sostengo gli sforzi compiuti per assegnare un medico 24 ore su 24 e fornire i farmaci. Il supporto psicologico di cui hanno bisogno coloro che sono privati ​​della libertà è essenziale".
La Bolivia, nonostante la quarantena e le misure del governo, ha sperimentato diversi focolai di Covid 19, uno di questi è capitato nelle carceri e, secondo dati della stampa locale, non è facile gestire la vicenda. La Chiesa, che ha sempre assistito i carcerati con una organizzata pastorale penitenziaria, si è vista bloccata negli sforzi di poter fare qualcosa per questa fascia della popolazione.
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ASIA/MYANMAR - Dimissioni del Vescovo di Lashio e successione

Mer, 24/06/2020 - 12:30
Città del Vaticano – Il Santo Padre Francesco ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Lashio , presentata da S.E. Mons. Philip Lasap Za Hawng. Gli succede S.E. Mons. Lucas Jeimphaung Dau Ze, S.D.B., finora Vescovo Coadiutore della medesima Diocesi.
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