AMERICA/COLOMBIA - La Chiesa è preoccupata per la situazione dei conflitti armati durante le emergenze sanitarie

Bogotà - La Commissione di Conciliazione Nazionale , organismo convocato dalla Chiesa cattolica e composto da cittadini di vari settori e correnti di pensiero politico, sociale e religioso con un'importante esperienza di lavoro per la pace in Colombia, ha pubblicato la seconda edizione del suo bollettino informativo digitale "Comunicare verità e speranza". Questa newsletter è un impegno della Chiesa a pubblicizzare alcuni degli eventi più rilevanti nella situazione nazionale, relativi al conflitto armato, alla riconciliazione e alla pace, con un focus umanitario e un'enfasi speciale sui bisogni e sulle iniziative delle regioni.
Questo nuovo appuntamento informativo, secondo la nota inviata a Fides, è basato su quanto accaduto nel paese negli ultimi due mesi, nel quadro dell'emergenza sanitaria causata dalla pandemia. Vi possiamo leggere che in mezzo ad allarmanti dati sul reclutamento, l'uso e l'omicidio di minori da parte di gruppi armati illegali, la Chiesa colombiana, attraverso la Conferenza episcopale, invita i gruppi armati a cessare qualsiasi tipo di attività in cui si mette a rischio la vita e la dignità di ragazzi e adolescenti.
La dottoressa Consuelo Corredor, membro della Commissione nazionale di conciliazione, Cinep, e Commissione dei notabili, parla delle complicazioni che sono sorte per l'attuazione dell'accordo di pace nel mezzo della crisi causata dal nuovo coronavirus, causando conseguenze negative non solo per gli ex combattenti ma anche per le comunità.
Visto l'intensificarsi delle azioni legate al conflitto armato in diverse regioni del Pacifico durante la pandemia, nonché alla luce dei preoccupanti livelli di povertà e delle condizioni precarie per l'assistenza sanitaria, il Vescovo Mons. Juan Carlos Barreto, Vescovo della diocesi di Quibdó, chiede alle autorità un'attenzione urgente e differenziata ai loro territori, e ai gruppi armati, un cessate il fuoco multilaterale, garantendo la protezione delle loro comunità.
Padre Darío Echeverri, segretario generale della Commissione nazionale di conciliazione, parla del complesso panorama che attualmente si presenta con i guerriglieri ELN e afferma che la Chiesa continuerà a lavorare e insisterà sull'umanizzazione del conflitto.
In mezzo alla sofferenza di quanti vivono oggi nelle aree più emarginate del paese, i membri della Commissione nazionale di conciliazione insistono sulla necessità di dare priorità alla vita delle comunità e invitano sia il governo che l'ELN a percorrere vere e proprie vie di dialogo e negoziazione, per cercare la pace completa con trasformazioni sostanziali.

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AMERICA/CILE - I Vescovi: "aspettiamo dalle autorità politiche e dai leader sociali, volontà e impegno per raggiungere un patto sociale"

Santiago - Di fronte alla crisi sanitaria e sociale causata dal Covid-19, il Comitato permanente dell'Episcopato cileno ha chiesto alle autorità e ai leader del paese "di porre fine agli interessi privati ​​per raggiungere un accordo di base il cui obiettivo è reindirizzare le risorse statali per fornire il sostegno richiesto da coloro che stanno soffrendo e per tutto il tempo necessario". In una dichiarazione inviata a Fides, rilasciata il 2 giugno, il Comitato permanente della Conferenza episcopale del Cile alza nuovamente la voce per le gravi conseguenze della pandemia di Covid-19 sulla vita e sulla convivenza sociale.
I Pastori dicono che l'effetto di questa pandemia trascende la sfera della salute pubblica e sta causando effetti sociali che possono essere devastanti per una parte significativa della popolazione. Si riferiscono al drastico calo dell'attività economica e al sostanziale aumento della disoccupazione, per il quale importanti settori hanno visto diminuire drasticamente i loro redditi.
"I più poveri spesso devono sopportare situazioni di mancanza di cibo e sovraffollamento nelle loro case, il che è aggravato nel caso di migranti che non hanno una casa, un lavoro o reti di sostegno, o quello di anziani paurosi nella loro case senza poter uscire. Questa crisi sta peggiorando con il passare dei giorni ed è possibile prevedere che continuerà per mesi" afferma il testo.
"Il Cile si aspetta, in particolare dalle autorità politiche e dai leader sociali, una volontà e un impegno sufficienti per raggiungere un patto sociale per il bene comune che consenta di generare condizioni a favore di tutti gli abitanti del nostro paese, in particolare dei più poveri. Ciò richiede la ferma determinazione a deporre interessi privati ​​per raggiungere un accordo di base il cui obiettivo è ri-orientare le risorse statali per fornire il sostegno richiesto da coloro che soffrono e per il tempo necessario".
Il Cile, come altri paesi latinoamericani, sta vivendo in questi giorni il clima della pandemia con l'angoscia del blocco economico di tutto il paese. Fino oggi, in Cile sono stati registrati 118 mila casi di Covid 19 con 1356 decessi.

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ASIA/LIBANO - Covid-19, effetti collaterali: le scuole cattoliche, già in crisi, rischiano il collasso

Fides IT - www.fides.org - 2 ore 56 min fa
Beirut – Con una lettera circolare pubblicata lunedì 3 giugno, l’Arcivescovo maronita di Beirut, Boulos Abdel Sater, ha disposto la cancellazione della terza rata della retta a carico degli studenti delle scuole del circuito “La Sagesse”, dipendenti direttamente dall’Arcidiocesi. La misura potrà dare soltanto un temporaneo respiro alle famiglie interessate dal provvedimento. Ma non servirà a nascondere la crisi che minaccia di portare al collasso buona parte del sistema delle scuole cattoliche maronite e di tutti gli istituti collegati alle diverse comunità ecclesiali.
La condizione economica di molte scuole cattoliche, come già documentato dall’Agenzia Fides, si era deteriorata soprattutto a partire dall’estate 2017, dopo che il governo di allora aveva disposto le nuove “griglie salariali” per i lavoratori del settore pubblico, comprendente anche il comparto scolastico. Da allora la situazione era già diventata insostenibile soprattutto per gli istituti scolastici che operano nelle aree urbane e rurali meno prospere del Paese. L’anno scolastico in corso, segnato prima dai blocchi sociali connessi alle proteste di piazza contro l'establishment governativo e poi dalla chiusura degli edifici scolastici imposta dalla crisi pandemica, ha portato al collasso una situazione già gravemente compromessa. In alcuni istituti educativi, le settimane effettive di lezione realizzate dall’inizio dell’anno scolastico sono state meno di 15. Le polemiche relative allo stato emergenziale dell sistema scolastico libanese sono riesplose nella seconda metà di maggio, quando il ministro dell’istruzione Tarek Al Majzoub che il 17 maggio 2020 senza consultare il comparto delle scuole non statali, ha disposto per il 13 giugno la fine dell’anno scolastico – svoltosi negli ultimi mesi con lezioni “a distanza” - e il rinvio a settembre degli esami statali per tutti i cicli scolastici. Il Segretariato delle scuole cattoliche e i sindacati dei docenti delle scuole non statali hanno accolto con disappunto la chiusura dell’anno scolastico imposta dal governo, che non consente nemmeno di raccogliere le rate finali delle rette a carico degli studenti. Il Segretariato ha anche diffuso una lettera aperta al Presidente Michel Aoun, in cui tra l’altro viene rimarcato il ruolo cruciale delle congregazioni religiose e dei soggetti ecclesiali nello sviluppo dell’istruzione in Libano, e si denuncia la totale latitanza delle istituzioni pubbliche nell’approntare misure di sostegno adeguate all’emergenza, in cui rischiano di essere falcidiate dalla crisi soprattutto gli istituti che operano in maniera sostanzialmente gratuita nelle regioni e nelle aree urbane economicamente più depresse.
Sfiducia e malcontento crescono tra tutte le componenti della comunità scolastica nazionale, e soprattutto tra genitori, professori, studenti, personale amministrativo e ausiliario delle scuole cattoliche, che in Libano rivestono un ruolo di primo piano, visto le scuole gestite direttamente dallo Stato non riescono a garantire livelli d’isOltre alle rivendicazini e alle accuse di irresponsabilità rivolte al ceto politico, non mancano nella comunità ecclesiale accenti autocritici e richieste di rivedere le dinamiche interne dell’intera rete degli istituti scolastici cattolici. Appare evidente che gli operatori e i responsabili del comparto delle scuole cattoliche non hanno finora elaborato una strategia unitaria per affrontare lo stato di crisi. Alcuni istituti – come quelli che fanno capo ai maristi – hanno continuato a pagare per intero gli stipendi ai propri dipendenti, mentre altre scuole cattoliche hanno dimezzato i salari del proprio personale docente e non docente.
Di recente il gesuita Charbel Batour, rettore del collegio Notre-Dame de Jamhour, intervenendo in una trasmissione televisiva, ha riconosciuto tra le altre cose che tutti i soggetti coinvolti nell’emergenza non sono riusciti a gestire la situazione “in maniera umana e saggia". "Adesso - ha rimarcato padre Charbel - ogni parte si ritiene vittima, e tutti danno la colpa agli altri”.
Nei mesi scorsi, proprio il Collegio Notre Dame de Jamhour, per correre ai ripari davanti all’aggravarsi della crisi, era ricorso alla misura estrema di inviare lettere e richieste di sostegno ai propri ex allievi delle scuole libanesi che adesso vivono in condizione agiata in America, in Europa o nei Paesi el Golfo. Ma l’aggravarsi delle situazione rende sempre più evidente che anche gli istituti scolastici cattolici libanesi non si trovano sulla stessa barca, e appare sempre più urgente rendere trasparenti i bilanci e inaugurare forme di collaborazione tra le scuole che godono di buona salute dal punto di vista finanziario e quelle che svolgono la loro opera educativa anche tra le fasce economicamente più deboli della popolazione. .
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ASIA/LIBANO - Covid-19,effetti collaterali: scuole cattoliche (già in crisi) rischiano il collasso

Fides IT - www.fides.org - 2 ore 56 min fa
Beirut – Con una lettera circolare pubblicata lunedì 3 giugno, l’Arcivescovo maronita di Beirut, Boulos Abdel Sater, ha disposto la cancellazione della terza rata della retta a carico degli studenti delle scuole del circuito “La Sagesse”, dipendenti direttamente dall’arcidiocesi. La misura potrà dare soltanto un temporaneo respiro alle famiglie interessate dal provvedimento. Ma non servirà a nascondere la crisi di che minaccia di portare al collasso buona parte del sistema delle scuole cattoliche maronite e di tutti gli istituti collegati alle diverse comunità ecclesiali.
La condizione economica di molte scuole cattoliche, come già documentato dall’Agenzia Fides, si era deteriorata soprattutto a partire dall’estate 2017, dopo che il governo di allora aveva disposto le nuove “griglie salariali” per i lavoratori del settore pubblico, comprendente anche il comparto scolastico. Da allora, la situazione era già diventata insostenibile soprattutto per gli istituti scolastici che operano nelle aree urbane e rurali meno prospere del Paese. L’anno scolastico in corso, segnato prima dai blocchi sociali connessi alle proteste di piazza contro l'establishment governativo e poi dalla chiusura degli edifici scolastici imposta dalla crisi pandemica, ha portato al collasso una situazione già gravemente compromessa. In alcuni istituti educativi, le settimane effettive di lezione realizzate dall’inizio dell’anno scolastico sono state meno di 15. Le polemiche relative allo stato emergenziale dell sistema scolastico libanese sono riesplose nella seconda metà di maggio, quando il ministro dell’istruzione Tarek Al Majzoub che il 17 maggio 2020 senza consultare il comparto delle scuole non statali, ha disposto per il 13 giugno la fine dell’anno scolastico – svoltosi negli ultimi mesi con lezioni “a distanza” - e il rinvio a settembre degli esami statali per tutti i cicli scolastici. Il Segretariato delle scuole cattoliche e i sindacati dei docenti delle scuole non statali hanno accolto con disappunto la chiusura dell’anno scolastico imposta dal governo, che non consente nemmeno di raccogliere le rate finali delle rette a carico degli studenti. Il Segretariato ha anche diffuso una lettera aperta al Presidente Michel Aoun, in cui tra l’altro viene rimarcato il ruolo cruciale delle congregazioni religiose e dei soggetti ecclesiali nello sviluppo dell’istruzione in Libano, e si denuncia la totale latitanza delle istituzioni pubbliche nell’approntare misure di sostegno adeguate all’emergenza, in cui rischiano di essere falcidiate dalla crisi soprattutto gli istituti che operano in maniera sostanzialmente gratuita nelle regioni e nelle aree urbane economicamente più depresse.
Sfiducia e malcontento crescono tra tutte le componenti della comunità scolastica nazionale, e soprattutto tra genitori, professori, studenti, personale amministrativo e ausiliario delle scuole cattoliche, che in Libano rivestono un ruolo di primo piano, visto le scuole gestite direttamente dallo Stato non riescono a garantire livelli d’isOltre alle rivendicazini e alle accuse di irresponsabilità rivolte al ceto politico, non mancano nella comunità ecclesiale accenti autocritici e richieste di rivedere le dinamiche interne dell’intera rete degli istituti scolastici cattolici. Appare evidente che gli operatori e i responsabili del comparto delle scuole cattoliche non hanno finora elaborato una strategia unitaria per affrontare lo stato di crisi. Alcuni istituti – come quelli che fanno capo ai maristi – hanno continuato a pagare per intero gli stipendi ai propri dipendenti, mentre altri – come quelli che fanno capo ai Fratelli delle scuole cristiane – hanno dimezzato le retribuzioni del proprio personale docente e non docente.
Di recente il gesuita Charbel Batour, rettore del collegio Notre-Dame de Jamhour, intervenendo in una trasmissione televisiva, ha riconosciuto tra le altre cose che tutti i soggetti coinvolti nell’emergenza non sono riusciti a gestire la situazione “in maniera umana e saggia. Adesso” ha rimarcato padre Charbel “ogni parte si ritiene vittima, e tutti danno la colpa agli altri”. Nei mesi scorsi, proprio il Collegio Notre Dame de Jamhour, per correre ai ripari davanti all’aggravarsi della crisi, era ricorso alla misura estrema di inviare lettere e richieste di sostegno ai propri ex allievi delle scuole libanesi che adesso vivono in condizione agiata in America, in Europa o nei Paesi el Golfo. Ma l’aggravarsi delle situazione rende sempre più evidente che anche gli istituti scolastici cattolici libanesi non si trovano sulla stessa barca, e appare sempre più urgente rendere trasparenti i bilanci e inaugurare forme di collaborazione tra le scuole che godono di buona salute dal punto di vista finanziario e quelle che svolgono la loro opera educativa anche tra le fasce economicamente più deboli della popolazione. .
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ASIA/INDIA - Il coronavirus fa aumentare la povertà

Fides IT - www.fides.org - 3 ore 14 min fa
Nuova Delhi - In India si combatte , più che contro il coronavirus, contro lo spettro della fame e della povertà. Attivisti per i diritti umani e i volontari cristiani hanno fatto un appello al governo affinché forniture alimentari siano assicurate ai più poveri e a quanti hanno perso il lavoro a causa del prolungato blocco di ogni attività, decretato dal governo, per contenere il coronavirus, dal 25 marzo al 30 giugno.
Il gesuita padre Irudaya Jyothi, coinvolto in una campagna sul diritto al cibo nello stato del Bengala occidentale, ha notato a Fides diverse anomalie nel sistema di distribuzione pubblica gestito dal governo in particolare per i bisognosi. "A meno che queste lacune non vengano affrontate, si potranno moltiplicare le persone che muoiono di fame", rileva. Il sacerdote ha anche detto che qualche tempo fa i media hanno riferito che i poveri non hanno cibo, "ma il governo non sembra esserne preoccupato, e invece ha in programma di produrre etanolo dai chicchi di grano, come segnalato nello stato di Haryana".
Il cappuccino padre Nithya Sagayam, a ex segretario della Commissione per la giustizia e la pace della Conferenza episcopale cattolica dell'India, nota a Fides che "la necessità attuale è di fornire cibo ai bisognosi", osservando che "il governo ha il compito di trovare nuovi modi per affrontare la povertà durante l'emergenza sanitaria poiché l'economia sta scivolando drasticamente".
Da parte sua, la Chiesa cattolica in India sta facendo del suo meglio per fornire cibo ai gruppi più vulnerabili e ai migranti interni, che negli ultimi tre mesi si sono mossi e hanno affrontato lunghi viaggi per ritornare ai propri paesi di origine.
Tra le tante esperienze di impegno assistenziale, il "Board for Research Education and Development" , Ong cristiana con sede a Noida, sul confine Delhi-Uttar Pradesh, gestita dalla Società Missionaria Indiana, fornisce un pasto al giorno a circa 36.000 studenti e ragazzi svantaggiati in 75 scuole del Jharkhand.
A Bombay, nell'India occidentale, le suore canossiane danno nutrimento ai poveri con l'aiuto di volontari laici, racconta a Fides suor Lavina D'Souza, direttrice del Centro sociale di Mumbai. "I destinatari - osserva - sono famiglie di lavoratori a giornata, disoccupati, lavoratori domestici e alle altre persone sprofondate nella povertàa a Bombay", rileva.
L'esteso blocco imposto alla nazione a causa del Covid-19, infatti, spingerà almeno 12 milioni di cittadini indiani in estrema povertà, afferma la Banca Mondiale in un Rapporto che monitora la povertà nel mondo. Secondo le stime del "Center for Monitoring Indian Economy", think tank indipendente, circa 122 milioni di indiani sono s rimasti senza lavoro nel mese di aprile.
Ashwajit Singh, amministratore delegato di "IPE Global", società di consulenza del settore dello sviluppo, consulente di diverse multinazionali che lavroano in India, ha osservato che nella nazione "le persone potrebbero morire di fame piuttosto che a causa del virus". Singh cita uno studio dell'Università delle Nazioni Unite secondo cui 104 milioni di indiani potrebbero scendere al di sotto della soglia di povertà determinata dalla Banca mondiale di 3,2 dollari al giorno per i paesi a reddito medio-basso. Ciò porterà la percentuale complessiva di persone che vivono in povertà nella nazione indiana dal 60% al 68% : situazione verificatasi l'ultima volta nel paese oltre decennio fa.
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AMERICA/STATI UNITI - "Tagliare le radici dell'ingiustizia razziale che infetta molte aree della società": lettera dal CELAM ai Vescovi americani

Fides IT - www.fides.org - 3 ore 14 min fa
Washington - L'America Latina reagisce unita alla situazione creatasi negli Stati Uniti d'America dopo la morte di George Floyd. L'Agenzia Fides ha ricevuto dalla Presidenza del CELAM la lettera inviata a Mons. Jose H. GÓMEZ, Arcivescovo di Los Angeles e Presidente dei Vescovi degli Stati Uniti, sull'omicidio di George Floyd. "Condividiamo con te quel rifiuto di un evento privo di significato e brutale, un peccato che grida al cielo per ottenere giustizia", si afferma nel testo. "Né negli Stati Uniti né in nessun altro luogo al mondo dovrebbero aver luogo tali atti. Facciamo appello a «Non smettere di ascoltare ciò che le persone dicono attraverso il loro dolore» e tagliare una volta per tutte le radici «dell'ingiustizia razziale che infetta molte aree della società»" si legge.
Tutto questo accade oggi, dopo i funerali di George Floyd, dinanzi a tanti giovani con la paura del Covid 19, dinanzi ad un Presidente Trump che parla di violenza terrorista con la Bibbia in mano e dinanzi ai Vescovi cattolici che continuano ad invitare alla riconciliazione e alla solidarietà.
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EUROPA/ROMANIA - Il Direttore POM: “Nella pandemia la Chiesa ha dovuto inventare altri modi per mantenere viva l'unità delle comunità”

Fides IT - www.fides.org - 4 ore 36 min fa
Bucarest – Secondo le disposizioni del governo per contenere la pandemia di Covid-19, anche in Romania la Conferenza episcopale, sia pure con grande sofferenza, ha sospeso le Messe con la partecipazione dei fedeli e le attività pastorali. Quindi si è sentito il bisogno di aumentare la formazione e l'informazione cristiana attraverso i social media e i mass media. “All'inizio c’è stata una buona accoglienza, ma dopo qualche tempo i cristiani non erano più soddisfatti di guardare uno schermo per fare un'esperienza religiosa” spiega all’Agenzia Fides don Eugene Blaj, Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie in Romania.
“In tutte le parrocchie la catechesi pre-sacramentale ha dovuto essere interrotta – prosegue -. Alcune parrocchie avevano i mezzi per continuare a tenere riunioni online per la formazione e la celebrazione, altre no. Da un certo punto di vista, la Chiesa era più attiva, perché doveva inventare altri modi per mantenere viva l'unità delle comunità. Alcuni ci sono riusciti, altri non tanto. Essendo isolati, sono emersi altri valori, come la solidarietà con le persone bisognose, più tempo per la preghiera, condivisione tra coloro che vivono sotto lo stesso tetto, ecc. I sacerdoti hanno risposto alle emergenze dei cristiani. I Vescovi hanno esortato con insistenza i sacerdoti, come ha fatto continuamente il Santo Padre, a essere disponibili nell’offrire i sacramenti al popolo. L'ufficio delle POM ha continuato il lavoro pastorale, in particolare con i bambini missionari, riunendosi sulla piattaforma Zoom per la preghiera, la celebrazione della messa e l'organizzazione delle attività”.

Come funziona il Fondo speciale di emergenza POM per le vittime di Coronavirus nel suo paese? Che tipo di iniziative sono state avviate con quel Fondo?

Appena ho ricevuto il messaggio del nostro Presidente delle POM, Mons. Dal Toso, ne ho informato i Direttori diocesani e l’ho condiviso sulla pagina facebook del nostro ufficio nazionale. Anche i media diocesani e vaticani hanno divulgato l'iniziativa del Santo Padre nella nostra lingua, ma purtroppo devo dire che non ci sono stati feedback. I Vescovi, attraverso la Caritas diocesana, si sono adoperati per contribuire alla lotta contro il Coronavirus: sostenere gli ospedali con attrezzature, reperire cibo per i poveri, disporre stanze per le persone in isolamento o in quarantena. La Chiesa ha comunque cercato di collaborare con lo stato e le organizzazioni private, secondo le sue possibilità. Devo sottolineare che abbiamo avuto l'aiuto del Santo Padre Francesco, attraverso cinque respiratori per l'ospedale della città di Suceava, diocesi di Iasi.

Ci sono state esperienze particolari che hanno messo in luce il nesso tra carità ed evangelizzazione?

È lodevole l'esempio della diocesi di Timisoara, che ha supportato il Liceo Gerhardinum con 13 laptop. In molti altri luoghi, gli studenti bisognosi hanno avuto telefoni o tablet intelligenti per seguire la tele-scuola. Tante famiglie povere non potevano permettersi di acquistare per i loro figli simili strumenti e di conseguenza non avrebbero potuto seguire le lezioni online. Questa carità li ha aiutati a continuare la loro educazione evitando così di ripetere l'anno scolastico. Desidero poi menzionare i volontari della nostra Caritas, in ogni diocesi, che hanno offerto servizi a domicilio a persone anziane, malate e indifese. Potevano infatti muoversi in città con un permesso speciale e così acquistavano cibo, medicine e altri prodotti di base per i bisognosi.
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AFRICA/ANGOLA - “Il virus della fame e quello della paura fanno più danni del COVID-19”

Fides IT - www.fides.org - 4 ore 37 min fa

Luanda – “Eravamo nel bel mezzo della Quaresima, un momento forte, un momento di preparazione per la Pasqua del Signore, quando è stato decretato lo stato di emergenza, mentre le notizie che pervenivano da altre parti del pianeta davano origine a un altro "virus", il virus della paura” afferma la dichiarazione firmata da p. Celestino Epalanga, Vicario Episcopale per l’Area sociale dell’arcidiocesi di Luanda e Segretario Generale della Commissione Episcopale Giustizia e Pace e Migranti della CEAST sulle conseguenze del COVID-19.
Una paura giustificata dall’affanno, sottolinea il documento pervenuto all’Agenzia Fides, provocato dal nuovo coronavirus “sui sistemi sanitari di grandi potenze mondiali”. “Consapevoli della precarietà del nostro sistema sanitario, era inevitabile porsi la domanda: chi ci salverà da questa ecatombe?”.
Coscienti che “il nostro aiuto è nel Signore che ha creato il cielo e la terra” i Vescovi “per rafforzare la fede e la speranza dei fedeli, hanno incoraggiato l'uso di Radio Ecclesia, Radio Maria, rete televisiva cattolica, bollettini diocesani e parrocchiali e social network per la trasmissione di celebrazioni eucaristiche, rosari ecc... Nelle comunità religiose si sono intensificati i momenti di preghiera e di adorazione del Santissimo Sacramento e le famiglie sono diventate vere chiese domestiche. Il 29 marzo, si è svolta una sequenza di preghiera in tutte le comunità religiose, seminari e famiglie cattoliche a livello nazionale chiedendo a Dio di liberare l'Angola e il mondo intero dalla pandemia”.
“Il nuovo coronavirus ha messo in luce molte situazioni di vulnerabilità e ha peggiorato le condizioni socioeconomiche di molti paesi e l'Angola non fa eccezione” afferma la dichiarazione. Oltre il 70% della popolazione angolana dipende dal mercato informale per sopravvivere. Le misure previste dallo stato di emergenza hanno dato origine al fenomeno dei "nuovi poveri"; perché, a causa delle restrizioni dello stato di emergenza, la povertà è aumentata. In altre parole, COVID-19 ha spinto un gran numero di famiglie nella povertà. “È sorto quindi un dilemma: rimanere a casa per prevenire il COVID-19 e morire di fame, o andare in strada in cerca di pane, correndo tutti i rischi di essere infettati e infettare altre persone e persino la famiglia e gli amici! Settimane prima che si verificassero i primi casi COVID-19 in Angola, in un suo articolo un sacerdote gesuita camerunese affermava che ciò che avrebbe ucciso gli africani non è il nuovo coronavirus ma il virus della fame. Infatti, quando camminiamo nei quartieri di Luanda e dintorni, ci rendiamo conto della precarietà e se non globalizziamo la solidarietà e se l'esecutivo non fornisce cibo, avremo più morti per fame che per coronavirus”.
Ma da un male può nascere il bene se l’uomo si lascia guidare da una coscienza illuminata. P Epalanga conclude infatti affermando: “La verità è che il nuovo coronavirus ha affinato la nostra immaginazione e ci ha costretti ad adottare nuovi modi di relazionarci. Ci ha insegnato a essere più umili e a ripensare i nostri sistemi di sanità pubblica, a migliorare il sistema di protezione sociale, a essere disciplinati, a obbedire alle regole e alle autorità, a formare una coscienza collettiva, a dare maggiore importanza alla vita della comunità e alla vita familiare”.
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AFRICA - L’amore per il Vangelo cura il razzismo: guarire il cuore dell'uomo per costruire una civiltà dell'amore

Fides IT - www.fides.org - 4 ore 46 min fa
Kara – “Solo l'amore per il Vangelo può curare la malattia del razzismo. La sfida oggi è lavorare per costruire una civiltà dell'amore. Per realizzare un simile progetto, sarà ovviamente necessario guarire, con la forza del messaggio evangelico, il cuore dell'uomo ferito e sfigurato dal potere del male.” Lo scrive all’Agenzia Fides padre Donald Zagore, teologo ivoriano della Società per le Missioni Africane, alla luce dei gravi episodi di violenza che si stanno perpetrando negli Stati Uniti dopo l’uccisione per mano della polizia di un afroamericano a Minneapolis.
“L'essenza della missione, operata dallo Spirito Santo, di liberare l'uomo, il prigioniero e lo schiavo dal male, in modo che la forza e la luce redentrice dell'amore del Vangelo possano trionfare. In Africa, - continua Zagore - ci sono milioni di persone le cui vite sono sacrificate giorno e notte a causa delle politiche imperialiste e neo-colonialiste costruite sul disprezzo per la dignità della vita dei popoli africani.”
Mentre negli USA continuano le proteste, non è mancato l’intervento dell’Alto commissario Onu per i diritti umani Michelle Bachelet che si è detta “costernata di dover aggiungere il nome di George Floyd a quelli di tanti altri afroamericani disarmati che sono morti nel corso degli anni per mano della polizia e membri armati della cittadinanza”.
“Di fronte a un simile dramma, che per secoli ha minato la coesione della nostra umanità, non abbiamo più il diritto di rimanere in silenzio. Non possiamo più e non dobbiamo continuare a sopportare questo mondo di violenza, razzismo e odio a tutti i livelli” scrive ancora il missionario .
Il presidente della Commissione dell'Unione Africana , Moussa FakiMahamat ha rivolto un appello alle autorità americane affinchè “intensifichino gli sforzi per porre fine a qualsiasi atto discriminatorio a sfondo razziale o etnico”. Nella nota dell'Unione Africana, si ricorda la Risoluzione contro le discriminazioni razziali negli Stati Uniti d'America, siglata al Cairo nel 1964, nel corso del primo vertice dei capi di Stato e di governo dell'Organizzazione per l'Unita' Africana, organismo antesignano della Ua. Alla luce di quel documento, il presidente della Commissione ha ribadito che l'Unione "riafferma il proprio rifiuto per i continui atti di discriminazione che negli Usa colpiscono i cittadini neri".
“Riempiamo il cuore degli uomini con l'amore del Vangelo e il male dell'odio e del razzismo andrà via da solo”, conclude p. Zagore.

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EUROPA/SVIZZERA - I Vescovi europei: dopo la pandemia lavorare insieme per una ripartenza che non lasci nessuno indietro

Fides IT - www.fides.org - 6 ore 28 min fa
San Gallo – L’impatto della pandemia Covid-19 sulla vita quotidiana della Chiesa e delle società europee, è stato al centro della riunione annuale tra le Presidenze del CCEE e della COMECE che si è tenuta il 3 giugno 2020, in videoconferenza data l’attuale situazione sanitaria. Insieme ai due Presidenti, Card. Angelo Bagnasco e Card. Jean-Claude Hollerich SJ , hanno partecipato anche tutti i membri delle due presidenze.
Nel comunicato finale, pervenuto all’Agenzia Fides, si afferma che “nel rinnovare la vicinanza della Chiesa a tutti coloro che lottano contro la pandemia - le vittime, le loro famiglie e tutti gli operatori sanitari, i volontari e i fedeli che sono stati e sono in prima linea, prendendosi cura delle persone colpite e portando loro sollievo - i Vescovi hanno espresso la loro preoccupazione per la crisi economica e la conseguente perdita di un numero ingente di posti di lavoro, auspicando che, in Europa, si lavori insieme ad una ripartenza che non lasci indietro nessuno”.
In questo lungo tempo di crisi, le due Presidenze hanno sottolineato il ruolo centrale che ha avuto la famiglia, “vera cellula di solidarietà e di condivisione, ma anche luogo della preghiera insieme. Investire sulla famiglia – continuano - è il primo passo per una giusta ripresa sociale, economica e ecclesiale”. Ringraziano quindi “i tanti sacerdoti per il cruciale e generoso servizio svolto in questo periodo”, e hanno analizzato il ruolo svolto dai social media per la preghiera e le celebrazioni in streaming, interrogandosi sulle nuove forme di pratica religiosa, di rapporti, di presenza e di condivisione della fede. Ci si è soffermati anche sulla forte limitazione imposta alla libertà di religione nel contesto della chiusura dei luoghi di culto e della proibizione delle liturgie con la partecipazione dei fedeli a causa della pandemia.
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EUROPA/SVIZZERA - Presidenze CCEE e COMECE: dopo la pandemia lavorare insieme per una ripartenza che non lasci nessuno indietro

Fides IT - www.fides.org - 6 ore 28 min fa
San Gallo – L’impatto della pandemia Covid-19 sulla vita quotidiana della Chiesa e delle società europee, è stato al centro della riunione annuale tra le Presidenze del CCEE e della COMECE che si è tenuta il 3 giugno 2020, in videoconferenza data l’attuale situazione sanitaria. Insieme ai due Presidenti, Card. Angelo Bagnasco e Card. Jean-Claude Hollerich SJ , hanno partecipato anche tutti i membri delle due presidenze.
Nel comunicato finale, pervenuto all’Agenzia Fides, si afferma che “nel rinnovare la vicinanza della Chiesa a tutti coloro che lottano contro la pandemia - le vittime, le loro famiglie e tutti gli operatori sanitari, i volontari e i fedeli che sono stati e sono in prima linea, prendendosi cura delle persone colpite e portando loro sollievo - i Vescovi hanno espresso la loro preoccupazione per la crisi economica e la conseguente perdita di un numero ingente di posti di lavoro, auspicando che, in Europa, si lavori insieme ad una ripartenza che non lasci indietro nessuno”.
In questo lungo tempo di crisi, le due Presidenze hanno sottolineato il ruolo centrale che ha avuto la famiglia, “vera cellula di solidarietà e di condivisione, ma anche luogo della preghiera insieme. Investire sulla famiglia – continuano - è il primo passo per una giusta ripresa sociale, economica e ecclesiale”. Ringraziano quindi “i tanti sacerdoti per il cruciale e generoso servizio svolto in questo periodo”, e hanno analizzato il ruolo svolto dai social media per la preghiera e le celebrazioni in streaming, interrogandosi sulle nuove forme di pratica religiosa, di rapporti, di presenza e di condivisione della fede. Ci si è soffermati anche sulla forte limitazione imposta alla libertà di religione nel contesto della chiusura dei luoghi di culto e della proibizione delle liturgie con la partecipazione dei fedeli a causa della pandemia.
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AMERICA/PERU' - Anno missionario della famiglia: in mezzo la pandemia, "riscoprire la bellezza della vita familiare"

Fides IT - www.fides.org - Gio, 04/06/2020 - 23:11
Cusco - "Annunciamo con gioia il Vangelo della famiglia": è questo il titolo della Lettera pastorale l'Arcivescovo di Cusco, mons. Richard Alarcón, mente la sua arcidiocesi celebra nel 2020 "L'Anno missionario della famiglia". Per questo motivo, l'Arcivescovo propone una profonda riflessione sulla famiglia cristiana e in presenta le preoccupazioni, le speranze e prospettive pastorali "per rendere le nostre famiglie un Vangelo vivente dell'amore di Dio".
Nella Lettera pastorale, pubblicata nel mezzo di una crisi sanitaria a causa della pandemia di coronavirus, mons. Alarcón commenta l'importanza di trascorrere del tempo con la famiglia, che per molte persone ha significato riscoprire "la bellezza della vita familiare" e per altri è stato "come un termometro per misurare la misura in cui l'amore e l'impegno di genitori, figli e familiari sono realmente presenti".
Come rileva la nota inviata a Fides, il documento menziona anche quanto dolorosa è stata per alcune famiglie la scomparsa di una persona cara a causa del COVID-19, ricordando le conseguenze che il virus ha portato con sé, come la crisi economica e la disoccupazione. La lettera nota anche come si sia risvegliata la solidarietà "per sostenersi e aiutarsi a vicenda".
"Questo momento dovrebbe aiutarci a prendere coscienza delle lezioni che questa pandemia ci sta lasciando", afferma l'Arcivescovo di Cusco, cercando di indicare un futuro nuovo per le famiglie, le comunità, l'intera nazione. "Allo stesso tempo - conclude - dopo la pandemia e l'isolamento sociale dobbiamo mostrare e vivere un modello rinnovato di vita familiare", capace di indicar eun cambiamento virtuoso e capillare nella società.
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AMERICA/STATI UNITI - Caso Floyd, il Cardinale Tobin: "Il peccato del razzismo può prosperare senza controllo"

Fides IT - www.fides.org - Gio, 04/06/2020 - 22:51
Newark - "L'omicidio di George Floyd, che è semplicemente l'ultimo caso di una persona di colore che muore tra le mani di coloro che hanno giurato di proteggere la comunità, ha provocato rabbia giustificata e protesta pacifica attraverso gli Stati Uniti. La rabbia, così come lo sfruttamento vergognoso di questa tragedia, ha provocato violenza ingiustificabile nelle città di questa nazione. Mentre assistiamo all'asfissia del nostro paese, molti di noi piangono in angoscia: perché?": con queste parole, il Cardinale Joseph W. Tobin, Arcivescovo di Newark invita la comunità della diocesi a vivere "un atteggiamento cristiano dinanzi la violenza" e ricorda che "siamo tutti fratelli".
"Il modo in cui rispondiamo alla domanda - prosegue il Cardinale - è cruciale perché allora sapremo per cosa pregare e come noi dovremo agire. Nessuno viene a Gesù con la magra richiesta di 'voler stare meglio'. Dobbiamo rivolgerci al Signore dell'Universo, perché la malizia che conosciamo non può essere sradicata dai nostri sforzi senza aiuto".
"Certamente, la tolleranza nei confronti delle 'fazioni tribalistiche' negli Stati Uniti, specialmente nel nostro forum politico, promuove una legge selvaggia della giungla e un'etica immorale di 'potere giusto'. La retorica violenta, l'egoismo e persino l'appropriazione cruda dei simboli religiosi cospirano per produrre un miasma malevolo in cui il peccato del razzismo può prosperare senza controllo. La nostra società non farà progressi nell'affrontare il male del razzismo senza la volontà di lasciarsi alle spalle i fomentatori della polarizzazione", conclude il Cardinale.
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AMERICA/STATI UNITI - “Come Don Bosco non rimase a guardare, così anche noi non possiamo più voltarci”: i Salesiani di fronte alla violenza

Fides IT - www.fides.org - Gio, 04/06/2020 - 19:32
San Francisco – Dopo gli episodi di razzismo e violenza che hanno colpito gli Stati Uniti negli ultimi giorni, l’Ispettoria degli Stati Uniti Ovest dei Salesiani di Don Bosco ha pubblicato una dichiarazione, diffusa dall’Agenzia Ans, in cui si condanna ogni forma di razzismo.
“Siamo oltraggiati dalle azioni orribili, dalle intollerabili violazioni della dignità umana e dalle perdite di vite umane che si sono verificate in queste ultime settimane – è scritto nel testo -; la perdita di altri fratelli e sorelle afroamericani va solo a dimostrare che il peccato di razzismo esiste ancora nel nostro Paese”.
Quindi ricordano che, sull’esempio del loro fondatore, Don Bosco, si occupano dei giovani che “spesso si trovano emarginati da una società che non ascolta le loro voci” e notano: “Abbiamo visto come il razzismo ha devastato il tessuto della nostra comunità. Come Don Bosco non rimase a guardare, così anche noi non possiamo più voltarci. Non possiamo rimanere in disparte, indifferenti e silenziosi. Il rispetto per la vita di tutti i giovani, delle loro famiglie e dei nostri colleghi ci chiamano all’azione”.
Comunità e leader di governo sono tenuti “a mettere da parte le differenze e a lavorare per far rispettare le leggi, le politiche e le istituzioni che porteranno a una vera guarigione e a un cambiamento radicale”. Ribadiscono il loro impegno a educare i giovani affinché siano promotori di dialogo e protagonisti nella costruzione di una società più giusta. Sono solidali “con tutte le persone di colore, che sono ingiustamente perseguitate e che soffrono di discriminazione etnica e razziale, una discriminazione che troppo spesso si esprime attraverso la violenza”. Ascoltando il grido delle sorelle e dei fratelli frustrati e indignati, si uniscono “alla loro preghiera e alla loro protesta non violenta”.
Infine ribadiscono: “Noi crediamo che il razzismo sia un problema di vita. Guidati dal Vangelo e dalla nostra dottrina sociale cattolica, rinnoviamo il nostro impegno a lavorare insieme, instancabilmente, per elevare le voci e la vita di chi è ai margini”.
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ASIA/LIBANO - Conferma del Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie, d. Rouphael Zgheib

Fides IT - www.fides.org - Gio, 04/06/2020 - 18:48
Città del Vaticano – Il Cardinale Luis Antonio G. Tagle, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, l’11 marzo 2020 ha confermato nell’incarico di Direttore nazionale delle Pontificie opere Missionarie in Libano, per un altro quinquennio , il rev. Rouphael Zgheib, del clero maronita.
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AFRICA/GUINEA BISSAU - Nomina del Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie, suor Ines Paulo Albinom, ASC

Fides IT - www.fides.org - Gio, 04/06/2020 - 18:46
Città del Vaticano – Il Cardinale Luis Antonio G. Tagle, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, il 5 marzo 2020 ha nominato Direttore nazionale delle Pontificie opere Missionarie in Guinea Bissau, per un quinquennio , la rev.da suor Ines Paulo Albino, ASC .
La nuova Direttrice nazionale è nata in Guinea Bissau il 25 aprile 1969. Ha conseguito il baccellierato in Teologia e la licenza in Teologia biblica presso la Pontificia Università Gregoriana. Tra le sue esperienze missionarie, ha lavorato nei campi dell’evangelizzazione, della catechesi, dell’insegnamento, della pastorale giovanile, e, a livello diocesano della liturgia, dell’insegnamento biblico e dell’inculturazione. E’ stata responsabile della parrocchia Santa Maria de Mattias – Ingoré. Ha ricoperto anche ruoli di leadership nell’ambito della sua congregazione.
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VATICANO - Il Segretario generale POPF: “Ogni emergenza nelle terre di missione è sempre una preoccupazione per le Pontificie Opere Missionarie”

Fides IT - www.fides.org - Gio, 04/06/2020 - 18:44
Città del Vaticano - “Sono stato molto contento di ricevere la notizia che il Santo Padre aveva istituito uno speciale Fondo di emergenza Covid-19 per le Pontificie Opere Missionarie . Papa Francesco ha un cuore profondamente missionario e una preoccupazione speciale per coloro che soffrono”. Lo afferma, in un colloquio con l’Agenzia Fides, Padre Tadeusz J. Nowak, OMI, Segretario generale della Pontificia Opera della Propagazione della Fede . “Le Pontificie Opere Missionarie – prosegue - furono istituite per promuovere e sostenere la missione della Chiesa attraverso la preghiera, l'animazione e il sacrificio. Va ricordato che le POM costituiscono una rete mondiale di preghiera e carità al servizio del Santo Padre nella sua sollecitudine per gli sforzi missionari della Chiesa e per le Giovani Chiese nelle terre di missione. Pertanto, una crisi di emergenza che colpisce la Chiesa nelle terre di missione è sempre una preoccupazione per le Pontificie Opere Missionarie”.

In che modo questo Fondo può essere utile alle specifiche esigenze seguite dalla POPF?

“La Pontificia Opera Missionaria per la Propagazione della Fede assiste la Chiesa nelle terre di missione con progetti mirati all'evangelizzazione diretta, alla celebrazione dei sacramenti, alla catechesi, ecc. Ecco perché è stato istituito il Fondo di emergenza specifico per garantire le strutture ecclesiastiche e gli sforzi missionari minacciati dalla pandemia. Pertanto è destinato a garantire il sostegno alle strutture ecclesiastiche essenziali durante la crisi. Finora i Vescovi di molte diocesi hanno chiesto fondi per molte esigenze diverse, provocate dalla pandemia. Queste richieste includono: aiuti per il clero, i catechisti e altri operatori pastorali rimasti senza supporti anche per le necessità di base a causa della pandemia; fondi per assicurare la trasmissione della celebrazione della Messa a innumerevoli famiglie in quarantena attraverso diverse piattaforme mediatiche; altre iniziative che coinvolgono le strutture ecclesiastiche della Chiesa locale”.

Come sta andando, a suo parere, l'assistenza nei vari continenti ai progetti già avviati con quel Fondo?

“Finora siamo stati in grado di rispondere positivamente a tutte le richieste che abbiamo ricevuto. Inoltre devo esprimere la mia grande gioia e gratitudine ai molti Direttori nazionali delle POM che hanno lavorato con zelo per incoraggiare le persone di buona volontà, nei rispettivi paesi, a pregare per tutte le persone colpite dalla pandemia e a donare le loro offerte al Fondo di emergenza

Specialmente in questo tempo "particolare" si rafforza quindi il rapporto fra carità ed evangelizzazione…

“Il cuore del Vangelo è l'amore. Gesù ci insegna che il più grande comandamento è amare Dio con tutto il cuore, la mente e l'anima, e amare il prossimo come se stessi. Il 25° capitolo del Vangelo di Matteo ci dice che Gesù si identifica personalmente con i poveri. Pertanto l'annuncio del Vangelo deve sempre essere accompagnato da opere di misericordia per essere autentico. In questo momento speciale di crisi mondiale, quindi, il legame tra evangelizzazione e carità è fondamentale. Fortunatamente, il carisma centrale delle POM è la preghiera e la carità al servizio della missione della Chiesa. Questa è l'eredità che la nostra amata fondatrice, Pauline Marie Jaricot, ha lasciato alla Chiesa. Siamo felicissimi che il giorno della sua beatificazione sia ormai all'orizzonte”.

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ASIA/TURCHIA - “Io amo la Turchia”. Dieci anni fa l’omicidio del Vescovo Luigi Padovese, “uomo di comunione”

Fides IT - www.fides.org - Gio, 04/06/2020 - 12:13
Roma – “Anche di Luigi Padovese, come di San Giovanni XXIII, si può dire che amava la Turchia e amava i turchi”. Lo ha sottolineato fra Luca Bianchi ofmCap, Preside dell’Istituto francescano di Spiritualità della Pontificia Università Antonianum, ricordando il vescovo cappuccino, Vicario Apostolico dell’Anatolia, ucciso a Iskenderun dal suo autista il 3 giugno 2010. Fra Bianchi, oggi alla guida dell’Istituto presieduto per ben 17 anni dallo stesso Padovese, ha tratteggiato anche con la sua testimonianza personale la figura del vescovo suo confratello, intervenendo alla commemorazione organizzata on line dall’Istituto Tevere nel decimo anniversario della sua morte violenta. Luigi Padovese – ha raccontato fra Luca Bianchi, - aveva un amore particolare per la Turchia, iniziato molto prima della sua ordinazione episcopale, a partire dalla sua passione per le testimonianze apostoliche e per i Padri della Chiesa. “Lui - ha rimarcato fra Bianchi – definiva la Turchia come la ‘Terra Santa della Chiesa’. Come la Palestina è la Terra Santa di Gesù, così per lui c’è stata una ‘Terra Santa’ della prima diffusione del cristianesimo. Basti ricordare che Antiochia di Siria, attualmente in territorio turco, è il primo luogo dove quelli che seguivano Gesù vennero chiamati cristiani”.
La passione e i legami di Padovese con la Turchia – ha rimarcato fra Bianchi nella sua testimonianza – attingevano ai suoi studi patristici. Era stato lui il principale artefice degli apprezzati “Simposi” organizzati a Efeso San Giovanni, e di quelli su San Paolo ospitati a Tarso, Antiochia e Iskenderun. Incontri di alto livello , a cui partecipavano esegeti, teologi e studiosi conosciuti in tutto il mondo, e che hanno rappresentato per molti anni un momento importante anche per le comunità cristiane locali. La sua nomina a Vicario dell’Anatolia – ha ricordato il Preside dell’Istituto di Spiritualità francescana - aveva fatto maturare in Padovese anche l’idea di iniziare dei “Simposi di Anatolia”, il primo dei quali si sarebbe dovuto svolgere nel giugno 2010, cioè poche settimane dopo la sua uccisione. Sarebbe stata l’occasione per confermare e arricchire il suo amore per i Padri della Chiesa vissuti nell’attuale Turchia, che gli erano cari, a partire dai Padri Cappadoci e da Giovanni Crisostomo, dal quale – ha ricordato il professor Bianchi – Padovese aveva tratto anche il suo motto episcopale “in Caritate Veritas” .
Sollecitato dalle domande di Cenap Aydin, Direttore dell’Istituto Tevere, il professor Bianchi ha anche delineato i tratti spirituali “francescani” di Padovese: “Si può dire” ha ricordato Bianchi “che era un uomo del dialogo a tanti livelli, capace ad di intrattenere relazioni di amicizia con tutti i professori, anche musulmani o non credenti, che partecipavano ai simposi. Il primo dialogo era proprio quello a livello umano, di ricerca della verità come cammino comune. Poi, Padovese è stato anche un uomo del dialogo ecumenico: era aperto al cammino ecumenico comune con altre confessioni cristiane, fu tra i promotori dei simposi di studiosi cattolici e ortodossi organizzati con la Facoltà teologica ortodossa di Salonicco, e era anche amico personale del Patriarca ecumenico Bartolomeo I, che dopo la sua morte ebbe per lui parole molto belle. Lo interessava anche il dialogo interreligioso, e strinse rapporti di amicizia con tanti esponenti musulmani, come ad esempio con il professor Kenan Gürsoy, che è stato anche Ambasciatore di Turchia presso la Santa Sede. Ma la parola che a suo riguardo mi piacerebbe usare di più è la parola ‘comunione’, che è qualcosa di più del dialogo. Il dialogo è la possibilità di mettersi in relazione, la comunione è la possibilità di volersi bene all’interno di una relazione iniziata dal dialogo. Non solo conoscersi e stimarsi, ma anche volersi bene. E Luigi Padovese, di certo, è stato un uomo di comunione”.
Nato nel 1947 a Milano da una famiglia originaria del Veneto, Luigi Padovese era entrato nell’Ordine dei Frati Minori cappuccini all’età di 18 anni. Ordinato sacerdote nel 1973, dopo aver conseguito il il Dottorato presso la Pontificia Università Gregoriana, dal 1982 era divenuto docente di Patristica e di storia della spiritualità presso l’allora Pontificio Ateneo Antonianum. Nel 1987 era divenuto preside dell’Istituto francescano di spiritualità, istituzione che aveva diretto e “plasmato” per 17 anni. Nel 2004 era stato eletto Vicario apostolico dell’Anatolia. Il 3 giugno 2010 fu ucciso a coltellate dal suo autista, il 26enne turco Murat Altun. La cerimonia funebre, presieduta dal cardinale Dionigi Tettamanzi, si svolse il 14 giugno 2010 nel Duomo di Milano.
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AFRICA/COSTA D’AVORIO - Nasce il movimento "Maschere bianche" per sostenere Vescovi emeriti, sacerdoti in pensione, pastori e imam anziani, in tempo di pandemia

Fides IT - www.fides.org - Gio, 04/06/2020 - 11:04

Abidjan – “i vecchi sacerdoti che hanno molto hanno dato, i Vescovi emeriti che hanno fatto molto, non dobbiamo né possiamo abbandonarli”, ha affermato p. Eric Norbert Abekan, parroco della parrocchia della Sacra Famiglia della Riviera ad Abidjan, nello spiegare la nascita del movimento "Maschere bianche".
Il movimento si adopera per offrire sostengo alle persone vulnerabili e in particolare, a Vescovi emeriti, sacerdoti in pensione, pastori e imam, oltre che anziani, vedove e orfani che vivono in gravi situazioni di precarietà, aggravate dal blocco sociale ed economico imposto per fermare la pandemia da COVID-19.
“Concretamente, il movimento offre donazioni di cibo e di generi di prima necessità non alimentari a queste persone” dice il sacerdote
Secondo p. Abekan, le "Maschere bianche" non saranno un’iniziativa estemporanea, ma continuerà nel tempo un po'come i Ristoranti del cuore in Francia, un'associazione senza scopo di lucro, che offre aiuti concreti ai più poveri da diversi anni, ed è ormai diventata una tradizione. Quello che vogliamo fare con le persone che ci stanno aiutando con le Maschere Bianche è far sì che i gesti di generosità fatti durante la crisi per il COVID-19, continuino sostanzialmente per tutta la vita. "
Il movimento delle “Maschere Bianche”, lanciato ufficialmente il 30 maggio presso la parrocchia della Sacra Famiglia della Riviera, potrebbe in seguito essere istituzionalizzato, dandogli valore legale.

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AFRICA - Covid-19, appello dei Vescovi africani: “Le grandi società che sfruttano le risorse africane ci aiutino in questo momento tragico”

Fides IT - www.fides.org - Gio, 04/06/2020 - 10:31

Roma – “La pandemia da COVID-19 sta avendo effetti devastanti con conseguenze tragiche per le popolazioni più povere” affermano i Vescovi africani in una dichiarazione del SECAM pervenuta all’Agenzia Fides. Nel documento si sottolinea che “la recessione è evidente a causa della chiusura delle attività, soprattutto nei settori chiave della produzione, nel settore turistico, nel trasporto aereo e nell'industria alberghiera”. I Vescovi temono “un'esplosione sociale in molti Paesi, e in particolare in Africa, già gravato dal debito e dove la disoccupazione continua a peggiorare, il che aumenta ulteriormente l'impoverimento delle popolazioni”.
Il SECAM chiede alle grandi imprese multinazionali presenti in Africa di fare la loro parte per aiutare i Paesi del continente in questo momento drammatico. “L'Africa è un importante fornitore di materie prime per i Paesi industrializzati. Pertanto, facciamo appello alle grandi società che sfruttano queste risorse per dare un contributo rilevante ai Paesi africani per consentire loro di fornire servizi sociali di base come ospedali, scuole, alloggi adeguati e convenienti” recita la dichiarazione.
I Vescovi africani chiedono inoltre che “nella corsa contro il tempo nei Paesi sviluppati per trovare un rimedio efficace per COVID-19, la comunità imprenditoriale e le aziende farmaceutiche non sfruttino la situazione per trarre profitto ma partecipino agli sforzi per fornire assistenza persone vulnerabili”.
Il SECAM domanda all’Unione Africana di trasformare la crisi sanitaria causata dal COVID-19 in un’occasione per imprimere una svolta alla sanità nel continente, “trovando insieme mezzi e modi per sradicare malattie come la malaria e la tubercolosi, che continuano ad affliggere gli africani”. “Chiediamo all'Unione Africana – scrivono i Vescovi- di sensibilizzare i Paesi membri per contribuire alla creazione di un fondo di solidarietà, da utilizzare per migliorare la salute delle popolazioni”.
Il SECAM invita inoltre “i leader africani a garantire che le poche risorse da utilizzare per aiutare coloro che hanno davvero bisogno di aiuto, specialmente i più poveri tra i poveri, non finiscano nelle tasche di politici corrotti e dei loro accoliti”.
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