AFRICA/MALI - Verso le elezioni presidenziali con “una mentalità nuova per un nuovo Mali”

Fides IT - www.fides.org - 11 ore 7 min fa
Bamako - Domenica 29 luglio si svolgeranno in Mali le elezioni presidenziali. L’attuale presidente, Ibrahima Boubacar Keita, capo del partito socialdemocratico Rassemblement pour le Mali , e il leader dell’opposizione, Soumaila Cissè, della Union pour la république et la démocratie , sono i principali contendenti, a cui si affiancano altri 22 candidati. Il presidente viene eletto a maggioranza assoluta, con un mandato di 5 anni, utilizzando il sistema a 2 turni. Nel caso nessun candidato raggiungesse la maggioranza si passerebbe al ballottaggio.
Da lungo tempo il Mali vive in un clima di tensione e di violenza, intensificatesi nell’ultimo periodo, per gli scontri con vari gruppi terroristici anche di matrice islamista e quelli inter-etnici. Le autorità di governo hanno comunque annunciato che le elezioni del 29 luglio si svolgeranno in un clima di stretta sorveglianza, con l’impiego di oltre 30.000 uomini delle forze di sicurezza e di difesa, al fine di proteggere i candidati e le operazioni di voto.
Secondo il rapporto delle Nazioni Unite sull’insicurezza alimentare, la violenza ha causato un’emergenza umanitaria tale per cui 4,3 milioni di persone dovranno fronteggiare gravi mancanze di cibo tra giugno e ottobre 2018, e almeno 1 milione avranno bisogno di assistenza alimentare di emergenza. Risulta inoltre che più di centomila maliani si siano rifugiati in Niger, Mauritania e Burkina Faso e altri 52mila abbiano cercato sicurezza spostandosi internamente, nel Sud del Paese.
Stato dell'Africa occidentale, situato all'interno e senza sbocchi sul mare, il Mali si colloca nelle ultimissime posizioni della graduatoria dell'Indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, al 175° posto. Le condizioni di vita sono precarie per la maggior parte della popolazione, come confermano l'altissima mortalità infantile, la bassa speranza di vita, l'elevato tasso di analfabetismo. In media solo una persona su 3 ha accesso all’acqua potabile. Le carenti condizioni igienico sanitarie favoriscono il diffondersi di epidemie e la diffusione dell'Aids.
La Conferenza Episcopale del Mali, in occasione delle elezioni generali, ha pubblicato una Lettera pastorale dal titolo “Una mentalità nuova per un nuovo Mali”, con cui i Vescovi si rivolgono “alla comunità cattolica e a tutti i maliani di buona volontà”. I cattolici in Mali sono 283.000 su una popolazione di 15.278.000 abitanti .
“Oggi ti invito a lasciare che Dio formi in te una nuova mentalità per un nuovo Mali – è scritto nella lettera -. Questo appello è urgente per due ragioni. La prima è che il 2018 segna il centotrentesimo anniversario della Chiesa in Mali. Ricorda che dall'indipendenza del Mali, la Chiesa ha sposato le cause del paese. Ha camminato con lui e ha contribuito alla costruzione dell'edificio nazionale attraverso il suo impegno, le sue azioni e i suoi messaggi di pace, di conversione e di giustizia sociale. Il secondo è che il 2018 è un anno di elezioni generali in Mali”.
Malgrado la difficile situazione che si vive, i Vescovi notano alcuni segnali positivi dalla loro precedente lettera pastorale, tra cui l’accordo per la pace e la riconciliazione, la collaborazione tra le parti firmatarie, la tenuta delle elezioni, la positiva collaborazione con le organizzazioni internazionali e i paesi amici per uscire dalla crisi…
Nonostante questi considerevoli progressi, i Vescovi rilevano tuttavia che persistono gravi sfide, come gli ostacoli posti alla realizzazione degli accordi di pace, il deterioramento della sicurezza su tutto il territorio nazionale, l’indebolimento della coscienza civile, la corruzione, la violenza crescente nelle strade, nelle scuole, nei campi, nelle piazze e anche nei media e nelle reti sociali, la perdita dei valori spirituali tradizionali e del senso del bene comune…
Nell’ultima parte sono contenute una serie di raccomandazioni. Ai partiti politici si chiede “il rispetto della legge elettorale”. La politica infatti è “una professione nobile”, ma purtroppo si assiste alla presentazione di programmi irrealistici e non realizzabili, per cui “vi chiedo di dire la verità su ciò che volete e potete fare”, come è necessario anche il rispetto dell’altro e il riconoscimento dei suoi meriti. Agli organi elettorali viene chiesto di “vigilare per una buona organizzazione delle elezioni”, e di formare bene gli operatori sui loro compiti, che devono rispettare l’imparzialità e la trasparenza,“evitando di sacrificare la propria dignità sull’altare della corruzione e della manipolazione dei risultati”.
Alle parti che hanno firmato l’Accordo per la pace e la riconciliazione si chiede di tradurlo in pratica con atti concreti, per il bene comune del Mali. Rivolgendosi poi alle donne, “senza le quali il Mali non ci sarebbe”, la lettera sottolinea che hanno pagato “un pesante
tributo alla crisi attuale”, e le esorta quindi a impegnarsi ad essere “le sentinelle per elezioni giuste, trasparenti e non violente in Mali”.
Ai giovani, “presente e avvenire del Mali”, viene raccomandato di “non lasciarsi manipolare dai politici che approfittano delle loro insoddisfazioni per i loro interessi personali”, mentre ai leader religiosi si ricorda che “la nostra missione non è dividere il paese ma di rivelare ai nostri connazionali il volto del Dio Amore”.
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AMERICA/NICARAGUA - Domenica Giornata di preghiera in tutta l’America Latina; di fronte alla violenza crescente inizia l’emigrazione

Fides IT - www.fides.org - 11 ore 57 min fa
Managua – Non si allenta la tensione in Nicaragua dopo la celebrazione del 39° anniversario della rivoluzione sandinista che ha segnato la fine del dittatore Anastasio Somoza. Alla celebrazione del 19 luglio non c'era la grande massa di gente come negli altri anni, e il Presidente Daniel Ortega nel suo intervento ha descritto una situazione di conflitto completamente estranea alla realtà, accusando i Vescovi del Nicaragua di essere "cospiratori" e "golpisti", e ha aggiunto in tono ironico: "io credevo che fossero mediatori, ma hanno chiesto al Presidente di lasciare, sono di parte, hanno fatto manovre golpiste contro il governo". Il Presidente ha poi accusato anche la comunità cattolica: "Hanno convocato manifestazioni mai pacifiche, e se la polizia è entrata nelle chiese è perché sono delle caserme, nascondono delle armi".
La reazione della comunità cattolica è di livello internazionale: diverse Conferenze Episcopali hanno organizzato delle giornate di preghiera e digiuno per il Nicaragua, il CELAM ha chiamato tutte le Chiese dell’America Latina a celebrare domenica 22 luglio come Giornata di Preghiera per il Nicaragua: "Domenica prossima, 22 luglio, è nostro desiderio e chiediamo che in tutte le nostre celebrazioni, in tutte le comunità dei credenti di tutti i nostri paesi, si innalzi una preghiera speciale per il popolo del Nicaragua" si legge nel testo inviato a Fides.
Sono tanti gli organismi cattolici che hanno espresso solidarietà con la comunità cattolica e il popolo del Nicaragua: Fides ha ricevuto tra gli altri i comunicati del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa , della Confederazione Latinoamericana di religiosi , di diversi ordini e congregazioni religiose, come i Redentoristi, che hanno dei missionari che condividono le sofferenze del popolo del Nicaragua in alcune parrocchie che sono state attaccate.
A livello politico diversi paesi si sono dichiarati a favore della mediazione dei Vescovi per seguire la via democratica del dialogo e trovare una soluzione pacifica. Anche la Organizzazione degli Stati Americani si è pronunciata al riguardo nello stesso modo .
Purtroppo la violenza da parte del governo continua, e in alcuni luoghi riesce a imporre terrore e paura, al punto che le famiglie iniziano a pensare di lasciare il paese come estrema soluzione. Il Costa Rica, paese che confina con il Nicaragua, ha aperto due sedi per accogliere il crescente numero di migranti in fuga dal Nicaragua. Secondo il ministro degli Esteri Epsy Campbell, nell’ultima settimana, ogni giorno "tra 100 e 150 persone arrivano per la prima volta in Costa Rica".

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NEWS ANALYSIS/OMNIS TERRA - Tra Etiopia ed Eritrea il miracolo della pace

Fides IT - www.fides.org - 12 ore 44 min fa
L’accordo di pace siglato da Etiopia ed Eritrea il 9 luglio è un evento storico. Le firme del presidente eritreo Isaias Afeworki e del premier etiope Abiy Ahmed hanno segnato la fine di vent’anni di guerra e di tensioni tra i due Paesi. Guerra e tensioni che, di fatto hanno bloccato, la crescita economica, sociale e democratica dei due Paesi e hanno dato vita a un lungo periodo di instabilità nel Corno d’Africa.
Per comprendere l’importanza dell’intesa bisogna fare un passo indietro. Con la fine della Seconda guerra mondiale, l’Eritrea, ex colonia italiana, è stata prima federata e poi annessa all’Etiopia. Dall’inizio degli anni Sessanta si è scatenata una guerra di indipendenza degli eritrei contro le forze del negus Hailè Selassiè e poi contro quelle di Manghistu Hailè Mariam. Il conflitto è durato trent’anni, un periodo lunghissimo in cui si è forgiata quella classe politica e militare che ha preso il controllo dell’Eritrea dopo l’indipendenza raggiunta nel 1993. Cresciuti nelle asprezze della guerriglia e poco avvezzi ai principi democratici, i politici eritrei si sono trovati spiazzati di fronte alla sfida di un Paese da ricostruire. I trent’anni di conflitto inoltre li avevano abituati a un odio quasi atavico nei confronti degli etiopi. L’Etiopia ha avviato un percorso simile, anche se meno duro. La classe politica di etnia tigrina ha iniziato a dominare il Paese, mettendo la sordina all’opposizione e alle altre etnie .
Nel 1998 la tensione tra i due Paesi è andata aumentando fino sfociare nella guerra
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AFRICA/ETIOPIA - Non c’è più nessun confine tra Etiopia ed Eritrea, un ponte di amore l’ha distrutto

Fides IT - www.fides.org - Ven, 20/07/2018 - 13:10
Addis Abeba - Domenica 8 luglio 2018 è stata una data storica per il processo di pace tra i due paesi Etiopia ed Eritrea: ad Asmara si sono incontrati il Primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed e quello dell’Eritrea Isaias Afwerki. In poco tempo l’Etiopia si è trovata con un nuovo Presidente che ha voluto accelerare il processo di riconciliazione tra le due nazioni. Un evento del genere avrebbe dovuto richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale eppure, a parte la notizia in sé, non si è andati oltre.
Il professor Marco Lombardi, ordinario di Lettere e Filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano nonché tra i massimi esperti di Sicurezza Internazionale, ha così commentato l’evento a Fides:
“Erano vent’anni che quel muro inconciliabile resisteva, spingendo i gruppi etnici dell’area a migrare attraverso un confine militarizzato, seppure con scontri a bassa intensità, che frammentava famiglie e generava povertà e sottosviluppo. A quanto pare, la salita al potere di Abiy Ahmed, il primo etiope di etnia Oromo, ha cambiato le carte, rendendo possibile un riavvicinamento che faceva molto male a entrambi i Paesi. All’Eritrea, che sotto il tallone di un regime duro, rispondeva alle sanzioni internazionali con una economia di sopravvivenza sempre più determinata dal contrabbando sudanese. Traffici che da nord importano merci quotidianamente, ma anche un nuovo radicalismo estremista da sempre estraneo alla Eritrea. E faceva male all’Etiopia, costretta ad affrontare questa frattura anche sul piano interno, per il peso che aveva sul confinante Tigrai, il cui gruppo etnico da decenni governava anche il Paese. Insomma sembrano essere cambiate tante cose".

Ritiene possibile assicurare una pace stabile e duratura? E in quale modo?
“Non lo so: una pace duratura e stabile richiede dei requisiti di fondo che vanno oltre la buona volontà di un Governo, il quale ha il compito di avviare e facilitare i processi, ma non può concluderli senza una volontà diffusa tra la gente di superare barriere e rancori, che sono antichi. Gli italiani conoscono poco l’Etiopia di questi anni, raramente al centro della comunicazione mediale, e difficilmente sanno che il morto era assai frequente tra tigrini, oromo, amara, somali, tra i gruppi etnici che controllano le diverse parti del Paese che, se ha fatto della diversità la bandiera della sua narrativa politica e culturale, in realtà non è ancora riuscito a promuovere la convivenza pacifica. Quindi, l’apertura con l’Eritrea non può essere vista come la via alla pacificazione senza una più profonda riconciliazione interna. Ricordiamoci che poche settimane fa una bomba lanciata alla riunione pubblica del Primo Ministro ha causato due morti e tantissimi feriti: da tutti questo venne letto come un pesante avvertimento al nuovo di Abiy Ahmed, che orientato a una apertura democratica, deve vedersela con gli apparati di sicurezza etiopi, sulla cui fedeltà c’è qualche dubbio, e sugli interessi economici dominanti”.

Quale futuro si aspettano entrambe le popolazioni ?
“La speranza domina paesi che non sono giovani ma giovanissimi, con il 70% di persone con meno di trent’anni. La speranza orienta sogni e visioni del futuro e misurerà il successo delle promesse che, se non mantenute, genereranno una situazione difficilmente controllabile. Ma altrettanta incertezza è, per ora, data da un futuro che non necessariamente è sognato da tutti al medesimo modo. Certo la pace e il benessere è l’aspirazione condivisa, ma quanto questa aspirazione sia declinata etnicamente, cioè a vantaggio del proprio gruppo etnico, questo è tutto da verificare e incerto. Aspirazioni non condivise possono generare nuovi conflitti”.

Amore e perdono hanno prevalso, secondo lei quali saranno le prossime mosse?
“Amore e perdono hanno prevalso secondo la nostra logica e secondo la volontà, che condivido, di voler affermare amore e perdono come le forze valide a cambiare il mondo. Ma questa affermazione deve essere dimostrata dalle prossime mosse, per non manifestarsi nella delusione di una politica, al contrario, opportunistica e personalistica. Una conferma in questa direzione positiva deve essere confortata da politiche di apertura che non riguardino solo gli Oromo e che coinvolgano senza una esclusiva visione egemonica i Paesi vicini”.

Secondo lei l’accordo di pace tra i due governi in quale modo potrebbe beneficiare l’intera regione del Corno d’Africa?
“Il Corno d’Africa è un’area strategica tribolata, chiave nelle strategie geopolitiche mondiali, dove gli interessi di numerosi Paesi si confrontano. Certamente la stabilità Etiope/Eritrea può favorire una complicata stabilizzazione dell’area, che comunque avrà tempi molto lunghi. La pacificazione con l’Eritrea è solo un piccolo tassello che il nuovo Primo Ministro ha messo nel suo ‘risiko’, non sappiamo quanto interessato rispetto alla sempiterna volontà etiope di trovarsi un porto sull’oceano: un pezzetto di costa eritrea può essere una domanda implicita alla pace offerta. D’altra parte, le aperture dell’Etiopia al Somaliland, che dispone del porto di Berbera, sembrano andare in tal senso e questi, rispetto al Puntland, non sono segni di rapporti pacifici con la vicina Somalia. Infatti, Somaliland e Puntland sono entrambe due regioni dello stato federale somalo, che tuttavia si combattono per questioni di petrolio e che confinano per lungo tratto con la Regione dei Somali, una grande regione etiope che corrisponde grosso modo all’Ogaden. Come dice il nome una regione abitata da somali ma controllata dall’Etiopia, che dunque è un altro tassello traballante nello schema del Corno d’Africa.

In sostanza, il cammino intrapreso da Abiy Ahmed è interessante perché va potenzialmente nella direzione giusta, è ancora tutto da dimostrare quanto possa essere pacificatore, anche perché troppe variabili non sono controllabili dall’Etiopia. C’è da sperare che il nuovo governo perseveri. Ma anche, che gli interessi sauditi, emiratini, turchi, inglesi, americani, cinesi… giusto per citare i più ‘evidenti’… non siano il maggiore ostacolo alla pacificazione dell’intera area”.



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Asia/ Libano - il Patriarca maronita: “serve il governo!”

Fides IT - www.fides.org - Ven, 20/07/2018 - 12:34
Beirut - Si ripetono gli appelli nazionali che chiedono alle forze politiche libanesi di arrivare con urgenza alla formazione di un governo per consentire al paese di concentrare gli sforzi e uscire dalla sua situazione di stagnazione e consentirgli di affrontare le sfide economiche e regionali e quindi dare vita ad un nuovo governo. In un’intervista rilasciata ieri al giornale “ Il futuro”, conosciuto per la sua vicinanza all’omonimo partito sunnita, il Patriarca maronita Bechara Boutros Raie ha detto a voce alta: " Vogliamo un governo, ripeterò tutti i giorni questo appello, lo dico oggi e lo dirò domani e ogni giorno e spero che tutti mi sentano.”

Il Patriarca ha fatto riferimento alle conseguenze dovute al ritardo nella formazione di un futuro governo, sottolineando le irregolarità di tale situazione anche dal punto di vista giuridico. La situazione del paese in generale, e la situazione economica in particolare, rendono indispensabile accelerare la formazione del governo, “ Che Dio aiuti il primo ministro Saad Hariri che deve accontentare tutti!” ha affermato il Patriarca. Il governo attuale è ritenuto un governo di transizione e gestione degli affari correnti, in quanto la richiesta formulata il 24 maggio 2018 dal Presidente al Primo Ministro di formare il governo a seguito delle elezioni dello scorso 8 maggio con i risultati ufficiali del 10 maggio, non ha ancora portato frutti.

Il Patriarca maronita ha partecipato ieri all’incontro presso la sede del Consiglio economico e sociale di Beirut . In quel contesto, il Patriarca ha esortato i partiti politici a rispondere alle emergenze nazionali riguardanti la crescita dell’economia che si traduca in sviluppo, lavoro per i giovani, progresso e produzione. Il Patriarca ha espresso il suo dispiacere su come è vissuta la politica e come i gruppi di potere proteggono il loro interessi particolari trascurando il bene comune. “ Vediamo come stanno ritardando la formazione del governo, mostrando disinteresse assoluto nei confronti della sofferenza economica e sociale del popolo. La formazione del governo da parte dei rappresentati del parlamento appartenenti a tutte le correnti politiche presenti non si esaurisce nell’avviare un governo per la semplice gestione degli affari correnti, ma deve puntare alla creazione di un autentico governo che rispecchi gli equilibri tra i vari partiti presenti in parlamento, ha sottolineato Boutros. Bisogna tornare alla Costituzione, ha detto il Patriarca, perché “abbandonarla” vuole dire non trovare una soluzione alle crisi che affliggono il Libano a tutti i livelli.

Il cardinale Bechara Boutros Rai aveva ricevuto, la settimana scorsa, presso la sua dimora estiva a Diman, i leaders della riconciliazione avvenuta il 18 gennaio 2016 e riconosciuta come “l’accordo di Maarab" tra il Movimento Patriottico Libero del General Aoun e le Forze Libanesi. Nell’incontro, durato 3 ore, il Patriarca ha invitato i partiti cristiani a lavorare insieme per il bene del paese e a non cadere nelle polemiche scatenate dai diversi apparati mediatici. Il patriarca ha insisto sull’urgenza di accelerare la formazione del governo senza produrre ritardi artificiosi, rispettando la Costituzione e salvaguardando l’operatività delle istituzioni pubbliche.

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AFRICA/BENIN - Nomina del Direttore nazionale delle POM, d. Cosme Adjomale

Fides IT - www.fides.org - Ven, 20/07/2018 - 12:01
Città del Vaticano – Il Card. Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, in data 26 aprile 2018 ha nominato Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie in Benin per un quinquennio , il rev. d. Cosme Adjomale, del clero dell’arcidiocesi di Parakou.
Il nuovo Direttore nazionale è nato il 12 giugno 1970 a Bocanda ed è stato ordinato sacerdote il 3 luglio 2004. Ha conseguito il baccalaureato in teologia e la licenza in teologia pastorale. Tra gli incarichi ricoperti finora è stato Viceparroco e Parroco, incaricato delle vocazioni.
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AMERICA/PANAMA - Procede la preparazione alla GMG senza dimenticare la sofferenza del Nicaragua

Fides IT - www.fides.org - Ven, 20/07/2018 - 11:40
Panama – Pochi giorni fa, esattamente il 9 luglio, il Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Greg Burke, ha dato la notizia che "in occasione della prossima Giornata Mondiale della Gioventù che si celebrerà a Panamá, e accogliendo l’invito del Governo e dei Vescovi panamensi, Sua Santità Papa Francesco si recherà a Panamá dal 23 al 27 gennaio 2019". La Vice Presidente di Panama, Isabel de Saint Malo de Alvarado, ha già tenuto un incontro in Vaticano con il Segretario di Stato, il Card. Pietro Parolin, per discutere i dettagli dell'organizzazione della GMG 2019 e la visita del Santo Padre.
Durante questo incontro è stato ricordato, secondo quanto appreso da Fides, che Panama appartiene al Sistema d'Integrazione Centroamericano, il cui obietivo è di stabilire una collaborazione sul tema della migrazione. La Vicepresidente e il Card. Parolin hanno concordato sull'importanza delle sfide della regione per le questioni della democrazia e dei diritti umani, nel contesto delle crisi politiche e sociali che vivono il Nicaragua e il Venezuela in particolare, e hanno concordato di lavorare insieme per sostenere il quadro della diplomazia e del diritto internazionale.
A Panama l'Arcivescovo di Panama, Mons. José Domingo Ulloa Mendieta, OSA, ha espresso la sua gioia per la conferma ufficiale della presenza del Papa, ma nel contempo ha voluto esprimere la sua solidarietà alla Chiesa del Nicaragua, anche a nome della gioventù di Panama. Mons. Ulloa ha usato parole dure per descrivere questa realtà, che conosce da vicino: "Il governo del Nicaragua supera il limite dell'inumano e dell'immoralità. La repressione criminale contro i civili, in maggioranza giovani studenti, è condannata da ogni punto di vista. La comunità internazionale non può essere indifferente!". "Da questa Chiesa pellegrina a Panama, vogliamo unirci alla condanna, al ripudio degli atti di aggressione contro il popolo nicaraguense, in particolare verso tutti i membri del clero del Nicaragua" ha detto l'Arcivescovo. "Questo non è altro che il frutto della mancanza di ascolto del grido del popolo".
Mercoledì 25 luglio, alle 17 nella Basilica di Don Bosco, ci sarà una preghiera particolare per il Nicaragua, "in modo che il Signore conceda la luce necessaria e, attraverso il dialogo, ben presto il popolo del Nicaragua possa ritrovare la pace che desidera ardentemente" ha invitato Mons. Ulloa. "Con la nostra preghiera e la solidarietà con il popolo nicaraguense e la Chiesa pellegrina in Nicaragua, il Signore vi benedica in questi tempi difficili" ha concluso.
A livello diplomatico, giovedì 19 luglio, Panama, attraverso il ministro degli Esteri Luis Miguel Hincapie, ha espresso la sua disponibilità a partecipare a qualsiasi processo di dialogo che possa risolvere la grave crisi in Nicaragua.
Il CELAM ieri ha pubblicato ed inviato a Fides un comunicato per esprimere la solidarietà dei membri di questo organismo continentale alla Chiesa e al popolo del Nicaragua: “Di fronte a questa grave situazione, siamo chiamati ad essere la voce di coloro che non hanno voce, per far valere i loro diritti, di trovare percorsi di dialogo e di stabilire la giustizia e la pace, ‘affinché in Cristo tutti abbiano vita’ ; in modo speciale, coloro che si sentono sconsolati per la morte e la violenza. Vi incoraggiamo a continuare a essere difensori dei diritti umani e portatori di speranza" si legge nel documento.

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AMERICA/ARGENTINA - Ogni vita ha un valore infinito: i religiosi per il rispetto e la difesa della vita

Fides IT - www.fides.org - Ven, 20/07/2018 - 11:15
Buenos Aires - “Quante volte abbiamo riflettuto sulle parole del libro del profeta Geremia: ‘Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo; prima che tu venissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta per le nazioni’ . Ci sentiamo persone immensamente amate, pensate dal Dio Amore da tutta l'eternità, con una missione, un progetto che scopriamo e costruiamo nel nostro cammino quotidiano. Ecco perché ancora una volta ribadiamo con grande speranza che ogni vita ha un valore infinito agli occhi del Padre, è un dono della sua bontà”. Così si esprime la Conferenza argentina dei religiosi e delle religiose in un suo comunicato, pervenuto all’Agenzia Fides, “in difesa della dignità di ogni persona”.
In questi giorni è in discussione al Senato argentino il progetto di legge che depenalizza l’aborto, già approvato dalla Camera dei deputati il 14 giugno, consentendolo in forma “sicura, legale, gratuita” per ogni donna che lo richieda entro la quattordicesima settimana di gestazione. Dopo questo termine, è possibile solo in caso di violenza sessuale, se la madre è in pericolo di vita o ci sono malformazioni del feto. Il testo è ora all’esame del Senato.
I membri del Consiglio direttivo della Confar, è scritto nel testo del comunicato, “sostengono la difesa della dignità di ogni persona di fronte ad ogni forma di schiavitù e di rifiuto” e si uniscono a quanto affermato dai Vescovi nella celebrazione eucaristica di domenica 8 luglio a Lujan, dovc è stata celebrata la Messa per la vita convocando tutta la comunità cattolica nazionale: “la vita è puro dono di Dio e quindi deve essere rispettata, curata, difesa e servita” .
“Come Maria, che ‘si affrettò verso la casa di sua cugina Elisabetta’ portando la Vita nel suo grembo, anche noi, come Vita consacrata, ci prendiamo cura della nostra vita, di quella dei nostri fratelli, la difendiamo e ci mettiamo al suo servizio – conclude il comunicato -. Così possiamo cantare con gioia insieme a Lei il Magnificat per le meravigliose opere che Dio Amore compie nella nostra vita e in quella di tanti fratelli che si aprono con un atteggiamento di ospitalità per accoglierla nei loro cuori”.
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ASIA/LIBANO - “Vieni e vedi”: l'invito di Gesù ispira la prima convention internazionale dei giovani siro cattolici

Fides IT - www.fides.org - Gio, 19/07/2018 - 11:34
Faytrun – Il “metodo” usato da Cristo per attirare a sé gli uomini e le donne di ogni tempo è sempre quello che lui utilizzò nei suoi incontri con i primi apostoli: “Venite e vedete” . E le stesse parole dell'invito di Gesù rappresentano il filo conduttore della prima Conferenza internazionale dei giovani della Chiesa siro cattolica che in questi giorni si sta svolgendo in Libano, a Faytrun, presso il monastero di Nostra Signora della Luce, e che vede la partecipazione di 450 ragazzi e ragazze siro cattolici, dai 18 ai 35 anni, provenienti da 18 Paesi diversi.
La conferenza – ha scritto il Patriarca siro cattolico Ignace Youssif III Younan - è stata voluta come occasione per condividere coi giovani siro cattolici provenienti da tutto il mondo la speranza “per il rinnovamento della comunità cristiana nello Spirito Santo”, ma anche per riproporre la “ricchezza del patrimonio, della lingua e della civiltà siriaca” a ragazzi e ragazze che nelle comunità della diaspora finiscono per perdere i legami con la cultura e le tradizioni d'origine delle proprie famiglie.
Il programma delle giornate della Convention – che è iniziata il 17 luglio e si concluderà domenica 22 luglio – comprende celebrazioni liturgiche, ascolto di testimonianze spirituali, momenti di intrattenimento e escursioni turistiche. Come quella al santuario di Nostra Signora del Libano, a Harissa.
L'esodo dei cristiani dal Medio Oriente riguarda soprattutto le giovani generazioni, quelle più coinvolte nei processi migratori che stanno assottigliando la presenza numerica di molte comunità cristiane mediorientali. In alcuni Paesi, come la Siria, i giovani sono spinti e emigrare anche per evitare di dover svolgere il servizio militare, lungo, logorante e pericoloso.
La Chiesa cattolica si sta preparando al prossimo sinodo, dedicato ai giovani, che si terrà in Vaticano dal 3 al 28 ottobre 2018 sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. In quel contesto, le urgenze delle Chiese mediorientali riguardo alla questione giovanile potranno essere espresse anche dal Patriarca caldeo Louis Raphael Sako, che Papa Francesco ha nominato come Presidente delegato della prossima Assemblea sinodale, insieme al cardinale Desirè Tsarahazana, arcivescovo di Toamasina , al cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon e del cardinale John Ribat, arcivescovo di Port Moresby . .
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EUROPA/ITALIA - I Vescovi sui migranti: “Ci sentiamo responsabili di questo esercito di poveri, vittime di guerre e fame...”

Fides IT - www.fides.org - Gio, 19/07/2018 - 11:34
Roma – La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana ha pubblicato oggi una nota, pervenuta all’Agenzia Fides, intitolata “Migranti, dalla paura all’accoglienza”, che riportiamo integralmente di seguito.
“Gli occhi sbarrati e lo sguardo vitreo di chi si vede sottratto in extremis all’abisso che ha inghiottito altre vite umane sono solo l’ultima immagine di una tragedia alla quale non ci è dato di assuefarci.
Ci sentiamo responsabili di questo esercito di poveri, vittime di guerre e fame, di deserti e torture. È la storia sofferta di uomini e donne e bambini che – mentre impedisce di chiudere frontiere e alzare barriere – ci chiede di osare la solidarietà, la giustizia e la pace.
Come Pastori della Chiesa non pretendiamo di offrire soluzioni a buon mercato. Rispetto a quanto accade non intendiamo, però, né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto.
Animati dal Vangelo di Gesù Cristo continuiamo a prestare la nostra voce a chi ne è privo. Camminiamo con le nostre comunità cristiane, coinvolgendoci in un’accoglienza diffusa e capace di autentica fraternità. Guardiamo con gratitudine a quanti – accanto e insieme a noi – con la loro disponibilità sono segno di compassione, lungimiranza e coraggio, costruttori di una cultura inclusiva, capace di proteggere, promuovere e integrare.
Avvertiamo in maniera inequivocabile che la via per salvare la nostra stessa umanità dalla volgarità e dall’imbarbarimento passa dall’impegno a custodire la vita. Ogni vita. A partire da quella più esposta, umiliata e calpestata”.
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EUROPA/ITALIA - I Vescovi sui migranti: “Ci sentiamo responsabili di questo esercito di poveri, vittime di guerre e fame, di deserti e torture”

Fides IT - www.fides.org - Gio, 19/07/2018 - 11:34
Roma – La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana ha pubblicato oggi una nota, pervenuta all’Agenzia Fides, intitolata “Migranti, dalla paura all’accoglienza”, che riportiamo integralmente di seguito.
“Gli occhi sbarrati e lo sguardo vitreo di chi si vede sottratto in extremis all’abisso che ha inghiottito altre vite umane sono solo l’ultima immagine di una tragedia alla quale non ci è dato di assuefarci.
Ci sentiamo responsabili di questo esercito di poveri, vittime di guerre e fame, di deserti e torture. È la storia sofferta di uomini e donne e bambini che – mentre impedisce di chiudere frontiere e alzare barriere – ci chiede di osare la solidarietà, la giustizia e la pace.
Come Pastori della Chiesa non pretendiamo di offrire soluzioni a buon mercato. Rispetto a quanto accade non intendiamo, però, né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto.
Animati dal Vangelo di Gesù Cristo continuiamo a prestare la nostra voce a chi ne è privo. Camminiamo con le nostre comunità cristiane, coinvolgendoci in un’accoglienza diffusa e capace di autentica fraternità. Guardiamo con gratitudine a quanti – accanto e insieme a noi – con la loro disponibilità sono segno di compassione, lungimiranza e coraggio, costruttori di una cultura inclusiva, capace di proteggere, promuovere e integrare.
Avvertiamo in maniera inequivocabile che la via per salvare la nostra stessa umanità dalla volgarità e dall’imbarbarimento passa dall’impegno a custodire la vita. Ogni vita. A partire da quella più esposta, umiliata e calpestata”.
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AFRICA/NIGERIA - Allarme dell’ONU: “Lo scontro tra agricoltori e pastori rischia di trasformarsi in forme di terrorismo”

Fides IT - www.fides.org - Gio, 19/07/2018 - 11:27

Abuja -“La violenza tra agricoltori e pastori sta diventando una minaccia crescente per la sicurezza nella regione e rischia di originare attacchi terroristici trasformando il panorama della sicurezza” afferma Mohamed Ibn Chambas, rappresentate speciale del Segretario Generale dell’ONU per l’Africa occidentale e il Sahel, in un rapporto presentato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
“Gli scontri tra agricoltori e pastori diventano sempre più sofisticati e letali, specialmente nella “Cintura di mezzo” della Nigeria. Durante quattro giorno a giugno, in attacchi e rappresaglie tra pastori e agricoltori si sono avuti numerosi morti” afferma Mohamed Ibn Chambas.
Gli Stati maggiormente colpiti dal conflitto tra pastori Fulani e agricoltori sono Benue, Plateau, Nasarawa, Taraba e Adamawa.
“È una strage continua che avviene ogni giorno” conferma all’Agenzia Fides p. Patrick Tor Alumuku, Direttore dell’Ufficio per le Comunicazioni Sociali dell’Arcidiocesi di Abuja. “Non è mai successo nella vita di questo Paese che vi siano stragi di questo tipo così frequenti” sottolinea il sacerdote.
Il fatto che i Fulani siano musulmani e gli agricoltori cristiani, alimenta il timore da parte soprattutto dei cristiani che il conflitto sia di tipo religioso, anche perché nel Nord della Nigeria è ancora attiva la setta islamista Boko Haram. Il rapporto dell’inviato speciale ONU sottolinea che l’ultima tendenza da parte di Boko Haram è quella di impiegare attentatrici suicide e che di queste una su cinque sono bambine.
Il deteriorarsi delle condizioni di sicurezza ha spinto i Vescovi nigeriani ha chiedere in due occasioni le dimissioni del Presidente Muhammadu Buhari. La prima volta a fine aprile dopo il massacro del 24 aprile nel villaggio di Mbalom , nel quale sono stati uccisi due sacerdoti, don Joseph Gor e don Felix Tyolaha, insieme a 15 parrocchiani. La seconda il 29 giugno , all’indomani del massacro di più di 200 agricoltori cristiani commesso il 23 giugno da pastori Fulani in alcuni villaggi dello Stato centrale di Plateau.
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AMERICA/NICARAGUA - L’Organizzazione degli Stati Americani condanna Ortega per la repressione

Fides IT - www.fides.org - Gio, 19/07/2018 - 11:26
Managua – Nello stesso giorno in cui 39 anni fa il popolo nicaraguense annunciava la vittoria popolare contro il dittatore Somoza, ieri, 18 luglio 2018, il Consiglio permanente dell'OSA ha approvato la risoluzione di condanna del regime di Daniel Ortega per la repressione con 21 voti favorevoli, 3 contrari e 7 astenuti. La risoluzione approvata condanna il governo di Ortega e Murillo per le violazioni dei diritti umani, chiede di indire elezioni anticipate entro la primavera, smantellare i gruppi paramilitari, garantire i diritti umani e accogliere una commissione internazionale
Nel paese intanto la violenza non si ferma, gli scontri e le proteste esplosi 3 mesi fa non accennano a diminuire. Forze di polizia e paramilitari, insieme alle turbas , hanno preso ieri il controllo del centro di Masaya, città a 30 km dalla capitale, divenuta uno dei simboli dell’opposizione al governo del presidente Ortega. Gli scontri sono durati più di 7 ore, in particolare nell’area dove risiede la comunità indigena di Monimbo. Qui, nel quartiere che aveva tenuto una coraggiosa resistenza, risultano 3 morti. Le forze militari sono passate casa per casa terrorizzando la popolazione.
Fides ha ricevuto testimonianze di missionari che informano sulla tremenda violenza dei militari contro la popolazione, e sul metodo di "isolare" alcuni quartieri, dove neanche la stampa internazionale è riuscita ad arrivare per informare sulla vicenda. Questi gruppi applicano una "strategia del terrore" per sottomettere la popolazione che vi risiede. La popolazione tuttavia non demorde e ogni cittadino è diventato un reporter: dalle finestre di casa o nascosti dietro una porta, riescono a filmare con il telefono ogni attacco e violenza dei paramilitari, per informare l’Associazione Nicaraguense per i diritti umani e le altre istituzioni per la difesa dei cittadini.
Il Nunzio apostolico in Nicaragua, l'Arcivescovo Waldemar Stanisław Sommertag, aveva convocato gli operatori dei media per dichiarare la sua profonda preoccupazione per il "tragico momento" del Nicaragua: "Con tutta la mia forza umana e spirituale, invito le coscienze di tutti a raggiungere una tregua e consentire un rapido ritorno ai tavoli del dialogo nazionale per cercare insieme una soluzione appropriata e quindi risolvere la crisi". Mons. Sommertag si era recato di persona alla chiesa della Divina Misericordia per vedere la situazione dopo l'assedio.
Tra le segnalazioni diffuse attraverso i social media direttamente dai protagonisti e dalle vittime di questa violenza, giunte anche a Fides, da segnalare la testimonianza di padre Augusto Gutiérrez, parroco della comunità indigena di Monimbo: "sono state quattro ore di attacco con armi da guerra pesanti: la chiesa è completamente distrutta. Ciò che fa il governo è molto ingiusto. È un genocidio. Non ha altro nome". Poi lancia un appello: "Questo quartiere è di gente umile, tutti sono indigeni e lavoratori. Il governo ci sta uccidendo".

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AMERICA/PERU’ - I Vescovi coinvolti nella riforma della giustizia, patrimonio morale del paese

Fides IT - www.fides.org - Gio, 19/07/2018 - 10:59
Lima – Il Presidente della Conferenza Episcopale peruviana, S.E. Mons. Héctor Miguel Cabrejos Vidarte, O.F.M., Arcivescovo di Trujillo, si è incontrato ieri, mercoledì 18 luglio, con la Commissione per la riforma della giustizia, nominata cinque giorni fa dal Presidente della Repubblica, Martin Vizcarra, dopo aver appreso la conferma degli audio che vedono coinvolti in atti di corruzione alcuni membri del Consiglio nazionale della magistratura e del potere giudiziario .
La nota inviata a Fides riferisce che l’invito a Mons. Cabrejos da parte della Commissione è stato fatto perchè, insieme alla Conferenza Episcopale peruviana, possa offrire un contributo e un feedback sugli aspetti da considerare prioritari per la riforma del sistema giudiziario, al fine di diminuire ogni forma di violenza. L'incontro è iniziato alle ore 9,15 e ha visto presenti, oltre a Mons. Cabrejos, i membri della Commissione: Allan Wagner , Delia Revoredo, Hugo Sivina, Samuel Abad, Eduardo Vega, Ana Teresa Revilla e Walter Albán.
L’11 luglio la Conferenza Episcopale aveva pubblicato la dichiarazione "La corruzione è un 'virus' sociale che infetta tutto" dopo l’apertura della crisi nel sistema giudiziario a causa della diffusione degli audio in cui sono coinvolti membri del CNM e del Potere giudiziario in presunti atti di corruzione . Tale documento esprimeva la necessità di salvaguardare l'istituzione e il patrimonio morale del paese, oltre ad esprimere la disponibilità della Chiesa a collaborare direttamente in questo compito.
Secondo le ultime notizie raccolte da Fides, il presidente Martín Vizcarra ha chiesto al Congresso una seduta d'emergenza per domani, venerdì 20 luglio, per discutere l'espulsione dei sette membri dal Consiglio nazionale della magistratura, organo che nomina o ritira i quattromila giudici e pubblici ministeri del paese, dopo la diffusione degli audio in cui sembrano discutere la non colpevolezza di un presunto violentatore di bambini e la nomina di amici. Oggi, 19 luglio, è in programma una grande manifestazione popolare nella capitale per chiedere lo scioglimento del massimo organismo di giustizia del paese.

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ASIA/FILIPPINE - La Nuova Evangelizzazione: radicati in Cristo per trasformare la società

Fides IT - www.fides.org - Gio, 19/07/2018 - 09:32
Manila – Offrire un’esperienza avvincente di Gesù, della Chiesa e della missione, la chiamata, motivata solo dall’amore di Cristo, sono tra gli obiettivi proposti nella Quinta Conferenza Filippina sulla Nuova Evangelizzazione in corso a Manila, fino al 22 luglio. Oltre 5 mila i partecipanti tra sacerdoti, suore e laici,
“Si tratta di una opportunità per rimanere radicati in Gesù” ha dichiarato il Card. Luis Antonio Tagle, Arcivescovo di Manila, all’apertura della Conferenza ieri, 18 luglio. Il Porporato ha guidato la sessione plenaria sulla "vita spirituale dei sacerdoti attraverso l’incontro con Cristo", dal tema "Condividere nell’unico sacerdozio di Cristo".
“Non c’è evangelizzazione se non ci radichiamo più e più volte nella persona della buona notizia, Gesù. Lui è il Vangelo in persona” ha detto, aggiungendo che “la PCNE è ricca di rituali e alcuni di questi sono diventati una sorta di identità”. L’Arcivescovo ha spiegato che “la PCNE non è solo un rituale, non è solo una conferenza, è una questione di vita, radicata nella vita, e dovrebbe trasformare le realtà, i valori e il vivere della fede cristiana”.
Oltre alle sessioni plenarie, i convenuti dibatteranno su parrocchia, istruzione, posto di lavoro, governo, famiglia, giovani, media digitali e sociali, catechesi, Chiesa in missione, nuovi ministeri, giovani adulti e nuove tendenze nella Chiesa.
Secondo mons. Manuel Gabriel, docente di teologia alla Mary Hill School of Theology e all'Asian Social Institute di Manila, tra gli elementi della Nuova Evangelizzazione che potrebbero aiutare ad affrontare queste "situazioni critiche" della Chiesa occorre concentrarsi sulle esperienze di fede, su quella Cristocentrica, sul rinnovamento della Chiesa e sulle priorità, alla vita degli esclusi e degli emarginati.
“Manca un paradigma condiviso e comune per gestire la situazione oggi. La sfida è che la Nuova Evangelizzazione dovrebbe portarci tutti insieme a collaborare per trasformare la nostra società”, ha detto a Fides mons. Gabriel. “La Chiesa deve assumere una ‘modalità missionaria’ piuttosto che bloccarsi in ‘modalità di manutenzione’. Se rimaniamo fermi non cambierà mai niente. La modalità missionaria invece rompe le barriere, apre nuove strade, ha un nuovo modo di pensare, cambia tutto”, ha aggiunto.
Il primo incontro della PCNE fu promosso da Tagle nel 2013 come risposta locale all'appello ad una nuova evangelizzazione e al rinnovamento dell’esperienza di fede nel contesto locale e asiatico.
Nelle Filippine ci sono 110 milioni di abitanti, l’80% sono cattolici divisi in 86 diocesi.


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AMERICA/BRASILE - La colazione preparata dalla parrocchia è l’unico pasto per migliaia di profughi venezuelani

Fides IT - www.fides.org - Gio, 19/07/2018 - 09:08
Pacaraima – Il brasiliano don José Sebastião Barros da Silveira e l’argentino don Miguel Alberto Fernández, Orionini , sono arrivati a Pacaraima, in Brasile, diocesi di Roraima, per venire in aiuto al parroco locale, don Jesús Lopez Fernandez de Bobadilla, missionario spagnolo fidei donum di 78 anni, nell’assistenza a migliaia di profughi venezuelani che ogni giorno fuggono dal loro paese. Pacaraima infatti confina con il Venezuela ed è la principale porta di accesso via terra al Brasile. Denominata “Cuore senza confini”, questa nuova missione degli orionini si propone di accogliere e sostenere la marea di profughi venezuelani, uomini, donne e bambini, che arrivano qui e hanno bisogno di tutto .
A Pacaraima si stima che ogni giorno passino almeno 6.000 immigrati. Alcuni si fermano, vagando per questo piccolo centro nella miseria più totale, altri ripartono per Boa Vista, capitale dello stato di Roraima, che si trova a 220 km di distanza. Sulla strada non c’è nemmeno un villaggio o un centro abitato, per cui i profughi non hanno posti dove potersi riposare o mangiare, dormono sul ciglio della strada in balia degli eventi.
“Poche ore dopo il mio arrivo a Boa Vista – racconta Don José Sebastião Barros da Silveira in una nota inviata all’Agenzia Fides - insieme al Vescovo Mons. Domário abbiamo attraversato la città e la sera abbiamo preso parte alla cerimonia di consegna degli attestati a 50 venezuelani che hanno completato il corso base di portoghese. Il giorno dopo sono andato a visitare quattro centri di accoglienza dove c'era una grande folla di profughi venezuelani. Altri hanno aspettato per ore al cancello che si liberasse un posto. Secondo le stime più accreditate solo a Boa Vista attualmente ci sono più di 25 mila venezuelani”.
“È triste vedere – aggiunge il sacerdote - uomini e donne che vendono aglio, stoviglie e tanti altri prodotti per le strade e i marciapiedi, mentre gli adolescenti lavano il parabrezza delle macchine ai semafori per poche monete. Molti di loro hanno studiato, nel loro paese hanno già finito il college. Tutti sperano di trovare a San Paolo una nuova vita…”.
“Sabato notte – prosegue – dopo un lungo viaggio sono arrivato a Pacaraima. Qui ho trovato centinaia di persone a dormire su delle rudimentali amache. Domenica abbiamo celebrato quattro Messe con la partecipazione delle popolazioni indigene e dei venezuelani”.
Don José Sebastião spiega che alle 3 del mattino i volontari iniziano a preparare la colazione per i rifugiati, che viene servita dalle 5 fino alle 7,30. “A Paracaima ci sono 1.300 venezuelani e indigeni che vengono per la colazione. Per molti di loro è l'unico pasto del giorno – sottolinea -. Qui piove molto e fa freddo. La città è povera, manca l’igiene, le strade sono invase da una folla di immigrati che vagano dappertutto”.
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AMERICA/COLOMBIA - Nomina del Direttore nazionale delle POM, d. Javier Alexis Gil Henao

Fides IT - www.fides.org - Mer, 18/07/2018 - 12:13
Città del Vaticano – Il Card. Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, in data 17 maggio 2018 ha nominato Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie in Colombia per un quinquennio , il rev. Javier Alexis Gil Henao, del clero diocesano di Garzόn.
Il nuovo Direttore nazionale è nato il 24 giugno 1978 ed è stato ordinato sacerdote il 21 dicembre 2002. Ha conseguito la licenza in Missiologia presso la Pontificia Università Urbaniana . E’ stato Viceparroco e Parroco in diverse parrocchie; Segretario nazionale della Pontificia Opera di San Pietro apostolo e della Pontificia Unione Missionaria ; Direttore del dipartimento dell’animazione missionaria della Conferenza Episcopale Colombiana .
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ASIA/IRAQ - Diventa sacerdote Fadi Iskander, figlio del prete-martire siro ortodosso Boulos Iskander

Fides IT - www.fides.org - Mer, 18/07/2018 - 11:59
Erbil – Ricevere l'ordinazione sacerdotale dalle mani dello stesso Vescovo che molti anni prima aveva ordinato sacerdote il proprio padre, trucidato nel 2006 e celebrato come martire dai cristiani iracheni. E' accaduto a Fadi Iskander, divenuto sacerdote della Chiesa sira ortodossa domenica scorsa, 15 luglio, ad Ankawa, sobborgo di Erbil abitato in maggioranza da cristiani. Fadi è figlio di Boulos Iskander Behnam, sacerdote siro ortodosso ucciso con atroci supplizi nel 2006 a Mosul. L'ordinazione di padre Fadi è stata celebrata nella chiesa sira ortodossa dedicata alla Madonna della Luce da Mar Gregorios Shaliba Chamoun, lo stesso Vescovo che nell'aprile 1989 aveva ordinato sacerdote suo padre Boulos nella cattedrale siro ortodossa di Sant'Efrem a Mosul. Alla liturgia di ordinazione di padre Fadi – riferiscono fonti locali all'Agenzia Fides – hanno preso parte diversi Vescovi siro ortodossi insieme a sacerdoti, religiosi e religiose appartenenti a diverse confessioni cristiane, oltre a centinaia di fedeli. Padre Fadi Iskander svolgerà il suo ministero sacerdotale presso l'eparchia siro ortodossa di Byblos, in Libano.
La vicenda martiriale di Boulos Iskander è cara alla memoria condivisa di tutti i cristiani iracheni. La sua figura di professore e di appassionato fautore dell'unità dei cristiani era ben conosciuta dalle comunità cristiane di Mosul, che negli anni seguiti all'abbattimento del regime di Saddam Hussein furono colpite da violenze e attacchi mirati, attribuiti a gruppi terroristici legati alle rete di al Qaida . Padre Boulos fu sequestrato nell'ottobre 2006 a Mosul, nell'area industriale di Karama. I tentativi di contattare i rapitori per ottenerne la liberazione attraverso il pagamento di un riscatto andarono a vuoto. I suoi aguzzini lo uccisero infierendo sul suo corpo, che fu trovato a pezzi l'11 ottobre 2006.
A distanza di 12 anni, la gloria del martirio di padre Boulos fiorisce anche nel frutto gratuito della vocazione sacerdotale di suo figlio Fadi. Consolando e confortando quanti sperimentano nella loro vita che nei martiri rispende con fulgore inimmaginabile la dolce vittoria di Cristo. .
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AFRICA/ETIOPIA - “L’estremismo religioso è una minaccia allo sviluppo” afferma p. Devine dello Shalom Centre

Fides IT - www.fides.org - Mer, 18/07/2018 - 11:33

Addis Abeba - “Stiamo attenti alla politicizzazione della religione e alla “religionizzazione” della politica” ha avvertito p. Patrick Devine , fondatore e presidente dello Shalom Centre di Nairobi, in Kenya, nel suo intervento alla 19esima Assemblea Plenaria dell’ dell’ Association of Member Episcopal Conferences in Eastern Africa , in corso nella capitale dell’Etiopia, Addis Abeba .
Secondo p. Devine l'estremismo ideologico religioso si preoccupa di sradicare i modi alternativi di esistenza e percezione nella società attraverso il terrorismo. "Il terrorismo è lo strumento dell'estremismo violento usato per purgare la società dalla tolleranza per imporre la propria visione del mondo e della fede. Per contrastare questo processo negativo c'è un chiaro bisogno, paradossalmente, di un'intolleranza all'intolleranza” ha affermato il missionario.
L’estremismo religioso ha un impatto diretto sullo sviluppo economico e sulle prospettive di vita di intere popolazioni- sottolinea il missionario- “perché in un Paese in cui le persone vengono uccise, mutilate e costrette continuamente alla fuga, le comunità locali non possono godere di uno sviluppo sostenibile a cause della distruzione di scuole, ospedali e abitazioni”.
P. Devine ha suggerito che, al fine di prevenire tali problemi, i governi devono rafforzare e migliorare l'istruzione e la collaborazione con i nuovi media e quelli tradizionali. Occorre altresì aumentare gli sforzi dei partner regionali e internazionali per risolvere i conflitti nell’area e per costruire società pacifiche, inclusive e giuste attraverso il rispetto, la protezione e la promozione dei diritti umani.
Infine sul piano ecclesiale “c'è una necessità urgente per i leader religiosi e i seminaristi di accrescere le proprie competenze su tematiche come pace, sviluppo, religione comparata e relazioni internazionali. Oggi tutto questo è essenziale” ha concluso p. Devine. )
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AMERICA/NICARAGUA - Suor Xiskya Valladares alla comunitá internazionale: “Per favore, agite presto, prima che ci uccidano tutti”

Fides IT - www.fides.org - Mer, 18/07/2018 - 10:44
Managua – “Sono solo una suora cattolica. Nessuno mi ha chiesto di scrivervi. Ma non posso stare a guardare come un dittatore massacra il suo popolo mentre voi rimanete muti”. Cosí inizia la lettera aperta che suor Xiskya Valladares, religiosa nicaraguense residente in Spagna, ha pubblicato domenica sul suo blog e sulle reti sociali taggando vari capi di Stato e di Governo. “Siamo un piccolo popolo di soli 6 milioni di abitanti, che non ha petrolio e non é importante per i vostri interessi” continua la religiosa, conosciuta come la “monja twittera” , filologa e giornalista, “ma si tratta di esseri umani con valori profondi, con grande coraggio, in un luogo strategico dell’America Centrale. Meritano il vostro aiuto”.
Poi enumera alcune delle maggiori efferatezze commesse dal regime di Daniel Ortega, di cui é informata “attraverso contatti personali e fonti che non posso rivelare per motivi di sicurezza, oltre alle informazioni che mi arrivano via twitter e che confermo con i miei contatti”, come ha detto all’Agenzia Fides. Chi pubblica commenti o notizie contro il governo é a rischio di sequestro e sparizione, come confermano alla Fides altre fonti attendibili.
La lettera prosegue: “Hanno bruciato vive famiglie con bambini, hanno sparato a bruciapelo su cittadini che marciavano pacíficamente per le strade, hanno sparato a bambini, hanno commesso sacrilegi nelle chiese, hanno ferito un vescovo, hanno arrestato tante persone senza ordini giudiziari, le hanno torturate, sono entrati di casa in casa con una lista in mano, per portare via simpatizzanti antigovernativi. Anziani, donne, bambini, uomini: nessuno si salva oggi in Nicaragua. Sono crimini di lesa umanitá in piena regola. Quando reagirete?”
La religiosa chiede poi ai governanti di lasciare da parte, “almeno per una volta”, gli “interessi politici ed economici” e di dimostrare la loro umanitá. “Non é una questione di ideología, né di religione, né di política. É una questione di umanitá”, “voi siete stati eletti per rendere il mondo piú umano”, “il popolo del Nicaragua ha bisogno di voi, adesso. Per favore, agite. Fatelo presto, prima che ci uccidano tutti”.
Suor Xiskya conclude con una richiesta precisa: “non chiedo azioni belliche o militari. Chiedo azioni di pressione diplomatica: la condanna per crimini di lesa umanitá” e con una supplica: “aiutate il popolo del Nicaragua. Fermate questo massacro, per favore”. L’idea della lettera “é sorta per la necessitá della pressione internazionale verso il presidente Daniel Ortega” ha spiegato la religiosa a Fides. “É chiaro – e lui stesso l’ha detto – che non se ne andrá di sua iniziativa. Per questo ho chiesto aiuto ai presidenti” di altri paesi. “Ho pubblicato la lettera sul mio blog, ne ho allacciato il link ai miei social networks ed ho taggato i governanti che conosco e alcuni mezzi di comunicazione. Non ho l’indirizzo e-mail dei Presidenti, altrimento l’avrei inviata loro anche per quella via” afferma suor Xiskya, che ha oltre 46.000 followers su Twitter, ha superato il limite massimo di 5.000 amici su Facebook ed é presente anche su Instagram, YouTube e LinkedIn.
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