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Le notizie dell'Agenzia Fides
Aggiornato: 4 min 59 sec fa

ASIA/FILIPPINE - Nomina del Vicario Apostolico di Jolo

Sab, 04/04/2020 - 12:21
Città del Vaticano - Il Santo Padre Francesco ha nominato Vicario Apostolico del Vicariato di Jolo , il P. Charlie M. Inzon, O.M.I., finora Superiore provinciale dei Missionari Oblati di Maria Immacolata, nelle Filippine.
Il P. Charlie M. Inzon O.M.I., è nato il 24 novembre 1965 a Putiao, nella Diocesi di Sorsogon. Dal 1988 al 1993 ha studiato Filosofia presso la Notre Dame University, a Cotabato City, e dal 1993 al 1994 Teologia presso la Loyola School of Theology of the Ateneo de Manila University, a Quezon City, conseguendo il Master. Dal 2002 al 2008 ha proseguito gli studi presso il medesimo Istituto, ottenendo il Dottorato in Psicologia. Entrato nella Congregazione dei Missionari Oblati di Maria Immacolata nel 1982, ha emesso la professione perpetua l’8 settembre 1990. È stato ordinato sacerdote il 24 aprile 1993 a Coloocan City.
Dopo l’Ordinazione sacerdotale ha ricoperto i seguenti incarichi: 1993-1995: Cappellano del Notre Dame College, Jolo; 1995-1998: Incaricato della stazione missionaria di Batu-Batu, Tawi-Tawi; 1998-1999: Vicario parrocchiale di Our Lady of Lourdes Parish, Bangong Barrio, Caloocan City; 1999-2000: Vicario parrocchiale di Sto. Niño Parish, Madsayap, Cotabato; 2000-2007: Direttore dell’O.M.I. College Seminary, Quezon City; 2007-2010: Direttore della ricerca del Notre Dame College, a Jolo 2008-2010: Cappellano del Notre Dame College, Jolo; 2009-2010: Decano della Graduate School del Notre Dame College, Jolo; 2010-2014: Presidente del Notre Dame College, Jolo; 2014-2018: Presidente della Notre Dame University, Cotabato, dal 2018: Superiore provinciale degli O.M.I.
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EUROPA/ITALIA - L'Ordine di Malta estende i suoi progetti in tutto il mondo per combattere il Covid-19

Sab, 04/04/2020 - 12:12
Roma - La pandemia di Covid-19 sta influenzando profondamente l'attività dell'Ordine di Malta che in tutto il mondo offre ordinariamente assistenza sociosanitaria, ma ora ha dovuto adattarsi a questa crisi globale senza precedenti. Il personale è stato formato per continuare a garantire l'assistenza in condizioni di sicurezza. I programmi che portano soccorso ai bisognosi e ai malati sono stati ampliati per rispondere all'enorme pressione sui sistemi sanitari nazionali dei paesi colpiti dalla pandemia, informa un comunicato inviato all’Agenzia Fides. L'Ordine è impegnato a sostenere gli ospedali, i centri medici, i servizi di ambulanza e, allo stesso tempo, continua, ove possibile, le sue attività a sostegno degli anziani e dei disabili, che sono particolarmente a rischio in questo momento, nonché dei senzatetto e di tutte le persone in difficoltà.
Riportiamo alcune delle attività in corso in Africa e in Asia, secondo la nota pervenuta a Fides. L'Ordine di Malta è presente in Africa in oltre 30 paesi, dove gestisce numerosi ospedali e dispensari. La maggior parte delle attività prosegue nonostante il numero crescente di casi di Covid-19. Continuano ad operare i centri medici gestiti da Ordre de Malte France in Benin, Burkina Faso, Camerun, Congo, Guinea, Madagascar, Costa d'Avorio, Senegal, Ciad, Togo e Ciad, nonostante l'attuazione di misure di prevenzione e la riorganizzazione richiesta dalle autorità locali.
Ad eccezione del Sud Sudan, numerosi casi di coronavirus si sono ormai verificati in tutti i paesi dove il Malteser International opera, e i governi stanno rispondendo con il coprifuoco e la chiusura degli aeroporti. Tutto il personale internazionale è ancora nelle rispettive postazioni di lavoro.
Nella Repubblica Democratica del Congo, il reparto di isolamento utilizzato durante la risposta di Ebola è ora utilizzato per la risposta di Covid-19. In Sud Sudan il MI diffonde messaggi attraverso tutti i mezzi per informare la popolazione di Juba, compresi spettacoli teatrali di strada e spot radiofonici. In Uganda il MI sta lavorando allo sviluppo di un piano di comunicazione per modificare i comportamenti, incentrato sull'igiene e sulle strutture igienico-sanitarie, rivolto alle popolazioni rifugiate e alle comunità ospitanti intorno al Rhino Camp Settlement. Questa iniziativa includerà anche la distribuzione di articoli come disinfettanti per le mani. In Sudafrica il centro medico e sociale "Fratellanza del Beato Gerardo" si prepara ad una possibile esplosione dell'epidemia, che - nella regione che registra un numero crescente di casi di HIV - può rappresentare una vera e propria catastrofe. Il ministro della Salute prevede che il 60-70% dell'intera popolazione sudafricana potrebbe essere infettata dal coronavirus, cioè circa 40 milioni di persone. Le attività di assistenza ai malati, agli anziani e ai bambini sono state riorganizzate per ridurre i possibili contagi.
In Asia kit di articoli di prima necessità sono stati distribuiti in Bangladesh, insieme ad un'intensificazione dei programmi di bisogni primari. Di fronte alla minaccia del coronavirus, i team della Fondazione CIOMAL dell'Ordine di Malta, che si occupano specificamente del trattamento e della ricerca sulla malattia di Hansen, hanno riorganizzato la gestione corrente in Cambogia e il follow-up dei pazienti e delle loro famiglie viene ora effettuato a distanza. Sono stati creati gruppi di comunicazione in lingua khmer per consentire ai dipendenti non anglofoni di restare in contatto. In Tailandia, il Malteser International, in stretta collaborazione con l'Ambasciatore dell'Ordine in Tailandia, ha effettuato screening sanitari con termometri a infrarossi.
Per il Medio Oriente, tutti i centri di assistenza dell'Ordine di Malta in Libano e le unità mobili mediche dell'Ordine di Malta, seguono un protocollo rigoroso per garantire la sicurezza di tutto il personale e dei pazienti. I centri continuano a lavorare per garantire le visite mediche essenziali e le medicine, soprattutto per i pazienti con malattie croniche. Il personale sta raccogliendo la lista dei più vulnerabili che non possono raggiungere i centri, contattandoli nelle loro case per consegnare i medicinali mensili. Per ogni centro è stata creata una hotline per i casi non urgenti, incoraggiando le tele-consultazioni con un attento follow-up da parte dei medici. Le Unità Mediche Mobili sono attive soprattutto nelle zone più remote, in stretta collaborazione con i comuni.
In Palestina la situazione è particolarmente preoccupante a causa della mancanza di attrezzature mediche, come ventilatori e ossigeno, e della carenza di mascherine, alcol e disinfettanti. All'Ospedale della Sacra Famiglia dell'Ordine di Malta, a Betlemme, che ha l'unica unità di terapia intensiva neonatale in tutta la regione, nonostante le difficili circostanze, nel mese di marzo sono nati 285 bambini. Il personale contatta regolarmente i beduini che vivono in comunità isolate per visite di telemedicina e le donne incinte hanno potuto lasciare le loro comunità per far nascere i loro bambini all'ospedale. In Siria, assieme alle organizzazioni partner, l'agenzia di soccorso mondiale dell'Ordine, il Malteser International, continua a gestire e rafforzare le strutture sanitarie, ospedali e centri di assistenza sanitaria di base, e intensificherà le sue attività distribuendo più acqua e articoli per l'igiene, e aiutando a migliorare le strutture igienico-sanitarie nei campi e negli insediamenti informali che sono in condizioni pessime.
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AFRICA/SUD SUDAN - Covid-19, “bisogna garantire gli aiuti umanitari alla popolazione”

Sab, 04/04/2020 - 11:08
Juba - “Chiudere le frontiere in Sud Sudan significa condannare alla fame migliaia di persone: la sicurezza alimentare dell popolazione dipende ancora dalle esportazioni dei paesi vicini oltre che dagli aiuti umanitari. Il governo per questo motivo ha chiesto all’Uganda di lasciar passare i camion di cibo e benzina”. Lo riferisce all’Agenzia Fides padre Christian Carlassare, missionario comboniano italiano che vive a Juba, parlando delle misure cautelari messe in campo dal giovane stato africano in risposta alla diffusione della pandemia di Covid-19. il Ministero della Salute, nei giorni sorsi, ha infatti annunciato la chiusura di tutti gli altri aeroporti presenti sul territorio nazionale, con il divieto dei voli internazionali e la chiusura delle frontiere.
Secondo i dati dell’Onu, circa 6 milioni di persone, il 60% della popolazione, ha urgente necessità di assistenza umanitaria, il 20% in più rispetto allo scorso anno. “Il paese si troverebbe in una situazione critica e di svantaggio se dovesse affrontare un’epidemia di questo tipo”, osserva padre Christian. Nel mese febbraio e nelle prime settimane di marzo gli spostamenti con gli stati limitrofi sono stati numerosi: “Si teme, quindi, che il virus possa diffondersi anche qui in Sud Sudan - spiega il sacerdote comboniano – mentre la speranza è che il clima caldo limiti il propagarsi del contagio; ma si saprà solo fra un paio di settimane”.
“Attualmente - precisa il religioso - non ci sono dati disponibili circa il contagio: nessun caso è stato ancora confermato nel paese. Per precauzione sono state chiuse anche le scuole per un mese e sono stati vietati anche i raduni, comprese le attività religiose: “Con la sospensione delle celebrazioni comunitarie - riferisce p. Carlassare - si tratta di trovare altre forme di vicinanza alla gente e a chi soffre. Per il momento non c’è l’obbligo di rimanere isolati in casa. C’è solo il coprifuoco dalle sei di sera alle sei del mattino. Di giorno si possono dunque visitare le famiglie. Le piccole comunità di base possono rimanere attive e mantenere la loro preghiera a livello familiare”.
La televisione, Internet e altri social media non sono ancora accessibili alla gran parte della popolazione sudsudanese: “La radio - nota il missionario - svolge un servizio importante: ogni diocesi ha la sua emittente che trasmettere programmi che agevolano la preghiera in famiglia e portano una parola di conforto e di speranza”.
Sebbene importanti, le misure adottate appaiono insufficienti ad affrontare la complessa realtà di un paese come il Sud Sudan, martoriato da fame, povertà e malattie: “La prima sfida - sostiene p. Carlassare - riguarda la possibilità di intervenire nel caso ci siano persone infette la possibilità di fare tamponi è molto limitata e confinata alla sola capitale. Oltre a questo - continua - la sanità pubblica non è equipaggiata: può isolare il paziente ma non ci sono reparti di terapia intensiva con respiratori e ossigeno. Noi missionari comboniani abbiamo la direzione dell’ospedale diocesano di Mapuordit dove l’unico respiratore è quello della sala operatoria”. L’altra sfida riguarda la prevenzione: secondo padre Christian “la pratica dell’isolamento e della quarantena è molto difficile da attuare in un paese come il Sud Sudan per molte ragioni, anzitutto - chiarisce - bisogna considerare che molte famiglie vivono in capanne o case che hanno una sola stanza che viene condivisa, in media, da cinque o sei persone. La vita si svolge pressoché interamente all’aperto”. In casa, poi, non viene conservato cibo, se non la farina e poco altro: “Le condizioni igieniche dei mercati, formati da bancarelle spesso in piazze polverose e molto affollate, sono molto precarie”.
“Il nuovo governo di transizione ha una importante responsabilità: quella di affrontare questa possibile crisi senza divisioni”, rileva il missionario. “Questa epidemia, come ha detto Papa Francesco - conclude - ci ha colti tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo ci ha resi importanti e necessari, tutti bisognosi di confortarci a vicenda, tutti chiamati a remare insieme poiché ci troviamo sulla stessa barca”.





Link correlati :Guarda la video intervista a p. Carlassare sul canale Youtube dell'Agenzia Fides
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ASIA/FILIPPINE - La "doppia guerra" di Manila: al coronavirus e alla droga, con omicidi impuniti

Sab, 04/04/2020 - 10:36
Manila - La lotta alla pandemia di Covid-19 non ha rallentato la "crociata contro la droga" nelle Filippine. "Attualmente, il paese sta affrontando una doppia guerra: una è la guerra alla droga e l'altra è contro il coronavirus", nota all'Agenzia Fides Catherine Guzman, laica cattolica della diocesi di Cubao, vicino Manila. “Avevamo sperato che, con l'impegno profuso per fermare la pandemia, la guerra alla droga si interrompesse , ma ciò non sta accadendo", rileva.
Dal 2016 il presidente Rodrigo Duterte ha avviato la politica antidroga per uccidere criminali e tossicodipendenti spesso colpendo i quartieri più poveri delle Filippine e soprattutto quelli che vivono in vaste baraccopoli. Finora ha causato 6.600 vittime ufficiali della polizia, ma circa 30mila incluse le persone uccise da non ben identificate "squadre di vigilantes" e giustizieri armati: una lunga scia di omicidi extragiudiziali.
Nonostante la pandemia, il micidiale impulso dato dal governo per la "guerra alla droga" continua e l'attenzione della polizia si è spostata anche su altre aree del paese e su altri obiettivi.
Mentre l'emergenza del coronavirus ha già ucciso 144 filippini e registra oltre 3.100 casi di infezione, il governo ha imposto il blocco dell'intera isola settentrionale di Luzon, con 57 milioni di persone. I capi provinciali e municipali hanno imposto misure simili nelle loro stesse comunità, mettendo praticamente in quarantena l'intero paese di 104 milioni di persone.
Il 1° aprile, Rodrigo Duterte ha ordinato alla polizia e ai militari di sparare alle persone che non rispettano il blocco della nazione. “Siamo davvero preoccupati e scioccati da questo invito. Viviamo ogni giorno una doppia battaglia: con la pandemia o con gli omicidi legati alla droga", dice a Fides Sebastian Cruz, 23 anni, che vive in una baraccopoli di Manila, dove la gente è costretta a uscire di casa per procurarsi il cibo.
Nella società civile, gruppi che tutelano diritti umani hanno chiesto l'interruzione immediata delle operazioni di polizia, mettendo in guardia contro ulteriori abusi durante la crisi sanitaria nazionale. "E' paradossale assistere a omicidi extragiudiziali mentre la nazione è impegnata a salvare vite umane dal micidiale coronavirus", ha affermato Carlos Conde , attivista della Ong "Human Rights Watch" nelle Filippine. Paulin Romer, assistente sociale, auspica che "l'emergenza sanitaria nazionale porti alla fine della cosiddetta crociata contro la droga" e che cessi "la cultura dell'impunità, per cui le forze dell'ordine possono avere la mano libera per uccidere senza conseguenze". Il blocco, rileva "ha esacerbato la disuguaglianza sociale nel paese, portando a ulteriori violazioni dell dignità e dei diritti umani".
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AFRICA/CENTRAFRICA - Un missionario: "Sfidiamo il virus con la preghiera, la carità e la speranza".

Sab, 04/04/2020 - 10:20
Bozoum - Nella Repubblica centrafricana è comparso il Covid-19. Ufficialmente sono otto i casi di contagio, ma si teme che il virus possa essere più diffuso. "La settimana scorsa – spiega a Fides Aurelio Gazzera, missionario carmelitano a Bozoum - il Presidente della Repubblica ha annunciato le prime misure . Anche noi ci siamo adeguati. Domenica abbiamo limitato il numero dei presenti alla Messa, ma siamo riusciti a trasmettere la celebrazione alle 8,30 sulla nostra radio comunitaria".
Padre Aurelio, parroco di Bozoum e responsabile della Caritas diocesana, ha così deciso di organizzare un viaggio per incontrare i responsabili di dieci parrocchie e spiegare loro come far fronte alla possibile epidemia. «In ogni parrocchia – spiega - abbiamo fatto una riunione , nella quale ho prima presentato la malattia , invitando a prendere sul serio questo problema. Poi ci siamo organizzati, come credenti e come Caritas, per assicurare ai più deboli assistenza e cibo".
Le persone incontrare hanno accolto bene questa iniziativa. "Nonostante la paura – continua il carmelitano -, c’è comunque molta voglia di tenersi pronti e di dare una risposta concreta al virus. Purtroppo non sarà facile bloccare il virus. La gente qui vive fuori casa. Per riuscire a procurarsi il necessario per la famiglia è necessario uscire. Solo così è possibile trovare qualche lavoretto, vendere o comprare oggetti e alimenti indispensabili. Nonostante il numero dei contagi stia salendo rapidamente in Camerun , e nonostante le restrizioni dei viaggi, i bus continuano ad andare e tornare regolarmente da Bangui alla frontiera del Camerun, favorendo così la propagazione della malattia".
Padre Aurelio ha impiegato quattro giorni per compiere un viaggio di 700 km, su strade sconnesse e al limite della praticabilità. "È stato un viaggio faticoso – conclude –, ma è stata una grande gioia incontrare parroci, suore, laici che si preoccupano prima di tutto degli altri. Padri e suore, giovani e a volte anziani, e nessuno che si ponga il problema per sé, o che pensi di partire, ma tutti molto preoccupati per quello che può succedere, se il virus prende piede in Centrafrica. E sono tutti decisi a sfidare il virus, con le poche armi di cui disponiamo: la preghiera, la carità e la speranza".
La Repubblica centrafricana è un Paese in ginocchio. Da sette anni è sprofondata in una guerra civile che, nonostante gli accordi di pace, continua a mietere violenza e instabilità politica. In questo contesto, già precario, la diffusione del virus non può che prostrare ulteriormente la società civile colpendo molte persone e causando un aumento dei prezzi degli alimenti di base e dei generi di prima necessità .

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AMERICA/MESSICO - La Chiesa invita a praticare la carità con i più vulnerabili e pubblica un vademecum per i sacerdoti

Ven, 03/04/2020 - 20:01
Xalapa - La Chiesa cattolica in Messico ha lanciato un appello urgente alla popolazione affinché pratichi la carità e sostenga i più vulnerabili, perché di fronte alla crisi sanitaria causata dal coronavirus, la crisi economica colpisce coloro che vivono alla giornata, come gli indigenti.
Il sacerdote José Manuel Suazo Reyes, portavoce dell'Arcidiocesi di Xalapa, ha sottolineato che per la quarantena durante la quale i cittadini non escono di casa, l'economia colpisce i lavoratori autonomi che guadagnano qualcosa solo quando lavorano. "In questi tempi, cerchiamo di rafforzare le azioni di carità, perché ci sono molte persone che vivono quotidianamente e sicuramente queste persone sono quelle che subiranno il maggiore impatto, le conseguenze di questa situazione" ha sottolineato. E ha aggiunto che la crisi non sarà solo per la salute, ma sarà anche economica, quindi "dobbiamo condividere, praticare la carità con i più vulnerabili, con i più bisognosi".
A causa di questa situazione, la "Caritas" fornirà generi alimentari alle famiglie bisognose, cibo alle persone che vivono in strada e farmaci, ha assicurato il sacerdote. "La Caritas, sia diocesana che parrocchiale, continuerà a fornire servizi essenziali, come offrire un pacco alle persone più povere, aprire la sua farmacia per mettere a servizio della comunità le medicine che abbiamo, perché ci sono molte persone indigenti" ha precisato.
Il Messico è uno dei paesi Latinoamericani che ha adottato provvedimenti contro l'emergenza sanitaria molto tardi, rispetto ad altri paesi, quindi ci sono ormai punti di contagio in diverse parti della nazione. La Conferenza episcopale messicana ha pubblicato un vademecum sul ruolo del sacerdote dinanzi all'emergenza del Covid-19. È una sorta di vademecum sull'esercizio del sacerdozio nell'emergenza sanitaria del coronavirus. "Il sacerdote deve essere un grande ponte di unione tra Dio e i suoi figli", si legge nell'introduzione del testo.
"Non è il momento di rilassarci nella nostra vita spirituale, non ci permettiamo di abbassare la guardia verso questo grande rischio di contagio; cerchiamo di essere attenti a sapere come prenderci cura di noi stessi e come essere buoni pastori di tutta la comunità cristiana che Dio ci ha affidato". Queste le raccomandazioni principali dei Vescovi messicani nel documento "Il sacerdote dinanzi alla grande sfida Covid-19".
Responsabilità, preghiera, solidarietà, servizio e prudenza, sono i titoli di ogni parte del documento, che motiva l'azione pastorale in questa situazione d'emergenza, illustrando alcuni elementi della prevenzione sanitaria.
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OCEANIA/AUSTRALIA - Gli aborigeni: la quarantena come tempo di riflessione accompagnati da Giovanni Paolo II

Ven, 03/04/2020 - 16:54
Sydney - Approfittare del periodo di isolamento sociale, volto a contenere l’emergenza del Coronavirus per, farsi ispirare dalle parole che Giovanni Paolo II rivolse agli aborigeni e agli isolani dello Stretto di Torres nel 1986, perché “il suo messaggio all’epoca suonò rivoluzionario, ma nelle attuali circostanze ci dona speranza e forza e la consapevolezza di essere una nazione unita contro una minaccia comune”. E’ l’invito, contenuto in una nota, inviata all’Agenzia Fides, che il Consiglio nazionale cattolico degli aborigeni e degli isolani dello Stretto di Torres rivolge alla propria comunità.
Nel suo messaggio del 1986, Giovanni Paolo II aveva invitato i cattolici aborigeni a porsi in un atteggiamento di “riconciliazione” per dare il proprio contributo per la crescita della nazione: “Solo così porterete il vostro miglior contributo a tutti i fratelli e a tutte le sorelle in questa grande nazione. Voi siete parte dell’Australia e l’Australia è parte di voi. La chiesa stessa in Australia non sarà pienamente la chiesa voluta da Gesù finché non avrete portato il vostro contributo alla sua vita e finché questo contributo non sarà stato accolto con gioia dagli altri”. Questo contributo, secondo il Pontefice polacco, porta in sé l’impronta dello Spirito Santo: “Durante tutto questo tempo lo Spirito di Dio è stato con voi. Il vostro ‘sognare’ è il vostro modo di toccare il mistero dello Spirito di Dio in voi e nel creato. Dovete continuare a sforzarvi di raggiungere Dio, e persistere in questo atteggiamento nella vostra vita”.
In questo periodo di emergenza, il Consiglio nazionale cattolico degli aborigeni e dello Stretto di Torres sta portando avanti un servizio di assistenza ai più bisognosi, offrendo kit di effetti personali per le degenze ospedaliere e un supporto via Skype per le persone più anziane. E’ stato, inoltre, attivato un servizio di “mailing list” che fornisce aggiornamenti ed informazioni utili riguardanti l’emergenza covid-19. A tal proposito, si legge nella nota: “Cerchiamo di sostenere le nostre comunità condividendo informazioni utili a fronteggiare questa crisi. Non siamo medici esperti, ma suggeriamo a tutti di seguire le linee guida stabilite dal governo e dalle autorità mediche. Da parte nostra, preghiamo perché tutte le nostre comunità siamo al sicuro: i sacerdoti, le famiglie e le comunità sono nei nostri pensieri e nelle nostre preghiere durante questo periodo difficile e sfidante”.
Il Consiglio nazionale cattolico degli Aborigeni e degli isolani dello Stretto di Torres è il più alto organo consultivo dei Vescovi australiani sulle questioni relative alle comunità native, che annovearno oltre 130.000 cattolici. Tra le attività di competenza del Consiglio vi è il cammino sacramentale e la cura pastorale, il supporto caritativo ai non abbienti e l’assistenza a malati e carcerati.
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AMERICA/ECUADOR - “Dal dolore costruiamo l’unità”: richiamo dei Vescovi alla società civile, ai partiti, al governo, di fronte alla pandemia

Ven, 03/04/2020 - 16:08
Quito – “Le famiglie dell’Ecuador vivono momenti di angustia, dolore, incertezza…per la proliferazione della pandemia di Covid 19 nel nostro paese, situazione che esige da tutti e da ognuno di noi un’attenzione urgente e adeguata” scrive la Presidenza della Conferenza Episcopale dell’Ecuador, nella nota intitolata “Dal dolore costruiamo l’unità”, pervenuta all’Agenzia Fides.
Secondo le notizie raccolte da Fides, la situazione è drammatica. In Ecuador sono stati registrati 2.758 contagi con 98 morti, su una popolazione di 16 milioni di abitanti. Le persone muoiono in casa e nessuno porta via le salme per paura del contagio. Tanti corpi vengono abbandonati per strada.
Nel testo i Vescovi chiedono alla società civile di “rafforzare l’unità e la solidarietà, per rispondere, con azioni concrete, alle necessità di questo popolo, che ama la vita e vede i suoi fratelli in una situazione di alto rischio”. Quindi dai partiti, dai movimenti, dalle organizzazioni sociali ed ecomiche, i Vescovi “esigono, in nome di Dio e del nostro popolo sofferente per gli effetti del Covid 19, che cessino il confronto e lascino da parte gli interessi particolari”, e sottolineano: “La tregua politica è improrogabile e l’unità nazionale è un imperativo”. Il Governo nazionale deve infine provvedere a tutto il necessario, come infrastrutture, medicine, èquipe sanitarie, “per assistere, con prontezza ed efficienza, le necessità delle persone contagiate da Covid 19”.
Alla fine invitano a guardare a Cristo Gesù, “che soffre il suo martirio e la sua croce in ogni persona contagiata dal Covid 19, e che ci apre il cammino alla vita e alla risurrezione”, esortando ad “affrontare insieme questa crisi in modo tale che il desiderio di Gesù, ‘che siano una cosa sola’ si realizzi qui e adesso”. Concludono invocando Maria, l’Addolorata, perché interceda presso il suo amato Figlio “per la nostra cara patria ecuadoriana e per tutti i paesi del mondo intero”.
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ASIA/TURCHIA - Covid-19, fondazioni delle minoranze religiose aderiscono alla “Raccolta donazioni” lanciata da Erdogan

Ven, 03/04/2020 - 11:17
Ankara – Le Fondazioni turche che fanno capo alle comunità religiose minoritarie si preparano a partecipare alla raccolta di donazioni lanciata dal Presidente Recep Tayyip Erdogan come “Campagna nazionale di solidarietà” per accumulare risorse necessarie a contrastare la diffusione della pandemia da coronavirus in Turchia. L’ebreo Moris Levi, rappresentante delle Fondazioni delle comunità religiose di minoranza in seno alla Assemblea nazionale delle Fondazioni turche, ha riferito ai media turchi che tutto il comparto delle Fondazioni da lui rappresentato, senza eccezioni, si è già attivato per rispondere in tempi brevi alla richiesta di solidarietà concreta espressa dal Presidente turco, mentre Isaak Haleva, Rabbino Capo della comunità ebraica in Turchia , ha già annunciato che devolverà alla campagna di raccolta donazioni l’equivalente di cinque mensilità del suo stipendio personale.
Il 30 marzo, Erdogan ha lanciato la"Campagna nazionale di solidarietà" per sostenere il nuovo coronavirus, condotta sotto gli slogan volti a affermare “l’autosufficienza” della Turchia in tale battaglia. Erdogan ha inaugurato la raccolta di donazioni annunciando di aver devoluto a favore della campagna l’equivalente di sette mensilità del suo stipendio personale, sottolineando che l’iniziativa punta a sostenere soprattutto coloro che nella vita quotidiana fanno più fatica a livello economico, a partire dai lavoratori che stanno perdendo il salario. Anche i membri del governo hanno aderito alla campagna con una donazione complessiva di 5,2 milioni di lire turche .
Nelle ultime settimane, tra le teorie cospirazioniste circolate sui media turchi a proposito della pandemia, si erano fatte notare quelle di Fatih Erbakan, ieader del movimento Yeniden Refah Partisi: a suo giudizio, “Sebbene non vi siano prove concrete, il sionismo potrebbe benissimo essere dietro il coronavirus”.
All’inizio di marzo , L’ufficio comunicazione del Presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva inviato alle Fondazioni che fanno capo alle comunità religiose minoritarie la richiesta di sottoscrivere un documento di incondizionato sostegno al governo e all’esercito turco, nel momento in cui gli apparati militari turchi portavano avanti le loro operazioni sugli scenari del conflitto in corso nella provincia siriana di Idlib.
Più di 40 villaggi e quartieri del Paese sono isolati in quarantena, a causa dell’epidemia. Secondo le cifre ufficiali fornite dalle autorità turche, alla fine di marzo i casi confermati di persone contagiate dal coronavirus si aggirava intorno alle 11mila unità, con meno di 800 pazienti in pazienti erano in terapia intensiva.
La campagna di raccolta donazioni lanciata da Erdogan è stata aspramente criticata da rappresentanti delle opposizioni. Meral Akşener, fondatrice del Partito Iyi, ha polemicamente invitato il Presidente turco a aggiungere alle sue donazioni anche l’aereo regalatogli dall'Emiro del Qatar.
In Turchia le circa 170 Fondazioni legate a minoranze etniche e religiose presenti in Turchia – comprese quelle animate da ebrei e da cristiani armeni, greci, assiri, siri, caldei, bulgari e georgiani – operano secondo le disposizioni e i regolamenti definiti dalla Direzione generale delle Fondazioni. Negli ultimi anni, tali organismi versano in una situazione di incertezza e disagio istituzionale: nel 2013 era stato steso un nuovo regolamento per ridefinire i rapporti delle Fondazioni con gli apparati governativi e il loro funzionamento interno, ma tale regolamento di fatto non è mai entrato in vigore, impedendo di rinnovare le cariche dirigenziali delle singole istituzioni.
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AFRICA/COSTA D’AVORIO - Coronavirus: dal presidente dell'Episcopato un appello alla solidarietà universale

Ven, 03/04/2020 - 10:50
Abidjan – “Cari fratelli e sorelle, la pandemia dovuta al coronavirus mette l'uomo di fronte alla sua fragilità; ma poi ci soccorre il pensiero di Dio espresso dall'apostolo Paolo: la carità non passa mai" ha detto Sua Ecc. Mons. Ignace Dogbo Bessi, Vescovo di Katiola, Amministratore apostolico di Korhogo e Presidente della Conferenza Episcopale della Costa d'Avorio, che lancia un appello alla solidarietà universale di fronte alla diffusione del Coronavirus che sta provocando lutti in migliaia di famiglie e rovinando le economie mondiali.
Secondo il Vescovo di Katiola, la sventura che riguarda tutto il mondo può essere rapidamente superata "solo se la lotta è combattuta nella carità universale” che richiede da parte di tutti, onestà e trasparenza nella gestione dei fondi assegnati alla lotta contro il coronavirus.
"Il mondo intero non ha il diritto di far prosperare un tale contesto di sconvolgimento, il detto: 'la sfortuna dell'uno fa la felicità dell'altro' dovrebbe essere bandito dal pensiero dell'umanità. Al contrario, la sfortuna di alcuni è la sfortuna di tutti secondo la parola di Dio che dice: quando un membro del corpo soffre, tutti gli altri membri soffrono con esso " sottolinea Mons. Bessi. “Se soffriamo con coloro che soffrono di questa pandemia, se siamo solidali con la loro sventura, non possiamo approfittarne per fare affari e arricchirci sfruttando la malattia”.
Nel terminare il suo appello alla solidarietà universale, Mons. Bessi ha ricordato che l’unità nella preghiera ci renderà rapidamente vittoriosi sul coronavirus e il mondo riprenderà la sua marcia con molta più speranza nell'unità e nella carità senza discriminazioni.
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AFRICA/SUDAFRICA - Le bidonville chiuse "rischiano di esplodere": effetti sociali della lotta al covid-19

Ven, 03/04/2020 - 10:12
Pretoria - I casi sono poco più di un migliaio e i morti si contano sulla punta di una mano, ma in Sudafrica il Covid-19 fa ugualmente paura. "l virus - spiega all'Agenzia Fides Pablo Velasquez, missionario scalabriniano a Johannesburg - preoccupa molto. Ciò che spaventa però è il diffondersi dell'epidemia, ma anche la possibile reazione sociale alla quarantena".
I decreti del presidente Cyril Ramaphosa impongono la chiusura delle attività economiche e l’obbligo di rimanere in casa. Per la classe media e quella più ricca, ciò non è un problema. "Le fasce benestanti della popolazione - continua padre Pablo - hanno risorse economiche e garanzie occupazionali che li tutelano e li aiutano a rispettare le direttive. Non è così per le fasce più povere".
Gli abitanti degli slum delle grandi città sudafricane vivono grazie all’economia informale: piccolo commercio, servizi domestici, ecc. Non hanno alcuna tutela. "Per loro - continua padre Pablo - perdere giorni di lavoro significa non guadagnare nulla e quindi non avere risorse per acquistare il cibo per la famiglia. Per questo i provvedimenti non sono stati accolti con entusiasmo nelle township". La chiusura delle bidonville può poi peggiorare il contagio. Le condizioni di vita sono molto dure. Famiglie di cinque, sei persone vivono spesso in una piccola stanza, uno vicino all’altro. La diffusione del virus diventa così più semplice.
Particolarmente drammatica è la condizione degli immigrati che rappresentano il 7,5% della popolazione. "In questa fase di lockdown – osserva padre Filippo Ferraro, missionario scalabriniano a Città del Capo - i migranti hanno difficoltà a rinnovare i permessi di soggiorno e così rischiano di finire nell’illegalità. Non solo, non possono lavorare e quindi non hanno soldi per poter mangiare".
Così, mentre la polizia pattuglia i quartieri residenziali, intorno alle grandi baraccopoli sono stati inviati i militari in assetto da guerra. "Chiudere una township – spiega padre Filippo – è come chiudere una caldaia in ebollizione: se non la fai sfogare, rischia di esplodere".
In questo contesto, il sistema sanitario non pare pronto a far fronte a un’epidemia su vasta scala. "Il sistema locale - conclude padre Filippo - è simile a quello statunitense, dove le cure migliori sono assicurate solo a chi può permettersele economicamente. Quindi la maggior parte della popolazione povera è costretta a rivolgersi alle poche strutture pubbliche. Ma queste sono già allo stremo. Il rischio è che non ci siano presidi sufficienti per contenere il diffondersi del virus".
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AMERICA/ARGENTINA - 500 anni dalla prima messa: “La nostra vita riacquisti sapore, desiderio, entusiasmo per metterla al servizio dei più poveri”

Ven, 03/04/2020 - 10:06
Río Gallegos - Nel 500° anniversario della prima Messa in territorio argentino, nel 1520, nell'attuale città di Puerto San Julián, Santa Cruz, il Vescovo di Rio Gallegos, Mons. Jorge García Cuerva, ha celebrato il 1° aprile nella sede del Vescovado una messa di ringraziamento senza la presenza di fedeli. Le misure adottate per contenere la pandemia di Covid-19 hanno imposto infatti di annullare le manifestazioni previste da tempo per questo giubileo .
Papa Francesco ha inviato una lettera per esprimere la sua vicinanza. Sebbene a causa della pandemia in questi giorni l'umanità sembri camminare "con il volto triste" come i discepoli di Emmaus, ha scritto il Papa, Dio è sempre in mezzo a noi nel sacramento dell’Eucaristia e ci incoraggia a camminare. "La presenza di Gesù nell'Eucaristia che, silenziosamente e discretamente, ci accompagna da oltre 500 anni – scrive il Papa -, è il sacramento dell'alleanza che Dio ha voluto suggellare con il suo popolo, con il nostro popolo: Lui è in mezzo a noi, sostenendo il cammino. Questa certezza che abbiamo ereditato dai nostri genitori e nonni è la riserva spirituale che ha accompagnato, plasmato e forgiato l'anima della nostra Nazione e che vogliamo plasmi anche il futuro dei nostri figli e nipoti”.
Nella sua omelia, il Vescovo ha preso spunto dal brano evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci: “Alzando gli occhi, Gesù vide una grande moltitudine che andava da Lui e li vedeva bisognosi, li vedeva affamati". In questo periodo di pandemia, ha detto, “i bisogni della nostra gente sembrano moltiplicarsi e, pertanto, può sorgere la tentazione di guardare dall'altra parte”. Per questo motivo, ha ricordato che "il nostro sguardo è un riflesso della misericordia di Gesù, che continua a scegliere i peccatori, gli scartati della nostra società".
Di fronte alla sofferenza, alla solitudine, alla povertà e alle difficoltà di tante persone a causa della pandemia, il Vescovo ha invitato a chiedersi "Cosa possiamo fare?". “Possiamo offrire quel poco che abbiamo… Sicuramente abbiamo qualche ora di tempo, un po' di talento, ... Chi di noi non ha i suoi ‘cinque pani e due pesci’? Li abbiamo tutti! ", E ha aggiunto:" Se siamo disposti a metterli nelle mani del Signore, saranno sufficienti perché nel mondo ci sia un po' più di amore, di pace, di giustizia e di gioia. Dio è in grado di moltiplicare i nostri piccoli gesti di solidarietà”.
Riferendosi alla celebrazione dei 500 anni della prima Messa, Monsignor García Cuerva ha commentato che “questo 1° aprile ci aspettavamo di essere a San Julián e di vivere tre giorni di incontro e di celebrazione, venuti in molti da tutta la diocesi e da altre parti del paese e dall'estero”. Quindi ha sottolineato: “500 anni dopo quell'impresa, chiediamo al Signore Eucaristia che anche la nostra vita riacquisti sapore, desiderio, entusiasmo e la mettiamo al servizio dei fratelli più poveri, affinché il desiderio di Gesù possa diventare realtà; la civiltà dell'amore, nella logica della fraternità, nella logica del dare, dell'incontro nella diversità; perché nessuno si salva da solo, come ci ha detto il Papa, siamo tutti nella stessa barca, in mezzo alla tempesta, remando insieme; poi ci sediamo tutti alla sua mensa, la mensa dell'Eucaristia, la mensa del Pane della Vita".
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AMERICA/COLOMBIA - Infanzia Missionaria: preghiera in famiglia per fermare la pandemia

Gio, 02/04/2020 - 21:00
Leticia - Suor Celina Mota Sánchez, direttrice diocesana delle Pontificie Opere Missionarie del Vicariato Apostolico di Leticia, in Colombia, spiega a Fides le iniziative pastorali e umanitarie prese da quando sono in atto le disposizioni del governo per la pandemia di Covid-19. Lei si trova nella città di Leticia, dove sta passando la quarantena nella casa delle suore vincenziane.
Suor Celina sottolinea una cosa importante: come Chiesa tutti si sono uniti per sostenere i fedeli dal lato spirituale. "In unione con i sacerdoti, religiosi e religiose, genitori, maestri e ragazzi dell'Infanzia e Adolescenza missionaria , da quando è stata annunciata la notizia, è stata intensificata la preghiera familiare, con i bambini della IAM. I misteri del Santo Rosario sono inviati loro in audio, in modo che le famiglie preghino il Santo Rosario ogni giorno. Vengono inviati anche la preghiera del sangue di Cristo e disegni, in modo che i bambini possano colorarli e avere sempre Dio in mente, avere un mezzo di comunicazione personale con Lui".
I sacerdoti - prosegue la religiosa - trasmettono le celebrazioni eucaristiche nelle chiese dalla stazione radio della polizia, alle 7 del mattino, tutti i giorni. Il parroco della Cattedrale di Nostra Signora della Pace invia ogni giorno il Vangelo in audio per WhatsApp in modo che le persone possano ascoltarlo e meditare come una famiglia. "Grazie all'azione della polizia, i controlli sono stati intensificati, perché questo è un territorio di confine dove gli stranieri vanno e vengono, ma adesso la situazione è sotto controllo, chiudendo il confine. Finora non esiste un caso positivo di covid-19". Suor Celina conclude: "Prego perché i bambini dell'IAM siano sempre buoni e aiutino i loro genitori in questa situazione, spero che sia così e che continuino ad essere giudiziosi".
La testimonianza della religiosa è solo una delle tante che mostrano come la Chiesa in Colombia stia vivendo insieme alla popolazione questa situazione di crisi.
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ASIA/CINA- Emergenza Covid-19, arrivano in Vaticano gli aiuti e una lettera dei cattolici cinesi: “Santo Padre, abbia cura di sé”

Gio, 02/04/2020 - 13:50
Pechino – “Santo Padre, durante l’epidemia, abbia a cuore anche la Sua persona. Lo faccia per noi, 1,3 miliardi di cattolici sparsi in tutto il mondo. La preghiamo di prendersi cura anche di sé!”. È questa la raccomandazione che dal profondo del cuore i cattolici cinesi rivolgono a Papa Francesco. Se ne fa portavoce una lettera aperta rivolta al Vescovo di Roma e pubblicata oggi su sito di Xinde Press , la più ampia piattaforma della comunicazione cattolica cinese. “La stessa raccomandazione” si legge nella lettera “vorremmo estenderla a chi amminstra Casa Santa Marta ed ai suoi segretari: che custodicano bene il Papa, in questo periodo difficile, e vigilino sulle distanze di sicurezza quando lui deve incontrare visitatori. E se deve per forza ricevere qualcuno o partecipare ad eventi con altre persone, speriamo tanto che il Papa indossi anche lui una mascherina”.
Nelle parole della lettera rivolta al Papa si percepisce la sollecitudine amorevole di chi si preoccupa anche della salute di una persona a cui si vuole tanto bene, in un momento in cui il pericolo incombe su tutti. Come gesto di fede e comunione, innumerevoli cattolici cinesi sono rimasti svegli o si sono svegliati apposta in piena notte per seguire via internet l’atto straordinario di preghiera in tempo di epidemia presieduto da Papa Francesco venerdì 27 marzo in Piazza San Pietro . Tantissimi di loro stanno seguendo ogni giorno i suggerimenti spirituali del Papa per vivere il proprio itinerario spirituale quaresimale in questo tempo stravolto dall’emergenza sanitaria globale.
Gli aiuti raccolti da comunità cattoliche ed anche protestanti cinesi, con il coordinamento di Jinde Charity, stanno arrivando anche in Italia e in Vaticano con il supporto logistico dell’ambasciata italiana a Pechino e del Ministero degli esteri italiano, che ha consentito di voordinare e organizzare il trasporto aereo dei gli aiuti raccolti. Il 28 marzo è giunta all’aeroporto di Malpensa la seconda spedizione di aiuti inviati dai cattolici cinesi, per un valore complessivo di 450mila euro. Attraverso la Farmacia Vaticana, gli aiuti sono stati smistati all’Ufficio della pastorale sanitaria del Vicariato di Roma . Ampi quantitativi degli stessi dispositivi sanitari sono stati smistati alla Diocesi di Macerata, all’Ospedale Gemelli dell’Università cattolica del Sacro Cuore, all’Ospedale da campo della Associazione nazionale Alpini. Il primo carico di dispositivi sanitari spedito grazie alle raccolte dei cattolici cinesi era arrivato in Italia due settimane fa, in quel caso le attrezzature di protezione erano state prese in consegna e redistribuite dalla Caritas Ambrosiana, nel territorio dell’arcidiocesi di Milano e in Lombardia, epicentro della pandemia. Ora la terza spedizione è pronta a partire da Pechino con i primi voli disponibili diretti in Italia.
Sin dalla prima esplosione dell’epidemia Covid-19, Papa Francesco ha manifestato pubblicamente la sua vicinanza alla popolazione cinese colpita pesantemente dal virus anche con riferimenti diretti espressi alla fine dell’Udienza generale del mercoledì o dopo la recita dell’Angelus domenicale. Come ha confermato mons. Segundo Tejado Muñoz, sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, citato da Xinde Press, “attraverso Jinde Charity Papa Francesco ha donato 200mila euro senza condizione alla Cina per i progetti di prevenzione/contro epidemia e per l'assistenza agli anziani, per esprimere il suo amore per il popolo cinese”.
I cattolici cinesi stanno vivendo quest’emergenza con grande senso di fede, confortati dai gesti e dalle parole del Papa che chiama tutti alla preghiera e alla solidarietà fraterna. Oltre che in Italia, gli aiuti di cattolici e protestanti cinesi sono arrivati anche in Corea del sud e Spagna, suscitando anche gesti gratuiti di riconoscenza da persone colpite da questo spontaneo movimento di carità. Don Giovanni Battista Sun, Presidente del Centro Studi “Li Madou” della diocesi di Macerata, ha sottolineato che l’emergenza attraversata dall’Italia, il Paese del gesuita maceratese Matteo Ricci, ha suscitato premurosa preoccupazione in tutti i cinesi, cattolici e no. E uno studioso cinese ha voluto inviare a Jinde Charity 10 mila Yuan chiedendo di usarli per inviare aiuti proprio alla popolazione di Macerata. La Amity Foundation, Fondazione cinese cristiana protestante rinomata per aver stampato centinaia di milioni di Bibbie in lingua cinese, sta collaborando con i cattolici cinesi per aiutare Paesi tra i più colpiti dal Covid-19 come Italia, Spagna e Germania “nel nome di tutti i cristiani cinesi”. “La carità cristiana” dichiara a Fides padre John Baptist Zhang, responsabile di Jinde Charity “è senza confini, e sopratutto in questo momento è urgenteguardare alle sofferenze di tutta la famiglia umana con lo spirito della carità cristiana, come ci insegna la fede e il magistero di tutti i Papi”.
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ASIA/CAMBOGIA - Covid-19, i cattolici alimentano la fede con la "comunione spirituale"

Gio, 02/04/2020 - 12:31
Phnom Penh - Con l'avvicinarsi della Settimana Santa, i cattolici in Cambogia continuano a rimanere a casa, data l'emergenza Covid-19 e, data la sospensione degli incontri religiosi a seguito dell'epidemia, alimentano la loro fede con la "comunione spirituale". Il governo cambogiano ha anche vietato tutti gli incontri pubblici, ha imposto la chiusura degli esercizi commerciali e delle scuole, imponendo la "quarantena comunitaria". I contagi registrati nel paese sono oltre mille, con 17 decessi.
I responsabili delle comunità cattoliche della Cambogia hanno invitato i fedeli a rimanere a casa e a partecipare alle attività religiose tramite streaming online. Come appreso dall'Agenzia Fides, molti laici cattolici stanno praticando la loro fede attraverso preghiere, lettura della Bibbia, recita del Rosario e altre forme di devozione in casa. “Siamo in una situazione di emergenza. Dato che ci viene detto di restare a casa, non possiamo fare altro che svolgere alcune attività di culto domestiche e mantenere la nostra fede e fiducia. Siamo in comunione spirituale con i nostri Pastori e con gli altri membri della comunità" dice Hun Sophea, assistente sociale cattolica di 23 anni. "Continuiamo a pregare intensamente, affinché questi tempi straordinari finiscano presto", ha aggiunto.
Un altro laico, Kim Chea, dichiara a Fides: “Come tutti gli altri, siamo bloccati, ma soprattutto molti poveri ne sono colpiti. Inoltre, è così brutto che non possiamo partecipare alle messe, specialmente durante questa Settimana Santa. In base alla situazione, siamo uniti alla Chiesa universale e preghiamo intensamente affinché il mondo superi questa pandemia, con la grazia di Dio".
Secondo Khieu Yi, laica cattolica, “recitiamo il rosario in famiglia, recitiamo preghiere mattutine e serali. Adesso è il momento di valorizzare la nostra fede più di prima”. Con il blocco, nota la donna, "i poveri sono gravemente colpiti, poiché migliaia di persone in Cambogia vivono alla giornata".
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AFRICA/NIGERIA - Elevazione a Diocesi del Vicariato Apostolico di Kontagora e nomina del primo Vescovo

Gio, 02/04/2020 - 12:17
Città del Vaticano - Il Santo Padre Francesco ha elevato a Diocesi il Vicariato Apostolico di Kontangora , con la medesima denominazione e configurazione territoriale, rendendola suffraganea della Sede Metropolitana di Kaduna. Il Papa ha nominato primo Vescovo della Diocesi di Kontagora S.E. Mons. Bulus Dauwa Yohanna, finora Vicario Apostolico della medesima sede.
La Diocesi di Kontagora con superficie di 46.000 kmq è situata nel centro-nord della Nigeria e comprende gli Stati di Niger e Kebbi. Il Vicariato Apostolico era guidato dai Padri della Società delle Missioni Africane . La sede della nuova Diocesi è la stessa, così pure la Cattedrale , la residenza del Vescovo e la cancelleria.
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ASIA/MONGOLIA - Nomina del Prefetto Apostolico di Ulaanbaatar

Gio, 02/04/2020 - 12:08
Città del Vaticano - Il Santo Padre Francesco ha nominato Prefetto Apostolico di Ulaanbaatar , con carattere vescovile, il P. Giorgio Marengo, I.M.C, finora Consigliere regionale dell’Asia, Superiore per la Mongolia e Parroco di Maria Madre della Misericordia ad Arvaiheer, assegnandogli la sede titolare di Castra Severiana
Il P. Giorgio Marengo, I.M.C., è nato il 7 giugno 1974 a Cuneo, in Italia. Dal 1993 al 1995 ha studiato Filosofia presso la Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale e dal 1995 al 1998 Teologia nella Pontificia Università Gregoriana . Dal 2000 al 2006 ha compiuto ulteriori studi presso la Pontificia Università Urbaniana, conseguendo la Licenza e il Dottorato in Missionologia. Ha emesso la Professione Perpetua il 24 giugno 2000 come membro dell’I.M.C. ed è stato ordinato sacerdote il 26 maggio 2001.
Dopo l’Ordinazione sacerdotale ha ricoperto i seguenti incarichi: Ministero pastorale in Mongolia ad Arvaiheer ; dal 2003: Assegnato alla Missione in Mongolia ; dal 2016: Consigliere Regionale Asia, Superiore per la Mongolia e Parroco di Maria Madre della Misericordia ad Arvaiheer.
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EUROPA/ITALIA - Il libanese San Charbel“co-patrono” dell’Ospedale Fiera a Milano per i malati Covid-19

Gio, 02/04/2020 - 11:43
Milano – Il Santo libanese Charbel, insieme al lombardo San Riccardo Pampuri, sarà co-patrono del nuovo Ospedale allestito in tempi record nei padiglioni della Fiera di Milano per ospitare fin dai prossimi giorni i malati colpiti dall’epidemia da coronavirus, che proprio in Lombardia ha visto concentrarsi i suoi focolai più aggressivi. Lunedì 30 marzo, durante il rito di benedizione della nuova struttura sanitaria, l’Arcivescovo di Milano, Mario Delpini, ha affidato «questo luogo di cura e di speranza alla intercessione del santo medico e Frate Riccardo Pampuri e del santo monaco taumaturgo libanese Charbel Makhluf». L’Arcivescovo Delpini ha rivolto anche a «Maria, madre degli infermi, la nostra supplica per ottenere la divina benedizione su questo ospedale, su quanti lo hanno progettato e allestito, sui malati che vi saranno accolti e su quanti si prodigheranno a loro servizio».
Riccardo Pampuri il giovane medico di Trivolzio entrato nei Fatebenefratelli, è un santo caro e familiare per tanti cattolici lombardi. E il sacerdote libanese Assaad Saad, responsabile della chiesa di Santa Maria della Sanità in via Durini, affidata alla comunità maronita, riferisce all’Agenzia Fides di aver sperimentato negli ultimi anni che la Lombardia e tutta l’Italia sono disseminate anche di cenacoli di devoti a San Charbel. «Già prima della pandemia»ricorda padre Assaad «venivano tanti malati che dal Sud Italia salivano a Milano per le cure oncologiche. Chiedevano di venerare le reliquie del santo, prima di entrare in ospedale».
I resti mortali di San Charbel, monaco dell’Ordine Libanese Maronita, sono venerati in Libano nel monastero di San Marone a Annaya, custoditi in un’urna di cedro. All’intercessione di San Charbel, in Libano e in tutto il mondo, sono collegate innumerevoli guarigioni, corporali e spirituali, di persone cristiane e musulmane. I fenomeni prodigiosi iniziarono a verificarsi post mortem tra coloro che pregavano intorno al sepolcro del monaco, che a quel tempo trasudava sangue misto a acqua. «La crisi pandemica è globale» rimarca padre Assaad – e forse l’aver affiancato il libanese Charbel al lombardo Pampuri come patroni del nuovo ospedale per i malati di coronavirus suggerisce che c’è un orizzonte e un’ampiezza universale anche nell’intercessione dei santi di cui ora abbiamo bisogno». .
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AFRICA/MALAWI - Covid-19: nessun caso di infezione ma misure preventive nell’arcidiocesi di Blantyre

Gio, 02/04/2020 - 11:08
Blantyre – "Qui a Blantyre, fino ad ora, non c’è stato nessun caso di infezione verificato e sarebbe una grande grazia se non ce ne fossero in futuro” scrive all’Agenzia Fides la missionaria Anna Tomasi, delle Francescane Ausiliarie Laiche Missionarie dell’Immacolata che si occupano in particolare di sanità, istruzione, assistenza nelle carceri.
“Tuttavia l’emergenza coronavirus - rimarca la religiosa - è sulla bocca di tutti anche qui. Il Covid -19 ha cambiato i programmi dell’Infanzia Missionaria della nostra Arcidiocesi di Blantyre. Il 29 e 30 marzo era previsto un incontro di tutti i bambini nella parrocchia di Phalombe, insieme al nostro Arcivescovo, mons. Thomas Luke Msusa, per andare a fare visita ai malati dell’ospedale diocesano ‘Sacra Famiglia’ e portare dei doni, specialmente ai bambini. Questa iniziativa si è dovuta cancellare con grande rammarico dei bambini che già pregustavano la gioia di un viaggio e del loro servizio caritativo unite all’Arcivescovo che è sempre presente ai loro raduni.”
“Il Governo fin dal 20 marzo ha dato l’ordine di chiudere tutte le scuole, università e college" - continua Anna, impegnata in Malawi da 17 anni con la comunità F.A.L.M.I. "I malawiani che rientrano da altri paesi vanno direttamente in quarantena ed è vietato l’ingresso ai non residenti.”
Prosegue la suora: “Per quanto riguarda la vita normale le uniche differenze sono che davanti a tutti i negozi, uffici, banche, chiese si trovano secchi con rubinetto e sapone per lavarsi le mani. Ancora ci si può radunare nelle parrocchie, ma in gruppi al di sotto di 100 persone. Mentre per favorire la partecipazione di più fedeli alle Sante Messe il numero può aumentare. Ognuno sa a quale ora deve andare a messa.”
Suor Anna racconta inoltre che nelle carceri hanno proibito l’ingresso a gruppi, ma i parenti dei detenuti vanno a portare cibo e a salutarli, rispettando il lavaggio delle mani e la distanza. Il Governo sta procedendo anche al rilascio di un certo numero di detenuti. Dal carcere di Chichiri, il terzo del paese, ieri 1 aprile, ne sarebbero dovuti uscire 200. Preghiamo per tutti e confidiamo che questa pandemia finisca presto e ci dia la gioia di riprendere la vita normale con mente e cuore nuovi”.

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ASIA/PAKISTAN - Prevenire è meglio che curare: l’impegno della Caritas per combattere il coronavirus

Gio, 02/04/2020 - 10:35
Karachi - "Prevenire è meglio che curare. In questa fase è molto importante condividere le informazioni accurate e autentiche con le persone, per evitare la circolazione di voci e false informazioni. Caritas Pakistan sta continuando a sensibilizzare le persone sulle misure necessarie da adottare per non essere contagiate dal coronavirus”: lo dice all’Agenzia Fides Amjad Gulzar, Segretario esecutivo della Caritas Pakistan. L’organizzazione, riferisce Gulzar, “sta promuovendo le linee guida offerte dall'Organizzazione mondiale della sanità e dal governo del Pakistan, oltre a promuovere una campagna di informazione e consapevolezza soprattutto nelle comunità e nei villaggi delle aree rurali e più distanti dalle città”.
Dopo il blocco totale imposto nel paese, la Caritas sta ora usando diversi mass-media come strumento per promuovere la consapevolezza delle persone sulle misure necessarie da adottare nella pandemia. Nei giorni precedenti al blocco, sono stati organizzati anche seminari di formazione in diverse province, mentre in varie città del Pakistan sono stati distribuiti migliaia di poster e volantini per informare sulla malattia.
Mansha Noor, Segretario esecutivo della Caritas dell’arcidiocesi di Karachi, ha dichiarato a Fides: “Stiamo lavorando per proteggere le persone da questa malattia per aiutarle a proteggere se stesse, i loro cari e la comunità. Stiamo anche convincendo le persone a seguire le istruzioni per stare al sicuro. I nostri volontari preparati nell'arcidiocesi di Karachi svolgeranno un ruolo vitale nell'evitare il panico, nel far seguire le istruzioni per ridurre la diffusione del covid-19”. Noor prosegue: “Incoraggiamo le persone a lavarsi le mani, a prendersi cura della propria igiene e usare disinfettanti a base di alcol, a indossare mascherine”, tutte istruzioni contenute anche in un video messaggio realizzato e diffuso dalla Caritas di Karachi.
Anche in altre diocesi pakistante la campagna di informazione di sensibilizzazione dei volontari della Caritas prosegue, rivolta soprattutto alla fasce meno abbienti della popolazione, che risultano le più esposte e vulnerabili al contagio.
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