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Le notizie dell'Agenzia Fides
Aggiornato: 1 ora 10 min fa

ASIA/LIBANO - Cori delle Università cattoliche al “Concerto di Resilienza” tra le vestigia archeologiche di Baalbeck

4 ore 50 min fa
Baalbeck – I cori di tre Università cattoliche libanesi sono stati tra i protagonisti del grande evento-concerto ospitato la sera di domenica 5 luglio tra le imponenti vestigia del parco archeologico di Baalbek, nella Valle della Beqa’a, in Libano.
Nella grave crisi politica, istituzionale ed economica attraversata dalla nazione libanese – e i cui effetti sono stati amplificati dal blocco delle attività imposto per fronteggiare la pandemia da coronavirus -, l’evento musicale – trasmesso in diretta sulle reti tv e le reti sociali – ha assunto la valenza di un vero e proprio momento di resilienza e riscatto nazionale. Tutte le esibizioni, e la stessa grande partecipazione con cui la popolazione ha seguito l’evento, hanno testimoniato il comune desiderio di vedere il Libano risorgere dall’attuale stato di frustrazione e paralisi istituzionale in cui sembra affondare senza scampo.
Le partiture musicali sono state eseguite dai 75 musicisti dell’Orchestra Filarmonica del Libano e dal coro Sawt el atik dell’Università del Santo Spirito di Kaslik, dal coro dell’Università Antonina e da quello dell’Università Nostra Signora di Louaizé.
L’iniziativa è stata sponsorizzata dal Presidente libanese Michel Aoun, anche come momento di commemorazione del Centenario della proclamazione dello Stato libanese, la cui data esatta cadrà il prossimo 1° settembre. L’orchestra e i cori hanno eseguito anche l’Inno nazionale libanese, brani tratti dai Carmina Burana di Carl Orff e dal Nabucco di Giuseppe Verdi, L’Inno alla Gioia di Ludwig Van Beethoven, insieme a esecuzioni tratte da opere di autori libanesi, come l’opera teatrale "Ayam Fakhr Al-Din" di Ghadi e Usama Mansour Al-Rahbani.
Nei monumenti e nei templi del parco archeologico della città libanese si svolge ogni anno il Festival Internazionale di Baalbeck, considerato uno degli eventi culturali annuali più importanti del Medio Oriente. Quest’anno, a causa delle misure di distanziamento sociale messe in atto per fronteggiare la crisi pandemica, solo poche centinaia di persone hanno potuto essere presenti fisicamente alla serata-evento di domenica 5 luglio.
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ASIA/PAKISTAN - Leader musulmani: l'opera di fra Francis Nadeem ispirerà molti alla vera fraternità

5 ore 29 min fa
Lahore - "Fra Francis Nadeem era la spina dorsale della missione di dialogo interreligioso in Pakistan: dopo la sua morte ci sentiamo orfani, ma speriamo e preghiamo che la sua eredità ispiri molti, cristiani e musulmani, in questa missione": lo afferma all'Agenzia Fides, Mufti Syed Ashiq Hussain, studioso musulmano e amico di p. Francis Nadeem OFM Cap, il Provinciale dei Cappuccini in Pakistan e Segretario esecutivo della Commissione episcopale per l'ecumenismo e il dialogo interreligioso, scomparso a Lahore il 3 luglio.
“Lavorando con lui negli ultimi 17 anni - rileva Hussain - è stato sempre molto umile, dedito alla sua missione. Non ha mai inseguito la fama, ha portato avanti nel silenzio la sua missione, che era diffondere l'amore, la pace e l'armonia tra persone di varie fedi. Ha messo tutto se stesso per portare la fraternità e l'unità tra cristiani e musulmani, ha sensibilizzato le scuole pubbliche e islamiche con un messaggio di unità, accoglienza e tolleranza. È stato premiato due volte dal Presidente del Pakistan per la buona opera di rafforzare la pace e l'armonia".
Allama Muhammad Ahsan Siddiqui, altro leader islamico presidente della Commissione interreligiosa per la pace e l'armonia in un messaggio inviato a Fides, afferma: “Era un uomo impegnato e zelante un grande uomo e un ottimo prete. Era un vero ambasciatore della pace e un vero patriota. Il Pakistan ha perso una personalità vibrante e dinamica. La sua morte è una grande perdita per la causa del dialogo interreligioso. Il suo impegno per promuovere il dialogo e la tolleranza saranno sempre ricordati. Faremo del nostro meglio per proseguire in quell'impegno ”.
Il Pastore Shahid Meraj della "Chiesa del Pakistan", parte della Comunione anglicana, definisce p. Francis Nadeem come "un ponte di unità tra cristiani e persone di altre fedi". P. Pascal Robert OFM lo ricorda "sempre pieno di idee, attività e progetti da attuare. Era un leader lungimirante”, e cita "un suo importante libro sul contributo delle minoranze religiosa allo sviluppo e al progresso del Paese".
Il Domenicano P. Nadeem Joseph OP lo apprezza "come frate che, ispirandosi a Francesco d'Assisi, ha seguito le orme di Gesù Cristo, divenendo ambasciatore di pace e attualizzando nella sua vita la Preghiera di San Francesco che dice: Dio fammi strumento della tu pace, dov'è odio , ch'io porti l'amore”.
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AFRICA/KENYA - I Vescovi lanciano un appello per mettere fine all’insicurezza nelle contee di Narok e Marsabit

5 ore 45 min fa
Nairobi – "Siamo profondamente preoccupati per la continua insicurezza e le tensioni nelle contee di Narok e Marsabit che hanno portato alla perdita di vite umane, allo sfollamento di persone e alla distruzione di proprietà" afferma una dichiarazione della Commissione Episcopale “Giustizia e Pace” firmata a nome dei Vescovi del Kenya, da Sua Ecc. Mons. John Oballa Owaa, Vescovo di Ngong e Presidente del CJPC.
Nel messaggio si ricorda l’assassinio di dodici persone nella contea di Marsabit, tra cui due studenti universitari, uno studente di scuola secondaria e un motociclista, e si sottolinea che "la santità della vita e la dignità umana è un valore da sostenere in ogni momento“.
I Vescovi sottolineano che “è un peccato la continua perdita di vite umane a causa dell'etnia, dell'odio clanico, della competizione sulle risorse e delle dispute di leadership".
A Marsabit, che confina con l'Etiopia e la Somalia, le tradizionali dispute tra le comunità di agricoltori e pastori che combattono storicamente per la condivisione dell’acqua e dei pascoli, sono esasperate e manipolate da politici locali a scopi elettorali. “La cultura politica dominante keniana – denunciano i Vescovi- è quella dello scontro di potere alimentato solo dall’avidità”. Di conseguenza, non si persegue il bene comune
A Narok, la contea all'interno della diocesi cattolica di Ngong, della quale Mons. Owaa è il Vescovo, vi sono stati frequenti scontri violenti interetnici tra le comunità pastorali per il controllo dei pascoli e per furti di bestiame.
“Condanniamo fermamente questi atti barbarici e facciamo appello alle comunità interessate affinché abbraccino la pace, l’amore e l’armonia. Solo così si potrà realizzare lo sviluppo per il bene comune” afferma la dichiarazione.
Il popolo di Dio di queste località si trova ad affrontare una "miriade di sfide" anche per la crisi del Covid-19, notano i Vescovi, e quindi occorre evitare di aggiungere a queste, “conflitti, omicidi e altre forme di sofferenza".
I Vescovi chiedono al Ministero degli Interni del Kenya di condurre "indagini rapide" e portare i colpevoli di fronte alla giustizia, perché occorre mettere fine al senso di impunità di chi commette questi crimini. Le autorità devono far sì “che le persone abbiano fiducia nel governo. Sennò prevale la paura e le comunità continueranno a uccidersi a vicenda, come se fossimo uno Stato senza legge”.
Categorie: Dalla Chiesa

ASIA/FILIPPINE - Chiese, associazioni, gruppi culturali: la nuova legge antiterrorismo è draconiana e anticostituzionale

6 ore 3 min fa
Manila - "Le Filippine stanno affrontando la crisi del Covid-19 ma, nonostante l'urgenza della situazione, l'amministrazione del presidente Rodrigo Duterte è impegnata a consolidare il potere. Al momento non esiste un piano concreto per arrestare la diffusione del coronavirus, invece il presidente Duterte ha firmato la draconiana legge antiterrorismo" : lo afferma una dichiarazione, inviata all'Agenzia Fides, della rete "First Union" che riunisce organizzazioni e leader di comunità religiose, avvocati, rappresentanti sindacali, gruppi umanitari, Ong, associazioni.
La legislazione, firmata il 3 luglio dal Presidente, dopo l'approvazione del Parlamento, entrerà ufficialmente in vigore 15 giorni dopo la firma del Presidente. Il testo conferisce poteri senza precedenti all'esecutivo. Un nuovo organo chiamato Consiglio antiterrorismo - composto da alti gabinetti e funzionari militari - avrà il potere di ordinare l'arresto, il congelamento dei beni o la sorveglianza di individui e organizzazioni sospettati di essere terroristi. "Il fatto che membri dell'esecutivo esercitino poteri che solo la magistratura dovrebbe avere si fa beffa della separazione di poteri ai sensi della Costituzione filippina", afferma la nota.
"Ancora più spaventosamente - nota la rete First Union - spiana la strada all'autoritarismo su vasta scala, permettendo al presidente e al governo di liberarsi dei loro rivali politici e di altri dissidenti. L'ampia definizione di terrorismo include l'incitamento ad attività terroristiche mediante discorsi, scritti e striscioni. L'amministrazione Duterte ha spesso indicato i politici dell'opposizione, attivisti politici, sindacalisti e avvocati per i diritti umani come 'terroristi' o 'comunisti' - equiparando l'attivismo e il dissenso alla violenza politica volta a rovesciare il governo. Questa legislazione consente inoltre alle autorità di arrestare sospetti terroristi senza mandato e di trattenerli per 14 giorni, prorogabili a 24 giorni, senza accuse comprovate".
La rete condanna fermamente l'emanazione della legge antiterrorismo, invitando i filippini in tutto il paese e nel resto del mondo, a unirsi a noi per protestare contro questo tentativo di "dittatura introdotta dalla porta di sevizio" nelle Filippine da parte del presidente Duterte.
Concorda con queste posizioni anche la rete di organismi cristiani denominata "Church People-Workers Solidarity" , chiedendo che la Legge antiterrorismo venga immediatamente abolita, e affermando che essa "metterà ulteriormente in pericolo i diritti umani del popolo filippino".
"Legittime proteste, scioperi e altre forme di azioni collettive da parte di lavoratori che chiedono solo salari, sicurezza del lavoro, salute, potranno essere etichettati come un atto terroristico ai sensi della suddetta legge", nota la rete CWS
"Pertanto, la legge antiterrorismo aumenterà la repressione dei diritti democratici di base dei lavoratori, e di ogni cittadino, alla libertà di parola, di espressione e di riunione" si legge nella nota pervenuta a Fides. La rete rileva che già alcune leggi esistenti sono state utilizzate per attaccare i diritti dei lavoratori, in un'assemblea pacifica, nonostante la legalità e la costituzionalità delle suddette azioni di protesta.
CWS ribadisce che, in questo momento difficile in mezzo alla pandemia di Covid-19 , "il governo dovrebbe dare la priorità ai bisogni di base e urgenti delle persone e non a una legge che reprime il legittimi diritti umani e le libertà civili".
Intanto, sono stati presentanti i primi ricorsi alla Corte Suprema contro la legge antiterrorismo. Diversi gruppi di avvocati, associazioni, Ong hanno annunciato ricorsi che, da un lato, chiedono la sospensione immediata degli effetti della legge, finchè non ne sarà riconosciuta la piena costituzionalità; dall'altro le petizioni ne chiedono la totale revoca, dichiarandola incostituzionale.
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AFRICA/COSTA D’AVORIO - P. Jean-Baptiste Akwandan è "Cappellano di Sua Santità": “E' la benedizione di Dio verso il popolo Atchan"

6 ore 30 min fa
Abidjan – "Non sapevo cosa dire, sono rimasto sorpreso dalla nomina, e la seconda reazione è un ringraziamento non per me, ma per i 125 sacerdoti Ebriés chiamati comunemente Atchan , che sono venuti dopo di me, per i 4 Vescovi che mi hanno seguito e per il popolo Atchan che aspira a vivere la vita cristiana: dico che il Signore sa cosa fa, è una manifestazione dei benefici di Dio verso il popolo Atchan": lo ha affermato p. Jean-Baptiste Akwadan Tanon, quando ha appreso la sua nomina a "Cappellano di Sua Santità".
P. Jean-Baptiste Akwadan, cappellano del Centro Santa Teresa di Gesù Bambino di Bingerville, poi del clero diocesano di Abidjan, è stato elevato sabato 27 giugno da Papa Francesco alla dignità di Cappellano di Sua Santità, con questa nomina diventa anche elemosiniere di Sua Santità. Ora porta il titolo onorifico di Monsignore.
"In realtà non è un ufficio, è un onore. Una ricompensa che il Papa concede a un sacerdote di 65 anni e oltre per il lavoro che ha compiuto. È un po' come lo Stato che ti riconosce per un'opera e che ti assegna, ad esempio, la medaglia d'onore, anche nella Chiesa ci sono situazioni di questo tipo che sono chiamate elevazioni di onore”, ha spiegato, aggiungendo che ce ne sono tre: “il primo, Protonotario Apostolico, il secondo Prelato d'Onore e il terzo Prelato di Sua Santità".
"Senza essere un Vescovo, questa distinzione consente al sacerdote che lo riceve di beneficiare del titolo di "Monsignore" e di indossare la tonaca decorata con un bordo viola e una fascia dello stesso colore", ha detto il nuovo Cappellano di sua Santità.
All'età di 78 anni, Mons. Jean-Baptiste Akwadan è stato ordinato sacerdote il 1° maggio 1970 nella parrocchia di Notre Dame du Perpétuel Secours a Treichville, nell'arcidiocesi di Abidjan. Primo sacerdote del popolo Atchan, possiede una licenza in teologia spirituale ottenuta nel 1999. Per la storia, mons. Jean-Baptiste Akwadan è il parroco fondatore della parrocchia della Sacra Famiglia di Riviera 2, nell'arcidiocesi di Abidjan.
Si noti che nella storia della Chiesa in Costa d'Avorio, prima di padre Jean-Baptiste Akwadan, quattro sacerdoti hanno ricevuto questa distinzione. Sono i padri René Kouassi, primo sacerdote ivoriano, Denis Ayou della diocesi di Grand-Bassam , Robert Atéa della diocesi di Gagnoa o, più recentemente nel 2016, Anaclet Frindethie della diocesi di Yopougon, nel ad ovest di Abidjan.
Categorie: Dalla Chiesa

AFRICA/COSTA D’AVORIO - P. Jean-Baptiste Akwandan elevato alla dignità di Cappellano di sua Santità: “una manifestazione della benedizione di Dio verso il popolo Atchan

6 ore 30 min fa


Abidjan – "Non sapevo cosa dire, sono rimasto sorpreso dalla nomina, e la seconda reazione è un ringraziamento non per me, ma per i 125 sacerdoti Ebriés chiamati comunemente Atchan che sono venuti dopo di me, per i 4 Vescovi che mi hanno seguito e per il popolo Atchan che aspira a vivere la vita cristiana: dico che il Signore sa cosa fa, è una manifestazione dei benefici di Dio verso il popolo Atchan "ha affermato p. Jean-Baptiste Akwadan Tanon, quando ha appreso la sua elevazione alla dignità di Cappellano di sua Santità.
P. Jean-Baptiste Akwadan, cappellano del Centro Santa Teresa di Gesù Bambino di Bingerville, poi del clero diocesano di Abidjan, è stato elevato sabato 27 giugno da Papa Francesco alla dignità di Cappellano di Sua Santità, con questa nomina diventa anche elemosiniere di Sua Santità. Ora porta il titolo onorifico di monsignore.
"In realtà non è un ufficio, è un onore; Una ricompensa che il Papa concede a un sacerdote di 65 anni e oltre per il lavoro che ha compiuto. È un po' come lo Stato che ti riconosce in un'opera e che ti assegna ad esempio la medaglia d'onore, anche nella Chiesa ci sono situazioni di questo tipo che sono chiamate elevazioni di onore”, ha spiegato, aggiungendo che ce ne sono tre: “il primo, Protonotario Apostolico, il secondo Prelato d'Onore e il terzo Prelato di Sua Santità. "
"Senza essere un Vescovo, questa distinzione consente al sacerdote che lo riceve di beneficiare del titolo di" Monsignore "e di indossare la tonaca decorata con viola e una cintura dello stesso colore", ha detto il nuovo Cappellano di sua Santità.
All'età di 78 anni, Mons. Jean-Baptiste Akwadan è stato ordinato sacerdote di il 1 ° maggio 1970 nella parrocchia di Notre Dame du Perpétuel Secours a Treichville nell'arcidiocesi di Abidjan. Primo sacerdote del popolo Atchan, possiede una licenza in teologia spirituale ottenuta nel 1999. Per la storia, mons. Jean-Baptiste Akwadan è il parroco fondatore della parrocchia della Sacra Famiglia di Riviera 2, nell'arcidiocesi di Abidjan.
Si noti che nella storia della Chiesa in Costa d'Avorio, prima di padre Jean-Baptiste Akwadan, quattro sacerdoti hanno ricevuto questa distinzione. Sono i padri René Kouassi, primo sacerdote ivoriano, Denis Ayou della diocesi di Grand-Bassam , Robert Atéa della diocesi di Gagnoa o, più recentemente nel 2016, Anaclet Frindethie della diocesi di Yopougon, nel ad ovest di Abidjan.


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VATICANO - Alle diocesi del Togo gli aiuti del Fondo POM per l’emergenza Covid

6 ore 35 min fa
Città del Vaticano - L’isolamento decretato dalle autorità governative per contenere la pandemia di Covid-19 non è stato privo di conseguenze di tipo economico e sociale, anche in Togo. Oltre alla chiusura dei luoghi di culto, delle scuole, dei centri di formazione e aggregazione, il rallentamento o l’arresto delle attività produttive ha acuito situazioni che erano già di fragilità o addirittura di miseria. Le scarse risorse economiche di diocesi e parrocchie sono da tempo esaurite. Per questo il Fondo di emergenza istituito da Papa Francesco presso le Pontificie Opere Missionarie per sostenere le Chiese dei paesi di missione di fronte all’emergenza Covid-19 continuando il suo lavoro, ha inviato gli aiuti richiesti, necessari per proseguire l’ assistenza e l’evangelizzazione.
Nelle sette diocesi del Togo gli aiuti saranno utilizzati per le necessità più urgenti. Nella diocesi di Aneho saranno destinati all’acquisto e alla distribuzione di kit alimentari e kit sanitari per i bambini in situazione di necessità, oltre ad assicurare un sostegno ai bambini del catechismo. La situazione dei sacerdoti è sempre più difficile per la chiusura delle chiese e la mancanza di sostentamento: anche a loro, come ai seminaristi e alle comunità religiose, saranno consegnati kit alimentari e sanitari.
Nella diocesi di Atakpamé, per la maggior parte rurale, la chiusura delle scuole e degli altri centri mette a rischio soprattutto i bambini. In seguito alla chiusura dei luoghi di culto, i sacerdoti, i religiosi, i catechisti e tutti gli operatori pastorali, molto attivi nell’evangelizzazione, si trovano in una situazione drammatica, come anche i seminaristi, i novizi e i postulanti, che hanno continuato il loro cammino nonostante le ristrettezze finanziarie. Gli aiuti serviranno per queste esigenze, oltre che a rafforzare i mezzi di comunicazione sociale, molto importanti in questa situazione.
La diocesi di Dapaong comprende la regione più povera del Togo: i cristiani, nonostante le limitate disponibilità economiche in quanto agricoltori e allevatori, sono sempre stati generosi nel sostegno economico alle parrocchie, ma ora la situazione è diventata troppo dura per tutti. E’ necessario aiutare gli insegnanti, tutti volontari, delle scuole primarie cattoliche, il cui stipendio è abitualmente pagato dalla diocesi, oltre ad acquistare materiale didattico per gli studenti. Hanno bisogno di aiuto anche i sacerdoti e gli operatori pastorali, i seminaristi e il Centro di formazione dei Catechisti.
Di aiutare i sacerdoti, le parrocchie, i catechisti e il seminario minore, oltre che le istituzioni diocesane ha bisogno anche la diocesi di Kara, che deve provvedere inoltre alle spese per la trasmissione della messa attraverso Radio Maria e per la diffusione di sussidi pastorali attraverso le varie piattaforme internet, che in questo periodo di isolamento sono l’unico contatto con la maggior parte dei fedeli.
Gravi problemi sono registrati anche nella diocesi di Kpalimé dove il Covid 19 ha destabilizzato il già precario equilibrio economico della popolazione e, conseguentemente, della diocesi. I sacerdoti vivono esclusivamente delle offerte dei fedeli, come anche i catechisti per diversi mesi all’anno, ma la chiusura delle chiese non ha più consentito le collette e la diocesi ormai non è più in grado di soddisfare le necessità di base degli operatori pastorali e delle loro famiglie.
A causa dell’isolamento per fermare la pandemia, molte famiglie dell’arcidiocesi di Lomé, che vivono di piccoli lavori informali, si trovano in una situazione di necessità, così le parrocchie hanno preso in carico un certo numero di ragazzi, fornendo loro cibo, medicine, mascherine e materiale sanitario. Molte parrocchie, soprattutto quelle della zona rurale, economicamente più deboli, hanno bisogno di essere sostenute, come anche i parroci e i formatori del seminario, che vivono delle offerte dei fedeli.
Nella diocesi di Sokodé tra le necessità più urgenti dell’infanzia ci sono la carenza di viveri per gli orfanotrofi gestiti dalla Chiesa, il finanziamento di programmi radiofonici per supplire la chiusura delle scuole e degli altri centri aggregativi, e la distribuzione di kit sanitari. Occorre poi un aiuto alle parrocchie per proseguire il loro impegno pastorale, come agli istituti religiosi che hanno dovuto chiudere le loro attività, ai seminari e ai noviziati, e alla radio diocesana Sainte Therese, indispensabile strumento di evangelizzazione e di formazione dei catechisti.
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AFRICA/BURKINA FASO - Crisi dimenticata: 2,2 milioni di persone rischiano di morire di fame

7 ore 26 min fa
Ouagadougou – Nei prossimi mesi oltre 2,2 milioni di burkinabé rischiano di morire di fame a causa dei conflitti in atto e delle condizioni climatiche estreme . Nel 2020 il numero di persone colpite dalla gravissima carenza di cibo è di tre volte superiore rispetto allo scorso anno. A lanciare l’emergenza, in un messaggio all'Agenzia Fides, è padre Constatin Sere, direttore della Caritas Burkina Faso, il quale dichiara che “il mondo ha dimenticato la crisi nel Sahel. Paesi come il Burkina Faso si trovano ad affrontare una serie di sfide e senza aiuti le persone soffriranno terribilmente. Gli sfollati interni non accesso ai generi alimentari, né all'acqua, essenziale sia per bere che per l'igiene personale".
Nella nota pervenuta all’Agenzia Fides emerge che il Paese è divenuto l'epicentro di un drammatico conflitto regionale che ha causato più di un milione di sfollati interni. “Si tratta di una delle ondate di sfollamento in più rapida evoluzione nel mondo a causa della quale centinaia di migliaia di persone non hanno né cibo, né acqua, né un rifugio adeguato” rileva il documento.
Padre Sere ha inoltre dichiarato che con l’avvicinarsi della stagione delle piogge, le condizioni degli sfollati si fanno ancora più critiche, in quanto la maggior parte di loro non ha riparo adeguato per affrontare le tempeste, i forti venti e le inondazioni che si susseguiranno nei prossimi tre o cinque mesi.
Per supportare alcune zone particolarmente critiche, Caritas ha lanciato un progetto di 600 mila euro per fornire agli sfollati e alle famiglie che li ospitano aiuti alimentari oltre ad un contributo economico fino alla fine di ottobre 2020. Il progetto, che mira ad aiutare circa 50 mila persone, si concentrerà principalmente nelle diocesi di Kaya, Fada N'Gourma, Nouna e Dédougou. I pacchi viveri offerti a circa 1.500 famiglie, conterranno cibo sufficiente per un mese.
Come riferisce padre Sere, tutti i burkinabé e gli sfollati in particolare continuano a sperare nella pace e in un ritorno alla normalità. “Se chiedi a uno sfollato ciò che desidera di più, ti risponderà che desidera tornare nel suo villaggio di origine. Temo che ciò non accadrà molto presto, perché le violenze non accennano a diminuire. Nonostante l’impegno da parte dello Stato, nel nostro Paese i gruppi armati continuano a seminare terrore e a spezzare delle vite”.
“Il futuro è preoccupante, ma noi continuiamo a riporre la nostra fede in Dio e nell'amore dei nostri fratelli e delle nostre sorelle in tutto il mondo”, conclude il direttore Caritas.
Fino a non molto tempo fa, in Burkina Faso regnava la pace. Ma da ormai 4 anni, i gruppi armati che operano lungo il confine settentrionale e nell'est del Paese continuano ad uccidere e a terrorizzare i cittadini, causando una grave instabilità nel Paese.

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AMERICA/ECUADOR - Dopo 150 anni sospeso a causa del Covid 19 il pellegrinaggio mariano andino più popolare d'America

8 ore 24 min fa
Loja - Le autorità civili, ecclesiastiche, militari e di polizia della città e della provincia di Loja si sono incontrate per iniziare a lavorare sul protocollo di biosicurezza, per il trasferimento dell'Immagine della Vergine di El Cisne, dal suo Santuario alla città di Loja. Durante l'incontro sono stati discussi temi importanti da considerare per preparare il programma di prevenzione da parte delle istituzioni: attività religiose nel Santuario, trasferimento dell'immagine, permanenza a Loja e suo ritorno.
E' stata comunicata da poco la notizia che, per la prima volta in oltre 150 anni di storia, non ci sarà il grande pellegrinaggio della Madonna, considerato uno dei più grandi in America, a causa dell'attuale situazione che il paese sta attraversando per il Covid-19.
Tuttavia l'immagine della Vergine di El Cisne partirà in auto dal Santuario e inizierà il suo viaggio di 74 chilometri lunedì 17 agosto, trascorrerà la notte a San Pedro de la Bendita, e il 18 partirà per Catamayo dove rimarrà fino al 20 agosto, giorno in cui lascerà Loja per rimanere nella Cattedrale fino al 1° novembre.
Secondo la nota inviata a Fides dalla Conferenza Episcopale dell'Ecuador, Mons. Wálter Heras, Vescovo della diocesi di Loja, ha sottolineato che i fedeli hanno accolto con favore le misure preventive, che sono state prese in considerazione nella riapertura delle chiese, e spera che lo stesso sarà per questo importante evento. "Dobbiamo vivere la fede, ma dobbiamo essere obbedienti, in quanto fedeli cattolici dobbiamo essere molto responsabili e attuare misure di biosicurezza ... prendersi cura di noi stessi e prendersi cura degli altri" ha detto.
Non ci sarà la tradizionale Eucaristia nella brigata di fanteria e le altre manifestazioni notturne sono sospese. Infine è stato comunicato che l'immagine mariana indosserà i costumi contadini, come riconoscimento verso coloro che hanno offerto impegno e sacrificio nel coltivare la terra in modo che il cibo non mancasse a militari, polizia e dottori, in segno di apprezzamento per il loro contributo alla lotta contro il Covid 19.

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AMERICA/CILE - La scuola dopo la pandemia: fortificare il rapporto scuola-famiglia

16 ore 11 min fa
Santiago - Uno dei più grandi problemi del Cile è la Pubblica Istruzione: per decenni, i diversi sistemi di governo sono riusciti a proporre metodi nuovi e forme diverse per ristrutturare il sistema educativo del paese. Quando questo compito sembrava avere preso la giusta direzione, i movimenti sociali insieme a gruppi di studenti si sono mobilitati per manifestare contro le autorità e il sistema che non funzionava. Adesso, con la pandemia di Covid 19, la situazione è diventata ancora più critica.
La direttrice della Rete Educativa San Tommaso d'Aquino, la professoressa Sandra Urrutia Bravo, ha presentato ieri su un giornale nazionale, cosa significa ripensare la scuola. "Abbiamo bisogno di fortificare il rapporto scuola-famiglia e così sviluppare l'autonomia degli studenti" ha sottolineato.
"Siamo in una situazione - sostiene l'esperta - in cui l'istruzione è stata colpita duramente, a causa della pandemia. L'ambiente scolastico e l'ambiente di apprendimento sono cambiati, costringendo i sistemi educativi a utilizzare strumenti tecnologici per garantire il diritto a bambini e adolescenti di ricevere istruzione".
“Dai sondaggi condotti su studenti e genitori, abbiamo ottenuto informazioni molto rilevanti che ci hanno permesso di migliorare, ad esempio, le lezioni online. Abbiamo formato più di 600 insegnanti nell'uso della piattaforma Classroom e abbiamo rafforzato la figura del dirigente scolastico, in modo che sia colui che accompagna non solo gli studenti, ma anche le loro famiglie. Ma abbiamo trovato come problema la mancanza d'autonomia degli studenti".
Per quanto riguarda i risultati del sondaggio studentesco, la professoressa Sandra Urrutia evidenzia i seguenti dati: il 91,8 degli intervistati non è favorevole a tornare alle lezioni faccia a faccia se la pandemia non è sotto controllo, per paura di essere infettati. Ma ci sono altri problemi significativi: il 64,8% considera noiosa la lezione online e il 55,1 lamenta una debole connessione a Internet.
"Si tratta di un dato importante, le difficoltà derivano dal contesto sociale in cui vivono. Abbiamo un indice di vulnerabilità elevato , pertanto nelle famiglie dei nostri studenti ci sono problemi di sovraffollamento, povertà, genitori e madri senza lavoro. Ci sono difficoltà con la connessione a Internet e con la qualità di tale connessione, insieme alla mancanza di incoraggiamento e alla noia."
La conclusione è comunque positiva: "Siamo accompagnati da 150 anni di storia, di esperienza e, come dicono i nostri Vescovi, da questa pandemia 'non ci salviamo da soli', ma in comunità. Nel nostro caso, accompagnando i nostri studenti, i genitori e i tutori, gli insegnanti, gli assistenti educativi e i responsabili dell'insegnamento".
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ASIA/AFGHANISTAN - Da Praga a Kabul, una raccolta fondi per i bisognosi, segno di comunione spirituale della Chiesa

Sab, 04/07/2020 - 18:53
Kabul - Una raccolta fondi partita da Praga è partita nella chiesa di Kabul attraverso il personale dell’ambasciata ceca. E’ l’iniziativa realizzata dalla comunità parrocchiale di St. Gotthard, a Praga, guidata dal parroco p. Milos Szabo, a sostegno dei poveri, indigenti e afgani più vulnerabili. Lo racconta, in una nota inviata all’Agenzia Fides, p. Giovanni Scalese, sacerdote Barnabita, responsabile della Missio sui iuris in Afghanistan: “In quella parrocchia, durante il mese di gennaio, i fedeli hanno pregato per questo Paese e hanno realizzato una raccolta per i poveri della nostra Missione. Il frutto delle donazioni è stato affidato ai diplomatici cechi a Kabul, ma a causa delle norme per il contenimento del Covid-19, è stato possibile organizzare un incontro solo a giugno”.
La donazione è stata accolta dal Barnabita come “segno della comunione spirituale della Chiesa”: “Quando recitiamo il Credo apostolico, affermiamo di professare la nostra fede nella comunione dei Santi. Generalmente, diamo importanza a questo aspetto soprattutto in occasione della festività del 1° novembre, ma spesso dimentichiamo che la comunione dei Santi unisce tutti i credenti pellegrini sulla terra. La vita cristiana può essere paragonata a un pellegrinaggio, certo, ma non individuale: camminiamo verso Dio come popolo, aiutandoci a vicenda. La bella iniziativa della parrocchia di St. Gotthard è un buon esempio di questa comunione”.
Il contatto tra la chiesa di Praga e quella di Kabul era avvenuto lo scorso ottobre, con una lettera inviata dal parroco ceco, in cui si leggeva: “Siamo una parrocchia cattolica romana nel quartiere di Bubeneč, che ospita missioni diplomatiche di molti Stati nella Repubblica Ceca. Questo ci ha dato l’ispirazione di provare connetterci spiritualmente con i paesi del mondo. Mentre i rappresentanti della diplomazia internazionale lavorano per facilitare la cooperazione e garantire che l'umanità viva in pace e sicurezza, abbiamo deciso di sostenere questo lavoro attraverso la preghiera. Ogni mese pregheremo per un paese specifico e i suoi abitanti indipendentemente dalla loro religione”.
La presenza cattolica in Afghanistan fu ammessa all'inizio del Novecento come semplice assistenza spirituale all’interno dell’Ambasciata italiana a Kabul. Nel Paese, infatti, l’Islam è riconosciuto come religione di Stato e la conversione ad altre religioni è inquadrabile con il reato di apostasia. Nel 2002, Giovanni Paolo II ha istituito nel Paese la “Missio sui iuris”. Oggi la missione cattolica continua ad aver base nella struttura diplomatica ed è affidata al Barnabita padre Giovanni Scalese. Nella capitale afghana sono operative, inoltre, le suore Missionarie della Carità e dell’associazione interconfessionale “Pro Bambini di Kabul”.

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AFRICA/BURKINA FASO - Appello dei Camilliani: “Attrezzare gli ospedali e formare personale per gestire i pazienti affetti da Covid-19"

Sab, 04/07/2020 - 15:34
Ouagadougou - “In Burkina Faso, dal 9 marzo ad oggi, si registrano 825 guarigioni su 934 positivi al coronavirus. Abbiamo purtroppo uno dei più alti tassi di mortalità dell’Africa occidentale , e ciò significa che non siamo abbastanza resilienti nelle cure dei casi più gravi per mancanza di risorse e di personale qualificato”. A riferirlo all’Agenzia Fides è padre Modeste Ouedraogo, Camilliano che presta servizio come medico nell’Ospedale San Camillo di Ouagadougou, parlando dell’emergenza del Covid-19 nel paese africano. “Oltre alle azioni di informazione e di prevenzione - prosegue - è stata predisposta una sala di isolamento nel reparto di medicina dell’ospedale. Qui vengono accolti tutti i casi sospetti, che ricevono le cure ordinarie in attesa della conferma diagnostica. Il protocollo adottato prevede l’uso dell’idrossi clorochina e della claritromicina.”
Nella struttura gestita dai padri Camilliani transitano circa 900 pazienti al giorno per varie visite ambulatoriali. Lavorano 401 dipendenti permanenti e 100 dipendenti esterni. Lo Stato centrale sostiene l’ospedale pagando lo stipendio a 50 dipendenti. Esiste inoltre una convenzione tra l’Ospedale e il ministero della Salute per l’applicazione delle politiche sanitarie nazionali. “Da un punto di vista farmaceutico - spiega p. Modeste - abbiamo prodotto soluzione idroalcolica nella nostra farmacia per le necessità dell’ospedale e della popolazione. Questa attività che esisteva prima dell’arrivo del coronavirus, ed è stata implementata da padre Luc Zongo, responsabile della nostra farmacia con l’appoggio del personale e dei volontari. In questo periodo - continua il religioso - in accordo con il governo, abbiamo messo a disposizione il nostro centro di ricerche biomolecolari per effettuare i test diagnostici: l’unico laboratorio, infatti, si trova a Bobo-Dioulasso, che è cinque ore di auto dalla capitale e ciò significa che i casi sospetti in tutto il paese devono attendere almeno 12 ore per i risultati. Finora abbiamo eseguito più di 1500 tamponi. Per le visite, inoltre, stiamo ultilizzando anche l’infermeria dell’Arcidiocesi di Ouagadougou, che gestiamo insieme alle Suore camilliane”.
Nel frattempo, in tutto il continente africano il numero di casi di Covid-19 cresce velocemente. “Inizialmente - racconta p. Ouedraogo - la reazione della popolazione in Burkina Faso è stata di grande paura. Vedendo i tanti morti nei paesi occidentali, tutti si chiedevano come avrebbe reagito l’Africa a una tale catastrofe. Come sempre davanti a situazioni del genere il primo impulso è stato quello di rivolgersi a Dio nella preghiera. I Vescovi hanno inviato una preghiera da recitare nelle famiglie”. Ciò che preoccupa è la mancanza di mezzi e di risorse: “Scarseggiano le mascherine e gli altri dispositivi di protezione per la popolazione - afferma il missionario - e il personale ospedaliero è insufficiente: su tutto il territorio nazionale abbiamo tre ospedali attrezzati e riservati ai pazienti Covid19, ma ci sono soltanto 17 respiratori per 20 milioni di persone. All’ospedale San Camillo abbiamo soltanto 6 posti letto previsti nel reparto di rianimazione”. A ciò si aggiunge il fatto che le misure restrittive imposte dal governo creano un ulteriore disagio in un paese già stremato dalla povertà: “La maggior parte della gente - rileva p. Modeste - sopravvive vendendo qualcosa per strada, sperando di riuscire a mettere insieme un pasto quotidiano per la famiglia. Questa situazione - conclude - crea apprensione e genera molta paura per il futuro”.


Link correlati :Guarda la video-intervista al Camilliano padre Modeste Ouedraogo sul canale Youtube dell'Agenzia Fides
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ASIA/TURCHIA - Chiese ortodosse unite nella comune apprensione per il futuro di Ayasofya

Sab, 04/07/2020 - 12:26
Istanbul – Le recenti dispute esplose tra alcune Chiese dell’Ortodossia sembrano almeno per un momento cedere il passo alla condivisa preoccupazione per il destino del complesso monumentale di Ayasofya, che potrebbe presto ridiventare luogo di culto islamico per volontà della attuale dirigenza politica turca. Di tali comuni apprensioni si è fatto interprete il metropolita Hilarion Alfeyev, a capo del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, con alcune dichiarazioni pubblicate il 3 luglio sull’agenzia russa Interfax. “Stiamo seguendo da vicino con serie preoccupazioni” - ha rimarcato il metropolita russo - gli eventi che circondano la Cattedrale di Hagia Sophia. Stiamo aspettando la pubblicazione ufficiale della decisione della Corte Suprema della Turchia, che, a giudicare dalla stampa, ha ritenuto che lo status di Hagia Sophia, attualmente corrispondente a quello di un museo, può essere modificato da un decreto del Presidente del Paese". Hilarion ha definito Hagia Sophia "patrimonio di tutta l'umanità", sottolineando che qualsiasi cambiamento nell’attuale status quo, definito da lungo tempo, “può causare gravi danni alla comprensione reciproca nel mondo, al dialogo tra civiltà e culture, al dialogo interreligioso". Tra le altre cose, il metropolita del Patriarcato di Mosca si è soffermato anche sul ruolo speciale che Hagia Sophia ha avuto nella storia del cristianesimo russo, accennando alla cosiddetta Leggenda del Principe Vladimir, Secondo quella leggenda, al Principe Vladimir di Kiev, che era alla ricerca della vera religione per il suo popolo, si erano presentati senza esito i rappresentanti dell’islam provenienti dalla Bulgaria, i rappresentanti del giudaismo e gli inviati del Papa provenienti dalla Germania, che gli avevano proposto ciascuno la propria fede come quella giusta e la migliore di tutte. La decisione di Vladimir era maturata solo quando i suoi inviati erano tornati da una solenne liturgia, alla quale avevano preso parte proprio nella chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli: “Siamo giunti presso i Greci” raccontarono gli ambasciatori al Principe che battezzò la Rus “e siamo stati condotti laddove essi celebrano la liturgia per il loro Dio... Non sappiamo se siamo stati in cielo o sulla terra... abbiamo sperimentato che là Dio abita fra gli uomini”.
Il 1° luglio, l’allarme sul futuro di Ayasofya è stato lanciato anche dall'Assemblea interparlamentare dell'Ortodossia, organismo operante dal 1993, con sede presso il Parlamento greco, sorto su iniziativa di parlamentari di Russia e Grecia e oggi comprendente rappresentanti parlamentari di 25 Paesi. L’organizzazione si propone di analizzare i processi politici valorizzando la prospettiva cristiana ortodossa come fattore di incontro e reciproca comprensione tra le culture. L’ipotesi di riutilizzare Ayasofya come luogo di culto islamico – rimarca la dichiarazione diffusa dall’Assemblea interparlamentare ortodossa – provoca preoccupazione “in tutti gli uomini di buona volontà, e nei credenti che attraverso le loro attività e preghiere cercano di salvaguardare e rafforzare la comprensione tra le grandi religioni del mondo”.
Il 30 giugno, come riferito dall’Agenzia Fides , anche Bartolomeo I, Patriarca ecumenico di Costantinopoli, aveva dichiarato cle la eventuale riconversione in moschea del complesso monumentale di Ayasofya a Istanbul “spingerà milioni di cristiani in tutto il mondo contro l’islam”. Nell’omelia pronunciata durante la divina liturgia celebrata nella chiesa ortodossa dedicata ai Santi Apostoli, nel quartiere Feriköy, a Istanbul. Ayasofya, il “Primus inter pares” dei Primati delle Chiese ortodosse aveva rimarcato che attualmente a Ayasofya “si abbracciano Oriente e Occidente”, e la sua eventuale riconversione in luogo di culto islamico “sarà causa di rottura tra questi due mondi. Nel XXI secolo – ha proseguito il Patriarca – è “assurdo e dannoso che Hagia Sophia, da luogo che adesso permette ai due popoli di incontrarci e ammirare la sua grandezza, possa di nuovo trasformarsi in luogo di contrapposizione e scontro”. .
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NEWS ANALYSIS - Africa, il Covid-19 non ferma le guerre

Sab, 04/07/2020 - 11:15
Kinshasa - Quando, nell’ultima settimana di marzo, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres prima, e Papa Francesco poi, proprio nel momento in cui la pandemia stava assumendo dimensioni spaventose , lanciarono un accorato appello a proclamare un cessate-il-fuoco universale, il mondo sembrò ascoltarli. In Siria, Camerun, Filippine, Yemen, Congo, ad esempio, emersero segnali di distensione e, complice anche il terrore di contrarre il virus, alcuni eserciti o milizie delle 70 guerre che infiammano il pianeta, silenziarono le proprie armi. Quei segnali incoraggianti non hanno avuto seguito. L’invito del Papa a cogliere la drammatica occasione per “sospendere ogni forma di ostilità bellica” e favorire l’apertura “alla diplomazia, l’attenzione a chi si trova in situazione di più grande vulnerabilità” è rimasto in mote regioni del mondo “lettera morta”. Fin da metà aprile, in gran parte dei luoghi che avevano cessato almeno parzialmente gli scontri, si è ripreso a sparare, in tutti gli altri, in realtà, non si era mai smesso.
A oltre tre mesi di distanza, si può dire che i messaggi del Papa e di Guterres siano rimasti inascoltati. L’Agenzia Fides ha parlato con rappresentanti della Chiesa cattolica di tre Paesi in cui imperversa da anni il conflitto e cercato di capire quale siano la situazione e i motivi alla base di un rifiuto a sospendere – almeno temporaneamente – la guerra. - continua
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AFRICA/NIGERIA - Nomina del Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie, d. Solomon Patrick Zaku

Sab, 04/07/2020 - 10:32
Città del Vaticano – Il Cardinale Luis Antonio G. Tagle, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, il 27 febbraio 2020 ha nominato Direttore nazionale delle Pontificie opere Missionarie in Nigeria, per un quinquennio , don Solomon Patrick Zaku, del clero diocesano di Maiduguri.
Il nuovo Direttore nazionale è nato il 7 aprile 1982 a Potiskum, Yobe State, ed è stato ordinato sacerdote il 9 luglio 2010. Dopo aver frequentato il Seminario minore St. Joseph nello stato di Adamawa, ha studiato filosofia presso il Seminario maggiore St. Thomas a Makurdi, e teologia presso il Seminario maggiore St. Augustine a Jos. Ha proseguito gli studi presso il “Floating Institute of Missiology” di Onitsha e il “Seminar and International Conference on Missionary Formation” a Roma. Ha ricoperto diversi incarichi: parroco, cappellano e Vicedirettore delle POM diocesane, Direttore delle POM della diocesi di Maiduguri, Coordinatore nazionale delle POM-Propagazione della Fede.
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AFRICA/KENYA - La corruzione mina la lotta al Covid-19: a farne le spese sono i più poveri

Sab, 04/07/2020 - 10:15


Nairobi - In Africa sono attualmente affette da coronavirus 383.747 persone delle quali183 mila sono ricoverate in strutture sanitarie, mentre quelle decedute sono 9.691. In Kenya i casi sono 6.190 , i morti 144. La pandemia è cresciuta lentamente e con numeri di per sé non elevati, ma gli effetti sulla popolazione sono stati significativi. Questo ha portato molte istituzioni internazionali, organizzazioni non governative e singoli individui a sostenere le strutture sanitarie del Paese, ma i risultati sono incerti.
Del miliardo di Ksh donato dalla Banca mondiale per provvedere all'approvvigionamento di dispositivi di protezione individuale, medicinali e per creare strutture di isolamento risulta che 42 milioni di Ksh sono stati spesi per il leasing di ambulanze, 4 milioni di Ksh per tè e snack e 2 milioni di Ksh per comunicazione.
Sotto osservazione l’operato dei governatori delle contee per spese inadeguate e appropriazione indebita. All'inizio di maggio, quattro alti funzionari della contea di Kilifi sono stati arrestati per gare riguardanti l’appalto per la costruzione di un centro Covid-19 e per la manutenzione di attrezzature ospedaliere. Lo stesso governatore della contea di Bungoma Wycliffe Wangamati è sotto inchiesta da parte della Commissione etica e anticorruzione per la speculazione avvenuta nella contea sui prezzi degli articoli sanitari.
C’è poi un'indagine sulla donazione che il magnate cinese Jack Ma aveva effettuato nei primi giorni dell'epidemia. Gli investigatori hanno confermato alla BBC che l’indagine verrà estesa a tutte le donazioni arrivate in Kenya per combattere il coronavirus. L’ipotesi è che milioni di dollari e ingenti quantità di attrezzature siano state rubate. I media locali hanno recentemente documentato la scomparsa di dispositivi di protezione individuale donati dal governo cinese per un valore di 2 milioni di dollari. Il Presidente Uhuru Kenyatta ha promesso che tutte le donazioni destinate alla lotta contro il virus saranno oggetto di un’analisi approfondita.
«In Kenya, spiega un funzionario di alto livello che preferisce restare anonimo le cose succedono e non se ne parla, se tu dici chiaramente i fatti non rimani in vita più di due giorni. Soldi e beni donati per i malati spariscono: rubano tutto e tu non puoi fare nulla e non puoi dire niente. Si arricchiscono in pochi alle spalle di tutti».
I Vescovi cattolici hanno esortato il governo a garantire che i fondi di emergenza di Covid-19 siano diretti a combattere la pandemia e riportare il Paese alla normalità. In una dichiarazione del maggio scorso la Conferenza dei Vescovi cattolici del Kenya ha chiesto chiarezza sulla gestione dei fondi donati per far fronte all’emergenza sanitaria: «come Chiesa, apprezziamo le diverse misure che sono state adottate dal governo per contenere la diffusione della pandemia nel nostro Paese. Tuttavia, siamo preoccupati dalle notizie riguardanti l’utilizzo improprio di alcuni fondi».

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ASIA/PAKISTAN - L'addio a p. Francis Nadeem, frate cappuccino impegnato nel dialogo interreligioso

Sab, 04/07/2020 - 10:08
Lahore : “Abbiamo perso un sacerdote e frate meraviglioso, che ha prestato servizio umilmente nella sua comunità, e ha anche raggiunto le persone di altre fedi con il messaggio cristiano di pace e amore. Un sacerdote che era noto, apprezzato e amato non solo tra i cristiani, ma anche tra fedeli di altre religioni": è quanto ha affermato all'Agenzia Fides l'Arcivescovo Sebastian Francis Shaw, commemorando p. Francis Nadeem OFM Cap, Provinciale dei Cappuccini in Pakistan, suo compagno nella missione di dialogo interreligioso da oltre tre decenni. Il frate, ammalato e dializzato, è deceduto il 3 luglio in ospedale a Lahore dopo un attacco cardiaco. L'Arcivescovo così lo ricorda: “Era pieno di idee, sempre molto creativo per costruire ponti tra persone di fedi diverse. Era in comunione e ottime relazioni con persone di altra fede, e ha sempre lavorato per diffondere il messaggio di pace e amore, nel nome di Cristo, in tutti gli angoli del Paese ”.
Più di 2000 persone erano presenti alla messa funebre celebrata stamane, 4 luglio, nella Cattedrale del Sacro Cuore a Lahore. Ha presieduto la celebrazione mons. Sebastian Francis Shaw, Arcivescovo di Lahore, mentre hanno concelebrato l'Arcivescovo Joseph Arshad della diocesi di Islamabad-Rawalpindi, il Vescovo Indrias Rehmat della diocesi di Faisalabad e numerosi sacerdoti. Presenti anche leader di altre confessioni cristiane e di altre religioni, giunti per dare l'estremo saluto a p. Nadeem.
P. Francis Nadeem è stato instancabile promotore del dialogo interreligioso e dell'ecumenismo per oltre vent'anni a Lahore. Era Segretario esecutivo della Commissione episcopale per il dialogo interreligioso e l'ecumenismo e guidava la Custodia "Mariam Sadeeqa" dei Frati Cappuccini in Pakistan dal settembre 2014. Nel 2017 era stato scelto dai confratelli per un secondo mandato come Custode, che avrebbe dovuto concludersi nell'agosto 2020.
Nato il 27 ottobre 1955, era entrato nell'Ordine dei Frati minori cappuccini all'età di 19 anni. Dopo la Professione solenne nel 1984 e gli studi di teologia, nello stesso è stato ordinato sacerdote. Prima di essere eletto Custode, aveva ricoperto il ruolo di vice-provinciale per due mandati consecutivi .
"Era per noi un punto di riferimento. Lavora per la sua comunità dei frati cappuccini e dei cristiani, ma il suo animo era rivolto anche ai non cristiani per costruire e rafforzare uno spirito di dialogo interreligioso", osserva a Fides p. Morris Jalal OFM Cap, suo confratello e antico compagno di studi. P. Jalal rileva: "Ha dato il buon esempio in tutte le sue opere e responsabilità assegnategli, sia nelle parrocchie, essendo un leader della comunità cappuccina in Pakistan, sia nella importante missione di dialogo interreligioso. Porteremo nel cuore il suo impegno e la sua mitezza, specialmente nei momenti delle persecuzioni".
“Sull'esempio di Francesco di Assisi, ha dato la vita per il dialogo interreligioso: la sua visione era promuovere e rafforzare la pace e l'armonia in Pakistan. Come uomo di pace e di dialogo, ha ispirato innumerevoli persone che oggi lavorano attivamente per la stessa causa in Pakistan, per costruire una società amante della pace”, aggiunge p. Qaisar Feroz OFM Cap, Segretario della Commissione per le comunicazioni sociali.
Afferma inoltre: "Questa è l'eredita che ci lascia: era un uomo di Dio, ben concentrato sulla sua missione evangelica, che ha sempre perseverato nel suo ministero del dialogo interreligioso e dell'ecumenismo, instaurando ottimi rapporti personali con persone di altre religioni”.
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EUROPA/SPAGNA - Videoconferenza per presentare il rapporto sulle attività delle POM nel 2019

Sab, 04/07/2020 - 09:02
Madrid – Le Pontificie Opere Missionarie della Spagna hanno organizzato una conferenza stampa virtuale per presentare il loro Rapporto dell’attività 2019, che si terrà lunedì 6 luglio alle ore 11,30 via Zoom. Come spiega la nota inviata a Fides, il Rapporto riflette il vasto lavoro di animazione e formazione missionaria che le POM realizzano durante tutto l'anno, e che va molto oltre le principali giornate di raccolta missionaria, conosciute da tutti: la Giornata Missionaria Mondiale, la Giornata dell’Infanzia Missionaria, la Giornata delle Vocazioni native.
Questa edizione 2019 del rapporto include anche il grande evento missionario celebrato nel mese di ottobre 2019, il Mese Missionario Straordinario, indetto da Papa Francesco per l'intera Chiesa. Il rapporto contiene anche le ultime statistiche sui missionari spagnoli e il contributo finanziario della Spagna al Fondo universale di solidarietà delle POM nel 2019, con il quale la Santa Sede sostiene il funzionamento ordinario dei 1.111 territori di missione. Alla videoconferenza interverranno don José Maria Calderon, Direttore nazionale delle POM in Spagna; Manuel Diaz, responsabile dell’animazione missionaria delle POM a Pamplona; il missionario salesiano Miguel Ángel Olaverri, Vescovo di Pointe Noire, nella Repubblica del Congo, che commenterà come si sta vivendo la crisi sanitaria di Covid 19.
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AMERICA/MESSICO - "Non possiamo abituarci al crimine e alla violenza ed essere indifferenti alla morte": la diocesi dinanzi al massacro di Irapuato

Sab, 04/07/2020 - 07:03
Guanajuato - "Il maggiore massacro del sessennio", "Crimini inaccettabili", "Ennesima battaglia e terribile massacro", "Una delle peggiore vicende della storia del Messico", "Urge giustizia ad Irapuato", "Il governo promette di non abbandonare Guanajuato","26 morti, è un massacro ad Irapuato", sono solo alcuni dei titoli dei giornali del Messico dopo quanto accaduto nel pomeriggio del 1° luglio. Un gruppo armato di circa 8 persone è entrato nel centro di riabilitazione per tossicodipendenti, che lavora da due anni con il nome di "Recupero la mia vita" nel quartiere Arandas ad Irapuato, stato di Guanajuato, Messico. C'erano circa 31 giovani. Gli assalitori hanno lasciato uscire le donne, sparando contro tutti, e causando almeno 26 morti.
Il sindaco e il governatore dello stato concordano nel commentare che si tratta di uno scontro tra bande per la proprietà del territorio. Il fenomeno è proprio di questa zona del Messico, perché il centro di riabilitazione non è gestito dalle autorità né ha i permessi legali: si tratta di centri cosiddetti "sociali" che a volte sono centri di ballo e a volte di ricupero volontario per giovani con problema di droga. Solo a Irapuato ci sono circa 200 centri, in locali di periferia o case occupate da questi giovani. Secondo quanti abitano vicino, molti sono proprio locali delle bande criminali. Quello che colpisce di più è che proprio questo centro funzionava como centro di riabilitazione e c'erano giovani ospitati da diversi mesi che volevano uscire dalla droga, secondo le testimonianze dei loro parenti.
"Il Vescovo di Irapuato, i sacerdoti e l'intera famiglia cristiana, si rammaricano e condannano fermamente gli atti violenti", si legge in un comunicato della diocesi, pervenuto a Fides. "Il sangue di un fratello non può mai rimanere nel silenzio o nell'oblio, invoca giustizia davanti a Dio. Non possiamo abituarci al crimine e alla violenza ed essere indifferenti di fronte alla morte".
Il comunicato conclude citando i Vescovi del Messico, che ricordano: “È obbligo dello Stato rendere effettiva la giustizia che implica la sicurezza dei cittadini, la punizione di coloro che sono colpevoli di violenza e criminalità organizzata, senza fare eccezioni nell'applicazione dello Stato di diritto. La corruzione e l'impunità sono un binomio che va di pari passo e che continua a sfidarci in Messico. È anche obbligo di ogni cristiano costruire le basi per la pace e il rispetto della vita".
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ASIA/FILIPPINE - I sacerdoti di Manila si oppongono alla legge antiterrorismo

Ven, 03/07/2020 - 15:27
Manila - Il disegno di legge antiterrorismo contiene disposizioni "vaghe, amorfe e deleterie" che potrebbero nuocere più che altro. Esso limita e comprime alcune norme e pratiche proteggono i diritti umani fondamentali. Con queste osservazioni i sacerdoti dell'Arcidiocesi di Manila condividono apertamente l'appello di diversi gruppi della società civile che, allarmati per le possibili conseguenze, hanno invitato il Presidente Rodrigo Duterte a non firmare la legge antiterrorismo, approvata all'inizio di giugno 2020.
In una dichiarazione congiunta del clero di Manila, inviata a Fides, si afferma: "La libertà di espressione, i diritti alla privacy, la proprietà, la libertà di movimento e di coscienza non saranno più garantiti con il presente disegno di legge, che consente lo spionaggio, la confisca delle proprietà e la detenzione oltre il tempo legalmente consentito". "Questo disegno di legge - prosegue la nota - conferisce poteri draconiani agli agenti statali che, come ci dirà la storia, vengono quasi sempre abusati", anche perchè il testo di legge contiene "disposizioni ambigue ed estensive" che lasciano aperte interpretazioni arbitrarie e stravaganti.
“Anche il dissenso legittimo o il diritto di critica, che sono segni di una democrazia sana e funzionante, possono essere interpretati erroneamente come un incitamento a commettere un atto terroristico. Usare questa misura per mettere a tacere critici e detrattori darà a questo governo via libera anche di fronte inefficienza, inettitudine e abusi ", affermano i preti.
Il clero di Manila afferma dunque di essere contrario al disegno di legge che "pone gravi preoccupazioni in base all'ordine morale, ai diritti fondamentali dell'uomo e agli insegnamenti del Vangelo". Lo stato deve garantire la sicurezza "entro i limiti dei principi e dei processi democratici esistenti", si osserva. “Il governo non dovrebbe accampare il pretesto di sostenere la sicurezza nazionale, minando al contempo i diritti umani e le libertà civili. In tal modo si ottiene il terrorismo del governo contro il proprio popolo", si legge nel testo.
La dichiarazione dei sacerdoti dell'arcidiocesi ha fatto eco alle argomentazioni dell'ex giudice associato della Corte Suprema, Antonio Carpio, che ha promesso di contestare la costituzionalità della nuova legge antiterrorismo se il Presidente la firma, decretandone l'entrata in vigore. Nei giorni scorsi, anche il Vescovo Jose Colin Bagaforo del Segretariato per l'azione sociale nella Conferenza episcopale cattolica ha invitato la Corte suprema a esaminare la "costituzionalità" della proposta di legge in quanto " essa mette in pericolo i diritti dei filippini", ha detto.
Le più grandi scuole e istituzioni cattoliche del Paese hanno esortato il presidente a non firmarla. La Famiglia vincenziana, che riunisce 14 congregazioni religiose, maschili e femminili e organizzazioni laicali, che si riconoscono nel carisma di San Vincenzo de Paoli, si è detta pubblicamente critica.
Attivisti per i diritti umani, leader cattolici, avvocati, accademici, sacerdoti e religiosi si sono opposti alla controversa nuova legge antiterrorismo. Il Congresso delle Filippine ha approvato la legge antiterrorismo il 3 giugno del 2020, con 173 legislatori che hanno dato voto favorevole, 31 membri contrari e 29 astenuti. Ora serve solo la firma del presidente Duterte per farla diventare legge in vigore a tutti gli effetti: una apparente formalità, poiché il suo governo è stato il promotore del testo di legge.
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