ASIA/INDONESIA - Nomina del Vescovo di Ruteng

Fides IT - www.fides.org - 6 ore 12 min fa
Città del Vaticano – Il Santo Padre Francesco ha nominato Vescovo della diocesi di Ruteng , il rev.do Siprianus Hormat, del clero di Ruteng, finora Segretario Esecutivo della Conferenza Episcopale.
Il rev.do Siprianus Hormat è nato il 16 luglio 1965 a Cibal, nella Diocesi di Ruteng. È entrato nel Seminario Minore diocesano Pius XII di Kisol, proseguendo poi gli studi filosofici e teologici nello Studentato Filosofico-Teologico di Ledalero, risiedendo nel Seminario Maggiore Interdiocesano St. Petrus in Ritapiret. È stato ordinato sacerdote l’8 ottobre 1995, per la Diocesi di Ruteng.
Dopo l’ordinazione sacerdotale ha ricoperto i seguenti ministeri: Vicario parrocchiale della Parrocchia di San Vitale in Cewonikit e Direttore della Commissione diocesana di Pastorale giovanile ; Formatore nel Seminario Maggiore di Ritapiret ; Assistente nella Parrocchia di San Pasquale a Jakarta, frequentando al medesimo tempo corsi di lingua inglese ; Studi di Licenza in Teologia Morale presso l’Alphonsianum e Corso per Formatori presso la Pontificia Università Gregoriana ; Formatore e docente nel Seminario Maggiore di Ritapiret; docente presso l’Istituto diocesano pastorale di Ruteng ; Segretario della Commissione episcopale per i Seminari e dell’Associazione Biblica indonesiana in Jakarta ; Presidente dell’Associazione Sacerdotale Nazionale ; dal 2016, Segretario Esecutivo della Conferenza Episcopale .
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AFRICA/COSTA D’AVORIO - Si apre oggi il Seminario sullo sviluppo integrale con la partecipazione della Santa Sede

Fides IT - www.fides.org - 6 ore 57 min fa


Abidjan - “Sviluppo umano integrale, strada per la pace, strada per la pace”. È il tema del seminario che si apre oggi, 13 novembre, e che si conclude il 15 novembre, organizzato ad Abidjan dall'ambasciata della Costa d'Avorio presso la Santa Sede, in collaborazione con il Vaticano, completamento degli instancabili sforzi di pace intrapresi dalle autorità ivoriane, dai partner esterni e dalle organizzazioni civili e religiose nel Paese.
Un’iniziativa importante soprattutto alla vigilia delle elezioni presidenziali e politiche del 2020, che attrarranno l’attenzione dell'intera popolazione. Gli organizzatori intendono, attraverso il seminario, evidenziare lo sviluppo umano integrale come "l'obiettivo finale, per restituire all'uomo la sua dignità e libertà”.
È in questa stessa prospettiva che il Capo dello Stato ivoriano, Alassane Ouattara, rivolgendosi ai suoi concittadini il 31 dicembre 2018, ha annunciato l'istituzione di un "programma sociale del governo" con l'obiettivo di rafforzare l'azione sociale per fornire sostegno statale alla popolazione, in particolare ai più vulnerabili.
Esiste quindi una convergenza di opinioni delle più alte autorità ivoriane e vaticane nel dare all'Uomo, un posto centrale nei sistemi di sviluppo, attraverso modelli praticabili di integrazione sociale per un società più stabile e pacificata, più umanizzata e unita.
Il seminario, lo Stato ivoriano, la costituisce quindi un’opportunità per i partecipanti di confrontare le esperienze e le riflessioni reciproche, nella diversità dei settori di attività e di ricerca, intorno agli attuali problemi di sviluppo e solidarietà, stabilendo un dialogo fruttuoso.
Mons. Bruno-Marie Duffé, Segretario del Dicastero vaticano per il Servizio dello Sviluppo umano integrale, terrà la relazione principale sul tema "L'importanza e le sfide dello sviluppo umano integrale, per il futuro della pace" Il seminario si chiuderà con una Messa per la pace in Costa d'Avorio, venerdì 15 novembre, in occasione della 23a giornata nazionale per la pace nel Paese.
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ASIA/PALESTINA - Betlemme, aumentano i pellegrini. Prolungato l’orario di apertura della Natività

Fides IT - www.fides.org - 7 ore 6 min fa
Betlemme – Continua a aumentare l’afflusso di pellegrini e turisti a Betlemme, la città palestinese dove è nato Gesù, e anche per questo il Comitato presidenziale superiore per le questioni riguardanti le Chiese in Palestina ha annunciato lunedì 11 novembre di aver disposto un prolungamento dell’orario di apertura della Basilica della Natività, concordandolo con le tre realtà ecclesiali che condividono la gestione di quel Santuario. In vista dell’avvento e dellecelebrazioni natalizie, la Basilica della Natività si potrà visitare dalle 5 del mattino alle 8 di sera, in preparazione all’Avvento e al Natale. Ramzy Khoury, Presidente del Comitato, ha confermato sul sito web di quell’organismo che la scelta di allungare i tempi di apertura della Basilica è direttamente connessa all’aumento consistente del numero di pellegrini e turisti sia locali che provenienti da ogni parte del mondo. Un fenomeno – riferisce il sito web del Patriarcato latino di Gerusalemme – che viene attestato anche dalle lunghe code di persone che devono aspettare fino a 2 ore per entrare nella grotta,il luogo dove secondo la tradizione è nato Gesù Bambino.
La Basilica è ancora oggetto di importanti oere di restauro, che dovrebbero continuare fino al prossimo anno.
Betlemme e Gerusalemme Est – si legge in un comunicato stampa dell’Ufficio centrale palestinese di Statistica e del Ministero del Turismo e delle Antichità, pubblicato lo scorso settembre - “sono le principali mete sante per i turisti che vengono in Palestina”. Nella prima metà del 2019, i siti turistici e sacri in Cisgiordania hanno registrato l’afflusso di 1.726.560 visitatori, con un aumento del 17% rispetto allo stesso periodo del 2018. I dati statistici confermano Betlemme come meta prediletta dei pellegrini, soprattutto durante l’Avvento e il tempo del Natale.
Il costante aumento dell’afflusso di pellegrini e turisti in Terra Santa, registrato negli ultimi anni, rappresenta un dato oggettivo di grande rilievo, soprattutto se si tiene conto dei conflitti e delle convulsioni sociali, settarie e geopolitiche che continuano a tormentare l’area mediorientale.

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ASIA/INDONESIA - I Vescovi: "La Chiesa in Indonesia, motore dell'unità e della fratellanza interreligiosa"

Fides IT - www.fides.org - 7 ore 25 min fa
Bandung - "La Chiesa deve aprirsi, uscire dalla zona di comfort ed essere presente in mezzo alla società per rafforzare la fratellanza interreligiosa. La Chiesa deve diffondere pace e benevolenza, rispettare i diritti umani, coltivare il dialogo, promuovere uguaglianza e giustizia, migliorare la salute pubblica, sensibilizzare sugli sviluppi scientifici e mantenere una convivenza armoniosa nella diversità": lo affermano i Vescovi indonesiani nel messaggio diffuso al termine dell'incontro annuale della Conferenza episcopale indonesiana , tenutosi a Bandung, capitale di iava occidentale, che si conclude domani, 14 novembre 2019. Il messaggio, firmato dal Presidente e dal Segretario generale della Conferenza episcopale, rispettivamente il Cardinale Ignatius Suharyo di Jakarta e il Vescovo Antonius Subianto Bunjamin OSC di Bandung, è il risultato delle intense giornate di studio vissute dai Vescovi indonesiani che si sono confrontati sul tema "La fraternità umana per un'Indonesia pacifica".
I Vescovi hanno avuto modo di studiare e approfondire il documento di Abu Dhabi intitolato "Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune", firmato congiuntamente da Papa Francesco e dal Grande Imam Ahmed el-Tayeb di Al-Azhar, ad Abu Dhabi lo scorso febbraio. Hanno contribuito all'analisi alcuni studiosi musulmani e cattolici, che i Vescovi hanno ascoltato con interesse.
Nel Messaggio diffuso, pervenuto all'Agenzia Fides, si afferma che "le giornate di studio hanno aiutato i Vescovi a comprendere sempre meglio i contenuti del Documento di Abu Dhabi", "nella consapevolezza dell'esistenza di movimenti estremisti in Indonesia", al fine di "trovare le opportunità per rafforzare la fratellanza tra gli esseri umani".
L'Episcopato indonesiano "ringrazia Dio per la nazione indonesiana basata sulla Pancasila e sulla Costituzione del 1945 intrisa dello spirito di 'Bhinneka Tungus Ika' , nel quadro dello Stato unitario della Repubblica di Indonesia, che sono tutti i pilastri principali per costruire un ordine di vita comune armonioso in mezzo alla diversità di religioni, tribù e gruppi". In tale cornice i Vescovi affermano che "la Chiesa cattolica indonesiana è chiamata a partecipare alla promozione, alla lotta e alla realizzazione della fraternità come prosperità condivisa". "La diversità è una necessità e un dono divino che va coltivato e sviluppato con atteggiamento di reciproca accettazione, rispetto e cooperazione reciproca", proseguono.
Il testo inviato a Fides afferma che "la fraternità umana deve portare bontà nella vita umana nelle sue dimensioni ed essere testimonianza e grandezza della fede in Dio che unisce i cuori divisi e diventa un segno di vicinanza tra quanti credono che Dio ha creato gli esseri umani per comprendersi, lavorare insieme e vivere come fratelli".
"La coesistenza come base per realizzare la fraternità umana non significa solo trovare i punti in comune ma è la volontà di accettare e apprezzare le differenze nelle credenze e negli insegnamenti religiosi", rileva il testo, affermando che l'attuale sfida della nazione indonesiana è "contenere l' estremismo che spesso genera atti di terrorismo".
I Vescovi considerano il Documento di Abu Dhabi “molto importante da diffondere tra i cattolici e nella società, specialmente tra le giovani generazioni in vari modi, anche utilizzando i social media". Così, auspicano i Pastori, "nuovi spazi di incontro nasceranno nella comunità per ripensare, riprogettare, costruire nuove speranze e infine agire con novità nella vita religiosa ". E' importante "vivere una vita religiosa inclusiva senza perdere la propria identità", sottolineano, in modo che "gli uomini si prendano cura gli uni degli altri e si appassionino alla costruzione della fraternità umana basata sul rispetto della dignità umana".
Il messaggio, poi, raccomanda al governo di "adottare politiche sagge e basate solo sui valori della Pancasila, come umanità, unità, sapienza e giustizia per ridurre le disuguaglianze sociali, prevenire i conflitti tra i figli della nazione, porre fine a forme di violenza prolungata, bloccare il tasso di danno ambientale, dare pari opportunità per l'accesso alle risorse e creare un sistema più dignitoso di convivenza".
Infine si chiede a leader religiosi, intellettuali, artisti, esperti dei media, economisti e tutte le persone nei rispettivi settori di vita "di trovare vie per ravvivare i valori umani per la realizzazione del benessere pubblico, attraverso la fraternità umana". "Potremo vivere pacificamente in questo paese solo se tutte le parti, senza eccezione alcuna, si impegneranno a unire sempre le mani e lavorare insieme per il bene comune", scrivono i Vescovi in conclusione,
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AMERICA/CILE - Dialogo nazionale e fine delle violenze, perché “il Cile non può aspettare!”

Fides IT - www.fides.org - 7 ore 30 min fa
Santiago – La Conferenza Episcopale del Cile chiede un dialogo nazionale senza esclusioni, ampio, partecipativo e diversificato, e di mettere fine alla violenza di ogni tipo. In un messaggio pubblicato il 12 novembre, come conclusione della 119a Assemblea plenaria della Conferenza Episcopale svoltasi in questi giorni a Cañas, i Vescovi hanno pubblicato il messaggio con il titolo significativo: “Il Cile non può aspettare!”.
“Per amore del nostro paese, mettiamo fine alla violenza! Di fronte alle denunce di violazioni dei diritti umani, di morti, feriti, atti vandalici, saccheggi, distruzione di infrastrutture pubbliche e private, insistiamo fermamente e con forza affinché tutti i tipi di violenza cessino” chiedono i Pastori, ricordando: “la nostra storia ci insegna il grave danno che la rottura dell'istituzionalità e la sistematica trasgressione della dignità delle persone hanno lasciato in molti concittadini e nell'anima del Cile".
Nella presentazione video del messaggio, inviata a Fides, si afferma: "Il rispetto e il dialogo sono un'urgenza oggi! Nell'attuale scenario, in cui la nazione è stata invitata ad un'ampia riflessione su una nuova Costituzione, è essenziale un dialogo nazionale senza esclusioni, ampio, partecipativo e diversificato, che comprenda non solo i protagonisti politici, ma anche tutti gli uomini e le donne di buona volontà; deve coinvolgere movimenti e organizzazioni sociali e del lavoro, seguendo il legittimo canale istituzionale. L'amicizia civica, la giustizia e il rispetto per l'istituzionalità sono la condizione essenziale della convivenza e della ricostruzione del tessuto sociale" sottolinea il documento.
"Il Cile non può aspettare! Dobbiamo tutti fare del nostro meglio per abbattere i muri che ci separano e costruire i ponti che ci consentano di incontrarci e costruire un patto sociale che ci condurrà a un futuro con più giustizia, con pace e dignità" conclude il documento, che implora la benedizione della Madonna del Carmine, patrona del Cile.
La situazione in Cile sta degenerando in una violenza incontrollata in alcune città: ieri a Talca è stata data alle fiamme una sede governativa e la chiesa di Maria Ausiliatrice, dove hanno incendiato immagini sacre, strumenti musicali e i banchi della chiesa. Lo scorso fine settimana era stata saccheggiata la chiesa de La Asuncion a Santiago.
Sebbene il presidente Piñera abbia proposto tre accordi per risolvere al più presto la crisi le piazze non sembrano calmarsi. Ieri uno sciopero generale e alcune manifestazioni sono finite con atti di violenza gratuita contro le sedi governative e le proprietà private in diverse città cilene.
La Chiesa cattolica sta lavorando da tempo a diversi livelli per affrontare questa crisi, suggerendo una via cristiana di soluzione , ma purtroppo in questo momento non c’è disponibilità ad un atteggiamento di ascolto.

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AFRICA - La pace in Africa è soprattutto una sfida politica

Fides IT - www.fides.org - 7 ore 49 min fa
Kara – “Il Forum della Pace, alla presenza dei Capi di Stato africani, in corso a Parigi, è una grande opportunità per il nostro continente dove ribellione e terrorismo si mescolano continuamente, facendo precipitare la popolazione nello scompiglio e talvolta nella povertà estrema”, rileva all’Agenzia Fides il teologo ivoriano della Società per le Missioni Africane p. Donald Zagore.
“Il Forum ci porta a riflettere sulla necessità di una strategia fondamentale per affrontare la sfida della pace al fine di raggiungere uno sviluppo sostenibile. In Africa le guerre sono quasi sempre di natura politica ed economica. I politici, a livello nazionale e internazionale, agiscono prevalentemente per i loro interessi e per rimanere al potere a lungo. Di conseguenza, questa iniziativa non può essere fruttuosa, se i leader politici africani ed europei non metteranno al centro il bene dei popoli dell’Africa”.
“Le guerre in Africa non sono scatenate dal popolo quanto piuttosto dai politici assetati di potere e denaro”, spiega p. Zagore. “Non ci si può presentare agli occhi del mondo come apostoli della pace, preoccupati per il benessere delle popolazioni africane e allo stesso tempo finanziare rivolte, sostenere il terrorismo per destabilizzare i paesi al fine di saccheggiare continuamente risorse”, denuncia.
“La pace in Africa – nota il teologo - è soprattutto una sfida politica. I nostri politici devono prima di tutto desiderare la pace dal profondo del loro cuore. Fino a quando, agli occhi del popolo africano, le azioni dei nostri politici non rifletteranno i loro discorsi sulla pace, questa rimarrà solo una parola vana, perché per il momento, come si legge nell’Antico Testamento al Salmo 61: con la bocca benedicono, e maledicono nel loro cuore”.
L’appuntamento del Forum della pace è stato istituito l'anno scorso dalla Francia in occasione del Centenario della fine della Grande Guerra. Giunto alla seconda edizione, nel 2019 ha come tema centrale la difesa del multilateralismo di fronte alla crescita degli "egoismi nazionali".
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AMERICA/BOLIVIA - I Vescovi: “Guardiamo al futuro con speranza e, mediante la pace, continuiamo a costruire la Bolivia”

Fides IT - www.fides.org - 8 ore 46 min fa
La Paz – “Costruiamo una Bolivia con rispetto, tolleranza, libertà, giustizia e autentico progresso per tutti” è l’appello lanciato dai Vescovi della Bolivia, attraverso un comunicato della Segreteria generale della Conferenza episcopale boliviana, intitolato “Chiamiamo alla comprensione e alla pace tra tutti i boliviani” pubblicato il 12 novembre 2019.
“Il futuro della Bolivia si costruisce nel rispetto delle norme costituzionali e assicurando garanzie ai rappresentanti del popolo in carica perchè agiscano in coscienza e cercando il bene comune” afferma il testo, pervenuto all’Agenzia Fides, che chiama tutti “a costruire una Bolivia in pace, adempiendo la responsabilità storica che abbiamo”. Ai responsabili politici viene chiesto di “favorire un’uscita costituzionale alla situazione creata”, mentre i leader civili e i movimenti sociali sono chiamati a mantenere la pace e a deporre ogni tipo di violenza.
“La Segreteria generale della Conferenza episcopale boliviana lancia un pressante appello, ancora una volta, alla concordia e alla pace tra tutti i fratelli boliviani” e ricorda che “Gesù Cristo ci invita a cercare la pace con tutti”. Quindi “regni la pace nel paese, non ci siano più aggressioni degli uni contro gli altri, le idee non siano causa di scontri violenti”, e soprattutto “le posizioni politiche devono servire a costruire un paese nel progresso e nella libertà, non per scontri tra fratelli”.
Il comunicato si conclude con un invito: “Guardiamo al futuro con speranza e, mediante la pace, continuiamo a costruire la Bolivia”.
Il 10 novembre la Conferenza episcopale boliviana, la Comunità dei cittadini, i Comitati Civici e il CONADE , avevano diffuso un documento di analisi della situazione in cui affermavano che "quanto accade in Bolivia non è un colpo di stato”, invitando tutti i boliviani alla pace, a non commettere atti di vandalismo o vendetta, e sollecitando le autorità ad una soluzione costituzionale e pacifica, che porti in breve tempo a nuove elezioni .
Secondo le ultime notizie, la senatrice dell'opposizione Jeanine Anez ha assunto la presidenza ad interim della Bolivia dopo le dimissioni di Evo Morales e la rinuncia a sostituirlo del suo vice e dei presidenti di Senato e Camera. L'esponente del partito Unidad democratica ha detto di volersi 'impegnare immediatamente per la pacificazione del paese e per indire nuove elezioni.

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ASIA/AFGHANISTAN - La società civile: qual è il prezzo della pace?

Fides IT - www.fides.org - 8 ore 47 min fa
Kabul - Uno scambio di prigionieri riavvia il processo di pace in Afghanistan, mentre i risultati elettorali delle presidenziali del 28 settembre restano incerti. Ieri, 12 novembre, il presidente Ashraf Ghani ha annunciato in diretta televisiva la liberazione di tre autorevoli esponenti dei Talebani, Haji Mali Khan, Hafiz Rashid e Anas Haqqani, fratello di Sirajuddin Haqqani, il leader dell’omonima rete jihadista e numero due del movimento talebano. Un rilascio è “condizionato” alla liberazione di due docenti dell’American University of Afghanistan, sequestrati a Kabul nel 2016: lo statunitense Kevin King, 63 anni, e l’australiano Timothy Weeks, 50.
Lo scambio di prigionieri serve a far ripartire il processo negoziale con i Talebani, interrotto il 7 settembre scorso quando il Presidente USA Donald Trump aveva annunciato lo stop ai negoziati, proprio mentre sembrava imminente la firma di un accordo. Ghani chiede che i Talebani negozino direttamente anche con il governo di Kabul e che accettino un cessate il fuoco di almeno un mese.
L’imminente rilascio di Anas Haqqani, membro dell’ala stragista e oltranzista dei Talebani, ha acceso un dibattito nella società civile: qual è il prezzo della pace? Sui social media le reazioni sono contrapposte: alcuni plaudono al coraggio del presidente Ghani – che nelle elezioni del 28 settembre si è candidato per un secondo mandato – mentre altri denunciano il compromesso con terroristi sanguinari, responsabili della morte di migliaia di persone.
“Il dialogo è doloroso, ma necessario”, dichiara all'Agenzia Fides Negina Yari, esponente della “Afghanistan “Peace House”, un’organizzazione che, riferisce la leader “ raccoglie più di 1.000 aderenti, attivi nelle 34 province afghane”. Tra di loro ci sono i messaggeri di pace: “Sono studenti universitari, ma non solo, che diffondono un messaggio di pace e di riconciliazione sociale. Lo fanno nelle città principali, ma soprattutto nelle aree rurali, dove in genere c’è meno attivismo”. Tra i temi sollevati negli incontri, vi è “l’inclusione della società civile e delle donne nel processo di pace: senza di loro non ci saranno stabilità né riconciliazione”. E’ un un processo lungo, che va affrontato: “Sono disposta a sedermi al tavolo con i Talebani, anche se un mese fa hanno ucciso mio cugino, lungo la strada tra Ghazni e Kabul. Voglio chiedere loro: perché lo avete fatto? E poi, come costruire un Afghanistan unito?”. Ma sul fronte politico, non c’è unità: alcuni candidati alle presidenziali del 28 settembre, tra i quali il primo ministro Abdullah Abdullah, contestano a priori il riconteggio dei voti della Commissione elettorale, mentre si attende l’annuncio dei risultati preliminari.
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ASIA/SIRIA - Prete armeno e suo padre uccisi presso Deir ez Zor. L’Arcivescovo Marayati: “per noi sono martiri. E la guerra non è finita”

Fides IT - www.fides.org - Mar, 12/11/2019 - 12:41
Qamishli – Si sono svolti stamane a Qamishli i funerali del sacerdote armeno cattolico Hovsep Hanna Petoyan e di suo padre Hanna Petoyan, uccisi lunedì 11 novembre da due killer in moto mentre erano diretti in automobile verso la città di Deir ez Zor, nel nord–est della Siria. “Per noi sono martiri. E quello che è accaduto a loro è una conferma che la guerra qui non è finita, come invece avevamo sperato” dichiara all’Agenzia Fides Boutros Marayati, Arcivescovo armeno cattolico di Aleppo.
Le esequie del sacerdote e di suo padre sono state celebrate nella chiesa armeno cattolica di San Giuseppe, alla presenza di sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli di tutte le comunità cristiane presenti nell’area. A presiedere la liturgia funebre è stato padre Antranig Ayvazian, Vicario episcopale della comunità armena cattolica dell’Alta Mesopotamia e della Siria del nord.
Padre Hovsep, 46 anni, sposato e padre di tre figli, ordinato presbitero da 5 anni, era il sacerdote della comunità armena cattolica di Qamishli, nella provincia siriana nord orientale di Hassake. “Nella città di Qamishli” racconta all’Agenzia Fides l’Arcivescovo Marayati “ sono confluiti anche tanti profughi cristiani fuggiti da Deir ez-Zor, quando quella città era stata devastata dalla guerra. Lui svolgeva anche tra di loro la sua opera pastorale, e da tempo seguiva anche i progetti messi in atto anche con l’aiuto di gruppi internazionali per ricostruire la chiesa e le case dei cristiani a Deir ez Zor, distrutte dalla guerra. Per questo si recava ogni due settimane a Deir ez Zor, per verificare lo stato di avanzamento dei lavori. Finora aveva compiuto a questo scopo già sei viaggi in quella città così cara alla memoria degli armeni, dove c’è il santuario dei martiri del genocidio, anch’esso devastato durante il conflitto. Lungo il tragitto, le altre volte, non c’erano stati problemi e tutto era andato liscio”.
Al momento dell’agguato, il sacerdote e suo padre viaggiavano insieme a un diacono armeno – rimasto ferito durante l’assalto – e a un altro accompagnatore. I due attentatori, in moto, avevano il volto coperto e sono fuggiti dopo l’agguato. Il padre del sacerdote è morto sul colpo. Padre Hovsep, ferito al petto, è stato portato dai soccorritori in un ambulatorio di Deir ez Zor e poi trasferito in ambulanza a un ospedale di Hassakè, dove è giunto già privo di vita.
La città di Deir ez Zor è controllata dall’esercito siriano, ma nell’area ci sono anche forze curde e operano ancora militari USA. Nel sotto-distretto di al-Busayrah, area dove è avvenuto l’agguato, sono concentrati anche gruppi armati affiliati al sedicente Stato Islamico , che nella giornata di ieri ha anche diffuso sui siti jihadisti la rivendicazione del duplice omicidio . “Si tratta di gruppi che agiscono come lupi solitari, non c’è più il Daesh con i blindati e l’artiglieria. Ma è evidente che questa volta non hanno colpito a caso. Sull’automobile con cui viaggiavano il sacerdote e i suoi accompagnatori c’era la scritta della Chiesa armena”.
La TV di stato siriana SANA ha definito "martirio" l’uccisione del sacerdote armeno cattolico e di suo padre, mentre i media curdi hanno presentato la recrudescenza di attacchi sanguinosi attribuibili a Daesh come una conseguenza indiretta dell’intervento militare turco in Siria, che avrebbe costretto le milizie curde operanti nell’area a rivedere le proprie strategie e a sospendere le operazioni militari rivolte contro le cellule jihadiste ancora presenti nel nord-est della Siria.
Secondo i curdi del Centro d’informazione Rojava, i jihadisti di Daesh avrebbero realizzato 30 attacchi nei primi dieci giorni di novembre, con un aumento del 300 per cento dai suoi livelli di attività rispetto al periodo precedente all’iniziativa militare turca in territorio siriano. .
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ASIA/INDIA - Violenze in crescita: i cristiani indiani reclamano i loro diritti costituzionali

Fides IT - www.fides.org - Mar, 12/11/2019 - 12:16
New Delhi – “Le atrocità contro i cristiani sono in aumento. Nel 2014 sono stati segnalati circa 150 episodi di violenza contro la comunità. Nel 2016, il conteggio è salito a 200 e nel 2017 è andato ulteriormente verso a salire fino a 270 incidenti. Nel 2018, ci sono stati 292 episodi di violenza contro i cristiani. E nel 2019 sono stati segnalati 247 casi, 60 dei quali nello stato dell’Uttar Pradesh. Nell'anno scorso, 40 chiese sono state chiuse per le violenze subite. In Chhattisgarh, le comunità e altri gruppi cristiani affrontano persino il boicottaggio sociale. Chiediamo al governo di porre fine alle molestie dei pastori e alla violenza contro la comunità cristiana”. Lo afferma all’Agenzia Fides la leader cristiana Minakshi Singh, tra i responsabili cristiani che nei giorni scorsi hanno convocato una manifestazione pubblica a Delhi. Tra i punti sollevati dalla comunità cristiana, quello di porre fine agli attacchi e alle violenze su preti, religiosi, suore e laici, spesso ingiustamente accusati di “conversioni fraudolente”.
I cristiani indiani chiedono al governo federale di proteggere il benessere delle minoranze religiose, in particolare i cristiani, in tutti i settori della vita. Le comunità cristiane si rammaricano del fatto che il governo del Primo Ministro Narendra Modi non abbia dato rappresentanza alle minoranze religiose, non includendo alcun ministro cristiano nel governo. “Auspichiamo che Modi possa presto nominare un ministro cristiano nel suo gabinetto che abbia la fiducia della comunità e sia in grado di salvaguardare gli interessi e i diritti dei cristiani nei tempi a venire", afferma Minakshi Singh.
“Le minoranze religiose, come cristiani e musulmani, sono prese di mira da gruppi nazionalisti di stampo induista. Per questo urgono misure rigorose e urgenti contro i gruppi responsabili di tali violenze”, ha detto a Fides A. C.Michael, leader indiano della “Alleanza per la difesa della libertà , organizzazione globale che difende i diritti dei cristiani. Secondo Michel, che è anche coordinatore dello United Christian Forum, i leader cristiani hanno anche attirato l'attenzione del governo sulle Leggi chiamate “Freedom of Religion Act”, in vigore in sette stati indiani, abitualmente utilizzate in modo scorretto come pretesto per colpire la comunità cristiana. “Queste leggi dovrebbero essere immediatamente ritirate per garantire la totale libertà religiosa”, nota Michael, laico cattolico.
I leader cristiani hanno espresso preoccupazione per il rialzo dei casi di violenze sui fedeli, confermate dal National Crime Records Bureau . Il Vescovo protestante emerito Karam Masih di Delhi, ha dichiarato: “I nostri diritti dovrebbero essere protetti. Siamo persone amanti della pace. Il governo dovrebbe fare di tutto per mantenere la pace. Il governo dovrebbe sostenere i valori costituzionali”.
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AMERICA/MESSICO - Cinque temi all’esame dell’Assemblea plenaria dei Vescovi

Fides IT - www.fides.org - Mar, 12/11/2019 - 12:02
Ciudad de Mexico – Mons. Rogelio Cabrera López, Arcivescovo di Monterrey e Presidente della Conferenza Episcopale Messicana , all'inizio dellìAssemblea plenaria n.108, l'11 novembre, ha illustrato il programma dell'incontro: "Questa Assemblea - ha detto come premessa - è uno spazio privilegiato per ‘indicare priorità e linee pastorali di livello nazionale e incoraggiarne l'esecuzione’ come leggiamo nel nostro Statuto, che abbiamo incorporato nel nostro Progetto pastorale globale 2031 - 2033".
Mons. Cabrera ha poi presentato 5 punti di riflessione. Anzitutto vivere il ministero episcopale assumendo un atteggiamento critico, offrendo anche vie di soluzione alle difficoltà a livello economico, politico e sociale che vive il paese. Quindi svolgere una "Pastorale dell'intervento", che significa agire attraverso le nostre commissioni in tutte le dimensioni, con a fianco specialisti per illuminare la realtà del paese.
Secondo tema: avere occhi e cuore di Pastori, perché la pastorale ha sempre un doppio sguardo, vicino e lontano, locale e globale. Questa Assemblea proverà a rispondere a tre sfide: Kerigmatica-mistica: come va la nostra catechesi e l’evangelizzazione; Comunitaria-Sinodale: come va la comunione fra le parrocchie e i centri cristiani; Etico-Morale: come rispondiamo alla crisi antropologica attuale per la difesa della dignità umana e la ricostruzione del tessuto sociale.
Terzo argomento: vivere una sinodalità missionaria, sotto la guida del Pontefice, diventare Pastori missionari con l’odore delle pecore, con una vita austera e misericordiosa e ricordando le parole del Papa: "Mai un vescovo lontano dal Papa e dal popolo". Occorre seguire i consigli del CELAM come istituzione latinoamericana, perché conosce la nostra realtà e il nostro cammino di conversione.
Quarto tema: seguire un itinerario spirituale, con una formazione permanente e una forte spiritualità per realizzare il Progetto Globale di Pastorale .
Quinto argomento: concretizzare il tutto in una "Assemblea Nazionale della Chiesa in Messico", per incontrare tutti i membri, religiosi, seminaristi, laici, giovani, tutte le realtà sociali della nostra nazione. Saranno incontri a livello di provincia e diocesi.
Nella conclusione il Presidente della CEM ha ricordato che preparando la festa della Madonna di Guadalupe, “la Chiesa in Messico ha bisogno di vivere la speranza di essere un popolo unito, di ripristinare la responsabilità e annunciare la Redenzione”.

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OCEANIA/PAPUA NUOVA GUINEA - Dialogo ed evangelizzazione nella famiglia

Fides IT - www.fides.org - Mar, 12/11/2019 - 11:20

Port Moresby – “Un dialogo costante ed eloquente nelle famiglie è essenziale per costruire relazioni sane”. Come appreso dall’Agenzia Fides, questo è stato il messaggio principale trasmesso dal Vicario generale della diocesi di Goroka, p. Piotr Michalski, MSF, durante il seminario annuale dei coordinatori diocesani delle commissioni dedicate alla famiglia, in corso a Port Moresby.
“Quando preghiamo insieme con i bambini tendiamo a sentire la necessità di dare loro il buon esempio” ha detto p. Piotr sottolineando l’importanza di creare e mantenere e coltivare il dialogo nelle famiglie, come occasione per diffondere i semi del Vangelo.“Una famiglia che manca di uno stretto dialogo o comunicazione tra i suoi membri tende a isolarsi”, ha ricordato.
Suore, religiose, laici coordinatori diocesani delle realtà che si occupano della vita familiare provenienti da tutto il paese hanno preso parte al seminario che ha voluto riflettere sul ruolo che preti religiosi e laici posso svolgere nella vita delle famiglie cattoliche, accompagnandole nel percorso di crescita spirituale e nell’approfondimento della fede. I partecipanti hanno la possibilità di condividere le loro esperienze ed evidenziare le sfide affrontate come coniugi nelle famiglie.
“Una famiglia è il cuore della società e deve essere formata con valori cristiani per prosperare in felicità e unità”, ha detto suor Lucy D’Souza, MSI, Segretario nazionale della Commissione per la vita familiare.
Sr. Hendrina Sinipo SSpS, coordinatrice della commissione per vita familiare dell'Arcidiocesi di Mount Hagen, ha espresso la sua gratitudine per il seminario, affermando che è necessario fare di più nella sua diocesi, in particolare per affrontare la poligamia e i matrimoni minorili. “Sebbene vi sia la tendenza alla poligamia e ai matrimoni minorili, sono pronta a fare tutto il possibile per aiutare le famiglie, in particolare le coppie, per migliorare le loro relazioni e dimostrare l'importanza di Dio al loro interno”, ha detto.
Il seminario è in corso presso la Conferenza episcopale a Port Moresby e si concluderà il 15 novembre. Tra gli ospiti attesi anche l’arcivescovo di Madang, mons. Anthon Bal, e il Segretario Generale della Conferenza episcopale, P. Giorgio Licini PIME.

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AFRICA/KENYA - “Unitevi alla campagna contro la corruzione” chiedono i Vescovi

Fides IT - www.fides.org - Mar, 12/11/2019 - 11:10

Nairobi - “Uniamo le forze per combattere la corruzione nel Paese”. Così i Vescovi del Kenya chiedono a tutti i keniani di sostenere la campagna intitolata “Spezziamo le catene della corruzione” da loro lanciata il 5 ottobre .
“Ci impegniamo a sostenere questa campagna inizialmente per i prossimi sei mesi e poi di proseguirla” affermano i Vescovi in una dichiarazione pubblicata al termine della loro Assemblea Plenaria di novembre. “Continuiamo a contare sul vostro supporto perché il mostro della corruzione non può essere affrontato da soli. Dobbiamo unire le nostre forze nella lotta per eliminare questa piaga della nostra società. Rinnoviamo l’appello a tutte le Chiese, alle altre Fedi e alle persone di buona volontà di unirsi seriamente alla guerra contro la corruzione in modo da portare onestà e integrità nella nostra società”.
Nella dichiarazione si definisce una spettro molto ampio di corruzione che va oltre a quella praticata da politici e funzionari disonesti. “Tutto ciò che promuove la cultura della morte è la corruzione” affermano i Vescovi portando ad esempio: “La distruzione dell’ambiente è corruzione; uccidere i bambini non ancora nati, l'infedeltà nel matrimonio e la violenza domestica è corruzione della famiglia; vendere droga ai giovani, attirarli nella promiscuità e abusarne è la peggiore forma di corruzione; sollecitare favori e privilegi a svantaggio degli altri, corrompendo o usando la tribù, la religione, il clan, l'affiliazione politica, la carica pubblica o l'intimidazione è corruzione”.
Anche “il cercare di imbrogliare gli esami è una terribile forma di corruzione che distrugge la credibilità del Paese”.
Tra gli altri temi affrontati dalla Plenaria c’è la conferenza dell’ONU sulla popolazione che si tiene a Nairobi, dal titolo “Nairobi Summit on International Conference on Population and Development .
“Il summit, affermando di volere perseguire il progresso e dello sviluppo delle donne, sta promuovendo i cosiddetti “diritti alla salute sessuale e riproduttive" come mezzo per raggiungere lo sviluppo delle donne” ricordano i Vescovi che affermano di non credere “che questi siano i problemi che riguardano veramente lo sviluppo delle donne e dell'umanità in generale”. Occorre invece “migliorare le condizione di donne e bambini che vivono nella povertà estrema, attraverso strategie per lo sviluppo, l'alfabetizzazione e l'educazione, incoraggiando la cultura della pace, sostenendo la famiglia come unità di base della società, e ponendo fine alla violenza contro le donne”.
“Respingiamo l'introduzione di ideologie incentrate sul genere e su altre pratiche estranee, che vanno contro la nostra cultura africana e il nostro patrimonio religioso. Consideriamo questo programma come un tentativo di corrompere la nostra gioventù e di renderla schiava di ideologie straniere, ad esempio le unioni omosessuali”.
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OCEANIA/PAPUA NUOVA GUINEA - Un Vescovo australiano: “I rifugiati vivono in condizioni disumane”

Fides IT - www.fides.org - Mar, 12/11/2019 - 10:10
Port Moresby - “Avevo sentito parlare delle condizioni precarie dei rifugiati e richiedenti asilo in Papua Nuova Guinea. Tuttavia, dopo averne incontrati alcuni, ho capito che la situazione in cui vivono è disumana e disumanizzante: la loro storia di sofferenza mi ha toccato molto. Incontrare i richiedenti asilo mi ha dato anche l’occasione per esprimere la nostra solidarietà e trasmettere loro il sostegno, le preghiere e la buona volontà del popolo australiano, che vanta grande tradizione nella cura dei migranti e dei rifugiati. Sono grato per questo incontro, ma sono preoccupato per le loro condizioni”. E’ quanto racconta, in una nota inviata all’Agenzia Fides, Mons. Vincent Van Long, OFM, Vescovo della Diocesi di Paramatta, Australia, e responsabile della Commissione per migranti e rifugiati nella Conferenza episcopale australiana, dopo la visita compiuta in Papua Nuova Guinea e l’incontro con alcuni rifugiati e richiedenti asilo di Nauru e Manus Island.
Le due isole, situate nel pieno dell’Oceano Pacifico, sono sede di campi profughi dove vengono trasferiti e trattenuti in condizioni disumane i migranti e i richiedenti asilo diretti in Australia dopo essere stati respinti: i rifugiati presenti sull’isola vivono in quel limbo ormai da anni e alcuni di loro, in uno stato di disperazione e prostrazione fisica e psicologica, sono giunti a compiere atti di autolesionismo fino a tentare il suicidio per porre fine alle proprie sofferenze .
Le parole di Mons. Van Long giungono a commento dell’incontro, avvenuto nei giorni scorsi e a Port Moresby, tra una delegazione di sette membri della Chiesa australiana e alcuni dei rifugiati da anni bloccati in Papua Nuova Guinea. Nel corso della visita, il Vescovo ha avuto occasione di visitare le case offerte dal governo papuano ai migranti: l’iniziativa era stata lanciata lo scorso agosto con l’intento di trasferire i richiedenti asilo dall’Isola di Manus alla capitale papuana, offrendo loro una sistemazione dignitosa, con un’abitazione e assistenza sanitaria. “Questa soluzione, che pure rappresenta un passo avanti, non sembra comunque placare la disperazione dei rifugiati detenuti”, ha rilevato il Vescovo dopo aver visitato le case destinate ai migranti. “Esorto la Chiesa cattolica locale a proseguire i suoi sforzi di assistenza umanitaria e assicuro il pieno sostegno della Conferenza episcopale cattolica australiana e delle sue comunità”, ha concluso Mons. Long.
Dal 2013, il governo australiano ha adottato la politica del “No Way”, basata sulla totale chiusura nei confronti dei migranti: le coste sono sorvegliate da un massiccio schieramento di unità navali e chi arriva via nave non avrà il diritto di stabilirsi legalmente nel Paese. Alcuni migranti vengono riportati nel Paese di origine, mentre altri ottengono vengono reinsediati nell’isola di Manus, territorio della Papua Nuova Guinea, o nell’isola di Nauru, dove sono organizzati campi profughi e dove i richiedenti asilo restano per lungo periodo.
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AMERICA - Il Presidente del CELAM: “In tutta la nostra regione c'è una sorta di ‘esplosione sociale’ senza precedenti”

Fides IT - www.fides.org - Mar, 12/11/2019 - 09:38
Trujillo – “Desidero esprimere il mio più forte rifiuto della violenza, da qualunque parte provenga, e appellarmi ai governanti e alle autorità della nostra regione perchè attuino politiche concrete e reali che garantiscano la promozione della persona umana e del bene comune, basate sui diritti fondamenti di libertà, rispetto, equità, giustizia e cura della nostra casa comune, in modo che i nostri popoli possano davvero avere uno sviluppo umano integrale”. Lo afferma Mons. Héctor Miguel Cabrejos Vidarte, OFM, Presidente del Consiglio episcopale latinoamericano , in un suo messaggio al popolo cileno, di fronte alla grave situazione che sta vivendo, simile a quella di molti altri paesi dell’America Latina. “È importante ricordare – sottolinea l’Arcivescovo - che la politica, che è innanzitutto un servizio, non è al servizio delle ambizioni individuali, né del potere delle fazioni, perché l'immunità di cui godono molti politici non dovrebbe mai diventare impunità”.
“Profonda solidarietà e vicinanza alla Chiesa e al popolo cileno che soffrono aggressioni e violenze, che colpiscono soprattutto le persone più umili e vulnerabili” sono espresse da Mons. Cabrejos Vidarte, che richiama le parole del Consiglio permanente della Conferenza episcopale del Cile: "le persone non sono solo stanche dell'ingiustizia, ma anche della violenza".
Nel suo messaggio dell’11 novembre, che ha per titolo un versetto del profeta Isaia: “La pace è frutto della giustizia” , Mons. Cabrejos Vidarte, che è Arcivescovo di Trujillo e Presidente della Conferenza episcopale peruviana, ricorda anche “i nostri fratelli e sorelle nella regione dell'America Latina e dei Caraibi che stanno soffrendo per la violenza che affligge intere famiglie, specialmente in Bolivia, Venezuela, Haiti, Honduras, Nicaragua, Portorico, Ecuador, Cile e Perù”.
Per il Presidente del CELAM le cause di questa situazione “si trovano nella corruzione, nelle democrazie imperfette e nelle situazioni di povertà, disuguaglianza, disoccupazione o sottoccupazione, nella scarsa qualità e copertura dei servizi sanitari, educativi e di trasporto, che hanno fatto accumulare un grande malcontento. In tutta la nostra regione c'è una sorta di ‘esplosione sociale’ senza precedenti”.
Mons. Cabrejos Vidarte, dopo aver ricordato che la Chiesa in America Latina e nei Caraibi è un corpo unico e “quando una parte di quel corpo soffre, la Chiesa tutta ne soffre, condivide il suo dolore, ma anche la sua speranza”, insiste sulla necessità di “cercare la pace attraverso il dialogo, con la partecipazione di tutti i protagonisti e le istituzioni, per trovare soluzioni reali orientate al bene comune.” Alla Vergine Maria, il Presidente del CELAM chiede di aiutare, orientare e illuminare “la ricerca della pace, della giustizia e del bene comune”.
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EUROPA/ITALIA - Riconfermata alla guida delle Scalabriniane suor Neusa de Fatima Mariano: “grandi sfide da affrontare nei prossimi sei anni”

Fides IT - www.fides.org - Mar, 12/11/2019 - 08:25
Rocca di Papa - E’ stata riconfermata alla guida delle suore Missionarie di San Carlo Borromeo, note come Scalabriniane, suor Neusa de Fatima Mariano. Continuerà quindi a guidare la congregazione per i prossimi 6 anni, dal 2019 al 2025. Suor Neusa è brasiliana, ed è laureata in pedagogia. L’ha eletta il XIV Capitolo generale in corso a Rocca di Papa, che ha anche rinnovato le altre cariche del Consiglio . Le Scalabriniane sin dalla loro fondazione si occupano dei migranti in tutto il mondo.
“Ringrazio le sorelle che hanno partecipato al Capitolo e tutte quelle che, nei diversi luoghi del mondo dove operiamo, ci sono state accanto con la preghiera – ha detto suor Neusa de Fatima Mariano nella nota inviata all’Agenzia Fides –. Nei sei anni precedenti abbiamo avviato un profondo percorso di riorganizzazione, in grado di stare al passo con i tempi, con un mondo sempre più globalizzato e con esigenze ed emergenze migratorie profonde e diverse. I quattro verbi di Papa Francesco - accogliere, proteggere, promuovere e integrare -, sono per noi i punti cardinali di un cammino a sostegno dei migranti e dei rifugiati, per la loro tutela e la loro inclusione. Nei prossimi sei anni ci saranno grandi sfide da affrontare, tenendo presente che nel nostro cuore sono presenti le parole e gli insegnamenti di Gesù Cristo, che illuminano il mondo di speranza e gioia. Lo abbiamo fatto e lo faremo sempre, con gli esempi di vita cristiana di San Carlo Borromeo, del nostro fondatore il Beato monsignor Giovanni Battista Scalabrini, e dei nostri cofondatori, la Beata Madre Assunta Marchetti e il Venerabile Padre Giuseppe Marchetti”.
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AMERICA/CILE - Saccheggiati e profanati luoghi di culto, i Vescovi chiedono di applicare la legge e ricostruire il tessuto sociale

Fides IT - www.fides.org - Lun, 11/11/2019 - 11:50
Santiago – Solidarietà all'Amministratore apostolico Mons. Celestino Aós e a tutti i fedeli dell'Arcidiocesi di Santiago dopo il saccheggio e la profanazione della parrocchia dell'Assunzione di Maria, è stata espressa dal Comitato permanente della Conferenza episcopale del Cile attraverso un comunicato, in data 9 novembre, estendendo la solidarietà a comunità e pastori “di altre chiese e luoghi di preghiera di diversi culti che sono stati attaccati in molte città". Manifestanti incappucciati hanno fatto irruzione nella chiesa dell'Assunzione di Maria, che è vicino al posto di raduno dei manifestanti contro il governo cileno e la disuguaglianza sociale. Dopo aver portato fuori i banchi, le statue e le immagini sacre, gli hanno dato fuoco, facendone barricate contro la polizia. La crisi politica e sociale che da qualche settimana è scoppiata in Cile, è espressione dell'accumulo di disagio e disparità di trattamento della popolazione, e si sta ora accompagnando a manifestazioni violente e incontrollate. Anche la Cattedrale di Valparaiso era stata preso di mira da un gruppo di manifestanti che avevano cercato di dare fuoco alle grandi porte di legno e, dopo essere entrati, hanno distrutto i banchi e diverse immagini sacre .
Il testo, firmato dal Presidente della Conferenza Episcopale, Mons. Santiago Silva, dal Vicepresidente, Mons. René Rebolledo; dal Segretario Generale, Mons. Fernando Ramos, e dal membro del Comitato, Mons. Juan Ignacio González, sottolinea: "Siamo feriti dal maltrattamento delle persone, dal costante saccheggio e dalla violenza, ovunque provenga; ci addolora l'attacco alle chiese e ai luoghi di preghiera senza rispetto per Dio e per coloro che credono in Lui. Le chiese e gli altri luoghi di culto sono sacri”.
Invocando, attraverso la preghiera, il perdono di Dio per queste profanazioni, i Vescovi aggiungono: "insieme a molti cileni e cilene siamo radicalmente contrari all'ingiustizia e alla violenza, li condanniamo in tutte le loro forme e ci aspettiamo che i tribunali individuino i responsabili e li puniscano. I violenti ci impediscono di guardare con la dovuta attenzione le giuste pretese della maggioranza del popolo cileno che desidera soluzioni reali e pacifiche".
Al fine di ripristinare la convivenza civile e pacifica, i Vescovi chiedono alle autorità "di applicare la legge e di esercitarla usando tutte le risorse di uno stato democratico. Le persone non sono solo stanche dell'ingiustizia, ma anche della violenza e la stragrande maggioranza attende con impazienza il dialogo per ricostruire il tessuto sociale”. Il comunicato si chiude invocando la Vergine del Carmen, “perchè ci doni un Cile unito, forgiato dallo sforzo di tutti gli uomini e le donne di buona volontà”.
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AFRICA/TANZANIA - Forte partecipazione alla Messa di chiusura del Mese Missionario Straordinario

Fides IT - www.fides.org - Lun, 11/11/2019 - 11:47

Dar es Salaam - Più di 2000 fedeli hanno partecipato alla Messa di chiusura del Mese Missionario Straordinario in Tanzania tenutasi ieri, domenica 10 novembre, presso il Centro Msimbazi nell'arcidiocesi di Dar es Salaam.
Alla celebrazione eucaristica nazionale hanno partecipato i rappresentanti di tutte le diocesi del Paese: Vescovi, sacerdoti, suore e laici. La Santa Messa è stata presieduta dal Presidente della Conferenza Episcopale della Tanzania , Sua Ecc. Mons. Gervas John Mwasikwabhila Nyaisonga, Arcivescovo di Mbeya, con tutti i Vescovi del Paese e con Sua Ecc. Mons. Giampietro Dal Toso, Segretario Aggiunto della Congregazione per l’evangelizzazione dei Popoli e Presidente delle Pontificie Opere Missionarie . Presenti pure 15 rappresentanti delle POM di Paesi africani di lingua inglese giunti in Tanzania per il loro incontro che si svolge dal 9 al 15 novembre. Si tratta di una riunione che si tiene ogni due anni; l’ultima si è svolta ad Harare, nello Zimbabwe, nel 2017.
Il Presidente della POM in Tanzania, Sua Ecc. Mons. Damian Denis Dallu, Arcivescovo di Songea, ha rilasciato una dichiarazione sul Mese Missionario Straordinario, affermando che il Santo Padre ha esortato la Chiesa in Tanzania a continuare a impegnarsi in attività che portinno la Buona Novella alle persone che non l’hanno ancora ricevuta.
Il Direttore Nazionale delle POM in Tanzania, p. Jovitus Mwijage, ha comunicato all’Agenzia Fides alcune delle iniziative avviate nel corso del Mese Missionario Straordinario. Le POM hanno pubblicato poster in swahili e traduzioni del messaggio papale per la Giornata Missionaria Mondiale diffuse per radio, whatsap, e-mail e siti Web. Lo stesso è avvenuto per le riflessioni quotidiane che erano state pubblicate sul sito web del Mese Missionario Straordinario. Si è poi registrato un forte rinnovamento spirituale attraverso seminari, pellegrinaggi e ritiri organizzati dall’Opera della Santa Infanzia, e da diversi movimenti giovanili e laicali locali.
Infine in diverse diocesi sono stati compiuti atti di beneficenza da parte di bambini e loro animatori, tra cui la visita agli orfani, agli anziani, ai bambini nelle carceri e ai bambini colpiti dell’Aids.
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AFRICA - Minare la missione è minare la natura stessa della Chiesa: No ai “Pastori invisibili”

Fides IT - www.fides.org - Lun, 11/11/2019 - 11:03
Kara – “La sfida della missione deve essere una priorità per le nostre chiese in Africa. Spesso le tante sfide che noi uomini di Chiesa ci troviamo ad affrontare indeboliscono la volontà di aprirsi e comportano il rischio di una pastorale burocratica. I nostri Pastori, a volte, si ritrovano intrappolati, diventano prigionieri degli uffici, incapaci di uscire per incontrare la gente”. Padre Donald Zagore, teologo ivoriano della Società per le Missioni Africane torna a riflettere sulla realtà della missione in Africa proponendo “una cultura missionaria delle tende piuttosto che degli uffici”.
“Lo stile burocratico che caratterizza sempre di più le dinamiche pastorali di molte delle nostre Chiese in Africa rischia di uccidere la natura profetica e missionaria della stessa”, spiega il sacerdote. “La missione non si svolge negli uffici, ma nell'incontro con la gente. Non dobbiamo mai dimenticare che la Chiesa è missionaria per natura, così come ci ricorda il Concilio Vaticano II. Minare la missione è minare la natura stessa della Chiesa.”
“Lo stile burocratico favorisce Chiese sempre più chiuse su se stesse - insiste Zagore - incapaci di aprirsi e soprattutto di uscire da se stesse per andare incontro agli altri. A lungo andare, questo stile rende i Pastori sempre più invisibili e lontani dalla gente. In Africa vogliamo Pastori ben visibili”.
“I nostri uffici, muri giganti che separano e allontanano i preti dai fedeli, vanno sostituiti mettendo delle tende nei vasti cortili delle nostre parrocchie per dare la possibilità ai Pastori di stare in contatto permanente con i fedeli. Affrontare la sfida delle tende, anziché quella degli uffici, potrebbe costituire una rinnovata vocazione missionaria nelle chiese in Africa”, conclude Zagore.


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ASIA/IRAQ - Patriarcato caldeo: tre giorni di digiuno per chiedere che in Iraq torni la pace

Fides IT - www.fides.org - Lun, 11/11/2019 - 10:41
Baghdad – Da lunedì 11 a mercoledì 13 novembre “i figli e le figlie” della Chiesa caldea sono chiamati a digiunare e pregare per chiedere a Dio il dono della pace e del ritorno alla stabilità in Iraq. Lo ha chiesto Louis Raphael Sako, Patriarca di Babilonia dei caldei, invitando a ricorrere alle armi spirituali del digiuno e della preghiera per chiedere la fine del caos e delle violenze che stanno insanguinando il Paese. Il Primate della Chiesa caldea ha anche rinnovato l’appello al governo e ai manifestanti affinché tutti esercitino “saggezza e moderazione nel dare priorità all’interesse generale” dell’intero popolo iracheno, evitando di spargere sangue innocente e di saccheggiare o danneggiare beni pubblici e privati.
Al momento sono almeno 320 gli iracheni rimasti uccisi negli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza che da settimane dilagano in tutto il Paese.
Nelle ultime ore, l’amministrazione USA è intervenuta sulla crisi irachena con una dichiarazione del portavoce della Casa Bianca diffusa dall’Ambasciata USA a Baghdad, nella quale si prende posizione a favore dei manifestanti e si indica la strada delle elezioni anticipate come via per provare a uscire dal caos e placare le proteste antigovernative, esplose a inizio ottobre e finite nel sangue. Il comunicato USA di fatto giustifica le proteste come una comprensibile reazione davanti all’accrescersi dell’influenza iraniana in Iraq.
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