AMERICA/BOLIVIA - Due sparatorie e tre morti a Los Yungas: i Vescovi chiedono “soluzioni pacifiche e di vero progresso per tutti”

Fides IT - www.fides.org - Sab, 01/09/2018 - 08:49
La Paz - "Dov'è tuo fratello Abele?": fanno eco alla drammatica domanda del libro della Genesi i Vescovi della Bolivia nel denunciare le tre persone morte nel corso di due sparatorie avvenute in meno di una settimana a La Asunta, nella provincia boscosa e montagnosa di Los Yungas, regione di La Paz. In un comunicato inviato all'Agenzia Fides, la Conferenza Episcopale ammonisce che ogni vita umana è un dono di Dio e "non può essere tolta o minacciata senza implicare una grave responsabilità e colpa davanti a Dio, che ce ne chiederà conto".
Sono confuse le circostanze del decesso di un poliziotto durante un'operazione di eradicazione di una piantagione di coca e di due produttori, sei giorni dopo, uccisi dalle forze dell'ordine perchè "cecchini" attivi durante un corteo. Nel testo del comunicato, i Vescovi chiedono la consolazione dell'Altissimo per i familiari delle vittime e condannano con durezza la "normalizzazione" delle morti che avvengono "durante conflitti sociali di diversa indole". "Il linguaggio della violenza non ha spazio tra fratelli" affermano, e "non costruisce nulla".
I Vescovi si dicono addolorati per l'avverarsi di ciò che avevano scritto al Ministro degli Interni nel maggio scorso, in seguito a una riunione tra produttori di coca e autorità municipali di La Asunta, ovvero il pericolo dello scoppio della violenza se non si fosse fatto conoscere ai produttori della regione il piano di eradicazione della coca e quello per le coltivazioni alternative della regione, "nella ricerca dell'equità tra regioni e di un dialogo trasparente, responsabile e costruttivo". Nell’occasione avevano segnalato al ministro "la presenza di uomini in uniforme nella zona che creava un clima di sospetto, di mancanza di fiducia e paura".
Il comunicato si conclude facendo appello alla giustizia, perché si giunga alla verità con imparzialità circa i crimini, e richiamando la buona volontà delle autorità e della popolazione interessata nell' "intraprendere insieme un cammino di dialogo e di comprensione fraterna" deponendo gli interessi particolari e "la ricerca di vantaggi settoriali contrapposti" per cercare "insieme soluzioni pacifiche e di vero progresso per tutti”.
La coltivazione della coca è l'unica forma di sostentamento per la stragrande maggioranza della popolazione delle aree implicate. Il prodotto viene utilizzato ancestralmente per vincere la stanchezza del lavoro alle elevate altitudini e nella medicina tradizionale, ma la produzione diretta alla successiva elaborazione della cocaina presenta margini di guadagno enormemente maggiori, che costituiscono un'allettante tentazione per tanti gruppi sociali immersi nella miseria.
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AMERICA/NICARAGUA - Illeso dopo un grave incidente automobilistico il Vescovo di Matagalpa

Fides IT - www.fides.org - Ven, 31/08/2018 - 12:48
Matagalpa – Il Vescovo della diocesi di Matagalpa, Mons. Rolando Álvarez, è sopravvissuto ieri a un grave incidente automobilistico avvenuto in un'autostrada nel nord del paese.
La notizia dell’incidente è stata divulgata dal Vescovo ausiliare di Managua, Mons. Silvio Báez, che ha inviato a Fides un messaggio: "Ho appena contattato Mons. Rolando Alvarez, Vescovo di Matagalpa, il quale ha confermato che oggi ha subito un incidente d'auto. Grazie a Dio solo il veicolo ha subito danni ma lui sta bene. Sono contento che non sia niente di grave e chiedo al Signore di benedire e proteggere Mons. Rolando".
Mons. Rolando Álvarez è rimasto illeso nonostante l'auto su cui viaggiava sia uscita di strada, si sia capovolta e sia semidistrutta, come riportano le fotografie pubblicate sui social network da testimoni dell'incidente.
Il Vescovo Álvarez, uno dei Vescovi più critici nei confronti del presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, fa parte della Conferenza episcopale del Nicaragua , che funge da mediatore nel Dialogo Nazionale tra l'Alleanza civica che rappresenta la società civile e il governo, con l'obiettivo di superare la crisi che ha causato ormai centinaia di morti in proteste contro il governo.

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AFRICA/ETIOPIA - Il Vicario Apostolico di Harar avvia un panificio per dare lavoro ai giovani e sostenere le opere sociali

Fides IT - www.fides.org - Ven, 31/08/2018 - 12:37
Harar - La diocesi di Harar, in Etiopia, scommette sul pane per sostenere le opere sociali cattoliche. Come appreso dall’Agenzia Fides, entro l’autunno sarà avviato a Dire Dawa un primo progetto pilota di produzione e vendita di pane e, nel corso del 2019, sarà realizzato un panificio industriale con un laboratorio, una scuola per panificatori e un negozio per la vendita. Il ricavato sarà destinato a scuole, orfanotrofi e ambulatori gestiti dalla comunità cattolica sul territorio. L’idea è venuta a mons. Angelo Pagano, missionario cappuccino in Etiopia e Camerun. Ordinato Vescovo e Vicario apostolico di Harar, Mons. Angelo si trova di fronte a una struttura complessa di opere sociali fondamentali per la regione, ma impegnativi da mantenere. Nasce così una riflessione su come poter rendere sostenibili le strutture.
L’Etiopia è piena di contraddizioni politiche e sociali, il 47% delle popolazione vive ancora in condizioni di sottosviluppo, ma è anche un Paese in forte crescita. Secondo l’ultimo rapporto della Banca Mondiale, nel 2018 l’economia crescerà dell’8,2% e progressivamente diventerà il principale esportatore di energia rinnovabile dell’Africa. Questo porterà gradualmente anche a un cambiamento dei consumi alimentari, cambiamento già in corso.
In Etiopia il piatto tradizionale è l’injera, una sorta di pane spugnoso prodotto con un cereale locale , che si accompagna con verdure, carne e salse piccanti. Negli ultimi anni, però, si è diffusa la moda di consumare pane europeo. La domanda di pane è quindi in grande crescita.
“Mons. Pagano – spiega a Fides Matteo Circosta del Centro Missionario dei padri cappuccini della Lombardia – ci ha chiesto di aiutarlo nella realizzazione di un progetto articolato che portasse alla creazione di un panificio gestito da ragazzi locali formati sul posto. Così ci siamo attivati e abbiamo coinvolto Cesare Marinoni, ex presidente dei panificatori milanesi, e la scuola professionale salesiana di Cinisello Balsamo”.
Da parte sua, la diocesi di Harar ha messo a disposizione un edificio in una delle vie principali di Dire Dawa. È qui che, entro il 2018, aprirà il progetto pilota. “Una panetteria milanese - continua Matteo Circosta - ha donato le attrezzature per produrre il pane e noi abbiamo acquistato sei forni elettrici. Con questi macchinari inizieranno le attività. Nelle prime fasi lavoreranno in loco un maestro panificatore e Cesare Marinoni che verranno affiancati da due ragazzi etiopi che nei mesi scorsi hanno studiato panificazione nella scuola salesiana. Solo nei prossimi mesi prenderà il via la costruzione del panificio industriale che sorgerà sempre su un terreno della diocesi e sarà costituito da laboratorio, scuola e negozio. Il progetto creerà opportunità di lavoro per undici panettieri. Nella struttura si alterneranno anche un certo numero di studenti. Il progetto vuole infatti svolgere un ruolo formativo per l’apprendimento del lavoro. I profitti garantiranno l’autofinanziamento del panificio ma sosterranno anche orfanotrofi, scuole e ambulatori”.
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ASIA/LIBANO - Ex leader politici arabi in Vaticano per parlare anche di Gerusalemme

Fides IT - www.fides.org - Ven, 31/08/2018 - 11:29
Beirut – Una delegazione del Consiglio delle relazioni arabe e internazionali – che riunisce ex politici di diversi Paesi arabi, ancora attivi sulla scena pubblica – sarà ricevuta la prossima settimana in Vaticano, dove i membri del gruppo avranno occasione di incontrare Papa Francesco e di parlare con il Cardinale Pietro Parolin. Della delegazione farà parte l'ex premier libanese Fouad Siniora, che l'altro ieri ha avuto un incontro con il Patriarca maronita Bechara Butroa Rai e ha poi riferito ai media libanesi i temi che potranno essere al centro dei prossimi incontri con i rappresentanti vaticani.
Il Consiglio delle relazioni arabe e internazionali è una una organizzazione araba indipendente, fondata in Kuwait nel 2009. Fouad Siniora ha fatto sapere che nei prossimi incontri della delegazione in Vaticano i riflettori saranno puntati sulla necessità di favorire e sostenere in ogni modo la convivenza tra musulmani e cristiani, sottoposta a pressione nei Paesi arabi, dove i conflitti e i processi migratori in atto rischiano di modificare la fisionomia demografica di molte regioni. L'ex primo ministro libanese ha riferito anche che nelle conversazioni in Vaticano verranno trattate la questione di Gerusalemme e quella palestinese, alla luce della decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di trasferire l'ambasciata degli Stati Uniti nella Città Santa, e tenendo conto anche del recente pronunciamento del Parlamento israeliano sul carattere ebraico dello Stato d'Israele.
Appartenente a una famiglia sunnita, Fouad Siniora è stato amico d'infanzia di Rafiq Hariri, l'uomo d'affari ucciso in un attentato nel 2005, mentre occupava il ruolo di Primo ministro in Libano. Nello stesso anno fu lo stesso Siniora a succedere a Hariri nella funzione di premier, guidando poi l'esecutivo in una delle fasi più travagliate della recente storia libanese. Agenzia Fides 31/8/2018).
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AFRICA/CAMERUN - “Le prossime elezioni siano libere e trasparenti” auspicano i Vescovi

Fides IT - www.fides.org - Ven, 31/08/2018 - 11:26
Yaoundé - “Le prossime scadenze elettorali sono decisive per la vita del Paese e auspichiamo, secondo gli insegnamenti della Chiesa, che il popolo possa esercitare la sua sovranità scegliendo in modo libero, pacifico e responsabile, i suoi dirigenti” affermano i Vescovi del Camerun in una Lettera pastorale firmata da Sua Ecc. Mons. Samuel Kléda, Arcivescovo di Doula e Presidente della Conferenza Episcopale camerunese.
Il 7 ottobre si terranno le elezioni presidenziali, seguite da altre consultazioni elettorali nel 2019. I Vescovi sottolineano che “le elezioni si terranno in un contesto socio-politico particolare: la crisi nelle regioni del nord-ovest e del sud-est, l’insicurezza nell’estremo nord, causata dalla setta Boko Haram e l’impatto del conflitto centrafricano sulla regione di frontiera dell’est del Camerun”.
Le regioni del nord-ovest e del sud-est sono quelle dove vive la minoranza anglofona che protesta per l’imposizione della lingua francese a livello amministrativo, giudiziario e scolastico. Queste regioni il 1° ottobre 2017, hanno dichiarata simbolicamente la loro indipendenza .
Queste tensioni “potrebbero turbare lo svolgimento sereno e pacifico delle elezioni nel Paese” ammoniscono i Vescovi che ricordano che solo un voto libero e trasparente, può “garantire la pace, la stabilità e la giustizia”.
Invitando tutti gli elettori ad adempiere al loro diritto-dovere di votare, la Conferenza Episcopale indica alcuni criteri per orientarsi nella scelta di “candidati capaci di fare fronte alla crisi sociale, economica e politica del Paese”. “I candidati devono impegnarsi di fronte al nostro popolo e alla comunità internazionale a promuovere l’unità del Paese e l’intangibilità delle sue frontiere, la sua indipendenza e la sua dignità nel concerto delle nazioni moderne” si sottolinea nel documento. Occorre inoltre scegliere candidati che offrono vere soluzioni ai problemi del Paese come corruzione; perdita del senso del bene comune; crisi nella regioni anglofone; disuguaglianze sociali; disoccupazione giovanile; lotta contro Bolo Haram.
La Chiesa cattolica si impegna a contribuire a garantire il corretto svolgimento delle elezioni attraverso gli osservatori elettorali formati e gestiti dalla Commissione Episcopale “Giustizia e Pace”.
Lanciando un appello “ai candidati a operare per la salvaguardia dell’unità e della pace nel nostro Paese” i Vescovi concludono affidando il Camerun a Maria, Regina della Pace.
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ASIA/INDONESIA - I cristiani pentecostali in Indonesia, tra fede e sofferenza a causa dell'estremismo islamico

Fides IT - www.fides.org - Ven, 31/08/2018 - 10:45

Giacarta - "I cristiani pentecostali indonesiani soffrono a causa del crescente estremismo islamico in Indonesia, ma hanno una fede forte, nonostante le violenze subite": lo dice all'Agenzia Fides Johannis Hus Lumenta, Pastore e Segretario generale della Chiesa pentecostale in Indonesia o "Gereja Pantekosta di Indonesia". "Vogliamo che il mondo sappia che stiamo soffrendo per Cristo. Negli ultimi anni circa 20 fedeli sono stati uccisi ogni anno, a causa della loro fede in Cristo . Ma non scendiamo a compromessi. Siamo persone che vivono per e con Cristo", rileva il Pastore Lumenta.
La Chiesa cristiana Pentecostale conta oltre tre milioni di membri in Indonesia, il paese musulmano più popoloso al mondo, culla di un islam moderato, ma dove da alcuni anni si vanno diffondendo le interpretazioni conservatrici e intransigenti dell'Islam.
Le comunità cristiane pentecostali sono nate grazie a missionari olandesi, quando l'Olanda aveva stabilito una colonia nell'arcipelago indonesiano. Il Pastore Lumenta nutre sentimenti contrastanti sui legami dell'Indonesia con il suo ex dominatore coloniale. I cristiani olandesi fondarono la sua chiesa nel 1921e canti scritti dalla defunta missionaria olandese Margaretha Alt fanno ancora parte della liturgia nelle sue oltre 22.000 comunità sparse in Indonesia.
"Oggi i legami con l'Olanda e altri paesi siano cruciali in quanto i cristiani evangelici devono affrontare nuove pressioni in Indonesia", rileva. Infatti su pressione degli estremisti islamici, "notiamo opposizione verso di noi anche da parte delle autorità locali. Riscontriamo problemi specialmente aree popolate soprattutto da musulmani, con alcune chiese bruciate e i credenti uccisi".
"Una ulteriore complicazione nella vita dei cristiani è la legga sulla blasfemia, introdotta nel 1965. Fino al 2004 è stata invocata e utilizzata in rari casi. Ma nel decennio successivo all'elezione di Susilo Bambang Yudhoyono come presidente, alla fine del 2004, ci sono stati 89 casi portati in tribunale e 89 persone imprigionate per blasfemia", afferma, citando dati riferiti da organizzazioni per i diritti.
Con il suo successore, l'attuale president Joko Widodo, altre 17 persone hanno ricevuto pene detentive per blasfemia, in accuse sostenute degli estremisti musulmani. Tra loro l'ex governatore di Jakarta, il cristiano Basuki Tjahaja Purnama, detto "Ahok", processato e condannato nel 2017 per blasfemia, dopo che gruppi musulmani lo hanno accusato di aver insultato l'Islam. Purnama aveva affermato che i suoi rivali politici stavano usando il Corano per ingannare gli elettori.
Lumenta, che conosce bene il governatore, commenta a Fides: "Ahok ha ricevuto una condanna a due anni di prigione perché ha citato il Corano in un suo discorso. E' un uomo di principi e di integrità morale, Dio si prende cura di lui, preghiamo per lui".
Lumenta condanna anche la recente decisione di un tribunale indonesiano, sull'isola di Sumatra, di condannare una donna a 18 mesi di reclusione per blasfemia. Meiliana, una buddista di etnia cinese di 44 anni, si era lamentata perchè una moschea del quartiere era troppo rumorosa e l'appello alla preghiera islamica aveva un volume troppo alto.
"C'è molta ingiustizia in Indonesia", ha detto Lumenta. Oggi la nazione si prepara alle elezioni presidenziali del 2019. Se alcuni vedono in Joko Widodo, attuale presidente, un esempio di una nuova generazione di politici con promesse di tolleranza religiosa e maggiore prosperità, Lumenta resta scettico: "Spesso i proclami non si traducono in pratica. Ci sono ancora molte irregolarità in Indonesia. I cristiani rappresentano, nel complesso, meno del 10% dei 260 milioni di persone presenti in questa nazione. La sfida più grande ora è garantire che tutti abbiamo e il diritto di osservare la propria fede. Se il governo interviene sul modo in cui le persone vogliono adorare Dio, questo diventa un problema istituzionale. La libertà religiosa è essenziale", conclude.
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AMERICA/BRASILE - La Chiesa per i rifugiati venezuelani: nuovo gruppo accolto da Caritas Manaus

Fides IT - www.fides.org - Ven, 31/08/2018 - 09:49
Manaus - La Chiesa cattolica in Brasile sta svolgendo un ruolo di primo piano nell'accoglienza degli immigrati e rifugiati venezuelani. Dal confine di Pacaraima, dove la parrocchia locale distribuisce 1.600 colazioni al giorno , i venezuelani trovano nella Chiesa un atteggiamento di accoglienza e condivisione che purtroppo non si riscontra in buona parte della società brasiliana, sottolineano le fonti di Fides.
In questa prospettiva, Caritas Manaus ha accolto martedì 28 agosto un nuovo gruppo di 63 immigrati nell'ambito di un progetto in collaborazione con l'UNHCR e con il supporto logistico dell'esercito brasiliano. E’ il secondo gruppo che arriva al centro di accoglienza “Santa Catalina de Siena” nella capitale dell'Amazzonia, dove rimarrà per un mese e dove si prevede che almeno altri tre gruppi arrivino entro la fine dell'anno.
Secondo le informazioni inviate all’Agenzia Fides, i rifugiati arrivano dalla città di Boa Vista, capitale dello stato di Roraima, al confine con il Venezuela, dove hanno vissuto nei centri per immigrati, i cui posti disponibili sono di gran lunga inferiori alle richieste. Sono soprattutto giovani, insieme ai bambini piccoli, i cui volti rispecchiano la sofferenza affrontata negli ultimi tempi, ma in cui si intravede anche la speranza che questo sia l'inizio di una vita migliore.
L'Arcidiocesi di Manaus, attraverso la Caritas, le parrocchie e le zone missionarie, "sta accogliendo i nostri fratelli immigrati e rifugiati del Venezuela" sottolinea a Fides padre Orlando Gonçalves Barbosa, Vicepresidente della Caritas. Il lavoro della Caritas mira a far sì che, a poco a poco, queste persone possano introdursi nella società brasiliana e acquisiscano autonomia.
Il parroco dell'area missionaria di Santa Catalina de Siena, il francescano Alex de Assunção, spiega a Fides che "accogliere gli immigrati venezuelani significa per la Chiesa di Manaus realizzare ciò che Gesù ci chiede, mettere in pratica il Vangelo, riconoscerlo nel fratello, nell'altro". Non possiamo dimenticare che "anche Gesù era uno straniero, visse la stessa situazione in cui vivono i nostri fratelli" dice a Fides, insistendo sul fatto che "l'accoglienza è mettere in pratica non solo ciò che Gesù ci ha chiesto, ma anche ciò che la Chiesa e Papa Francesco ci chiedono, è dare vita e spirito al Vangelo". Come parroco dell'area missionaria, "è una grazia accogliere e poter essere un segno di Cristo nella Chiesa di Manaus".
La direttrice della casa di accoglienza, Dina Luz Carmona, è un esempio di qualcuno che è arrivato come immigrato dalla Colombia insieme alla sua famiglia, quando aveva 17 anni, ed è riuscito a dare un indirizzo alla sua vita: oggi è un’avvocato. Spiega a Fides che nella casa gli immigrati, oltre ad un letto e ai pasti, seguiranno corsi di formazione professionale, di lingua portoghese, conversazioni sulla cultura locale, laboratori artigianali e di preparazione del cibo locale.
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ASIA/PAKISTAN - I cattolici ricordano suor Ruth Pfau, eroina della lotta alla lebbra in Pakistan

Fides IT - www.fides.org - Gio, 30/08/2018 - 12:03
Karachi - Ricordare il prezioso impegno di suor Ruth Pfau, "madre dei lebbrosi" in Pakistan, che ha dedicato tutta la sua vita alla nobile missione di lottare contro la lebbra nella nazione: con questa intenzione, nel primo anniversario della morte della religiosa deceduta nel 2017, il Cardinale Joseph Coutts, Arcivescovo di Karachi, ha celebrato nei giorni scorsi una messa commemorativa, davanti a una assemblea di oltre 200 fedeli nella Cattedrale di San Patrizio, a Karachi. "Ruth Pfau ha dato tutta la sua vita ai pazienti e alle persone con cui lavorava. Ha viaggiato in tutto il paese per raggiungere e curare i pazienti affetti da lebbra" ha detto, ricordando quanto la religiosa gli disse: “Come medico, il mio lavoro non è solo quello di dare medicine alle persone. Voglio vedere quelle persone tornare alla loro vita di sempre”.
Il Cardinale ha detto che suor Pfau "ha sempre sottolineato che i malati di lebbra sono esseri umani e possono essere curati", operando sempre per "tutelare la loro dignità" e "lasciando una bellissima eredità da seguire".
La dottoressa Ruth Katherina Martha Pfau, nata in Germania il 9 settembre 1929, nel 1957 si è unita alle Figlie del Cuore di Maria , ordine religioso cattolico. Nel 1960 fu inviata nell'India meridionale per il lavoro missionario ma, a causa di alcuni problemi di visto, venne bloccata a Karachi. Da allora ha sempre lavorato per salvare i lebbrosi abbandonati dalle loro famiglie, attraversando anche il confine in Afghanistan. Ha prestato servizio in Pakistan per i successivi 57 anni della sua vita e il 10 agosto 2017 e si è spenta all'età di 87 anni. Grazie ai suoi instancabili sforzi, l'Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1996 ha dichiarato il Pakistan uno dei primi paesi dell'Asia a “tenere la lebbra sotto controllo".
Ruth Pfau ha creato il "Marie Adelaide Leprosy Center", che conta oggi 157 filiali in Pakistan. Grazie ai notevoli servigi resi alla nazione, ha ricevuto numerosi premi e nel 1988 è stata insignita della cittadinanza del Pakistan. È la prima donna e la terza persona in assoluto in Pakistan ad aver ricevuto i funerali di stato dopo Mohammad Ali Jinnah, fondatore del Pakistan, e Abdul Sattar Edhi, noto assistente sociale.
Il governo del Sindh ha intitolato al suo nome l'Ospedale civile di Karachi. A maggio 2018 la Banca nazionale del Pakistan ha emesso una moneta da 50 rupie per commemorare la nota dottoressa.
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AFRICA/CONGO RD - Elezioni presidenziali: tensioni per le candidature respinte dalla Commissione Elettorale

Fides IT - www.fides.org - Gio, 30/08/2018 - 11:56
Kinshasa - Montano le polemiche nella Repubblica Democratica del Congo per alcune decisioni prese dalla Commissione Elettorale Nazionale Indipendente , in vista delle elezioni presidenziali del 23 dicembre. In primo luogo c’è la questione dell’esclusione di 6 delle 25 personalità che hanno presentato la propria candidatura alla Presidenza della Repubblica. Tra i candidati esclusi c’è Jean-Pierre Bemba, leader del Movimento di Liberazione del Congo , recentemente assolto in seconda istanza dalla Corte Penale Internazionale dopo una lunga vicenda giudiziaria, per le violenze commesse dalle sue truppe nella Repubblica Centrafricana nel 2002-2003.
Il 24 agosto la CENI ha respinto la candidatura di Bemba in base al principio costituzionale che vieta la candidatura alla Presidenza di cittadini che hanno avuto condanne o processi in corso per corruzione. Bemba, per assolto in secondo grado dall’accusa di crimini di guerra nella Repubblica Centrafricana, ha ancora in corso un processo presso la CPI con l’accusa di aver corrotto testimoni durante il primo processo sui crimini di guerra.
Il 15 agosto il Ministro della Giustizia ha ordinato alla Corte di Cassazione e alla CENI di rimuovere dalla lista dei candidati alle elezioni presidenziali e legislative coloro che hanno gravi indizi di avere una cittadinanza straniera. Secondo l’opposizione, la lettera inviata dal Guardasigilli alla CENI e alla Corte di Cassazione è una grave interferenza nell’autonomia di questi due organi e un pesante intervento nel processo di selezione delle candidature. L’esclusione delle 6 personalità - secondo l’opposizione - dimostrerebbe la subordinazione della CENI al governo uscente. Tanto più che il Presidente Kabila aveva già escluso dalla corsa presidenziale un’altra personalità importante, l’ex governatore del Katanga, Moïse Katumbi, al quale viene impedito di rientrare nella RDC. La CENI ha però ritenuta valida la candidatura alla provincia del Sud Kivu di Batumike Rugimbanya, condannato in primo e secondo grado, dal Tribunale Militare e dall'Alta Corte Militare, insieme a 11 suoi coimputati per omicidio, creazione di una milizia chiamata "Jeshi la Yesu" e stupro su minori.
Altro punto controverso è l’uso di macchine elettorali elettroniche che fanno nascere il sospetto che possano essere manipolate. Il movimento Lotta per il Cambiamento ha annunciato a partire dal 3 settembre 2018 nuove manifestazioni in tutta la RDC per chiedere l’abbandono totale delle macchine elettorali e il ritorno al voto tradizionale su carta. In un comunicato LUCHA chiede alla Conferenza Episcopale Congolese, garante dell'Accordo di San Silvestro del 2016, “di non lasciare che questo accordo serva come garanzia per una caricatura elettorale da parte di coloro che hanno solo disprezzo per il popolo di Dio, assumendosi le proprie responsabilità e, quando sarà il momento, trarre coraggiosamente tutte le conseguenze della mancata applicazione delle misure di rafforzamento della fiducia previste da tale accordo”.
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ASIA/NEPAL - Impegno della Chiesa contro lo sfruttamento e la tratta di esseri umani

Fides IT - www.fides.org - Gio, 30/08/2018 - 11:24
Kathmandu - Creare consapevolezza diffusa e dare il proprio contributo per contrastare fenomeni come la tratta di esseri umani: con questo obiettivo la Caritas Nepal lavora con i rifugiati dal 1991 fornendo istruzione e sostegno ai bambini nei campi profughi in Nepal. Attualmente, la popolazione di rifugiati nella nazione è di 10.000 unità e il numero totale di rifugiati reinsediati supera le 100mila persone, dice a Fides suor Marisa della Congregazione di Gesù. Durante i primi anni '90, nel vicino Bhutan sono esplose violenze verso i "Lhotshampas" . La paura e la persecuzione hanno fatto sì che molti Lhotshampas fuggissero dalle loro case e trovassero rifugio nei campi profughi in Nepal. Nel 1996, circa 84.000 rifugiati vivevano in sette insediamenti. Solo dieci anni dopo, nel 2007, è stato raggiunto un accordo internazionale per il reinsediamento dei rifugiati in Australia, Nuova Zelanda, Canada, Stati Uniti ed Europa. Nel frattempo, la Caritas ha fornito istruzione ai bambini del Bhutan.
Prosegue anche l'impegno della Chiesa contro la tratta di esseri umani e la schiavitù. Infatti almeno cinque milioni di nepalesi lavorano all'estero e “i lavoratori migranti finiscono a volte in situazioni di lavoro difficili e pericolose. Ogni giorno almeno quattro lavoratori migranti nepalesi muoiono all'estero”, rileva suor Marisa. "Molti di loro non sono qualificati, e sono spesso sottopagati e non conoscono le corrette procedure per una e migrazione sicura” aggiunge. La Caritas ha avviato un progetto pilota per assicurare che i giovani in cerca di lavoro siano consapevoli e seguano pratiche di migrazione sicure, comprendendo adeguatamente le loro opzioni in patria e all'estero.
Circa 350.000 nepalesi vanno all'estero per lavoro ogni anno, attratti da opportunità di lavoro e salari più alti. Il 40% ha riferito di aver subito abusi o violenze o di essere ricattati dai datori di lavoro. Le donne sono particolarmente a rischio, poiché si stima che il 95% delle donne migranti non abbia documentazione. La Caritas fornisce sostegno all'emancipazione delle donne, contrastandone lo sfruttamento. L'Unicef stima infatti che circa 7.000 donne e ragazze nepalesi ogni anno vengano trasferite con l'inganno in India e siano vittime di reti criminali. Molte donne sono costrette a prostituirsi, altre sono costrette a lavorare per lunghe ore in condizioni spaventose nell'industria tessile o come domestiche. Caritas Nepal attualmente lavora in undici distretti del Nepal, dove vi è un alto tasso di emigrazione, per proteggere uomini, donne, giovani e bambini locali e incoraggiare la cooperazione nella prevenzione della tratta.
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AMERICA/BRASILE - Le forze armate nello stato dove continuano ad arrivare i profughi venezuelani

Fides IT - www.fides.org - Gio, 30/08/2018 - 11:10
Roraima – Il governo federale del Brasile ha deciso di applicare la legge di garanzia e ordine nello stato di Roraima, questo significa che autorizza le forze armate ad agire nello stato che è attraversato da un flusso imponente di immigrati venezuelani: lo ha annunciato il Ministro della sicurezza pubblica, Raul Jungmann, martedì 28 agosto. La situazione infatti continua a presentarsi molto critica.
Il primo marzo Mons. Mário Antônio da Silva, Vescovo di Roraima, diceva a Fides: “Negli ultimi 45 giorni più di 18.000 venezuelani sono arrivati in Roraima, si stima che arrivino ogni giorno dalle 300 alle 400 persone, tutte bisognose di informazioni e con un grande desiderio di continuare la loro vita con dignità”. A luglio 2018 la stampa pubblicava una nota del ministero dell’interno brasiliano, che informava che tra gennaio e giugno 2018 erano state ricevute 16.953 richieste di riconoscimento dello status di rifugiato, di cui 16.523 , da parte di venezuelani, il resto cubani , haitiani e cittadini di altri paesi . Solo a maggio 2018, quando Maduro è stato rieletto, il Brasile ha registrato 4.054 richieste di venezuelani di essere riconosciuti come rifugiati.
Le richieste dei venezuelani allo stato di Roraima comunque non rappresentano fedelmente il flusso migratorio o il numero di venezuelani che vivono in quello stato, dal momento che molti sono in transito e, dopo aver chiesto di essere dichiarati rifugiati, sono andati in altre regioni del paese. L'esercito brasiliano e le Nazioni Unite , che lavorano insieme in Roraima per prendersi cura degli immigrati, stimano che ogni giorno arrivano tra 600 e 700 persone dal Venezuela. Secondo dati ufficiali, dal 2015 più di 70.000 rifugiati venezuelani sono arrivati nello stato di Roraima. Ma è noto che anche questa cifra non è fedele alla verità.
La situazione è completamente cambiata in Roraima dopo il 18 agosto, quando una folla di brasiliani ha attaccato i campi improvvisati dei venezuelani per bruciare e distruggere tutto, dopo che un negoziante locale era stato aggredito da quattro immigrati del Venezuela. Lo stesso giorno 1.200 venezuelani sono tornati nel loro paese.
L'unico aiuto che gli immigrati venezuelani ricevono arrivati a Pacaraima è la colazione offerta dalla parrocchia guidata dl sacerdote spagnolo Jesus Boadilla : un po’ di pane e un caffèllatte per più di 1.500 venezuelani, dal lunedì al venerdì, per molti è l’unico pasto del giorno. Padre Boadilla ha sottolineato che “i venezuelani che arrivano alla parrocchia non hanno proprio nulla, sono affamati e il 25% sono minorenni”. Malgrado la ultime tensioni fra residenti e migranti, il flusso dei venezuelani non accenna a diminuire.

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ASIA/IRAQ - Il Patriarca caldeo: non vogliamo "un'area protetta" per i cristiani nella Piana di Ninive

Fides IT - www.fides.org - Gio, 30/08/2018 - 11:03
Baghdad – Sono circa 8mila le famiglie cristiane che nell'ultimo anno hanno potuto fare ritorno alle proprie città e ai propri villaggi nella provincia di Ninive, da dove erano fuggiti nel 2014 davanti all'avanzata delle milizie jihadiste dello Stato Islamico . Ma la Chiesa caldea non coltiva in alcun modo le ipotesi di istituire nella Piana di Ninive un' “area protetta” per i cristiani. Lo ha ribadito il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako, in un'intervista rilasciata nei giorni scorsi al quotidiano Asharq Al-Awsat, giornale arabo con sede a Londra. “Siamo parte dell'Iraq, non vogliamo la divisione e la creazione di cantoni su base settaria in questo Paese” ha rimarcato il Patriarca caldeo, creato Cardinale da Papa Francesco lo scorso 28 giugno.
Nell'intervista, il Primate della Chiesa caldea ripete che a suo giudizio “non conviene ai cristiani iracheni trincerarsi in milizie confessionali” o affidarsi al “bullismo” di corpi armati stranieri, ribadendo che la condizione delle comunità cristiane irachene rimane difficile e subisce fenomeni di emarginazione politica e sociale, ma nonostante tutto “la migrazione non è la soluzione, e l'Occidente non è un Paradiso”.
La Provincia di Ninive, disseminata di cittadine e villaggi a maggioranza cristiana, era stata conquistata dei jihadisti di Daesh tra la primavera e l'estate del 2014. In quei mesi, decine di migliaia di cristiani iracheni erano fuggiti dai loro villaggi, trovando in gran parte rifugio nella Regione autonoma del Kurdistan iracheno. Nel maggio 2017 , in una dichiarazione congiunta, rivolta alle autorità regionali e nazionali e agli organismi internazionali, due Arcivescovi di Mosul - il siro cattolico Boutros Moshe e il siro ortodosso Mar Nicodemus Daud Matti Sharaf – insieme a Mar Timotheos Musa al Shamany, Arcivescovo siro ortodosso di Bartellah avevano rilanciato la richiesta di trasformare la Piana di Ninive in area autonoma, posta sotto la protezione internazionale delle Nazioni Unite, per sottrarla a conflitti e contese, e salvaguardare i diritti delle comunità cristiane che in quelle terre hanno il loro radicamento tradizionale. Nella dichiarazione si rivendicava anche il diritto di autonomia amministrativa per le comunità cristiane nella Piana di Ninive, nei villaggi da poco sottratti al controllo delle milizie jihadiste. A sorpresa, il Patriarcato caldeo aveva diffuso a stretto giro un comunicato ufficiale per far sapere che la Chiesa caldea non era rappresentata dalla dichiarazione dei tre Vescovi siri.
L'antico sogno della creazione di un'area indipendente per i cristiani nella Piana di Ninive, ancora fortemente caldeggiata in alcune comunità della diaspora caldea e assira, era stato in qualche modo rilanciato anche alla Convention nazionale promossa a Washington nel settembre 2016 dalla organizzazione no profit Usa In Defense of Christians , e dedicata al tema “Oltre il Genocidio. Preservare la cristianità in Medio Oriente" . .

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AFRICA/ERITREA - La pace porterà la democrazia? Attese sulle riforme economiche, sociali, politiche

Fides IT - www.fides.org - Mer, 29/08/2018 - 12:29
Asmara - “La gente è pazza di gioia. L’accordo di pace con l’Etiopia ha fatto sì che si realizzasse un sogno, quello della riunione di due popoli più che amici, fratelli”. Così un membro della Chiesa cattolica locale, che chiede a Fides l’anonimato per ragioni di sicurezza, racconta l’entusiasmo che ha pervaso gli eritrei nei giorni che hanno seguito l’intesa fra Asmara e Addis Abeba, siglata l’8 luglio dopo 16 anni di guerra e tensioni.
La pace non ha ancora portato la democrazia in Eritrea. Il regime, uno dei più repressivi al mondo, è ancora forte. “Le manifestazioni di giubilo sono state eccezionali” continua il religioso. “Durante la visita del premier Abiy Ahmed ad Asmara erano esposte più bandiere del giorno dell’indipendenza . Gli eritrei però sanno che questo accordo di pace può anche non portare alle tanto attese riforme economiche, sociali, politiche. Hanno paura che, come dopo l’indipendenza, le loro aspettative siano, ancora una volta, tradite”.
Negli anni, la guerra e le tensioni con l’Etiopia sono state una scusa che il presidente Isaias Afeworki ha sapientemente utilizzato per rafforzare il suo potere personale. Con il pretesto dello stato di emergenza, ha sospeso la Costituzione del 1997, ha imprigionato oppositori e ministri, intellettuali e compagni di partito che gli chiedevano di rispettare la democrazia. Ha chiuso l’università e militarizzato lo Stato, espulso missionari e Ong, perseguitato leader religiosi. In 20 anni ha causato l’emigrazione di almeno due generazioni di eritrei. “Per il momento - continua il religioso - non c’è stata alcuna riforma interna e, credo, non ci sarà. Isaias è troppo orgoglioso per tornare indietro. Solo se andasse in esilio potrebbe esserci qualche speranza”.
Intanto gli eritrei sognano guardando gli enormi passi avanti fatti negli ultimi mesi dalla vicina Etiopia dopo l’ascesa al potere del premier Abiy Ahmed. “Il premier etiope – conclude la fonte di Fides – sta veramente cambiando a fondo il Paese: ha promosso la pacificazione con le etnie escluse dal potere, ha liberato i prigionieri politici, ha avviato riforme economiche e ha promesso libere elezioni, ha chiesto la collaborazione dei leader religiosi. In Eritrea non si muove nulla. Gli eritrei aspettano, sperando che il bel sogno della pace non si trasformi in un nuovo incubo”
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ASIA/BANGLADESH - Il Vescovo Rozario: "Urge un accordo politico per garantire ai Rohingya una vita dignitosa"

Fides IT - www.fides.org - Mer, 29/08/2018 - 12:13
Dacca - "I profughi Rohingya desiderano vivere una vita dignitosa. Questa gente ha subito una pulizia etnica. Urge mettere in pratica l’accordo tra i governi di Bangladesh e Myanmar, garantendo ai Rohingya una vita dignitosa e prospera. Ma non scorgo una sincera buona volontà per risolvere questa tragedia umana nel prossimo futuro": lo dice all'Agenzia Fides il Vescovo Gervas Rozario, alla guida della diocesi di Rajshahi, in Bangladesh.
Mentre è trascorso un anno dallo spostamento di massa di oltre 700mila profughi musulmani Rohingya dal Myanmar al Bangladesh, i vertici militari del Myanmar potrebbero essere indagati e perseguiti per “genocidio”, proprio in seguito agli atti commessi negli Stati birmani di Rakhine , Kachin e Shan. Lo afferma il rapporto stilato da una commissione indipendente incaricata dal Consiglio Onu per i diritti umani dell’Onu. Il documento usa il termine “genocidio”, indicando un piano sistematico per la distruzione di una comunità, secondo logiche di “deportazione e sterminio”. Il rapporto, che sarà ufficialmente presentato a Ginevra il 18 settembre, chiede alla Corte penale internazionale dell’Aja di processare il capo dell’esercito birmano, il generale Min Aung Hlaing, e cinque altri alti funzionari militari. Il rapporto denuncia anche la complicità del governo birmano, colpevole di aver lasciato che l'operazione militare fosse perpetrata e completata.
Da un anno diverse agenzie internazionali cattoliche, come Caritas International, Catholic Relief Services, Cafod hanno sostenuto e continuano ad aiutare i rifugiati che si sono stabiliti in Bangladesh, assicurando loro cibo, acqua, tende, istruzione ai bambini.
"Lavoriamo con le comunità dei Rohingya, che si trovano a Cox Bazar, per prepararle alla stagione dei monsoni, già in corso. Ma, dopo un anno, ci chiediamo: chi si occuperà di queste persone e chi finanzierà l'assistenza umanitaria se la crisi andrà ancora avanti per il secondo o terzo anno? Infatti non c'è all'orizzonte nessuna soluzione politica", rileva Mons. Rozario. Sebbene i colloqui bilaterali tra i governi del Myanmar e del Bangladesh finiscano affermando “l’impegno a trovare una soluzione”, restano solo dichiarazioni di intenti e “non c'è ancora alcun piano concreto”, nota.
Myanmar e Bangladesh hanno concordato nel gennaio 2018 di completare il rimpatrio volontario dei rifugiati entro due anni. Ma molti osservatori internazionali e commentatori continuano a dubitare della reale possibilità di realizzare questo piano.
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AFRICA/CONGO RD - I Vescovi all’ONU: “Elezioni veramente inclusive e regolari, altrimenti pace a rischio”

Fides IT - www.fides.org - Mer, 29/08/2018 - 11:59
Kinshasa - La gioia per l’avvio del processo elettorale “diverrà un'illusione se questo non porta all'organizzazione di elezioni credibili e trasparenti, inclusive e pacifiche” ha affermato Sua Ecc. Mons. Marcel Utembi Tapa, Arcivescovo di Kisangani e Presidente della Conferenza Episcopale Nazionale del Congo , in un intervento inviato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, sullo stato del processo elettorale nella Repubblica Democratica del Congo.
Secondo la CENCO, la mancata realizzazione di “elezioni credibili e trasparenti” costituisce “un rischio latente se non si affrontano le seguenti preoccupazioni: chiarimento della situazione di milioni di elettori iscritti nelle liste elettorali senza impronte digitali; mancanza di consenso sull’uso delle macchine elettorali elettroniche; mancato completamento delle importanti misure di rasserenamento previste nell'Accordo di San Silvestro”.
Le elezioni presidenziali e legislative si terranno il 23 dicembre 2018. Il secondo mandato del Presidente uscente Joseph Kabila è scaduto il 20 dicembre 2016, ma il voto è stato più volte rimandato suscitando il timore nell’opposizione e nella società civile che Kabila volesse modificare la Costituzione per presentarsi alle elezioni e ottenere un terzo mandato. I Vescovi avevano mediato nella crisi politica e il 31 dicembre 2016 era stato firmato l’Accordo di San Silvestro che prevedeva un periodo di transizione, con Kabila Presidente, per preparare le elezioni. La nomina da parte della maggioranza presidenziale di Emmanuel Ramazani Shadary come proprio candidato, ha contribuito a rasserenare gli animi, ma permangono problemi relativi a circa sei milioni gli elettori registrati senza impronte digitali e all’utilizzo della macchine elettorali .
“Nel complesso, la presentazione delle candidature si è svolta in un'atmosfera calma e in uno spirito patriottico, ad eccezione del caso di Moïse Katumbi per il quale ricordiamo al governo il rispetto dell'accordo di San Silvestro” affermano i Vescovi. Katumbi, ex governatore del Katanga, è stato accusato di aver complottato contro Kabila. Per questo è stato privato del passaporto congolese e del diritto di rientrare nella RDC. Nonostante queste limitazioni ha annunciato di volere candidarsi a Presidente della RDC.
“Che si eviti di forzare l'interpretazione delle leggi e di manipolare la giustizia al fine di escludere arbitrariamente determinati candidati dalla competizione elettorale. Le elezioni non inclusive saranno dannose per il processo di pacificazione del Paese” ribadisce Mons. Utembi Tapa.

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AMERICA/NICARAGUA - Il Card. Brenes: gli arresti dei manifestanti non contribuiscono alla pace proclamata dal governo

Fides IT - www.fides.org - Mer, 29/08/2018 - 11:07
Managua – Il Cardinale Leopoldo Brenes, Arcivescovo di Managua e presidente della Conferenza episcopale del Nicaragua , ha invitato domenica 26 agosto le autorità a fermare gli arresti delle persone che manifestano contro il governo, avvertendo che tali misure non contribuiscono alla pace proclamata dal governo. "Esorto, come pastore, le persone che prendono questa iniziativa ad abbandonare tale atteggiamento, che non contribuisce per nulla alla pace che viene proclamata ovunque, non costruisce quella concordia che viene proclamata né quella stabilità che si vuole" ha detto il Cardinale, che ha sottolineato inoltre l'importanza di "pacificare il paese senza atteggiamenti o azioni che dicono il contrario".
Sabato 25 agosto più di 20 giovani sono stati arrestati dalla polizia in diversi luoghi, impedendo loro di partecipare alle manifestazioni di protesta indette per chiedere il rilascio dei prigionieri politici.
"E’ un peccato che si verifichino tali situazioni, che torniamo di nuovo agli arresti, ciò porta tensioni nelle famiglie. Esorto a rispettare la popolazione e le proteste che si possono sempre fare, in modo civile e pacifico, come in pratica sono state fatte" ha sottolineato l'Arcivescovo di Managua.
La Chiesa cattolica, attraverso la Commissione di Verifica e Sicurezza, formata al tavolo di Dialogo Nazionale, continua a negoziare con il governo la liberazione dei detenuti, arrestati per aver partecipato a proteste pacifiche contro il governo, ha ricordato il Card. Brenes, riferendosi ai giovani fermati sabato. In molti altri casi, sacerdoti e Vescovi si sono presentati alle caserme per chiedere chiarimenti o il rilascio delle persone fermate ingiustamente o senza alcun motivo, come nel caso di Masaya .
La nota pervenuta a Fides informa che il Cardinale ha anche sottolineato che la Commissione di Verifica, in cui sono presenti Mons. Carlos Aviles e l’imprenditore laico Jorge Solis, continua il suo lavoro, "perché era un impegno preso durante il Dialogo Nazionale, e anche se attualmente in stand-by, la Commissione continua ad inviare liste al Ministero degli Esteri".
La situazione nel paese non accenna a migliorare, nonostante il presidente Ortega continui a sostenere che si è tornati alla “normalità”: la crisi sociale porta sempre più gente per strada a manifestare contro il governo, l’economia attraversa un brutto momento dovuto alla crisi degli imprenditori che non sono allineati con il governo e, cosa più grave ancora, si presenta a rischio la produzione del caffè nei prossimi mesi. L’economia del Nicaragua da sempre ha contato sul grande contributo dell’industria del caffè, ma in seguito alla crisi interna si rischia un fallimento nazionale e internazionale.

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ASIA/SIRIA - Milizie curde chiudono le scuole cristiane di Qamishli

Fides IT - www.fides.org - Mer, 29/08/2018 - 11:01
Qamishli – Elementi armati delle cosiddette “milizie di autogestione curda” hanno imposto la chiusura di alcuni istituti scolastici che fanno capo alle locali comunità cristiane sire e assire, nella Siria nord-orientale. Il fatto è avvenuto ieri, martedì 28 agosto, a Qamishli, nella provincia siriana nord-orientale di Hassakè . Secondo informazioni diffuse da ankawa.com, le scuole cristiane sono state chiuse per non aver implementato i nuovi curricula scolastici imposti dalle forze autonomiste curde del cosiddetto “autogoverno autonomo della Regione di Jazira”, e che prevedono anche l'insegnamento obbligatorio della lingua curda in tutti gli istituti scolastici. Le milizie autonomiste curde hanno anche disperso con colpi di arma da fuoco una manifestazione di protesta dei genitori degli alunni, che si erano radunati spontaneamente davanti alla chiesa siro-ortodossa di Qamishli dedicata alla Vergine Maria per protestare contro la chiusura delle scuole cristiane.
Una recente disposizione del Partito dell'Unione democratica ha chiesto a tutte le comunità locali di conformare i programmi delle rispettive scuole ai nuovi programmi scolastici ispirati all'autonomismo curdo. Nei primi giorni di agosto, le forze curde avevano già chiuso una scuola cristiana nella città di Derbiseye, dopo che la dirigenza dell'istituto scolastico si era rifiutata di adottare il curriculum scolastico fondato sull'insegnamento della lingua e della cultura curda.
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AFRICA/CAMERUN - Morto il Vescovo di Eséka; non ci sono elementi che facciano pensare ad una morte sospetta

Fides IT - www.fides.org - Mar, 28/08/2018 - 11:48
Yaoundé - Morte improvvisa di Sua Ecc. Mons. Dieudonné Bogmis, Vescovo di Eséka, nel sud del Camerun. Secondo notizie pervenute all’Agenzia Fides, Mons. Bogmis è stato trovato morto nella sua camera da letto, la mattina del 25 agosto, dall’economo diocesano p. Charles Marie Mayag.
“Cari confratelli, il Signore ha dato il Signore ha ripreso. Sia benedetto il nome del Signore. È con grande dolore ed emozione che il servizio diocesano della comunicazione sociale annuncia la morte di Sua Eccellenza mons. Dieudonné Bogmis, Vescovo titolare della diocesi di Eseka” afferma un comunicato della diocesi.
Secondo fonti della diocesi d’Eséka, Mons. Bogmis da qualche giorno non si sentiva bene. Le prime analisi effettuate dai medici, alla presenza del Procuratore della Repubblica, hanno concluso che il Vescovo è morto per un arresto cardiaco.
La Conferenza Episcopale del Camerun ha invitato i fedeli a ignorare le speculazioni sulla morte di Mons. Bogmis che si sono diffuse sui social media e di “rimanere uniti nella preghiera affinché il Signore conceda a Mons. Bogmis la corona della gloria che non appassisce”.
In Camerun è ancora vivo il ricordo della morte misteriosa di Sua Ecc. Mons. Jean Marie Benoît Bala, Vescovo di Bafia, il cui corpo era stato ritrovato nelle acque del fiume Sanaga, il 2 giugno 2017. Secondo la locale Conferenza Episcopale Mons. Bala è stato assassinato mentre le autorità affermano che si sarebbe suicidato . Il 20 luglio è stato ucciso Don Alexandre Sob Nougi, 42 anni, parroco della parrocchia del Sacro Cuore a Bomaka, nella diocesi di Buea, regione anglofona nella zona sud occidentale del Paese, teatro di scontri tra esercito e secessionisti .
Nato il 12 gennaio 1955 a Nyanon, nel dipartimento della Bassa, nella regione del centro del Camerun, Mons. Dieudonné Bogmis fu ordinato sacerdote della diocesi di Douala il 30 giugno 1983. In seguito prestò servìzio come vicario presso la parrocchia di Cristo-Re a Deido, un distretto della città di Douala. Venne nominato cancelliere diocesano di Douala mentre assumeva le funzioni di professore di teologia dogmatica nel Seminario maggiore della stessa diocesi. Venne nominato Vescovo ausiliare di Douala il 22 febbraio 1999, carica ricoperta fino al 15 ottobre 2004, data della sua nomina a Vescovo di Eséka.
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AFRICA/CAMERUN - Morto il Vescovo di Eséka; non vi sono elementi che facciano pensare ad una morte sospetta

Fides IT - www.fides.org - Mar, 28/08/2018 - 11:48


Yaoundé - Morte improvvisa di Sua Ecc. Mons. Dieudonné Bogmis, Vescovo di Eséka, nel sud del Camerun. Secondo notizie pervenute all’Agenzia Fides Mons. Bogmis è stato trovato morto nella sua camera da letto la mattina del 25 agosto dall’economo diocesano p. Charles Marie Mayag.
“Cari confratelli, il Signore ha dato il Signore ha ripreso. Sia benedetto il nome del Signore. È con grande dolore ed emozione che il servizio diocesano della comunicazione sociale annuncia la morte di Sua Eccellenza mons. Dieudonné Bogmis, Vescovo titolare della diocesi di Eseka” afferma un comunicato della diocesi.
Secondo fonti della diocesi d’Eséka, Mons. Bogmis da qualche giorno non si sentiva bene. Le prime analisi effettuate dai medici, alla presenza del Procuratore della Repubblica, hanno concluso che il Vescovo è morto per un arresto cardiaco.
La Conferenza Episcopale del Camerun ha invitato i fedeli a ignorare le speculazioni sulla morte di Mons. Bogmis che si sono stanno diffondendo sui social media e di “rimanere uniti nella preghiera affinché il Signore conceda a Mons. Bogmis la corona della gloria che non appassisce”.
In Camerun è ancora vivo il ricordo della morte misteriosa di Sua Ecc. Mons. Jean Marie Benoît Bala, Vescovo di Bafia, il cui corpo era stato ritrovato nelle acque del fiume Sanaga, il 2 giugno 2017. Secondo la locale Conferenza Episcopale Mons. Bala è stato assassinato mentre le autorità affermano che si sarebbe suicidato . Il 20 luglio è stato ucciso Don Alexandre Sob Nougi, 42 anni, parroco della parrocchia del Sacro Cuore a Bomaka, nella diocesi di Buea, regione anglofona nella zona sud occidentale del Paese, teatro di scontri tra esercito e secessionisti .
Nato il 12 gennaio 1955 a Nyanon, nel dipartimento della Bassa, nella regione del centro del Camerun, Mons. Dieudonné Bogmis fu ordinato sacerdote della diocesi di Douala il 30 giugno 1983. In seguito servì come vicario presso la parrocchia di Cristo-Re a Deido, un distretto della città di Douala. Venne nominato cancelliere diocesano di Douala mentre assumeva le funzioni di professore di teologia dogmatica nel Gran Seminario della stessa diocesi. Nominato Vescovo ausiliare di Douala il 22 febbraio 1999, carica ricoperta fino al 15 ottobre 2004, data della sua nomina Vescovo di Eséka.
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AFRICA/EGITTO - Il Patriarca Tawadros ai giovani della “diaspora” copta: “riscoprite le vostre radici”

Fides IT - www.fides.org - Mar, 28/08/2018 - 11:13
Il Cairo – “Ritorno alle radici”. E' questo il titolo-slogan che fa da filo conduttore alla Prima settimana mondiale dei giovani della Chiesa copta, in corso presso il Logos Center del monastero copto di Anba Bishoy, nell'area del Wadi el Natrun, 90 chilometri a nord ovest del Cairo. 200 giovani copti, provenienti da 30 Paesi sparsi nei 5 Continenti, sono confluiti in Egitto per partecipare auna settimana di conferenze, seminari, proiezioni di filmanti e visite a alcuni luoghi chiave della storia e del presente della Chiesa copta.
Il forum è il primo di questo genere organizzato dalla Chiesa copta ortodossa, con l'obiettivo dichiarato di aiutare i giovani egiziani copti nati e cresciuti nelle comunità della diaspora sparse per il mono a ravvivare e custodire il contatto con le proprie radici ecclesiali. “Uno dei sogni che ho sempre avuto, da quando Dio mi ha affidato la responsabilità patriarcale” ha confidato nel suo intervento al meeting il Patriarca copto ortodosso Tawadros II “è stato quello di trovare i modi per riunire i nostri giovani, che rappresentano il futuro della Chiesa, non solo in Egitto, ma in tutto il mondo. Abbiamo avuto tanti ostacoli e difficoltà, ma oggi, grazie anche a molte preghiere, Dio ha permesso che questo sogno si avveresse, anche se in piccola parte”. Il Patriarca, nel suo discorso,
ha richiamato di continuo il tesoro spirituale della Chiesa copta, che rifulge nei suoi santi e nei suoi inni liturgici.
Le comunità copte ortodosse sono sparse in almeno 50 Paesi di tutto il mondo. I vescovi copti ortodossi che svolgono il loro ministero fuori dall'Egitto sono più di 30.
Al forum dei giovani copti ha preso parte anche il ricchissimo uomo d'affari egiziano Naguib Sawiris, Presidente esecutivo del grupo Orsacom,operatore leader a livello mondiale nel settore delle telecomunicazioni.
Nel 2018 la Chiesa copta ortodossa celebra il 100esimo anniversario della nascita del cosiddetto "Movimento delle scuole domenicali” , che prendendo ispirazione dalla formula protestante delle “Sunday Schools”, e puntando a favorire la formazione spirituale e teologica dei laici, ha avuto un impatto formidabile, insieme alla rinascita del monachesimo copto, come strumento e occasione del “risveglio copto” del secolo scorso. Nel contempo, in Egitto, l'intera comunità copta ortodossa è stata ferita dal trauma recente dell'assassinio del vescovo Epiphanios, ucciso il 29 luglio nel monastero di San Macario, di cui era abate . Le autorità giudiziarie egiziane hanno disposto l'arresto di due monaci di San Macario come colpevoli dell'omicidio premeditato del vescovo-abate. In questo contesto appaiono ancora più eloquenti le parole pronunciate da Papa Tawadros nel suo intervento al Forum in corso presso monastero di Anba Bishoy: “Quando incontriamo i giovani” ha detto tra l'altro Papa Tawadros “vediamo che sono il futuro della Chiesa, e il nostro cuore è confermato nella speranza che il tesoro della Chiesa copta continuerà a essere trasmesso di generazione in generazione”. .
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