AMERICA/MESSICO - Il Vescovo di Tapachula: dinanzi alla posizione ufficiale ambigua ed esitante, “vedere, sentire e trattare i migranti come fratelli”

Fides IT - www.fides.org - Lun, 20/01/2020 - 09:48
Tapachula – “Tutti coloro che fanno parte di questa famiglia diocesana di Tapachula, ognuno secondo le sue possibilità e responsabilità, assicurino che a questi fratelli migranti non manchi un pezzo di pane, non vengano violentati o aggrediti nel passaggio attraverso la nostra diocesi, non ricevano manifestazioni di rifiuto né di disprezzo e sentano, nonostante le circostanze avverse, di camminare tra fratelli e come fratelli, non come estranei, né avventurieri, né criminali, né esiliati, né disprezzati. Dio ricompenserà lo sforzo di tutti di vederli, sentirli e trattarli come fratelli. Proprio come vorremmo che i nostri connazionali irregolari venissero trattati negli Stati Uniti”. E’ l’appello rivolto da Mons. Jaime Calderón Calderón, Vescovo di Tapachula, ai sacerdoti, ai seminaristi, alle religiose e ai laici della sua diocesi, dopo le notizie riguardanti una nuova consistente carovana di emigrati dell’Honduras che si sta muovendo per raggiungere gli Stati Uniti d’America.
“Le dichiarazioni del governo federale e il silenzio del governo statale ci fanno vedere che la posizione ufficiale è, come in altre occasioni, ambigua ed esitante” denuncia il Vescovo nel suo messaggio pervenuto a Fides, intitolato “Responsabilità e amore per i nostri fratelli”, non avendo certezza che la carovana dei migranti possa attraversare il confine, raggiungere Tapachula o proseguire oltre lo stato del Chiapas. “Data questa incertezza, ma consapevoli del nostro dovere cristiano di battezzati figli di Dio - Padre di tutti senza differenze o distinzioni - sentiamo il dovere di mostrare il nostro pensiero con semplicità, chiarezza e determinazione in relazione ai fratelli che vengono nella carovana” prosegue Mons. Jaime Calderón Calderón.
Il Vescovo ricorda che la famiglia diocesana di Tapachula “si è sempre distinta per essere una Chiesa locale fraterna e solidale che, dalla sua povertà, è sempre stata attenta a mostrare il volto misericordioso di Dio, essendo ospitale con i fratelli migranti”. Il suo volto è quello del buon samaritano, quindi “ci assicureremo sempre che, di passaggio o in una permanenza temporanea o stabile nel nostro territorio diocesano, i fratelli migranti non accumulino altre sofferenze oltre a quelle che comporta una strada lunga, tortuosa, accidentata, insicura e violenta”.
Nel suo comunicato il Vescovo assegna alle diverse comunità, coordinate dalla Commissione di emergenza e dai Vicari foranei, il compito di assistere i migranti che attraversano il territorio diocesano, invocando Dio “di aiutarci, ancora una volta, a fare questo lavoro con un alto senso di responsabilità e di amore per i nostri fratelli”.
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VATICANO - Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: “L’ospitalità è una virtù che testimonia l’incontro amorevole verso il prossimo”

Fides IT - www.fides.org - Sab, 18/01/2020 - 15:25
Città del Vaticano - “Siamo chiamati a pregare, affinché tutti i cristiani tornino ad essere un’unica famiglia, per testimoniare uniti l’amore verso Cristo”: così dichiara in un colloquio con l’Agenzia Fides, p. Anthony Currer, ufficiale del Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani, in occasione dell'apertura della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani , iniziativa di preghiera ecumenica internazionale, celebrata in tutto il mondo, promossa congiuntamente dal Consiglio Ecumenico delle Chiese, per protestanti e ortodossi, e dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, per i cattolici.
L'Ottvario di preghiera fu istituito per la prima volta nel 1908 come un momento in cui le confessioni cristiane pregano insieme per il raggiungimento della piena unità della Chiesa. Ogni anno si svolge nell’emisfero Nord tra il 18 e il 25 gennaio, mentre in quello Sud in altre date, ad esempio nel tempo di Pentecoste.
I testi proposti ai cristiani di tutto il mondo per il 2020 sono il frutto di un progetto realizzato dalle Chiese di Malta e Gozo, che si focalizza sulla tragedia dei migranti e sul tema dell’accoglienza: “Il sussidio di preghiera suggerito per quest’anno - riferisce p. Currer - s’intitola ‘Ci trattarono con gentilezza’ e trae spunto dall’episodio raccontato dal capitolo finale degli Atti degli apostoli in cui san Paolo e gli uomini che sono insieme a lui sulla nave dopo una terribile tempesta, riescono a salvarsi e vengono generosamente soccorsi dagli abitanti dell’isola di Malta”.
“Questo episodio - chiarisce il reverendo - ripropone il dramma dell’umanità: i passeggeri della barca sono alla mercé del mare violento e della poderosa tempesta che infuria intorno a loro. Sono forze che li spingono verso approdi sconosciuti, e si sentono persi. La Divina Provvidenza - prosegue - li accomuna, però, nella speranza della salvezza. La nave e tutto il suo prezioso carico andranno perduti, ma tutti avranno salva la vita”.
Dunque, persone diverse e in disaccordo tra loro, imbarcate sulla stessa nave, giungono alla stessa destinazione, dove l’ospitalità degli isolani rivela l’unità del genere umano: “Nella nostra ricerca di unità - rileva p. Currer - abbandonarsi alla Divina Provvidenza implica la necessità di lasciar andare molte delle cose cui siamo profondamente attaccati. Ciò che sta a cuore a Dio è la salvezza di tutti”.
“Come cristiani ed esseri umani - afferma p. Anthony - questa storia ci sfida: collimiamo con le fredde forze dell’indifferenza, oppure mostriamo una ‘rara gentilezza” e diventiamo testimoni dell’amorevole provvidenza di Dio a tutti gli uomini? L’ospitalità è una virtù fondamentale nella nostra ricerca dell’unità dei cristiani. La nostra unità cristiana - conclude - sarà scoperta non solo mostrandoci ospitalità l’uno all’altro, ma anche attraverso incontri d’amore con coloro che non parlano la nostra lingua, non hanno la nostra cultura o la nostra fede”.
La principale celebrazione ecumenica si è svolta nella pro-Cattedrale anglicana di San Paolo a La Valletta, la sera di venerdì 24 gennaio. Infine, i diversi partner ecumenici e le persone impegnate nel dialogo ecumenico a Malta si incontreranno sabato 25 gennaio, giorno della conclusione della Settimana, per un momento di preghiera e condivisione.
Link correlati :Guarda la video-intervista a padre sul canale Youtube dell'Agenzia Fides al reverendo Anthony Currer
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AFRICA/SUD SUDAN - Tutta la Chiesa in Africa Orientale saluta la Dichiarazione di Roma per la pace in Sud Sudan

Fides IT - www.fides.org - Sab, 18/01/2020 - 11:52


Juba - “Sono felice di apprendere della firma di questa dichiarazione. La mia speranza e preghiera che le due parti - il governo della Repubblica del Sud Sudan e l'opposizione - lo rispettino. Sapete che il Santo Padre è coinvolto; anche noi ne siamo coinvolti. Questa è la mia preghiera e speranza” ha dichiarato Sua Ecc. Mons. John Baptist Odama, Arcivescovo di Gulu in Uganda, commentando la Dichiarazione firmata a Roma il 13 gennaio, per mettere fine alla guerra in Sud Sudan. Mons. Odama, Arcivescovo, la cui arcidiocesi ospita molti rifugiati dal Sud Sudan e anche lui è fortemente coinvolto nelle iniziative interreligiose per la pace nel Sud Sudan.
La Dichiarazione, è stata firmata grazie agli sforzi della Comunità di Sant’Egidio, che ha agito da facilitatore, dai membri della delegazione del governo centrale del Sud Sudan, dai rappresentanti dei Movimenti di opposizione sud sudanesi che non hanno aderito all'accordo di pace rivitalizzato del 2018 ad Addis Abeba e da quelli delle opposizioni firmatarie dell'accordo.
L’accordo prevede: l'impegno "solenne" alla cessazione delle ostilità a partire dalla mezzanotte del 15 gennaio; l'impegno a discutere e a valutare insieme, a Sant'Egidio, i meccanismi per risolvere le divergenze; la garanzia per le organizzazioni umanitarie di poter operare nel Paese a sostegno della popolazione civile.
L’accordo è stato salutato dai Vescovi dei Paesi confinanti che aderiscono all’AMECEA . Il segretario generale dell'AMECEA P. Anthony Makunde, ha elogiato le iniziative prese da Sant'Egidio e da tutti i partner regionali e internazionali per portare una pace duratura nel Sud Sudan. “Come diceva San Paolo, quando un organo è malato, tutto il corpo si sente male. Pertanto, qualsiasi sforzo per portare la pace duratura nel Sud Sudan è a favore di tutta la famiglia AMECEA. Il nostro appello è ai nostri fratelli e sorelle nel Sud Sudan di ricambiare questi sforzi in modo da poter mettere insieme i nostri sforzi per questo sforzo comune” conclude P. Makunde.
Fanno parte dell’AMECEA le Conferenze Episcopali di Etiopia ed Eritrea; Kenya; Malawi; Sudan e Sud Sudan; Tanzania; Uganda e Zambia. Somalia e Gibuti hanno lo status di osservatori.


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AMERICA/PERU’ - Assemblea dei Vescovi: tra i temi in esame le elezioni straordinarie del parlamento il 26 gennaio

Fides IT - www.fides.org - Sab, 18/01/2020 - 11:11
Lima – Con la messa presieduta da Mons. Miguel Cabrejos OFM, Presidente della Conferenza episcopale peruviana e Presidente del Consiglio episcopale latinoamericano , concelebrata da tutti i Vescovi del Perù, inizierà lunedì 20 gennaio la 115 Assemblea Plenaria dell'Episcopato peruviano. Dopo la messa, nella parrocchia di Sant’Antonio da Padova, a Lima, i 52 Vescovi delle 46 giurisdizioni ecclesiastiche del paese si dirigeranno alla sede della CEP per iniziare le sessioni di lavoro. Come in ogni assemblea, i Vescovi prenderanno in esame vari argomenti, nello spirito di comunione e sinodalità, e analizzeranno gli ultimi avvenimenti del Paese. Eleggeranno inoltre il segretario generale e il presidente del Consiglio economico della CEP. Come ogni anno, sarà consegnata la Medaglia di Santo Toribio de Mogrovejo a persone e istituzioni che si siano distinte per il loro lavoro a favore della Chiesa in Perù.
Tra i punti su cui i Vescovi dovranno discutere, ci sono le prossime elezioni straordinarie del Parlamento, il 26 gennaio, dopo lo scioglimento da parte del presidente Vizcarra, lo scorso 30 settembre, per la corruzione dei parlamentari. A ottobre 2019, in piena crisi politica, i Vescovi peruviani avevano chiesto alla comunità nazionale di trasformare quel sentimento amaro contro la politica in un momento di riforma per il paese, dei politici e della politica, come accade in altre realtà latinoamericane. Secondo fonti locali di Fides, ciò non accade nella realtà peruviana e la società, ereditiera dell'Impero Incaico, vive attualmente lo stesso clima del settembre scorso, prima di vedere sciolto il Parlamento. La differenza è data da una campagna elettorale che vede ogni tipo di proposte e ogni tipo di confronto fra i candidati, perfino della stessa lista di partito.
Le prime inchieste fatte da organismi attendibili hanno rilevato che la maggioranza dei peruviani non sa chi votare, inoltre c'è ancora molta indifferenza verso la politica. Si intravvede quindi la prospettiva di un possibile Parlamento con tanti piccoli partiti, che non riusciranno a superare la soglia minima per entrare per la porta principale in Parlamento. Così, come afferma la critica internazionale, ci sarà una falsa maggioranza parlamentare costituita da autentiche minoranze politiche. Purtroppo la campagna elettorale è caratterizzata dall’esibizionismo politico e dal mercato dei voti, dove i candidati cambiano casacca appena vedono chi può assicurare loro un posto fisso, ma del bene comune o del futuro del paese non sono in molti a preoccuparsi.

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ASIA/TURCHIA - Il Patriarca Sahak II smentisce le critiche alla diaspora armena attribuitegli da media turchi

Fides IT - www.fides.org - Sab, 18/01/2020 - 10:50
Istanbul – Sahak II Masalyan, il nuovo Patriarca armeno mdi Costantinopoli eletto lo scorso 11 dicembre, ha voluto smentire almeno parzialmente le dichiarazioni critiche nei confronti delle comunità della diaspora armena sparse in tutto il mondo che gli erano state attribuite da alcuni media turchi, nelle settimane seguite alla sua elezione patriarcale. Una nota della segreteria patriarcale chiama in causa in particolare il quotidiano turco Akşam, e l’articolo di quel giornale pubblicato il 2 gennaio che riportava alcuni giudizi aspri con cui il nuovo Patriarca avrebbe criticato in maniera complessiva tutta la diaspora armena, affermando che le comunità armene in diaspora non hanno “nulla in comune con gli armeni sono rimasti in Turchia" e vivono con "100 anni di ritardo" . La rettifica della segreteria patriarcale – riferisce Agos, il giornale bilingue armeno-turco pubblicato a Istanbul – sostiene che le affermazioni del Patriarca sono state riportate in maniera non precisa e fuorviante, forzandone i contenuti e distorcendo considerazioni sfumate e articolate con aggiunte di interpolazioni da attribuire soltanto all’estensore dell’articolo.
In effetti, le dichiarazioni attribuite al Patriarca - e pubblicate giovedì 2 gennaio dal quotidiano nazionalista turco Akşam – erano fatalmente destinate a provocare polemiche. In quelle dichiarazioni, il nuovo Patriarca sembrava voler enfatizzare la distanza del patriarcato armeno di Costantinopoli dagli ambienti della diaspora armena, che trasmette di generazione in generazione come fattore identitario la memoria dei massacri subiti dagli armeni in Anatolia nel 1915. ”Noi” sottolineava tra l’altro il nuovo Patriarca “siamo rimasti su questa terra dopo quegli eventi. Abbiamo scelto di vivere con il resto della popolazione, mentre la diaspora è rimasta ferma nel secolo passato”.
Il processo elettorale per la scelta del nuovo Patriarca con l’elezione di Sahak è stato sofferto e segnato da controversie destinate a avere strascichi anche in futuro, provocate almeno in parte dall’intreccio tra personalismi ecclesiastici e interferenze degli apparati secolari locali.
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AMERICA/MESSICO - Settimana per l'unità dei cristiani: “un'unità che non escluda nessuno, specialmente i più svantaggiati, e tra questi i migranti”

Fides IT - www.fides.org - Sab, 18/01/2020 - 09:38
Città del Messico – Il materiale per vivere la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, dal 18 al 25 gennaio, è stato preparato quest’anno dalle Chiese cristiane di Malta e Gozo. Ogni anno il 10 febbraio celebrano la festa del naufragio di San Paolo e, con questo evento, l'evangelizzazione delle isole. Le riflessioni e il motto, “Ci trattarono con gentilezza” hanno quindi per tema il viaggio dell'Apostolo, prigioniero e incatenato, che dovette affrontare le tempeste in mare. Come ricorda nel suo messaggio per l’ottavario, il Vescovo di Veracruz, Carlos Briseño Arch, Presidente della Commisione Episcopale per il Dialogo Interreligioso e la Comunione della Conferenza Episcopale Messicana, “prigionieri, marinai e soldati fecero naufragio e arrivarono su un'isola, dove gli abitanti non parlavano la loro lingua, non condividevano la loro cultura o religione, ma vennero accolti calorosamente, con cibo e vestiti asciutti, trattati con gentilezza”.
Nel testo pervenuto a Fides, il Vescovo di Veracruz spiega: “Questo passaggio nella vita di San Paolo ci ricorda scene che attualmente vediamo nelle notizie: migranti che affrontano tempeste, mentre infuriano i mari e arrivano in paesi con altre culture, altre lingue e altre religioni, ma a differenza degli abitanti di Malta, sono accolti in molte occasioni con indifferenza, discriminazione e rifiuto; vengono rapiti o sfruttati e persino sottoposti alla tratta di esseri umani. È questo l'atteggiamento di un cristiano? È questo ciò che Dio si aspetta da noi?”
Citando Papa Francesco che ha denunciato più volte questa situazione, Mons. Carlos Briseño Arch sottolinea che “i migranti, i rifugiati, gli sfollati e le vittime della tratta sono diventati un emblema di esclusione perché, oltre a sopportare le difficoltà dovute alle loro condizioni, sono spesso soggetti a giudizi negativi, in quanto ritenuti responsabili di malattie sociali. L'atteggiamento nei loro confronti costituisce un segnale di allarme, che ci avverte del decadimento morale che affrontiamo se continuiamo a dare spazio alla cultura dello scarto.
In Messico uno degli impegni pastorali del Progetto Globale Pastorale è quello di identificare e accompagnare i gruppi vulnerabili della società, i migranti tra gli altri. “I materiali che offriamo per l'ottavario – conclude il Vescovo - sono stati preparati per pregare per l'unità dei cristiani, ma un'unità che non escluda nessuno, che non dimentichi nessuno, specialmente i più svantaggiati, i più deboli e, tra questi, i migranti”.
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AFRICA/TOGO - Urge una rivoluzione sociale, politica, religiosa e culturale per promuovere la leadership femminile

Fides IT - www.fides.org - Sab, 18/01/2020 - 09:14
Kara – In molti paesi dell'Africa è tempo di elezioni. “Le strutture sociali, come la politica, la religione e la cultura, talvolta costituiscono very e propri ostacoli alla promozione della leadership femminile”, nota il teologo ivoriano della Società per le Missioni Africane padre Donald Zagore. “A causa delle strutture fortemente maschiliste, le donne nel continente africano rimangono fuori dai ruoli fondamentali nella vita dei loro paesi. A parte l'eccezionale e riuscito esempio di Ellen Johnson, ex presidente della Liberia, le donne in Africa si accontentano di svolgere ruoli secondari nella vita politica dei loro paesi. In Togo, ad esempio per le prossime elezioni presidenziali del 22 febbraio 2020, nessuna donna corre tra i dieci candidati dichiarati.
Il sacerdote ivoriano insiste sulle enormi potenzialità femminili “che potrebbero portare proprio quella stabilità politica che manca ai nostri paesi. Sono una miniera d'oro di talento e ricchezza da valorizzare” insiste. Urge una rivoluzione sociale, politica, religiosa e culturale per promuovere la leadership femminile in Africa”, conclude p. Zagore.

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AFRICA/SUD SUDAN - Il Vescovo di Tombura-Yambio ai politici: “La vera leadership è a favore dei giovani”

Fides IT - www.fides.org - Ven, 17/01/2020 - 11:48
Tombura – “Le persone di ogni ceto sociale stanno sollecitando il Sud Sudan al raggiungimento della pace. Gli stranieri stanno perfino investendo il loro denaro per questo obiettivo. Vogliono tutti la pace per il nostro paese. E’ tempo che i leader mostrino una vera leadership”: è l’appello lanciato da Mons. Edwardo Hiiboro Kussala, Vescovo della diocesi di Tombura Yambio, tornato a parlare dell’accordo di pace nel Paese .
Il Vescovo ha espresso anche un certo disappunto per come procede l'attuazione dell’intesa. Mons. Hiiboro ha esortato i leader “a pensare al bene della popolazione del paese, in particolare ai bambini e ai giovani, a cui viene negato un futuro luminoso a causa dei conflitti politici”.
Il Vescovo di Tombura Yambio è intervenuto in occasione della distribuzione dei libri per gli allievi delle scuole primarie e secondarie negli stati occidentali di Gbudue, Tambura, Maridi e Amadi, quattro fra i 32 che compongono il Sud Sudan. L’evento si è tenuto nella Curia di Yambio grazie alle donazioni dell’associazione dei cattolici della diocesi che vivono in America.
“La distribuzione dei libri era prevista l'anno scorso, ma le condizioni meteorologiche avverse non lo hanno consentito. E’ stato il regalo più bello per iniziare l’anno accademico e promuovere l'alfabetizzazione nella regione. Rafforziamo non solo le biblioteche scolastiche, ma anche quelle pubbliche. Incoraggiamo la cultura della lettura perché grazie ad essa, accadono grandi cose”, ha riferito il Vescovo, ringraziando i rappresentanti dei quattro stati, e ha aggiunto che, nonostante l'instabilità politica, i ministeri dell'istruzione nei rispettivi Stati non sono mai rimasti vacanti.
Il coordinatore diocesano per l'istruzione, Ceasar DauDau, ha elogiato e ringraziato i donatori per l'iniziativa che contribuirà notevolmente ad aiutare gli studenti nel loro percorso accademico. “I problemi in questo paese sono il risultato dell'analfabetismo. La politica è venuta prima dello sviluppo tecnico, a differenza di ciò che accade negli altri paesi sviluppati. È tempo di cambiare questa mentalità”, ha detto un collaboratore che opera nello stato di Gbudue.

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ASIA/MYANMAR - Il Vescovo di Myitkyina: "Stop alla violenza, che frena lo sviluppo"

Fides IT - www.fides.org - Ven, 17/01/2020 - 11:33
Myitkyina - Lo spargimento di sangue che continua in alcune parti del Myanmar "è motivo di preoccupazione per tutti, è un freno allo sviluppo, blocca la costruzione di un futuro sostenibile": lo afferma il Vescovo Francis Daw Tang, alla guida della diocesi di Myitkyina, nello stato Kachin, nel nord del Myanmar. Attraverso l'Agenzia Fides il Vescovo rivolge un accorato appello, auspicando che "la violenza e i conflitti che ancora tormentano il paese vengano risolti attraverso il dialogo: la popolazione del Myanmar aspira alla pace e allo sviluppo".
Il Vescovo ricorda che i conflitti con le minoranze etniche e la tensione tra i gruppi di ribelli locali e l'esercito regolare, durano da decenni. "Questo stato di cose segnato da una condizione di conflitto permanente, ha provocato gravi problemi per la popolazione di tutti i ceti sociali, creando forte sofferenza tra i civili e generando ondate di sfollati interni", rileva Mons. Tang nel colloquio con Fides.
Tra le diocesi più colpite dalla violenza e dallo spargimento di sangue vi sono quelle di Banmaw e Myitkyina, nello stato Kachin, e quella di Lashio, nello stato Shan. I kachin e gli shan sono infatti due tra i maggiori gruppi etnici che hanno organizzato una ribellione - fin dai tempi della dittatura - e hanno combattuto con l'esercito birmano.
"La violenza etnica e il conflitto senza sosta nella regione del Nord Myanmar stanno mettendo a dura prova gli aspetti fisici, emotivi e psicologici delle persone, mentre restano critiche le condizioni per garantire sostentamento, istruzione e pace nella regione" nota il Vescovo, esprimendo amarezza per la situazione.
In tale cornice la diocesi di Myitkyina sta cercando di vivere l'anno 2020, racconta Mons. Tang,"concentrandosi sulle sfide per rispondere ai bisogni concreti dei fedeli, a partire da salute, istruzione e sviluppo sociale, curando nel contempo gli aspetti pastorali legati alla crescita spirituale e all'amministrazione dei sacramenti".
In particolare, una sfida che la diocesi affronta è la situazione che interessa molti giovani che "interrompono gli studi per diversi motivi", legati al disagio della situazione presente. La Chiesa, attraverso i suoi operatori pastorali, cerca di limitare questa emorragia e "di accompagnarli nella crescita e nello sviluppo di una particolare abilità, proponendo anche itinerari di formazione professionale, in modo che possano avere un'occupazione e posizione sociale nella società", spiega il Vescovo.
La diocesi di Myitkyina ha oltre 90.000 cattolici sparsi in 20 parrocchie, in cui operano 64 sacerdoti e 120 suore.
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AMERICA/COLOMBIA - Ucciso un difensore dei diritti umani al giorno, i Vescovi chiedono una risposta immediata delle istituzioni

Fides IT - www.fides.org - Ven, 17/01/2020 - 11:17
Bogotà – I Vescovi della Colombia provano “immenso dolore e preoccupazione nel ricevere, ogni giorno, nel corso di questo 2020, notizie di assassinii di leader e minacce alle comunità”, esprimono “solidarietà ai sopravvissuti, ai familiari e agli amici di quanti hanno perso la vita in questa ondata di violenza e morte senza senso": lo afferma il comunicato della Conferenza Episcopale della Colombia dopo l'omicidio di un altro leader sociale. Sono trascorsi 17 giorni dall’inizio del 2020 e sono anche 17 i difensori dei diritti umani uccisi perché leader o rappresentanti di qualche comunità rurale.
"Insistiamo sulla necessità di attuare una politica pubblica nazionale per far fronte a questa minaccia, che comprenda iniziative di protezione, risposte tempestive agli allarmi e presenza effettiva delle Istituzioni dello Stato nelle comunità più vulnerabili" scrivono i Vescovi, rivolgendosi ai nuovi amministratori municipali e regionali recentemente eletti, esortandoli a mettere la protezione delle comunità e dei leader sociali nei loro programmi amministrativi.
La richiesta dei Vescovi parte dal rispetto della vita di ogni persona, “che è sacra”, e gli omicidi e le azioni violente “contro i nostri fratelli e sorelle”, finiscono per "minacciare la democrazia" e le istituzioni del Paese. L'appello "a non lasciar cadere nell'indifferenza" quanto sta accadendo "nei dipartimenti di Chocó, Cauca, Valle del Cauca, Norte de Santander, Nariño e Arauca", viene accompagnato dall’impegno di continuare a "seguire, come Chiesa cattolica, i più lontani e vulnerabili".
Secondo la Conferenza episcopale, dall’inizio del 2020 sono stati registrati 17 morti in meno di 17 giorni, mentre l'ong Instituto de Estudios sobre Paz y Desarrollo ne segnala 21. Ma questo tipo di violenza viene da lontano : INDEPAZ) e il movimento politico della Marcia patriottica affermano che le cifre effettive dei leader assassinati supera le 700 unità, oltre ai 140 ex combattenti delle FARC che sono stati uccisi dopo la firma dell'accordo di pace . Il conteggio finale del 2019 è stato di 250 assassinati solo per i leader sociali, di cui 23 nel mese di dicembre 2019. La causa e la soluzione a questo tipo di violenza, sempre secondo INDEPAZ, non può essere solo l'arrivo delle forze dell'ordine dello Stato, ma anche la promozione dello sviluppo economico e sociale di questi territori. La Chiesa cattolica, che da tempo segue e denuncia questa drammatica situazione, ha fatto delle proposte per lo sviluppo e il rispetto dei diritti umani nella regione .

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AFRICA/EGITTO - Patriarca melchita: siamo in Medio Oriente non per“diffondere la civiltà cristiana”, ma per attestare l’opera dello Spirito Santo nella nostra vita

Fides IT - www.fides.org - Ven, 17/01/2020 - 11:11
Il Cairo - La missione della Chiesa, anche in Medio Oriente, non è quella di “diffondere la civiltà cristiana al posto di altre civiltà”, ma è quella di “attestare il lavoro dello Spirito Santo nelle nostre vite e aiutare gli altri a ricevere il dono di questo Spirito”. Con queste parole Youssef Absi, Patriarca di Antiochia dei melchiti, ha espresso in una forma sintetica e efficace il criterio adeguato con cui conviene guardare alle vicende delle comunità cristiane sparse nell’area mediorientale. “La nostra presenza, specialmente in Medio Oriente” ha chiarito il Patriarca “non dipende dal nostro numero, dalla nostra forza, dalla nostra grandezza e dalla nostra abilità, ma piuttosto dall’opera efficace dello Spirito Santo nelle nostre vite”.
La cornice utilizzata dal Patriarca della Chiesa cattolica greco-melchita per esporre le sue preziose considerazioni sulla missione presente e futura delle comunità ecclesiali anche in Medio Oriente, è stata la sessione semestrale della Assemblea dei Vescovi cattolici in Egitto, ospitata presso la chiesa di Santo Stefano, nel quartiere cairota di al Maadi, nelle giornate del 14 e 15 gennaio. L’Assemblea è stata co-presieduta dallo stesso Youssef Absi e da Ibrahim Isaac Sidrak, Patriarca di Alessandria dei copti cattolici. All’incontro hanno preso parte più di venti tra Vescovi, religiosi e religiose cattolici operanti nel grande Paese del nord Africa, insieme all’Arcivescovo Nicolas Henry Marie Denis Thevenin, che lo scorso novembre è stato nominato Nunzio apostolico presso la Repubblica araba d’Egitto e delegato presso la Lega degli Stati arabi da Papa Francesco.
Nei due giorni trascorsi insieme, i partecipanti all’assemblea hanno affrontato insieme anche la questione delicata dell’impatto - spesso negativo - dei social media sul vissuto delle comunità ecclesiali. Durante le sedute di lavoro è stato messo a punto anche il documento-contributo delle Chiese cattoliche relativo al progetto di legge sullo status giuridico personale dei cristiani d’Egitto, contributo che dovrà essere consegnato alle autorità competenti in vista della discussione e della promulgazione di tale legge da parte del governo egiziano.

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AFRICA/COSTA D’AVORIO - Il Presidente della Conferenza Episcopale invita alla riconciliazione nazionale in vista del voto

Fides IT - www.fides.org - Ven, 17/01/2020 - 10:40


Abidjan - “Vi preghiamo in nome di Cristo, lasciatevi riconciliare con Dio. Cari fratelli e sorelle, cristiani, come Paolo, ci siamo riconciliati con Dio attraverso la mediazione di Cristo; ci ha dato il ministero della parola, della riconciliazione, cosa ne facciamo nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità ecclesiali di base, nelle nostre parrocchie, nelle nostre diocesi, nel nostro Paese che ha conosciuto la guerra?” ha detto Sua Ecc. Monsignor Ignace Dogbo Bessi, Vescovo di Katiola, Amministratore apostolico di Korhogo, Presidente della Conferenza Episcopale della Costa d'Avorio, durante l'omelia della messa di apertura della 114a assemblea plenaria dei Vescovi della Costa d'Avorio, nella chiesa di San Giovanni Bosco a Korhogo.
Nell’attuale contesto sociopolitico estremamente fragile della Costa d'Avorio, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali , che suscitano apprensione tra la popolazione, Mons. Bessi sollecita ancora una volta gli ivoriani alla riconciliazione e alla pacificazione. Attraverso la sua omelia invita quindi i fedeli a fare della riconciliazione una priorità perché "il primato della riconciliazione con il fratello è radicato nella riconciliazione con Dio la cui urgenza, le caratteristiche e le modalità sono presentati dall'apostolo Paolo, grande beneficiario della riconciliazione con Dio, della misericordia di Dio. Siamo quindi ambasciatori di Cristo e della riconciliazione. "
Il Presidente della Conferenza episcopale ha quindi chiesto a ciascuno degli ivoriani di avere in bocca un'unica frase: “per prima cosa andare a riconciliarsi. "
La solenne apertura della 114a Assemblea plenaria dell'episcopato ivoriano, il cui tema è “La comunione al servizio della riconciliazione, si è tenuta il 14 gennaio presso il Centro di Spiritualità e Accoglienza “Nostra Signora del Rosario di Lataha”, nell'Arcidiocesi di Korhogo alla presenza del Nunzio Apostolico in Costa d'Avorio, Sua Ecc. Mons. Paolo Borgia, delle autorità amministrative, politiche, consuetudinarie, militari, religiose e di numerosi fedeli. Portatore di un messaggio di Papa Francesco, Mons. Borgia, ha esortato i prelati ivoriani all'unità e a vivere più profondamente l'adesione al Vangelo e nell'amore fraterno.

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AMERICA/ECUADOR - Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani: il 24 gennaio incontro ecumenico a Guayaquil

Fides IT - www.fides.org - Ven, 17/01/2020 - 09:39
Guayaquil - Dal 18 al 25 gennaio si celebra nel mondo l’annuale Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, che nel 2020 ha per tema "Ci trattarono con gentilezza" . Questa settimana proposta dalla Chiesa cattolica invita a dedicare otto giorni di preghiera per il raggiungimento della piena unità tra tutti coloro che credono in Cristo. La Conferenza episcopale ecuadoriana ha adattato per il Paese la guida pubblicata dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei cristiani e dal Consiglio Mondiale delle Chiese, che contiene le riflessioni sui temi dell'ottavario e un modello di celebrazione ecumenica.
Mons. Giovanni Piccioli, responsabile della Pastorale dell'ecumenismo e del dialogo interreligioso della CEE, spiega nella nota pervenuta all’Agenzia Fides, che “questo strumento liturgico, messo a disposizione di tutta la Chiesa in Ecuador, ci permetterà di unirci a tutta la Chiesa universale attraverso l'Eucaristia, perché dalle nostre comunità parrocchiali partecipiamo con entusiasmo a questa Settimana”. Mons. Piccioli ha anche invitato i cristiani, cattolici e non cattolici, a partecipare a una giornata di preghiera ecumenica che si terrà venerdì 24 gennaio alle ore 19 nella parrocchia di El Sagrario a Guayaquil.
Il primo giorno della Settimana sarà dedicato alla preghiera per i cristiani ortodossi, il secondo giorno per i fratelli della Chiesa luterana, il terzo per i fratelli anglicani, il quarto per i fratelli della Chiesa Metodista, il quinto giorno si pregherà per l'unità dei fratelli Evangelici, il sesto giorno sarà dedicato ai fratelli della Chiesa pentecostale, il settimo giorno la preghiera per i fratelli delle Chiese Riformate, infine la Settimana si chiuderà pregando per la Chiesa cattolica.
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ASIA/TURCHIA - Scarcerato il monaco siro ortodosso accusato di complicità con il PKK

Fides IT - www.fides.org - Gio, 16/01/2020 - 12:14
Mardin – E’ fuori dal carcere, ma non potrà allontanarsi dalla sua residenza il monaco siro ortodosso Sefer Bileçen, arrestato lo scorso 9 gennaio dalle forze di sicurezza turche con l’accusa di aver offerto aiuto e copertura a militanti del PKK, il Partito Curdo dei Lavoratori bollato come organizzazione terroristica dal governo di Ankara. La scarcerazione del sacerdote è avvenuta martedì 14 gennaio su istanza dei suoi avvocati, e dopo che il religioso si era impegnato a non lasciare la sua abitazione e a vivere in una condizione di libertà parziale fino a quando le accuse di complicità con i membri del PKK non saranno confermate e smentite.
Padre Sefer Bileçen, sacerdote del Monastero di Mor Yakup a Nusaybin , dopo il suo arresto era stato condotto davanti a un giudice del tribunale locale con l’accusa di fiancheggiamento nei confronti di “un'organizzazione terroristica"”. Per lui si erano aperte immediatamente le porte del carcere.
Nei giorni successivi all’arresto, i media turchi avevano riferito che le indagini sul monaco erano iniziate nel settembre 2018, quando le telecamere montate su due droni dei servizi di sicurezza turchi avevano filmato due militanti del PKK che entravano nel monastero di Mor Yakup. Da quel momento, il monastero e in particolare il monaco Sefer erano stati posti sotto sorveglianza dai servizi di intelligence. Nel settembre 2019, un miliziano del PKK arrestato dalle forze di sicurezza turche aveva confessato di aver visitato più volte il monastero di Mor Yakup per mangiare, bere e rifocillarsi. Anche altre testimonianze riportate sui media turchi confermano che la presunta “complicità” contestata dalle autorità turche al monaco siro-ortodosso si è limitata alla semplice offerta di cibo e bevande a persone che dicevano di essere affamate e di aver sete.
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AFRICA/NIGER - P. Luigi Maccalli ancora prigioniero: il filo della speranza non è spezzato

Fides IT - www.fides.org - Gio, 16/01/2020 - 11:24
Niamey - “Nel cortile della missione di Bomoanga sempre tenuta in ordine, ora non c’è più nessuno a ricevere chi desiderava ascolto, conforto e una mano aperta per condividere il dolore”, scrive p. Mauro Armanino, della Società per le Missioni Africane, confratello di p. Luigi Maccalli rapito il 17 settembre 2018 e tuttora nelle mani di ignoti sequestratori. Nonostante le note di scoraggiamento che si vanno diffondendo a causa del prolungato silenzio da quel giorno di sedici mesi fa, quando il missionario venne prelevato dalla sua missione di Bomoanga , la preghiera e la speranza di tante persone continua incessante.
“Una signora del posto, che si occupa di bambini malnutriti, diceva che la partenza del padre ha rappresentato la morte della comunità. Ha aggiunto che è sorpresa del ‘mancato agire’ di Dio che, secondo lei, si limita a ‘guardare’ ” nota ancora p. Armanino. “Forse non si è accorta che da Niamey, passando per Bomoanga, il villaggio del rapimento di Pierluigi, c’è un filo sottile che non è stato spezzato. Un filo di fuoco e di sabbia chiamato speranza”. Sono tanti i confratelli del missionario rapito e i fedeli in Niger, in Italia e in altre parti del mondo, che continuano a pregare e sperare di poter riabbracciare padre Luigi Maccalli.


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AMERICA/NICARAGUA - Denunciate nuove intimidazioni contro la Chiesa, l’unità del popolo per costruire un nuovo Nicaragua

Fides IT - www.fides.org - Gio, 16/01/2020 - 11:22
Managua – Il Vicario generale dell'Arcidiocesi di Managua, Mons. Carlos Avilés, ha denunciato l'intimidazione contro i fedeli cattolici da parte dello stato: "Membri delle forze dell'ordine prendono nota della targa delle auto dei fedeli solo per il fatto che vanno a messa in una parrocchia, è ridicolo. Ma la Chiesa ha fatto questa esperienza di persecuzione già negli anni 80. Noi, malgrado questo, non ci fermiamo nel nostro lavoro e nella nostra missione, evangelizzare e stare a fianco del popolo. Dall'aprile 2018, quando il popolo è uscito pacificamente a manifestare la protesta contro la riforma del ‘Seguro Social’ ed è stato brutalmente fermato con violenza dalla dittatura, la Chiesa cattolica si è messa ancora una volta dalla parte dei più deboli".
Le dichiazioni di Mons. Aviles sono contenute in un video condiviso con Fides e diffuso sui social media, in cui informa che c'è stata una denuncia ufficiale della Chiesa su questi fatti, pubblicata anche sui media. Il video contiene una intervista al giornale La Prensa del Nicaragua, dove il Vicario generale della diocesi descrive la situazione della Chiesa: "Grazie a Dio, la Chiesa riflette quanto vive la società, quanto vive il popolo. Non abbiamo nessun potere, né militare, né politico, per affrontare e lottare contro una repressione gratuita solo per stare dalla parte del popolo, o solo per denunciare le richieste di giustizia del popolo".
Mons. Avilés conclude chiedendo ai membri della polizia di fermare la persecuzione contro la Chiesa e i suoi fedeli: "Non possiamo vivere in un ambiente di repressione. Bisogna vivere con spirito cristiano, in pace e armonia".
La situazione in Nicaragua è sempre di continua tensione. Sono inutili i tentativi del governo di presentare alla stampa internazionale un paese tranquillo e sereno quando i leader sociali e contadini sono perseguitati, minacciati o addirittura uccisi. Gli imprenditori non sostengono più la politica economica del governo, con conseguenze negative immediate da parte del mercato internazionale; alla stampa nazionale è impedito di informare sui fatti quotidiani; i partiti dell'opposizione si trovano senza strumenti politici dinanzi alle prossime elezioni.
Tuttavia le testimonianze dei giovani in molte città del paese, attraverso i social media, confermano che un Nicaragua Libero e Unito non solo è possibile, ma sarà frutto di ogni piccolo contributo, secondo le parole di Mons. Rolando Alvarez, Vescovo di Matagalpa: "Il popolo sta dando lezione di unità. Lo fa con la vita quotidiana, mirando ai grandi ideali per costruire un nuovo Nicaragua, una grande nazione. Perché la vera unità la fa il popolo".

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AMERICA/REP. DOMINICANA - I Vescovi per le elezioni del 2020: “Come dominicani e come Pastori ci preoccupa tutto ciò che riguarda l'essere umano"

Fides IT - www.fides.org - Gio, 16/01/2020 - 10:58
Santo Domingo - La Conferenza Episcopata Dominicana , nella sua Lettera pastorale intitolata "Elezioni 2020: spazio per la partecipazione e l'impegno", che porta la data del 21 gennaio, “nel 60° anniversario della Lettera pastorale del gennaio 1960”, invita i candidati alle elezioni comunali di febbraio e a quelle generali di maggio, a presentare proposte basate sulla soluzione delle esigenze più urgenti del popolo dominicano, “evitando intrighi, calunnie e manipolazioni delle cosiddette campagne sporche, nonché lo spreco di risorse economiche in pubblicità eccessive”.
Nel lungo e dettagliato documento di 24 pagine, giunto all’Agenzia Fides, i Vescovi ricordano che nell’agenda delle azioni concrete dei candidati non devono mancare la lotta alla corruzione amministrativa, pubblica e privata, la difesa della vita della madre e del nascituro, la violenza cittadina e all’interno delle famiglie, i cambiamenti climatici, il rispetto dell'ordine giuridico e costituzionale. Inoltre sono necessarie politiche di gestione dell'immigrazione, investimenti nella sanità, nella giustizia e nella sicurezza sociale, politiche occupazionali, salari equi e riduzione della povertà.
Agli eletti ricordano che quanti assumono incarichi pubblici devono mettersi a servizio con sobrietà, educazione, saggezza, senso del governo, dignità, autenticità, trasparenza, saggezza e giustizia, in modo che non debbano "sentirsi indispensabili o arrivino a credersi dei messia politici”. Il Consiglio elettorale centrale “merita il nostro sostegno e quello di tutti i dominicani, soprattutto al fine di garantire un processo elettorale trasparente”, in quanto “non si può ammettere la pratica corrotta e illegale di acquistare e vendere schede davanti a tutti, senza agire contro questa infrazione elettorale".
A quanti mettono in dubbio il diritto della Chiesa ad esprimere la propria opinione su questioni politiche o sui processi elettorali, i Vescovi rispondono: “come dominicani e Pastori di questo popolo, ci preoccupa tutto ciò che riguarda l'essere umano". Inoltre sottolineano che la Chiesa rispetta la libertà di scelta, che il voto è un diritto e un dovere di coscienza che non deve essere motivato da interessi personali e che un vero esercizio democratico è possibile solo in uno Stato di diritto in cui la legge prevale "al di sopra di interpretazioni congiunturali e accomodanti".
Nella loro lettera, i Vescovi esprimono il desiderio che i leader politici firmino un patto nazionale di impegno sulle priorità per la società dominicana, "stilando un'agenda nazionale e provinciale che superi gli interessi personali e di gruppo a favore del benessere collettivo della nazione". Oltre ad una quota riservata per ricoprire cariche pubbliche, i Vescovi sottolineano la necessita di offrire maggiori opportunità per mostrare il valore incommensurabile della donna e la sua dignità, esprimendo anche la loro preoccupazione per il notevole aumento dei femminicidi.
Quest'anno la Conferenza Episcopale Dominicana commemora il 60° anniversario della Lettera pastorale pubblicata nel gennaio 1960 contro il regime di Rafael Leónidas Trujillo, firmata dai sei Vescovi di quel tempo, che “nell'esercizio della loro missione profetica”, alzarono la voce per reclamare la difesa dei diritti umani, il rispetto e la promozione della vita e della dignità umana. Quel documento “irradiò luce in un momento critico della vita nazionale, caratterizzata dalla sofferenza generalizzata imposta dalla tirannia”. Anche se oggi viviamo in una situazione diversa, evidenziano i Vescovi, “ci sono ancora molti ostacoli da superare per ottenere una migliore qualità della vita per tutti e per una ricomposizione sociale”.
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ASIA/BANGLADESH - Formazione e dialogo interreligioso: le priorità della diocesi di Khulna  

Fides IT - www.fides.org - Gio, 16/01/2020 - 10:54
Khulna - La formazione permanente dei fedeli cattolici e il dialogo interreligioso sono le priorità del piano pastorale della diocesi di Khulna per il 2020. "La nostra gente ha bisogno di sviluppo e promozione umana, per un miglioramento sociale ed economico delle condizioni di vita, ma è entusiasta di crescere nella fede", ha detto all'Agenzia Fides il vescovo James Romen Boiragi, che guida la comunità ecclesiale a Khulna. "In generale - ha notatao il Vescovo - esiste una certa timidezza tra i edeli nel testimoniare la propria fede o annunciare il Vangelo", ha detto. In tale contesto la diocesi di Khulna ha intrapreso diversi programmi di formazione permanente nelle parrocchie rivolti ai battezzati "in modo che le persone possano rafforzare la loro fede affrontare le sfide della vita", afferma Mons. Boiragi.
Un aspetto su cui si focalizza la pastorale, rileva è anche quello di "impegnarsi nel dialogo e a vivere in armonia con persone di altre fedi, in un paese a maggioranza musulmana", racconta il Vescovo.
"La maggior parte dei servizi offerti da strutture e istituti cattolici, come programmi educativi, sanitari e di sviluppo sociale sono pensati e rivolti indistintamente a tutti, senza alcuna discriminazione di fede o etnia. Attraverso questo impegno nella società e per il benessere della popolazione, promuoviamo la convivenza pacifica e reciproca con persone di altre religioni”, riferisce.
Va notato, poi, che il Bangladesh è un paese soggetto a calamità naturali come inondazioni, tifoni e cicloni, effetti dei cambiamenti climatici. L'impatto più forte di tali fenomeni si rileva soprattutto sulla vita di fasce della popolazione già indigenti o vulnerabili, che si ritrovano sotto la soglia di sopravvivenza. Le varie diocesi cattoliche bengalesi, inclusa quella di Khulna, organizzano e partecipano, accanto a gruppi governativi e della società civile, a programmi di sensibilizzazione e prevenzione rivolti alla popolazione che vive in aree a rischio.
La diocesi di Khulna è stata creata nel 1952 e oggi ha oltre 35.000 cattolici sparsi in 10 parrocchie amministrate da 42 sacerdoti e oltre 80 suore, su una popolazione complessiva di circa 15 milioni di abitanti, per lo più musulmani.
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AFRICA/SUDAFRICA - Ucciso un missionario belga in un presunto tentativo di rapina

Fides IT - www.fides.org - Gio, 16/01/2020 - 09:17


Johannesburg - Gli Oblati dell'OMISA sono devastati dalla morte di P. Jozef Hollanders, ucciso in una rapina nella parrocchia di Bodibe, vicino a Mahikeng, nella provincia nord-occidentale del Sudafrica, domenica notte 12 gennaio” afferma un comunicato inviato all’Agenzia Fides. “Il suo corpo è stato scoperto lunedì pomeriggio da un parrocchiano. La polizia è impegnata a fondo nell’indagare sul suo omicidio”.
“Siamo profondamente colpiti da quello che è successo. P. Jeff è stato trovato legato mani e piedi e con una corda intorno al collo. Una morte terribile per qualcuno che ha dedicato tutta la sua vita alla sua missione ", afferma p. Daniël Coryn, superiore provinciale dei Missionari Oblati di Maria, da Blanden in Belgio. Secondo Sua Ecc. Mons. Victor Phalana di Klerksdorp, Vescovo di Bodibe, il missionario probabilmente è morto a causa di un infarto o di uno strangolamento.
Non si esclude che p. Hollanders sia stato vittima di un tentativo di rapina, ma secondo Mons. Phalana, i rapinatori erano male informati: “Tutti sanno che non aveva soldi. Ha servito una comunità povera. Ha usato ogni centesimo che abbia mai posseduto per il suo popolo. Ha dato via tutto quello che aveva”. Secondo il Vescovo, la comunità ecclesiale è stata colpita duramente. P. Hollanders era "pieno di entusiasmo, vita e dedizione" e parlava fluentemente afrikaans e tswana, una lingua bantu parlata in Sudafrica e Botswana. "Faceva parte della vita delle persone."
P. Hollanders era nato in Belgio il 4 marzo 1937. Ha emesso i primi voti come Oblato l'8 settembre 1958 ed è stato ordinato sacerdote il 26 dicembre 1963. È arrivato in Sudafrica il 31 gennaio 1965.
“Per 55 anni è stato un missionario dedicato e fedele nell'area di lingua Tswana, ora Provincia del Nord Ovest del Sudafrica” sottolinea il comunicato. “Gli piaceva creare nuove comunità cristiane, che sono diventate parrocchie o stazioni parrocchiali in quella che è diventata la diocesi di Klerksdorp”.
“Ci è stato ricordato che Gesù è morto per mano di altri e abbiamo immaginato che anche padre Jef avrebbe detto: "Perdonali, perché non sanno quello che fanno" conclude il comunicato dell’OMISA.
Il funerale di p. Hollanders, si terrà mercoledì 22 gennaio, alle ore 10, nella cattedrale di Klerksdorp.
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ASIA/SIRIA - Indagine giornalistica: "martirizzati i 2 Vescovi di Aleppo scomparsi nel 2013”. Ma le ombre permangono

Fides IT - www.fides.org - Mer, 15/01/2020 - 11:40
Aleppo - Sono morti come martiri, uccisi nel dicembre 2016 dalla banda di miliziani che li teneva in ostaggio da anni. Sarebbe questa la sorte toccata ai due Arcivescovi di Aleppo, il greco ortodosso Boulos Yazigi e il siro ortodosso Mar Gregorios Yohanna Ibrahim, scomparsi il 22 aprile senza lasciar traccia, nell’area compresa tra la metropoli siriana e il confine con la Turchia. Lo sostiene un’inchiesta realizzata da una squadra investigativa guidata da Mansur Salib, ricercatore siriano residente negli Usa, e diffusa attraverso la piattaforma digitale medium.com, nuovo social media collegato a Twitter. Secondo quanto sostengono gli autori dell’inchiesta, a uccidere i due sarebbero stati i militanti di Nour al-Din al-Zenki, gruppo indipendente coinvolto nel conflitto siriano, finanziato e armato durante il conflitto sia dall’Arabia saudita che dagli USA.
L’inchiesta ripercorre la vicenda, soffermandosi su dettagli considerati utili per ricostruirne la dinamica. Secondo quanto raccontato dagli autori, il 22 aprile 2013 i due Arcivescovi erano partiti da Aleppo a bordo di un pick-up Toyota, guidato dall’autista Fatha' Allah Kabboud, con l’intento di andare a trattare la liberazione di due sacerdoti, l’armeno cattolico Michael Kayyal e il greco-ortodosso Maher Mahfouz, rapiti in precedenza da gruppi jihadisti anti-Assad che allora controllavano i territori a est della metropoli siriana. Mar Gregorios e Boulos Yazigi, vestiti con abiti civili, sarebbero caduti in quella che la ricostruzione presenta come una vera e propria trappola, sostenendo che i due preti Kayyal e Mahfouz erano stati sequestrati proprio per essere usati come “esca” e poter mettere le mani sue due Arcivescovi. L’auto su cui viaggiavano i due metropoliti di Aleppo fu bloccata dal gruppo dei rapitori, e l'autista Fatha' Allah Kabboud, un cattolico di rito latino, padre di tre figli, fu freddato con un colpo in testa. Il sequestro non fu rivendicato da nessun gruppo.
Nei mesi e negli anni successivi, intorno al caso sono state fatte filtrare a più riprese indiscrezioni e annunci su una loro prossima liberazione, che poi si sono sempre rivelati infondati.
L’indagine pubblicata ora su medium.com accenna al coinvolgimento nel rapimento di personaggi collegati al MIT , sostenendo che il sequestro e la detenzione sono avvenuti in aree diventate a quel tempo un ”ricettacolo di servizi segreti stranieri”, dove difficilmente avrebbero potuto operare senza appoggi dei “terroristi ordinari”.
La vicenda della sparizione dei due metropoliti è stata scandita da depistaggi e informazioni false e fuorvianti, come quella che pochi giorni dopo il loro sequestro li aveva dati come liberi e diretti verso la cattedrale siro ortodossa di Aleppo, dove si radunò inutilmente ad attenderli una moltitudine di cristiani aleppini.
La ricostruzione riporta notizie già note, insieme a illazioni esposte senza riscontri oggettivi, compreso l’accenno secondo cui sarebbe coinvolto nel sequestro dei due Metropoliti anche George Sabra, leader cristiano da sempre vicino ai gruppi di opposizione al governo di Damasco. Viene messa sul tappeto anche l’ipotesi secondo cui gli autori del rapimento puntavano a costringere i due metropoliti a convertirsi all’islam, per alimentare paure e sconforto tra le locali comunità cristiane.
Il testimone più rilevante tra quelli citati nel report sembra essere Yassir Muhdi, presentato come uno dei carcerieri dei due Vescovi, che fu in seguito catturato dalle forze siriane. ”L'indagine ufficiale” riconosce il dossier “non è ancora conclusa, perché non è stato possibile ritrovare i resti mortali dei due ecclesiastici”. Tra le altre cose, la ricostruzione sostiene – presentando indizi labili o aggregando informazioni senza riscontri oggettivi – che i due Arcivescovi sarebbero stati torturati, e che uno di loro, nel 2015, sarebbe stato curato in una struttura sanitaria di Antiochia, l’Antakya Devlet Hastanesi, nella provincia turca dell’Hatay. Nella sezione finale, l’indagine sostiene che i due Vescovi sarebbero stati uccisi e sepolti in un luogo imprecisato nel dicembre 2016, mentre le aree a est di Aleppo stavano per essere riconquistate dall’esercito siriano.
In conclusione, l’indagine pubblicata su medium.com può essere utile a chiarire dettagli sulla dinamica del sequestro e sulle prime fasi della segregazione dei due metropoliti, ma in molti passaggi non sembra apportare elementi certi utili a chiarire in maniera definitiva quale è stata la sorte di Boulos Yazigi e Mar Gregorios Yohanna Ibrahim, Arcivescovi della città-martire di Aleppo.

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