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Le notizie dell'Agenzia Fides
Aggiornato: 42 min 14 sec fa

AMERICA/PARAGUAY - L’Arcivescovo di Asunción: “immorale” aumentare lo stipendio dei politici invece di sostenere i più poveri

Gio, 07/11/2019 - 11:18
Luque – E’ "immorale" la richiesta di aumentare gli stipendi ai politici invece di destinare il denaro a creare e rafforzare programmi per la salute, l’istruzione e l’alloggio destinati ai settori più vulnerabili della popolazione, continuamente in crescita: lo ha denunciato l’Arcivescovo di Asunción, Mons. Edmundo Valenzuela, durante una conferenza stampa tenuta ieri, in occasione dell’Assemblea plenaria della Conferenza Episcopale del Paraguay, che si tiene a Luque e prende in considerazione i principali temi legati alla realtà sociale ed ecclesiale del paese.
Durante la conferenza stampa, sollecitato dai giornalisti, Mons. Valenzuela ha sottolineato che la richiesta di aumento degli stipendi conviene solo ai politici, e ha aggiunto: "sappiamo già che con i politici non avremo certo giustizia e solidarietà". Ha quindi ribadito che la richiesta è "immorale" proprio perché non esiste da parte delle autorità l'interesse ad aumentare il bilancio per la salute, l'istruzione e l'edilizia abitativa, in particolare per quei settori che sono a rischio continuo.
L’Arcivescovo ha invitato i rappresentanti dei partiti politici a riconsiderare la richiesta e a ripensare la situazione usando come esempio gli avvenimenti in Cile e in Bolivia, in quanto ciò "può essere una causa di rivolta, in seguito alle ingiustizie, a causa di una realtà ingiusta".
“Con i soldi dati ai politici non ci sono progressi. Almeno finora non l'abbiamo visto. Chiediamo che il buon denaro pubblico sia ben utilizzato nei programmi che promuovono lo sviluppo dell'agricoltura familiare, dell'istruzione e della salute che sono sempre molto minacciati” ha ribadito Mons. Valenzuela.
Sebbene attraverso il programma Tekoporà del Ministero dello Sviluppo Sociale, 612 mila persone in estrema povertà percepiscano un bonus per i servizi fondamentali, la realtà dei circa 7 milioni di abitanti del Paraguay è che le famiglie povere ed in estrema necessità aumentano ogni giorno. Inoltre nei programmi di sostegno alle famiglie, le famiglie indigene vengono penalizzate ricevendo sussidi inferiori.
L'incontro dei Vescovi culminerà venerdì 8 novembre nella casa di riposo “Emmaus”, situata nella periferia della città di Luque.

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ASIA/INDONESIA - I Vescovi: attualizzare il Documento di Abu Dhabi per migliorare il dialogo con l'islam

Gio, 07/11/2019 - 10:39
Bandung - "La fraternità umana per un'Indonesia pacifica": è il tema della Assemblea dei Vescovi indonesiani, in corso a Bandung , con l'obiettivo di "comprendere bene il Documento di Abu Dhabi sulla fraternità umana per la pace e la vita nel mondo, firmato congiuntamente da Papa Francesco e il Grande Imam Ahmed el-Tayeb ad Abu Dhabi lo scorso febbraio, attualizzando il documento nel contesto indonesiano, al fine di rafforzare il dialogo della Chiesa indonesiana con l'islam nell'arcipalago", come recita una nota inviata all'Agenzia Fides.
Come appreso da Fides, i Vescovi indonesiani hanno fortemente voluto dedicare la loro assemblea alla riflessione su quel Documento, per trovare strade di applicazione nella realtà tanto diversa e plurale dell'arcipelago indonesiano.
I relatori, ospiti nelle giornate di studio, sono stati l'Imam della Moschea Istiqlal di Jakarta, Nasaruddin Umar; il Segretario dell'Istituto internazionale per le relazioni della organizzazione islamica "Muhammadiyah", Wachid Ridwan; la coordinatrice nazionale del movimento "Gusdurian Network", Alissa Wahid; Padre Damiano Fadjar Tejo Soekarno, prete della diocesi di Malang, attivista in una comunità interreligiosa nell'isola di Madura.
Secondo il Cardinale Ignatius Suharyo, Presidente della Conferenza episcopale indonesiana, "il tema prescelto dai Vescov era conforme alla richiesta di Papa Francesco che ha chiesto all'episcopato di tutto il mondo di trovare modalità di attualizzare le idee contenute nel documento di Abu Dhabi".
L'Arcivescovo Piero Pioppo, Nunzio Apostolico in Indonesia, nel suo discorso ai Vescovi indonesiani ha affermato che "quel Documento è molto importante soprattutto per la situazione nazionale dell'Indonesia, laddove la ricerca di pace, armonia e convivenza è una sfida che dobbiamo affrontare insieme".
“Come Vescovi della Chiesa cattolica che ha dato un grande contributo alla nascita della nostra nazione, e come nazione indipendente, unita e sovrana, ne avete a bisogno per preservare i valori condivisi della società. Dobbiamo guidare la nostra comunità, umilmente, in un dialogo fraterno con tutte le persone, per proclamare sempre in Indonesia i valori del Vangelo e dell'unità , che sono il nostro contributo speciale al futuro della nazione”, ha affermato il Nunzio Apostolico.
Secondo il Segretario esecutivo della Commissione episcopale per la comunicazione, padre Steven Lalu, "le discussioni durante i giorni di studio dei Vescovi novembre hanno portato a comprendere che tutte le parti coinvolte devono impegnarsi a diffondere i buoni valori del Documento e a concretizzarlo in attività che costruiscono la pace e convivenza. Oltre a questo, si è detto durante i lavori, la tolleranza è necessaria non per trovare somiglianze ma piuttosto per abituarsi a vivere le differenze".
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AFRICA/SUD SUDAN - I Vescovi sono “Pastori e amministratori della delicata vigna di Dio”

Gio, 07/11/2019 - 10:14
Juba – “Come Vescovi del Sudan e del Sud Sudan riteniamo prioritaria la tutela dei minori e ci impegniamo a lavorare per la prevenzione di ogni forma di abuso, atrocità e violenza contro i bambini. Sono contento che durante questa plenaria, tra i molti argomenti sia stata scelta la tutela dei minori”: lo ha detto mons. Edward Hiiboro, Vescovo di Tombura-Yambo e Presidente della Conferenza Episcopale del Sudan, a conclusione di un recente seminario organizzato a Juba dall’Associazione dei Vescovi delle conferenze episcopali dell'Africa orientale , che ha coinvolto i vescovi di Sudan e Sud Sudan sull’istituzione di un apposito Dipartimento per la tutela dei minori.
Oltre al tema della tutela dei minori, il Vescovo Hiiboro ha indicato che l'Assemblea Plenaria è stata “per i vescovi del Sudan e del Sud Sudan un'opportunità di connettersi in primis con Dio, fonte della loro vita; in secondo luogo per rafforzarsi reciprocamente come Pastori e amministratori della delicata vigna di Dio; che per meditare sulla loro missione verso il popolo di Dio nei due paesi.
I Vescovi di entrambi i Paesi, nonostante le difficoltà che stanno affrontando, hanno preso posizione e hanno voluto agire per proteggere, individuare e bloccare qualsiasi abuso contro i minori e contro le persone più vulnerabili. “L’incontro è partito dalle raccomandazioni di Papa Francesco”, ha detto il funzionario per la tutela dei minori dell'AMECEA George Thuku, che ha condiviso con i vescovi le politiche e le linee guida e le priorità stabilite da alcuni delle Conferenze episcopali nella regione.

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AMERICA/ARGENTINA - “Superare le diverse forme di violenza e costruire un'amicizia sociale” chiedono i Vescovi

Gio, 07/11/2019 - 09:52
Pilar – “Chiediamo a Dio di aiutarci affinché il percorso democratico si traduca in una vita dignitosa, sviluppo integrale, lavoro per tutti, accesso alla salute e istruzione di qualità”: lo affermano i Vescovi dell’Argentina in un messaggio dal titolo “Il rafforzamento della nostra nazione”, che hanno pubblicato mentre si svolge la loro Assemblea Plenaria nella città di Pilar. Dal 4 al 9 novembre infatti l’Episcopato argentino è riunito per affrontare diversi temi relativi alla realtà sociale e pastorale, tra cui la prevenzione degli abusi sessuali nella Chiesa, il Congresso Mariano dell’anno prossimo, l’elaborazione del catechismo argentino, il Sinodo per l’Amazzonia, la riforma economica.
Dopo le elezioni del 27 ottobre, che hanno decretato la vittoria al primo turno del candidato peronista Alberto Fernandez, che ha ottenuto il 48,10% dei voti, mentre il presidente uscente liberale Mauricio Macri non è andato oltre il 40,37%, i Vescovi nel loro messaggio pervenuto a Fides, ribadiscono che “all'inizio di un nuovo periodo della nostra democrazia, per il quale abbiamo optato irreversibilmente, vogliamo camminare con gli argentini per consolidarla ogni giorno di più”.
“La Patria richiede a tutti – proseguono - un rinnovato sforzo di dialogo sincero e di ricerca del consenso al fine di generare una sintesi superiore. La grandezza della nostra leadership si manifesterà in questo tentativo se saprà incorporare anche gli sforzi e le ricerche dei più poveri”.
I Vescovi sottolineano poi il crimine della corruzione e ribadiscono che il reale rafforzamento della democrazia non sarà possibile “senza una ferma opzione etica ai diversi livelli della vita sociale, senza una vera divisione dei poteri dello Stato e una partecipazione quotidiana e generosa di ogni argentino”. Infine esortano, come cittadini responsabili, “a formare un popolo che, al di là delle discrepanze, mantenga riferimenti stabili conformi ad un progetto comune”, questo presuppone “un rinnovato impegno per superare le diverse forme di violenza e per costruire un'amicizia sociale”.
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ASIA/BANGLADESH - Evangelizzare con il teatro e la musica

Mer, 06/11/2019 - 12:12
Barisal - “Nel distretto di Barisal, nel centro-sud del Bangladesh, per tradizione culturale la gente ama il canto e la musica. In questa zona circolano diverse opere teatrali di carattere e tema religioso. L'opera teatrale di contenuto biblico oggi è per noi uno strumento importante per annunciare il messaggio cristiano ed è un valido aiuto per l'opera di evangelizzazione”. Lo afferma all'Agenzia Fides padre Anol Terence D'Costa, Segretario della Commissione per la Comunicazioni sociali nella diocesi di Barishal, raccontando di un recente seminario organizzato in loco per sacerdoti, religiosi e soprattutto laici, in cui si è fatto il punto sulle attività di evangelizzazione attraverso le performance teatrali e la musica.
"Abbiamo notato che le persone assistono alle opere teatrali in numero maggiore che alla messa. Pertanto, abbiamo preso l'iniziativa di organizzare meglio questo servizio come forma di opera missionaria", ha spiegato padre Anol. Oggi nella diocesi opere teatrali e musical sulla vita di Gesù , Maria e sulle vite dei Santi sono molto popolari e attraggono molti giovani. Attori e musicisti sono soprattutto volontari laici e questo impegno è stato anche molto apprezzato dai Vescovi bengalesi.
Padre Anol dice: “Abbiamo lanciato un appello per reclutare registi, cantati e attori e ora esiste un comitato che si occupa di creare nuove sceneggiature e opere teatrali".
Ruben Dewri, 32enne cattolico e giovane cantante dice a Fides: “Il canto è nel nostro sangue. Adoriamo cantare e così predichiamo la Parola di Dio con le canzoni. Con il canto il Vangelo può attrarre e raggiungere il cuore delle persone. Fedeli cristiani e non cristiani vengono a godersi il nostro spettacolo".
Come spiega padre Anol, la Commissione per le comunicazioni sociali, in tal modo, "cerca di rispondere alla missione di promuovere la Buona Novella di Cristo attraverso i mezzi di comunicazione sociale; di stimolare, sviluppare e risvegliare la coscienze; di ispirare e formare il personale della Chiesa all'uso dei mezzi di comunicazione".
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AFRICA/GABON - Nomina del Rettore del Seminario maggiore “Saint Augustin” a Libreville

Mer, 06/11/2019 - 12:09
Città del Vaticano – Il Card. Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, il 30 luglio 2019 ha nominato Rettore del Seminario maggiore interdiocesano “Saint Augustin” nell’arcidiocesi di Libreville, in Gabon, il rev. Yves-Edgard Pambou, del clero diocesano di Mouila.
Il nuovo Rettore è nato il 18 settembre 1971 a Tchibanga ed è stato ordinato sacerdote l’8 giugno 2008. Nel 1994 è entrato al Seminario maggiore Saint Augustin a Libreville per il ciclo propedeutico, quindi ha studiato filosofia al Seminario maggiore internazionale spiritano Daniel Brottier. Dopo un anno di stage pastorale, dal 1998 al 2001 ha studiato teologia all’UCAC di Yaoundé, in Camerun, conseguendo la licenza. Dal 2004 al 2009 ha studiato a Roma, presso la Pontificia Università Gregoriana, dove ha conseguito il dottorato in Storia della Chiesa. E’ stato viceparroco e parroco, vicario generale della diocesi di Mouila, professore alla facoltà di teologia dell’UCAC, oltre che segretario particolare e delegato del rettore, membro del GRFCAC .
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ASIA/SINGAPORE - La compassione di Cristo nel braccio della morte

Mer, 06/11/2019 - 11:35
Singapore - Portare le misericordia e la compassione e l'amore di Cristo tra i detenuti nel braccio della morte: è la missione di suor Gerarda Fernandez, 81 anni, delle Suore del Buon Pastore, che da 40 anni vive e lavora a Singapore e, nei suoi lunghi anni di ministero pastorale in carcere, ha accompagnato e sostenuto 18 tra donne e uomini che erano reclusi nel braccio della morte, fino a quando sono stati giustiziati. Con somma sorpresa della Chiesa locale, la religiosa cattolica, nativa di Singapore, è stata inserita nella lista annuale stilata dalla BBC tra le 100 donne più influenti del mondo.
Suor Gerarda, nata nel 1938, racconta a Fides: “Vengo da una famiglia in cui i genitori mi hanno educato alla fede e hanno fatto conoscere i meravigliosi talenti che tutti noi avevamo per la musica. Abbiamo cantato e suonato diversi strumenti musicali; le nostre adunanze e liturgie domenicali erano all'insegna della preghiera in musica. Nella mia famiglia, tre di noi fratelli oggi sono consacrati".
La compassione di Gesù Buon Pastore ha avvolto il suo cuore e ha segnato il suo ministero. In 40 anni trascorsi a visitare i detenuti in prigione, il momento che definisce "speciale" è stato quello della vicinanza ai detenuti nel braccio della morte, nella prigione di Changi a Singapore. "L'amore di Dio per noi va oltre ogni comprensione: questo è il messaggio che lasciamo loro", dice.
Parlando della sua opera, rileva: "Tutte le persone nel braccio della morte hanno contrastato i piani di Dio e hanno distrutto le loro giovani vite. Ma, grazie alla misericordia di Gesù, Dio si fa presente e cambia quest'ultima fase della loro vita. Molti di loro hanno vissuto il miracolo della conversione e della trasformazione del loro cuore. Il Buon Pastore ha ritrovato le sue pecorelle. Ho avuto il privilegio di stare con loro negli ultimi istanti della loro vita terrena".
"La chiamata di Dio a camminare a fianco delle persone vulnerabili mi ricorda ogni giorno che Dio ci ha amati per primo", e dona loro "guarigione e perdono attraverso il suo amore". Un omicida, prima dell'esecuzione capitale, le ha detto: "Non preoccuparti sorella. So che Dio mi ama. Domani mattina lo vedrò faccia a faccia".
L'ispirazione per il ministero pastorale nel braccio della morte è nata dalla sua consorella suor Susan Chia che, nel 2005, aveva seguito il trafficante di droga Van Tuong Nguyen Caleb che si diresse verso il patibolo cantando l'inno "Amazing Grace". Suor Gerarda dice: “Ho chiesto al Signore come fosse possibile che, in un luogo dove si stava consumando un'esecuzione capitale, ci fosse tanta pace, persino gioia. Un amico sacerdote mi ha dato la risposta: perché il Bene ha trionfato sul male".
La suora dice di "detestare la pena di morte che è crudele, disumana e viola il diritto alla vita". “Ogni vita è sempre preziosa, anche quando è richiesta una punizione. La punizione e la giustizia devono sempre includere la rieducazione e la misericordia. Uniamo molte voci in tutto il mondo facendo appello ai nostri leader per cercare alternative alla pena di morte" afferma. Oggi, racconta con soddisfazione, "la nostra preghiera è stata ascoltata: c'è una revisione della pena di morte a Singapore e diversi detenuti nel braccio della morte hanno ricevuto una sospensione dalle loro sentenza capitale".
E conclude con una frase della fondatrice del suo istituto religioso, le Suore della Carità del Buon Pastore, suor Maria Eufrasia : "Una persona è più preziosa del mondo intero".
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AMERICA/PANAMA - Per i Vescovi servono “ascolto, rispetto e dialogo per costruire la patria”

Mer, 06/11/2019 - 11:30
Città di Panama – Un appello a cittadini e autorità perché prevalgano “rispetto reciproco, ascolto attento, dialogo, saggezza e tolleranza come modi per trovare il consenso nazionale su una questione così delicata e importante come le riforme costituzionali” è stato lanciato dal Comitato permanente della Conferenza Episcopale di Panama all’inizio del mese della Patria.
Nel comunicato, pervenuto a Fides, i Vescovi rilevano che il clima di tensione e di violenza degli ultimi giorni, che ha causato feriti e danni, desta “grande preoccupazione per gli abitanti di questo paese”, e sebbene “il diritto fondamentale di protestare e manifestare su questioni nazionali e vitali per il paese non è negoziabile”, non meno importante è che tutto avvenga senza violenza e nel rispetto, “in modo che la voce della gente non sia distorta”.
“Le riforme costituzionali richiedono la piena partecipazione di tutti i settori del paese, senza l'esclusione di nessuno – ribadiscono i Vescovi -, quindi dobbiamo garantire che ciò sia possibile attraverso un meccanismo serio, agile e trasparente, in cui tutti i contributi possano essere registrati, per raggiungere un consenso nazionale. Panama merita una Costituzione che risponde alle sfide del mondo di oggi, fatti salvi i valori e i principi etici e morali che l'hanno sostenuta nel corso della sua storia”.
Le riforme che il governo di Panama vuole attuare, modificano 40 articoli della Costituzione, e toccano temi fondamentali come la salute, l’educazione e l’ambiente. Secondo la popolazione, i cambiamenti potrebbero causare un aumento delle discriminazioni, oltre a favorire l’impunità e la corruzione. Da qui nascono le proteste popolari e gli scontri, che erano iniziate da diverse settimane e che si sono inasprite negli ultimi giorni. A Panama infatti si registra un grande malcontento per una distibuzione della ricchezza che privilegia solo una classe ristretta di persone cui si contrappongono folle di poveri e di emarginati.
Il comunicato dei Vescovi si conclude sottolineando l’urgenza di “restituire la speranza persa a causa dell'ingiustizia, della corruzione e dell'esclusione” e per raggiungere questo scopo ognuno deve “seminare segni visibili e tangibili che fanno germogliare credibilità e fiducia nel Panama”.
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AMERICA/BRASILE - Il CIMI: gli indigeni non possono più muoversi in sicurezza nei loro territori

Mer, 06/11/2019 - 11:15
Brasilia – "Il Consiglio Indigenista Missionario , con indignazione e tristezza, accusa e incolpa lo Stato e il governo brasiliano per l'assassinio codardo di Paulo Paulino Guajajara, avvenuto la sera di venerdì 1 novembre all'interno del territorio indigeno Arariboia a Maranhão. L'indigeno aveva 26 anni e lascia moglie e figlio": questo il comunicato del CIMI inviato a Fides. Paulino Guajajara e Laércio Souza Silva avevano lasciato il villaggio di Lagoa Comprida, a nord della Terra indigena, a 100 km dal comune di Amarante, per andare a caccia. Nei boschi sono stati sorpresi da cinque taglialegna armati, riferisce la nota.
Gli uomini, con le armi in mano, hanno chiesto a Paulino e Laercio di consegnare archi e frecce, strumenti tradizionali usati per la caccia. I Guajajara non avevano molte possibilità di difesa.
Membri della polizia civile di Amarante sono andati sul posto con un elicottero, per prelevare il corpo di Paulino e portarlo nella sua comunità per i funerali. Un primo rapporto della polizia parla di un agguato.
La regione del villaggio di Lagoa Comprida viene regolarmente invasa dai taglialegna già da molti anni. Nel 2007 l'indigeno Tomé Guajajara venne assassinato proprio in quella zona. L'anno seguente, nel 2008, i taglialegna invasero il villaggio di Cabeceira, sparando agli indigeni.
Il territorio indigeno Arariboia è riconosciuto ufficialmente e registrato dal 1990 con 413 mila ettari. Qui vivono circa 6 mila indigeni Guajajara, o Tenetehar, e Awá-Guajá.
Il CIMI ha denunciato l'aumento delle invasioni dei territori indigeni, in seguito all'incoraggiamento di quanti si oppongono alla regolarizzazione dei territori censiti dalla Costituzione federale. Oggi non è esagerato affermare che gli indigeni non possono più muoversi in sicurezza nei loro territori.
Il CIMI oltre a chiedere un'investigazione sul tragico fatto, denuncia chi ha incoraggiato e permesso le invasioni delle terre indigene, associate ad attacchi, omicidi, minacce, rivolte, incendi dolosi.
I discorsi ricorrenti del Presidente della Repubblica contro la delimitazione e la regolarizzazione dei territori, sommati ad un ambiente regionale prevenuto contro le popolazioni indigene, sono stati il principale invito alle invasioni e alla violenza contro le popolazioni indigene in Brasile, sostiene la nota.
Inoltre il CIMI ricorda che il sangue di Paulino e di tanti altri indigeni è stato e sarà versato “perché coloro che possono prevenire la barbarie tacciono, non fanno nulla”, e ribadisce la necessaria indagine sui fatti e la punizione esemplare dei colpevoli come il minimo che si possa fare in questa situazione. In sintonia con le famiglie degli indigeni assassinati, il CIMI ritiene l'attuale governo colpevole di non aver rispettato la Costituzione federale in difesa dei territori indigeni.
Il documento è firmato dal Segretariato generale del CIMI, con la data 2 novembre 2019. Da gennaio a settembre 2019, la Commissione contro la violenza sui popoli indigeni del Brasile, ha contato 160 casi di invasioni in 153 territori indigeni in 19 stati del Brasile.

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AFRICA/KENYA - “No alla corruzione”: i Vescovi lanciano una campagna anticorruzione di sei mesi

Mer, 06/11/2019 - 11:07
Nairobi - “La corruzione è una putrefazione del cuore”. Non usano mezzi termini i Vescovi del Kenya nel lanciare la loro compagna anticorruzione che avrà una durata di sei mesi. Nell’ambito della lotta alla corruzione, tra l’altro, la Conferenza Episcopale keniana ha deciso di proibire donazioni in denaro contante e di accettare solo quelle effettuate elettronicamente per potere tracciare i donatori ed evitare compromissioni con denaro di dubbia provenienza.
Presentata ad inizio ottobre presso il Santuario Nazionale di Subukia, la campagna dal titolo “Spezziamo le catene della corruzione”, è incentrata su un’attività educativa e di preghiera. Per l’occasione è stata scritta una preghiera che recita:
“Padre che sei nei cieli, provvedi sempre a tutte le tue creature, affinché possano vivere come hai sempre voluto. Hai benedetto il nostro paese, il Kenya, con enormi risorse umane e naturali da utilizzare in tuo onore e gloria e per il benessere di ogni keniano.
Siamo profondamente addolorati per l'uso scorretto di questi tuoi doni e benedizioni attraverso la corruzione, a seguito della quale molti appartenenti al nostro popolo sono affamati, malati, senzatetto e sfollati, ignoranti e indifesi. Padre, solo tu puoi guarirci da questa malattia che porta alla morte.
Umilmente ti preghiamo, tocca le nostre vite e quelle dei nostri leader affinché possiamo comprendere che la corruzione è un male e impegnarci a lavorare duramente per eliminarla. Ad ogni cittadino che ha acquisito qualcosa con mezzi corrotti, Signore, dai a lui o a lei lo spirito di coraggio per restituire il maltolto e tornare da te.
Fai sì che leader timorati di Dio si prendono cura di noi e ci guidino sul cammino della pace, della giustizia, della prosperità, del progresso e soprattutto dell'amore”.
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AFRICA/TOGO - Fede e preghiera a conclusione del Mese del Rosario e del Mese Missionario nella piccola comunità di Kolowaré

Mer, 06/11/2019 - 09:11
Kolowaré – “Bisognava essere presenti per essere immersi nell’atmosfera orante, permeata di fede, di quel momento. Il Mese Missionario e il Mese del Rosario dell’Ottobre 2019 hanno rappresentato un tempo di intensa preghiera, un tempo di grazia” ha detto all’Agenzia Fides padre Silvano Galli, sacerdote della Società per le Missioni Africane in Togo.
“Il 1° ottobre, nella nostra missione di Kolowarè, abbiamo iniziato il Mese Missionario e il Mese del Rosario davanti alla grotta fiorita di Maria. Per il primo giorno le cinque comunità di base si sono date tutte appuntamento davanti alla grotta e nei giorni successivi ogni comunità ha pregato nel rispettivo quartiere”, racconta il missionario.”
“La conclusione delle celebrazioni è stata ancora più solenne e maestosa dell’apertura. C’è stata una grande assemblea di fedeli davanti alla grotta. Ogni fedele portava due ceri: uno veniva deposto acceso negli anfratti della grotta, e un altro lo tenevano in mano . La preghiera è stata animata dall’Armata Azzurra, un gruppo di preghiera legato a Fatima. Al termine tutti hanno acceso il secondo cero che avevano in mano, e hanno iniziato una serie di canti a Maria. L’intera folla seguiva osannante, con danze, alzando e porgendo, quasi offrendo la candela ad ogni Ave Maria cantata, al vicino e a tutta l’assemblea. Nella notte che ci avvolgeva, la preghiera aveva un gusto speciale. Davanti a noi la grotta illuminata con i ceri, la folla in piedi con le candele accese: eravamo tutti immersi nel mistero di Dio, in compagnia dei nostri defunti che riposano nel cimitero accanto.”
“Quella preghiera - conclude p. Silvano – ha avuto il suo completamento e culmine nel giorno dei Santi. Ogni anno celebriamo una cerimonia per ricordare i defunti. Dopo la comunione, davanti all’altare viene posto un bacile pieno di sabbia. Il catechista proclama il nome dei defunti deceduti dall’inizio dell’anno e un familiare viene ad accendere una candela al Cero pasquale, per poi deporla davanti all’altare. Al termine della preghiera, i fedeli si sono poi recati processione nei due cimiteri del villaggio per benedire le tombe e pregare per tutti coloro che ivi riposano”.
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AFRICA/TOGO - Fede e preghiera a conclusione del Mese del Rosario e Mese Missionario nella piccola comunità di Kolowaré

Mer, 06/11/2019 - 09:11
Kolowaré – “Bisognava essere presenti per essere immersi nell’atmosfera orante, permeata di fede, di quel momento. Il Mese Missionario e Mese del Rosario dell’Ottobre 2019 hanno rappresentato un tempo di intensa preghiera, un tempo di grazia” ha detto all’Agenzia Fides padre Silvano Galli, sacerdote della Società per le Missioni Africane in Togo.
“Il 1° ottobre, nella nostra missione di Kolowarè, abbiamo iniziato il Mese missionario e Mese del Rosario davanti alla grotta fiorita Maria. Per il primo giorno le cinque comunità di base si sono date tutte appuntamento davanti alla grotta e nei giorni successivi ogni comunità ha pregato nel rispettivo quartiere”, racconta il missionario.”
“La conclusione delle celebrazioni è stata ancora più solenne e maestosa dell’apertura. C’è stata una vasta assemblea di fedeli davanti alla grotta. Ogni fedele portava due ceri: uno veniva deposto acceso negli anfratti della grotta, e un altro lo tenevano in mano . La preghiera è stata animata dall’Armata Azzurra, un gruppo di preghiera legato a Fatima. Al termine tutti hanno acceso il secondo cero che avevano in mano, e hanno iniziato una serie di canti a Maria. L’intera folla seguiva osannante, con danze, alzando e porgendo, quasi offrendo la candela ad ogni Ave Maria cantata, al vicino e a tutta l’assemblea. Nella notte che ci avvolgeva, la preghiera aveva un gusto speciale. Davanti a noi la grotta illuminata con i ceri, la folla in piedi con le candele accese: eravamo tutti immersi nel mistero di Dio, in compagnia dei nostri defunti che riposano nel cimitero accanto.”
“Quella preghiera - conclude p. Silvano – ha avuto il suo completamento e culmine nel giorno dei Santi. Ogni anno celebriamo una cerimonia per ricordare i defunti. Dopo la comunione, davanti all’altare viene posto un bacile pieno di sabbia. Il catechista proclama il nome dei defunti deceduti dall’inizio dell’anno e un familiare viene ad accendere una candela al Cero pasquale, per poi deporla davanti all’altare. Al termine preghiera, i fedeli si sono poi recati processione nei due cimiteri del villaggio per benedire le tombe e pregare per tutti coloro che ivi riposano”.
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AFRICA/SUD SUDAN - I Vescovi ai politici: “Ricordatevi l’appello in ginocchio per la pace di Papa Francesco”

Mar, 05/11/2019 - 11:38


Juba - “La nostra speranza è che i nostri leader politici nel Sud Sudan, del governo e dell'opposizione, la maggior parte dei quali siano cristiani, tengano presente l'appello e lo straordinario gesto del Santo Padre che li ha implorati di portare la pace ai loro fratelli nel Sudan del Sud” affermano i Vescovi del Sudan e del Sud Sudan nel loro messaggio letto al termine della Messa del 1° novembre in tutte le chiese del Sud Sudan.
L’11 aprile, a conclusione del ritiro spirituale, presso Domus Sanctae Marthae in Vaticano, dei leader politici del Sud Sudan , Papa Francesco si era inginocchiato davanti a loro lanciando un appello per il futuro del nuovo Stato che doveva nascere il 12 maggio e baciando i piedi al Presidente della Repubblica Salva Kiir Mayardit, e ai vice presidenti designati presenti, tra cui Riek Machar e Rebecca Nyandeng De Mabior .
La formazione del nuovo governo di unità nazionale è stata però più volta rimandata: ora la data limite è il 12 novembre ma il Presidente Salva Kiir ha lasciato intendere la formazione di un esecutivo senza la presenza di Riek Machar. Se così fosse si teme fortemente la ripresa della guerra civile, in un Paese allo stremo per le drammatiche conseguenze del conflitto scoppiato nel dicembre 2013 alle quali si aggiungono i danni causati della inondazioni che hanno colpito vaste aree del Sud Sudan .
Nel loro messaggio i Vescovi affermano: “Abbiamo visto le ferite e la miseria della nostra gente nei campi per sfollati all'interno dei nostri due Paesi e nei campi profughi nei Paesi vicini. Sentiamo e condividiamo le condizioni economiche insopportabili della nostra gente in Sudan e nel Sudan del Sud”.
Nel documento, pervenuto all’Agenzia Fides, si sottolinea che le radici del conflitto vanno ricercate nella bramosia di potere e di ricchezza che a sua volta si serve delle divisioni etniche e tribali per spingere le popolazioni a combattere chi per l’una, chi per altra parte.
I Vescovi concludono con un appello all’unità per far fronte insieme alle avversità e condividere le scarse risorse a favore di tutti.
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AFRICA - Una pastorale basata sull'eredità dei santi africani

Mar, 05/11/2019 - 11:13
Kara – In Africa oggi “è necessario che i santi africani occupino un posto fondamentale nei programmi di evangelizzazione in generale, e in particolare della catechesi, in modo che siano meglio conosciuti dagli stessi africani, per ispirare continuamente le loro azioni”. E’ quanto ha scritto a Fides il teologo ivoriano p. Donald Zagore, sacerdote della Società per le Missioni Africane ricordando l’esperienza dei Santi Martiri dell'Uganda, Santa Giuseppina Bakhita del Sudan, la Beata Marie Clementine Anuarite dello Zaire, il Beato Ghebre-Micheal dell'Etiopia. “L'Africa è davvero presente in Paradiso. Questi santi africani sono l'espressione tangibile della vitalità spirituale del continente africano, ma rimangono molto spesso sconosciuti e quindi tagliati fuori dalla vita concreta della popolazione”, rileva. “I nostri santi – afferma - devono avere un impatto concreto sulla vita del nostro popolo. I santi possono e devono svolgere un ruolo importante nel rinnovamento del continente africano. Il loro modello di virtù, esemplarità, integrità e fede – conclude il teologo - rimane un lascito fondamentale per forgiare la coscienza e l'azione dei nostri cristiani africani in tutti gli ambiti della vita, specialmente in quei contesti socio-politici fortemente segnati da violenza, odio, divisione e corruzione”.


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AMERICA/NICARAGUA - Profanate le tombe dei manifestanti uccisi; la Chiesa chiede pace, giustizia e rispetto di tutti

Mar, 05/11/2019 - 11:07
Managua – “Dobbiamo rispettare le tombe, perché lì riposa un santo. Per noi qui ci sono i santi, qui li abbiamo sepolti e qui veniamo a pregare per loro”: lo ha chiesto pubblicamente domenica scorsa, 3 novembre, l'Arcivescovo di Managua, il Cardinale Leopoldo Brenes, invitando a non continuare a profanare le tombe dei manifestanti contrari al governo del presidente Daniel Ortega, come hanno denunciato i loro parenti pubblicando fotografie e video.
La tomba di uno dei giovani uccisi in una delle tante manifestazioni di protesta contro Ortega è stata profanata proprio nel giorno della commemorazione di tutti i defunti, sabato 2 novembre. La famiglia di Josué Mojica, ucciso l'8 luglio 2018 a Carazo , all’età di 18 anni, ha pubblicato fotografie e video dei danni causati alla tomba. I parenti del ragazzo, affranti dal dolore e tra le lacrime, hanno espresso ai giornalisti la loro impotenza e la loro indignazione. "Che cosa guadagnano dal danneggiare una tomba? L'hanno già ucciso, lasciatelo in pace" ha detto una delle zie.
L'Associazione "Madres de Abril", che riunisce i parenti delle vittime, come l'Unità Nazionale Blu e Bianco dell'opposizione, hanno condannato fermamente la continua profanazione delle tombe di altri giovani. Inoltre hanno chiesto alle autorità di indagare su quanto avvenuto proprio il giorno della celebrazione dei defunti.
Ieri, 4 novembre, l'arcidiocesi di Managua ha inviato a Fides un messaggio della Commissione Giustizia e Pace per la chiusura del Mese Missionario Straordinario, in cui invita la comunità ecclesiale ad essere messaggera e promotorice di pace e giustizia. "L'obbietivo della missione è preparare le genti a ricevere Cristo, i suoi valori e il suo modo vivere la costruzione del Regno, vale a dire, vivere la giustizia, il perdono, l'amore, il servizio; ma è questa la società che stiamo costruendo?" si legge nel documento.
"L'attuale crisi sociale, politica e economica aggrava la società povera al limite della miseria, dove l'altro non ha valore, ha perso il diritto a vivere con dignità. Manca il lavoro, manca l'educazione, non c'è un servizio sanitario... la politica economica e tributaria imposta, non è una risposta alla recessione economica che vive il paese" denuncia il documento. "Così non si costruisce una nazione, con la paura e la pressione. Si deve creare un ambiente di fiducia, giustizia, libertà di espressione...per evitare di concentrare il potere" conclude il testo.
Dall'aprile 2018 il Nicaragua sta vivendo una crisi socio-politica che ha causato più di 300 morti , secondo la Commissione interamericana per i diritti umani , il numero dei prigionieri politici supera i 700, cui si aggiunge un alto numero di giovani e famiglie che sono dovute fuggire dal paese per la dura repressione .

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VATICANO - Il Cardinale Filoni: “Il Papa ringrazia tutti per il ‘grande lavoro’ del Mese missionario straordinario

Mar, 05/11/2019 - 11:06
Roma – “Alla fine della celebrazione liturgica presieduta dal Papa Francesco, in occasione della Giornata missionaria mondiale, il Santo Padre, riferendosi al Mese missionario straordinario che era in corso, mi ha detto: Grazie per tutto il lavoro che avete fatto. Ed era un grazie ovviamente rivolto a tutti, che abbraccia tutte le direzioni nazionali delle Pontificie Opere Missionarie”. Lo ha confidato il Cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei Popoli, nel suo intervento di apertura dell’Assemblea ristretta delle Pontificie Opere Missionarie, in corso in questi giorni presso il Centro Internazionale di Animazione Missionaria .
Il Mese Missionario Straordinario, indetto da Papa Francesco per l’Ottobre 2019, è stato celebrato in tutto il mondo in comunità cattoliche, diocesi, parrocchie, associazioni, gruppi ecclesiali. Il tema centrale era “Battezzati e inviati: la Chiesa di Cristo in missione nel mondo”. L’obiettivo del Mese Missionario Straordinario è stato celebrare i cento anni della Lettera Apostolica "Maximum Illud" di Papa Benedetto XV ma anche – ha rimarcato il Cardinale Filoni – “ravvivare l’ardore per la missione, perché sempre più appassionati di Gesù ci si possa seriamente appassionare per la salvezza dell’umanità, riscoprendo la comune responsabilità battesimale che ci viene dalla fede, e che chiama tutti alla santità”.
La celebrazione del Mese Missionario Straordinario è stata volutamente affidata alle Chiese locali, nei cinque continenti che hanno promosso preghiere, liturgie, testimonianze, in modo diffuso e capillare. Per dare conto del fermento missionario in tutto il mondo, l’Agenzia Fides ha pubblicato un Dossier che raccoglie le notizie più significative sulla celebrazione del Mese Missionario Straordinario.
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AMERICA/PARAGUAY - Assemblea dei Vescovi: Triennio dei giovani e Anno della Parola di Dio, per una Chiesa in uscita missionaria

Mar, 05/11/2019 - 09:57
Luque – La conclusione del Triennio dei Giovani, l’impegno ad essere “una Chiesa in uscita” secondo il desiderio di Papa Francesco, l’Anno della Parola di Dio: questi i temi principali toccati dal Vescovo di Villarrica, Mons. Adalberto Martínez Flores, Presidente della Conferenza Episcopale del Paraguay, nel suo discorso di apertura dell’Assemblea plenaria dell’Episcopato.
L’Assemblea plenaria ordinaria n.223 si tiene a Luque, città nell'area metropolitana della capitale Asunción, dal 4 all’8 novembre, secondo le informazioni inviate all’Agenzia Fides, e prenderà in considerazione diversi temi legati alla realtà sociale ed ecclesiale del paese. Nell’agenda dei lavori figurano anche la relazione dell’Arcivescovo di Asunción, Mons. Edmundo Valenzuela, sul Sinodo dei Vescovi per la regione Panamonica, cui ha partecipato, e quella di Mons. Pierre Jubinville, Vescovo di San Pedro, sui tre anni dedicati ai giovani.
Sabato 30 novembre, con il pellegrinaggio dei giovani a Caacupé, si chiuderà il Triennio dei giovani . “È stato un momento di grazia – ha sottolineato il Presidente della Conferenza Episcopale nel suo discorso di apertura dell’Assemblea - che ha già iniziato a dare i suoi frutti in termini di sensibilizzazione sulle sfide che i giovani pongono all'azione pastorale della Chiesa, aprendo nuove strade per un accompagnamento più vicino, affrontando i loro bisogni e i loro sogni e le loro speranze di essere buoni cittadini e veri discepoli missionari di Gesù Cristo, per promuovere una Chiesa in uscita, al servizio di una nuova società, forgiata dai valori del Vangelo”.
A tale proposito Mons. Martínez Flores ha esortato i Vescovi e i ministri ordinati ad essere attenti “all’apporto dei fedeli laici, in generale, e dei giovani in particolare”, invitando “a camminare verso una Chiesa sinodale”. “Come Pastori di questa Chiesa particolare che pellegrina in Paraguay – ha affermato -, accompagniamo il sogno del Santo Padre di essere una Chiesa missionaria, capace di ascoltare e accompagnare il grido dei poveri, che alzano il loro grido per una vita dignitosa e piena, con le nostre strutture e priorità pastorali, con tutti i mezzi a nostra disposizione”.
Mons. Adalberto Martínez Flores ha quindi messo in evidenza l’impegno della Chiesa del Paraguay per il prossimo anno, deciso nell’Assemblea plenaria 220: “La Parola di Dio è la fonte, il mezzo e lo strumento privilegiato per il servizio pastorale per il nostro popolo. Pertanto, tutte le azioni della Chiesa nel 2020 saranno orientate e guidate dalla Parola di Dio. La misura della fertilità del nostro servizio sarà data dalla nostra capacità di ascoltare per farci illuminare dal Verbo fatto carne”.
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ASIA/FILIPPINE - Pace, dignità e giustizia per le vittime di omicidi extragiudiziali: appello di tre sacerdoti

Mar, 05/11/2019 - 09:51
Manila - Ripristinare pace, dignità umana e giustizia per le vittime di omicidi extragiudiziali nelle Filippine: è l'appello lanciato da tre sacerdoti cattolici che nei giorni scorsi hanno guidato una manifestazione e celebrato una messa a Manila. Come appreso da Fides, i tre sono il gesuita Albert Alejo, padre Flavie Villanueva e padre Robert Reyes che hanno organizzato una veglia di preghiera in ricordo delle persone innocenti uccise durante la "guerra contro la droga", lanciata dal governo di Rodrigo Duterte, che ha fatto circa 30.000 vittime in due anni.
Nell'omelia della messa, p. Alejo ha esortato i filippini a "parlare delle ingiustizie che si verificano nel paese": "Se i vivi sono silenziosi, come possono essere morti a parlare? Non solo proviamo empatia per loro, ma promettiamo di lottare e continuare la vita di coloro che sono stati uccisi. Restituiremo l'onore alla verità”, ha affermato. Le vittime delle esecuzioni, ha rilevato, "non sono solo numeri o statistiche, perchè l'ingiustizia sta uccidendo anche la verità, la fede e la speranza dei filippini", invocando "il rispetto dello "stato di diritto nel paese, oggi ignorato dalle stesse istituzioni statali".
I tre sacerdoti organizzatori sono stati in passato oggetto di minacce di violenze a causa delle critiche rivolte all'amministrazione del presidente Rodrigo Duterte, accanto a tanti altri esponenti della Chiesa nelle Filippine e altri attivisti per i diritti umani.
Migliaia di poveri tossicodipendenti nelle periferie urbane sono stati uccisi nelle Filippine nella "campagna anti-droga". Le organizzazioni per i diritti umani accusano la polizia di insabbiamenti sistematici ed esecuzioni sommarie che si stima abbiano toccato quota 30mila.
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OCEANIA/AUSTRALIA - La Chiesa in preghiera per il dono della pioggia

Mar, 05/11/2019 - 09:02
Sydenay - La Chiesa cattolica australiana dedica il mese di novembre alla preghiera per le persone in stato di sofferenza a causa della forte siccità che sta colpendo alcune zone del paese. Secondo il Servizio meteorologico nazionale australiano, alcune zone dell’Australia orientale sono colpite dal peggiore stato di siccità degli ultimi cento anni. Su invito della Conferenza episcopale dei vescovi d’Australia, parrocchie, scuole, famiglie e comunità cattoliche di tutto il paese saranno coinvolte nella Campagna nazionale di preghiera per sconfiggere la siccità.
Spiega a tal proposito, in una nota giunta all’Agenzia Fides, Mons. Columba Macbeth-Green, dei padri Paolini, Vescovo di Wilcannia-Forbes: "Coloro che vivono dove c'è abbondanza, o almeno sufficienza, di acqua non sembrano essere consapevoli di quanta sofferenza stia causando la siccità, e ciò non fa che accrescere le difficoltà di coloro che subiscono questo fenomeno. Laici, religiosi, sacerdoti, vescovi e tutta la Chiesa d’Australia devono essere solidali con le persone colpite da mancanza di acqua, offrendo preghiere e supporto pratico”.
Il Vescovo, a capo di una diocesi che copre quasi metà del Nuovo Galles del Sud, incluse alcune delle aree più colpite dalla siccità nel paese, rileva: “Il mese di preghiera è un'ulteriore risposta al lavoro locale svolto nelle comunità colpite. Varie realtà religiose, caritative e governative stanno già facendo un lavoro straordinario, supportando le persone con beni materiali, offrendo sostegno finanziario e rispondendo ai bisogni psicologici e spirituali della gente. Ma in un contesto di persone di fede, una parte della nostra risposta al problema è costituita dalla preghiera".
Anche la Bibbia, spiega il Vescovo, presenta storie in cui la pioggia rappresenta un dono di Dio per le persone che soffrono: "In tempi di siccità come quello che stiamo vivendo ora, dovremmo pregare Dio per il dono della pioggia: il Signore avrà il potere di estinguere le nostre terre aride ed anche di sollevare gli spiriti caduti di molte persone", ha concluso.

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VATICANO - Il Papa e la missione: «Senza Gesù non possiamo far nulla»

Lun, 04/11/2019 - 12:20
Anticipiamo alcuni stralci del libro-intervista con il Pontefice, a conclusione del Mese missionario straordinario, dove il Papa dice: «La Chiesa o è annuncio o non è Chiesa». Il volume, edito da Libreria Editrice Vaticana e Edizioni San Paolo, è in libreria dal 5 novembre

Roma - «La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita di coloro che si incontrano con Gesù». Così inizia la Esortazione apostolica Evangelii gaudium, pubblicata da Papa Francesco nel novembre 2013, otto mesi dopo il Conclave che lo aveva eletto Vescovo di Roma e Successore di Pietro. Quel testo programmatico del pontificato invitava tutti a ri-sintonizzare ogni atto, riflessione e iniziativa ecclesiale «sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale». Quasi sei anni dopo, per l’ottobre 2019 appena concluso, il Pontefice ha indetto il Mese missionario straordinario, e nel contempo ha convocato a Roma l’Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi dedicata alla Regione amazzonica, con l’intento di suggerire anche nuovi cammini di annuncio del Vangelo nel “polmone verde” martoriato dallo sfruttamento predatorio che violenta e infligge ferite «ai nostri fratelli e alla nostra sorella terra» .
Durante questo arco di tempo, Papa Francesco ha disseminato nel suo magistero riferimenti insistenti alla natura propria della missione della Chiesa nel mondo. Ad esempio, il Pontefice ha ripetuto infinite volte che annunciare il Vangelo non è «proselitismo», e che la Chiesa cresce «per attrazione» e per «testimonianza». Una costellazione di espressioni tutte orientate a suggerire per accenni qual è il dinamismo proprio di ogni opera apostolica, e quale può essere la sua sorgente.
Di tutto questo, e di molto altro, Papa Francesco parla nel libro-intervista intitolato «Senza di Lui non possiamo far nulla. Una conversazione sull’essere missionari oggi nel mondo. L’Agenzia Fides ne propone in anteprima alcuni estratti.

Lei ha raccontato che da giovane voleva andare missionario in Giappone. Si può dire che il Papa è un missionario mancato?

Non lo so. Sono entrato nei gesuiti perché mi colpiva la loro vocazione missionaria, il loro andare sempre verso le frontiere. Allora non sono potuto andare in Giappone. Ma ho sempre avvertito che annunciare Gesù e il suo Vangelo comporta sempre un certo uscire e mettersi in cammino.
Lei ripete sempre: “Chiesa in uscita”. L’espressione viene rilanciata da tanti, e a volte sembra diventato uno slogan abusato, a disposizione di quelli, sempre più numerosi, che passano il tempo a dar lezioni alla Chiesa su come dovrebbe o non dovrebbe essere.
“Chiesa in uscita” non è una espressione alla moda che mi sono inventato io. È il comando di Gesù, che nel Vangelo di Marco chiede ai suoi di andare in tutto il mondo e predicare il Vangelo «a ogni creatura». La Chiesa o è in uscita o non è Chiesa. O è in annuncio o non è Chiesa. Se la Chiesa non esce si corrompe, si snatura. Diventa un’altra cosa.

Che cosa diventa una Chiesa che non annuncia e non esce?

Diventa un’associazione spirituale. Una multinazionale per lanciare iniziative e messaggi di contenuto etico-religioso. Niente di male, ma non è la Chiesa. Questo è un rischio di qualsiasi organizzazione statica nella Chiesa. Si finisce per addomesticare Cristo. Non dai più testimonianza di ciò che opera Cristo, ma parli a nome di una certa idea di Cristo. Un’idea posseduta e addomesticata da te. Organizzi tu le cose, diventi il piccolo impresario della vita ecclesiale, dove tutto avviene secondo programma stabilito, e cioè solo da seguire secondo le istruzioni. Ma non riaccade mai l’incontro con Cristo. Non riaccade più l’incontro che ti aveva toccato il cuore all’inizio.

La missione è di per sé antidoto a tutto questo? Basta la volontà e lo sforzo di “uscire” in missione per evitare queste distorsioni?

La missione, la “Chiesa in uscita”, non sono un programma, una intenzione da realizzare per sforzo di volontà. È Cristo che fa uscire la Chiesa da se stessa. Nella missione di annunciare il Vangelo, tu ti muovi perché lo Spirito Santo ti spinge, e ti porta. E quando tu arrivi, ti accorgi che Lui è arrivato prima di te, e ti sta aspettando. Lo Spirito del Signore è arrivato prima. Lui previene, anche per prepararti il cammino, ed è già all’opera.

In un incontro con le Pontificie opere missionarie, Lei ha suggerito loro di leggere gli Atti degli Apostoli, come testo abituale di preghiera. Il racconto degli inizi, e non un manuale di strategia missionaria “moderno”. Come mai?

Il protagonista degli Atti degli Apostoli non sono gli apostoli. Il protagonista è lo Spirito Santo. Gli Apostoli lo riconoscono e lo attestano per primi. Quando comunicano ai fratelli di Antiochia le indicazioni stabilite al Concilio di Gerusalemme, scrivono: «Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi». Loro riconoscevano con realismo in fatto che era il Signore ad aggiungere ogni giorno alla comunità «quelli che erano salvati», e non gli sforzi di persuasione degli uomini.

E adesso è come allora? Non è cambiato niente?

L’esperienza degli apostoli è come un paradigma che vale per sempre. Basta pensare a come le cose negli Atti degli apostoli avvengono gratuitamente, senza forzature. È una vicenda, una storia di uomini in cui i discepoli arrivano sempre secondi, arrivano sempre dopo lo Spirito Santo che agisce. Lui prepara e lavora i cuori. Scombussola i loro piani. È lui a accompagnarli, guidarli e consolarli dentro tutte le circostanze che si trovano a vivere. Quando arrivano i problemi e le persecuzioni, lo Spirito Santo lavora anche lì, in maniera ancora più sorprendente, con il suo conforto, le sue consolazioni. Come avviene dopo il primo martirio, quello di Santo Stefano.

Che cosa avviene?

Inizia un tempo di persecuzione, e tanti discepoli fuggono da Gerusalemme, vanno nella Giudea e nella Samaria. E lì, mentre sono sparpagliati e fuggitivi, cominciano a annunciare il Vangelo, anche se sono soli e con loro non ci sono gli Apostoli, rimasti a Gerusalemme. Sono battezzati, e lo Spirito santo dà loro il coraggio apostolico. Lì si vede per la prima volta che il battesimo è sufficiente per diventare annunciatori del Vangelo. La missione è quella cosa lì. La missione è opera Sua. È inutile agitarsi. Non serve organizzare noi, non serve urlare. Non servono trovate o stratagemmi. Serve solo chiedere di poter rifare oggi l’esperienza che ti fa dire «abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi».

E se non c’è questa esperienza, che senso hanno le chiamate alla mobilitazione missionaria?

Senza lo Spirito, voler fare la missione diventa un’altra cosa. Diventa, direi, un progetto di conquista, la pretesa di una conquista che realizziamo noi. Una conquista religiosa, o forse ideologica, magari fatta anche con buone intenzioni. Ma è un’altra cosa.

Citando Papa Benedetto XVI, Lei ripete spesso che la Chiesa cresce per attrazione. Cosa intende indicare? Chi attrae? Chi viene attirato?

Lo dice Gesù nel Vangelo di Giovanni. «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». E nello stesso Vangelo, dice anche: «Nessuno viene a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato». La Chiesa ha sempre riconosciuto che questa è la forma propria di ogni moto che avvicina a Gesù e al Vangelo. Non una convinzione, un ragionamento, una presa di coscienza. Non una pressione, o una costrizione. Si tratta sempre di una attrazione. Già il Profeta Geremia dice «tu mi hai sedotto, e io mi sono lasciato sedurre». E questo vale per gli stessi apostoli, per gli stessi missionari, e per la loro opera.

In che modo avviene quanto Lei ha appena descritto?

Il mandato del Signore di uscire e annunciare il vangelo preme da dentro, per innamoramento, per attrazione amorosa. Non si segue Cristo e tanto meno si diventa annunciatori di lui e del suo Vangelo per una decisione presa a tavolino, per un attivismo autoindotto. Anche lo slancio missionario può essere fecondo solo se avviene dentro questa attrazione, e la trasmette agli altri.

Qual è il significato di queste parole rispetto alla missione e all’annuncio del Vangelo?

Vuol dire che se a attirarti è Cristo, se ti muovi e fai le cose perché sei attirato da Cristo, gli altri se ne accorgono senza sforzo. Non c’è bi- sogno di dimostrarlo, e tanto meno di ostentarlo. Invece, chi pensa di fare il protagonista o l’impresario della missione, con tutti i suoi buoni propositi e le sue dichiarazioni d’intenti spesso finisce per attirare nessuno.

Lei, nella Esortazione apostolica Evangelii gaudium, riconosce che tutto questo può «procurarci una certa vertigine». Come quella di chi si immerge in un mare dove non sa cosa incontrerà. Che cosa voleva suggerire con questa immagine? Queste parole riguardano anche la missione?

La missione non è un progetto aziendale ben collaudato. Non è nemmeno uno spettacolo organizzato per contare quanta gente vi prende parte grazie alle nostre propagande. Lo Spirito Santo opera come vuole, quando vuole e dove vuole. E questo può comportare una certa vertigine. Eppure il vertice della libertà riposa proprio in questo lasciarsi portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare e a controllare tutto. E proprio in questo imitiamo Cristo stesso, che nel mistero della sua Resurrezione ha imparato a riposare nella tenerezza delle braccia del Padre.
La misteriosa fecondità della missione non consiste nelle nostre intenzioni, nei nostri metodi, nei nostri slanci e nelle nostre iniziative, ma riposa proprio in questa vertigine: la vertigine che si avverte davanti alle parole di Gesù, quando dice «senza di me non potete far nulla».

Lei ama ripetere anche che la Chiesa cresce «per testimonianza». Quale suggerimento sta cercando di dare con questa sua insistenza?

Il fatto che l’attrazione si fa testimonianza in noi. Il testimone attesta ciò che l’opera di Cristo e del suo Spirito hanno compiuto realmente nella sua vita. Dopo la Resurrezione, è Cristo stesso che si rende visibile agli apostoli. È lui che fa di loro dei testimoni. Anche la testimonianza non è una propria prestazione, si è testimoni delle opere del Signore.

Altra cosa che Lei ripete spesso, in questo caso in chiave negativa: la Chiesa non cresce per proselitismo e la missione della Chiesa non è proselitismo. Come mai tanta insistenza? È per custodire i buoni rapporti con le altre Chiese e il dialogo con le tradizioni religiose?

Il problema con il proselitismo non è solo il fatto che contraddice il cammino ecumenico e il dialogo interreligioso. C’è proselitismo dovunque c’è l’idea di far crescere la Chiesa facendo a meno dell’attrazione di Cristo e dell’opera dello Spirito, puntando tutto su un qualsiasi tipo di “discorso sapiente”. Quindi, come prima cosa, il proselitismo taglia fuori dalla missione Cristo stesso, e lo Spirito Santo, anche quando pretende di parlare e agire in nome di Cristo, in maniera nominalistica. Il proselitismo è sempre violento per sua natura, anche quando la dissimula o la esercita con i guanti. Non sopporta la libertà e la gratuità con cui la fede può trasmettersi, per grazia, da persona a persona. Per questo il proselitismo non è solo quello del passato, dei tempi dell’antico colonialismo, o delle conversioni forzate o comprate con la promessa di vantaggi materiali. Ci può essere proselitismo anche oggi, anche nelle parrocchie, nelle comunità, nei movimenti, nelle congregazioni religiose.

E allora, cosa vuol dire annunciare il Vangelo?

L’annuncio del Vangelo vuol dire consegnare in parole sobrie e precise la testimonianza stessa di Cristo, come fecero gli apostoli. Ma non serve inventare discorsi persuasivi. L’annuncio del Vangelo può essere anche sussurrato, ma passa sempre attraverso la forza sconvolgente dello scandalo della croce. E segue da sempre la via indicata nella lettera di San Pietro apostolo, che consiste nel semplice «dare ragione» agli altri della propria speranza. Una speranza che rimane scandalo e stoltezza agli occhi del mondo.

Da cosa si riconosce il “missionare” cristiano?

Un tratto distintivo è quello di fare da facilitatori, e non da controllori della fede. Facilitare, rendere facile, non porre noi ostacoli al desiderio di Gesù di abbracciare tutti, di guarire tutti, di salvare tutti. Non fare selezioni, non fare “dogane pastorali”. Non fare la parte di quelli che si mettono sulla porta a controllare se gli altri hanno i requisiti per entrare. Ricordo i parroci e le comunità che a Buenos Aires avevano messo in campo tante iniziative per rendere più facile l’accesso al battesimo. Si erano accorti che negli ultimi anni stava crescendo il numero di quelli che non venivano battezzati per tanti motivi, anche sociologici, e volevano ricordare a tutti che essere battezzati è una cosa semplice, che tutti lo possono chiedere, per sé e per i propri figli. La strada presa da quei parroci e da quelle comunità era una sola: non aggiungere pesi, non accampare pretese, togliere di mezzo ogni difficoltà di carattere culturale, psicologico o pratico che poteva spingere le persone a rinviare o lasciar cadere l’intenzione di battezzare i propri figli.

In America, all’inizio dell’evangelizzazione, i missionari discutevano su chi fosse “degno” di ricevere il battesimo. Come andarono a finire quelle dispute?

Papa Paolo III rifiutò le teorie di chi sosteneva che gli indios erano per natura “incapaci” di accogliere il Vangelo e confermò la scelta di chi facilitava il loro battesimo. Sembrano cose passate, eppure anche adesso ci sono circoli e settori che si presentano come “ilustrados”, illuminati, e sequestrano anche l’annuncio del Vangelo nelle loro logiche distorte che dividono il mondo tra “civiltà” e “barbarie”. L’idea che il Signore abbia tra i suoi prediletti anche tante “cabecitas negras” li irrita, li mette di cattivo umore. Considerano buona parte della famiglia umana come se fosse un’entità di classe inferiore, inadatta a raggiungere secondo i loro standard i livelli decenti nella vita spirituale e intellettuale. Su questa base può svilupparsi un disprezzo per i popoli considerati di secondo livello. Tutto questo è emerso anche in occasione del Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia.

In diversi tendono a porre in alternativa dialettica l’annuncio chiaro della fede e le opere sociali. Dicono che non bisogna ridurre la missione al sostegno alle opere sociali. È una preoccupazione legittima?

Tutto quello che è dentro l’orizzonte delle Beatitudini e delle opere di misericordia va d’accordo con la missione, è già annuncio, è già missione. La Chiesa non è una Ong, la Chiesa è un’altra cosa. Ma la Chiesa è anche un ospedale da campo, dove si accolgono tutti, così come sono, si curano le ferite di tutti. E questo fa parte della sua missione. Tutto dipende dall’amore che muove il cuore di chi fa le cose. Se un missionario aiuta a scavare un pozzo in Mozambico, perché si è accorto che serve a quelli che lui battezza e a cui predica il Vangelo, come si fa a dire che quell’opera è separata dall’annuncio?

Quali sono oggi le nuove attenzioni e sensibilità da esercitare nei processi volti a rendere fecondo l’annuncio del vangelo nei diversi contesti sociali e culturali?

Il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale. Come ha riconosciuto Giovanni Paolo II, «restando pienamente se stesso, nella totale fedeltà all’annuncio evangelico e alla tradizione ecclesiale, il cristianesimo porterà anche il volto delle tante culture e dei tanti popoli in cui è accolto e radicato». Lo Spirito Santo abbellisce la Chiesa, con le espressioni nuove delle persone e delle comunità che abbracciano il Vangelo. Così la Chiesa, assumendo i valori delle differenti culture, diventa “sponsa ornata monilibus suis”, “la sposa che si adorna con i suoi gioielli”, di cui parla il Profeta Isaia. E vero che alcune culture sono state strettamente legate alla predicazione del Vangelo e allo sviluppo di un pensiero cristiano. Ma nel tempo che stiamo vivendo, diventa ancora più urgente tener presente che il messaggio rivelato non si identifica con nessuna cultura. E nell’incontro con nuove culture o con culture che non hanno accolto la predicazione cristiana, non bisogna provare a imporre una determinata forma culturale insieme con la proposta evangelica. Oggi anche nell’opera missionaria conviene ancor di più non portare bagagli pesanti.

Missione e martirio. Lei ha richiamato spesso il vincolo intimo che unisce queste due esperienze.

Nella vita cristiana l’esperienza del martirio e la proclamazione del Vangelo a tutti hanno la stessa origine, la stessa sorgente, quando l’amore di Dio effuso nei nostri cuori dallo Spirito Santo dona forza, coraggio e consolazione. Il martirio è la massima espressione del riconoscimento e della testimonianza resa a Cristo, che rappresentano il compimento della missione, dell’opera apostolica. Penso sempre ai fratelli copti trucidati in Libia, che pronunciavano sottovoce il nome di Gesù mentre venivano decapitati. Penso alle suore di Santa Madre Teresa uccise in Yemen, mentre accudivano i pazienti musulmani di una residenza di anziani disabili. Quando le hanno uccise, avevano i grembiuli di lavoro indossati sopra il loro abito religioso. Sono tutti dei vincitori, non delle “vittime”. E il loro martirio, fino allo spargimento di sangue, illumina il martirio che tutti possono patire nella vita di ogni giorno, con la testimonianza resa a Cristo ogni giorno. Quello che si può vedere quando si va a visitare le case di riposo dei vecchi missionari, spesso malridotti dalla vita che hanno fatto. Un missionario mi ha detto che molti di loro perdono la memoria e non ricordano più niente del bene che hanno fatto. «Ma non ha importanza» mi diceva «perché invece questo il Signore lo ricorda molto bene».

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